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Difendiamo la città pubblica!
Pubblichiamo l’appello sottoscritto lanciato dal Collettivo di Casale Garibaldi e promosso da decine di collettivi e associazioni della città per un momento di lotta e condivisione a difesa di uno spazio sociale che vede ancora una volta messa a rischio la sua storia. Giovedì 30 luglio, ore 8.30 COLAZIONE SOLIDALE a Casale Garibaldi A un anno dalle elezioni comunali, il governo della città si trova davanti a un bivio: da una parte, gli interessi dei grandi gruppi economici che vogliono una città vetrina, turistificata, dove lo spazio pubblico diventi semplice accessorio dei profitti privati; dall’altra, un’idea di sviluppo urbano che metta al centro il diritto all’abitare, la difesa ed estensione dei servizi pubblici, la gestione democratica del patrimonio, il riconoscimento delle esperienze diffuse di mutualismo, produzione culturale e autogestione. In questo corpo a corpo tra valore d’uso e valore di scambio – che nei mesi scorsi è stato segnato da diverse operazioni di sgombero – si gioca il destino di due importanti delibere, relative al Piano casa e al patrimonio pubblico (104/2022), entrambe frutto di un lungo percorso di confronto e conflitto tra i movimenti e la giunta Gualtieri. Nello specifico, la delibera 104, aveva due obiettivi: riconoscere e “sanare” quel ricco tessuto di realtà sociali e autogestite attive da quasi 40 anni; avviare una gestione “sociale” del patrimonio pubblico vuoto e abbandonato. A oggi l’applicazione della delibera non è stata minimamente all’altezza degli obiettivi dichiarati. Spesso si è tradotta in procedure punitive, assedi burocratici ed economici, gestioni opache, canoni previsionali folli: atti che hanno colpito e rovesciato la mission della norma. La recente istituzione della “task force” da parte dell’assessore Zevi vorrebbe essere un segnale di risposta a queste criticità; per esserlo veramente occorre aprire le porte e le finestre di questo spazio di confronto, misurarlo sulle necessità concrete della città, ascoltare chi nei territori vive, partecipa e lavora. Ma soprattutto riaffermare con atti amministrativi coerenti il valore sociale e politico della delibera 104. Giovedì 30 luglio, a Casale Garibaldi, ci sarà la prima occasione per misurare questo cambio di passo: la direzione tecnica del Municipio V vorrebbe operare un “sopralluogo tecnico” che ha il sapore di un’operazione di polizia mascherata, che mette a rischio quasi 40 anni di storia. L’ultimo capitolo di una vicenda surreale nata alla scadenza della concessione, nel 2017, e conclusa con un avviso pubblico e relativa graduatoria fallace e illegittima. In questo passaggio si giocherà un pezzo decisivo della credibilità della delibera 104: chiamiamo la città solidale alla mobilitazione e, allo stesso tempo, invitiamo le forze politiche e le istituzioni a prendersi le loro responsabilità davanti a questo scempio politico e amministrativo. Appello promosso da: A Sud, Arci Roma, Anpi Centocelle, Angelo Mai, Borgata Gordiani, Casa delle Donne Lucha y Siesta, Casale Garibaldi, Casetta Rossa, C.s. Brancaleone, C.s La Strada, C.s. Spartaco, Celio Azzurro, Cemea del Mezzogiorno, Cip Alessandrino, Clap – Camere del lavoro autonomo e precario, Cnca Lazio, Collettivo studentesco Francesco d’Assisi, Communia, Confederazione Cobas, Cooperativa Autorecupero TECLA, Esc – atelier autogestito, Gap bio XV, La Maggiolina, Loa Acrobax, Lsa100celle, Made in Jail, Mo.V.I. Roma Metropolitana Odv, Quarticciolo Ribelle, Rete eco-socialista romana, Rete #nobavaglio, Spazio libero Aps, Senza confine, Spin Time labs Elenco in costante aggiornamento Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Difendiamo la città pubblica! proviene da DINAMOpress.
July 28, 2026
DINAMOpress
Il diritto a dis-abitare
Quella che si propone di seguito è una fotografia in movimento. Un’istantanea, non definitiva ma comunque abbastanza realistica, di cosa sia diventato nel 2026 il diritto all’abitare in Italia. Nello specifico, quella che viene presentata è una storia/intervista realizzata in prima persona a qualcuno che questo cosiddetto diritto l’ha perso e quindi, risulta essere un vero e proprio “dis-abitante”. Ovvero una persona che non ha un posto dove stare e di conseguenza, vive in strada. Sembrerebbe in modo irreversibile, se certe cose non tenderanno a cambiare (e velocemente) nei prossimi tempi. In tal senso, la fotografia non è nemmeno così sconosciuta o singolare: secondo dati ISTAT dell’inizio 2026 infatti, le persone attualmente senza fissa dimora avrebbero raggiunto quota 96 mila persone, di cui circa il 70% di origine straniera. Mentre sempre a riguardo alle persone straniere presenti sul territorio italiano, sarebbero circa 1 milione e 700 mila quelle in condizioni di povertà assoluta con un’incidenza oltre quattro volte superiore ai cittadini italiani (dati ISTAT del 2022). Il protagonista assoluto di questa storia/intervista, è Amir che ha 34 anni e vive in Italia da 7. Anche se, a dirla tutta, è partito dal Pakistan che ne aveva 15 con il sogno, non del tutto dimenticato, di continuare a studiare. Magari anche laurearsi all’Università, «in Matematica». «Anche perché» – prosegue Amir – «in Pakistan ho sempre dovuto  lavorare fin da quando ero piccolo. Prima, in officina meccanica con mio padre. Poi, quando abbiamo perso tutto con la guerra, anche come muratore vicino la capitale Islamabad». Amir giura: «non mancando un singolo giorno di lavoro da quando ho iniziato». Esagerando, è chiaro. Amir è un ragazzo che ci tiene a risultare simpatico. «Dopo un viaggio lunghissimo, nel 2019 sono finalmente arrivato in Italia e mi è subito piaciuta tanto, davvero un bel posto. Tanto che quando ci sono arrivato, dopo essere stato qualche anno in Germania e anche in Belgio, ho davvero pensato di fermarmi a vivere qua, in Italia. Ma poi ho cambiato idea. Tu lo sai perché». > A questo punto, chiedo ad Amir perché abbia cambiato idea: «L’Italia è un > paese molto bello, ma pieno di problemi. Ti faccio un esempio: la prima volta > che sono arrivato in Italia ho abitato a Pioltello, poi a fine del 2021 mi > sono trasferito a Milano, quasi in centro, ma vivevamo in 10 nella stessa > casa. Tutti bravi ragazzi, gente straniera come me, che voleva solo lavorare e non fare problemi. Ma te lo immagini? Eh? Te lo immagini tu, 10 persone che vivono insieme in un appartamento da 4, massimo 5 persone?». Amir è un ragazzo serio, pacato e intelligente, lo si vede soprattutto da come pone le domande retoriche. Intelligente in verità, lo è sempre stato fin da bambino, a sentir lui. Precisamente da quando frequentava la scuola coranica di Chaman, sul confine con l’Afghanistan e il suo maestro, tale Imam Mohammad, lo considerava, «uno dei primi della classe. Te lo giuro» – afferma Amir – «potesse punirmi Allah se dico il falso. Anche se, a dire la verità, a scuola ci sono potuto andare pochissimo, 6 anni in totale. Il motivo è semplice: la mia famiglia viveva con niente, eravamo poverissimi e sono stato subito costretto a lavorare. Prima ho detto solo “in officina meccanica con mio padre”, ma la verità è che fin dall’infanzia, per sopravvivere, ho fatto qualsiasi cosa la mia famiglia mi chiedesse di fare. Una volta, ti racconto: con mio zio sono stato aldilà del confine con l’Afghanistan, figurati che paura che avevo. Dovevamo consegnare quattro camion di corns, come si dice in italiano: tipo pannocchie. Le dovevamo portare lontano, se non sbaglio in un campo dell’esercito americano o dell’ISAF (l’International Security Assistance Force, di cui faceva parte anche l’Esercito italiano) non ricordo bene, vicino Kandahar, in Afghanistan. Avevo 13 anni in quel momento. A un certo punto, quasi arrivati a destinazione, incontriamo un posto di blocco americano. I soldati dicono a mio zio Hussain, che in quel momento guidava il camion, di scendere e mostrare i documenti. Io quindi – prova ad immaginare, avevo 13 anni appena compiuti – in un attimo, siccome forse avremmo dovuto spostare i quattro camion, mi sono trovato alla guida di un mezzo che sarà pesato 2 tonnellate, forse di più. E pensa, l’avevo provato a guidare solo un paio di volte in tutta la mia vita! Non riuscivo più a muovermi. Ero completamente bloccato dalla paura». A questo punto, chiedo ad Amir di andare avanti. Anche perché dobbiamo tornare parlare di come vive in Italia. «Sì, adesso finisco. Passata circa un’ora, zio Hussain non è ancora tornato. Da quello che ci dicono, sembra che i talebani abbiano appena colpito una zona nella periferia est di Kandahar e per questo motivo, non può entrare e uscire finché quelli là non smettono di spararsi. Dopo 10 minuti infatti, anche noi sentiamo distintamente le prime esplosioni. Raffiche di mitragliatrice, colpi di mortaio, mentre ci sorvolano sulla testa gli elicotteri americani che vanno nella direzione delle montagne, quelle a punta aguzza dietro Kandahar. Non ricordo con precisione ma saranno state le 3-4 di notte». Nonostante si debba parlare d’altro, chiedo ad Amir cosa abbia fatto a quel punto. «Io, intanto, sono rimasto ancora sul camion. Anche perché i soldati ci tenevano sotto tiro coi mitra e dicevano che non era possibile scendere. Mi tremano le mani solo a ricordarmi la scena, pensa te. È chiaro no? Se i soldati del posto di blocco decidono che siamo talebani, sparano e ci uccidono tutti quanti». Detto questo, Amir appoggia entrambi i palmi delle mani sul tavolo dell’ufficio, quasi che per un attimo sembrerebbe concentrarsi solo qui, precisamente in questo punto della stanza e in nessun altro posto al mondo. «In breve, l’attacco talebano non è finito e abbiamo dovuto fare marcia indietro. Tornare a Chaman, in Pakistan. Ovviamente, senza lo zio Hussein che è stato arrestato e poi trattenuto in prigione per quasi quattro mesi. Anzi cinque, se non sbaglio. In pratica, gli americani l’avevano preso per un talebano, anche se ti giuro: non conosco nessuno meno talebano di mio zio Hussein. Per concludere questa piccola storia, ho fatto l’unica cosa che potevo fare: ho guidato indietro fino al confine col Pakistan, un camion da 2 tonnellate che faceva sbandate da tutte le parti. Un po’ per le buche, un po’ perché era proprio storto il camion… ovvio, anche perché era ancora piegato sotto il peso dei corns che portava. Puoi credermi». Arrivato alla fine del suo racconto, Amir riappare finalmente rilassato, distende i muscoli del collo che tornano in una postura quasi normale: «Se sono arrivato a casa quella volta, è perché l’ha voluto Allah. Hai presente chi? Dio, come lo chiami tu». Ad Amir era stata chiesta un’intervista sulla sua condizione abitativa ma ormai dovreste averlo capito: Amir è uno a cui piace prenderla un po’ alla larga. «Dicevo, ho sempre lavorato. Ed è vero. A Milano ho lavorato come lavapiatti per un paio d’anni. In nero, è chiaro. La paga era bassissima, 5 euro l’ora. Ma almeno mangiavamo gratis e la domenica era libera. Poi, alla fine del 2023, ci hanno licenziati dall’oggi al domani, tutti e due i lavapiatti. Io e un altro ragazzo che veniva dal Pakistan, Shah. Un ragazzo troppo buono, semi-analfabeta, che il padrone chiamava “Shandro”, prendendolo in giro e non solo: una volta, gli ha pure tirato una pentola molto pesante sulla schiena. Una scena orribile, che mi fa tanta rabbia ancora oggi se ci penso. > Adesso però, ti racconto della mia casa. All’epoca di queste brutte cose che > ti sto raccontando, vivevo in un appartamento in centro a Milano. Lo > condividevo con altri nove uomini. Dieci in totale. Tutti tra i 20 e i 30 > anni. Anche se il più vecchio in assoluto che è passato da quel posto, avrà avuto almeno 50 anni secondo me. Ricordo anche che non c’era la lavatrice e dovevo usare quella a gettoni. E avevamo un solo bagno per tutti quanti. Pagavo 350 euro al mese, più 50 di spese per le bollette. Sai fare i conti tu? In totale, fanno più di 3mila euro ogni mese per un singolo appartamento. Escluso luce, gas e tutto il resto. Non si può vivere così. Ma ti dico: non è il peggio che ho visto». Arrivato a questo punto dell’intervista, Amir sospira. È molto sconsolato, ma soprattutto stanco. «Adesso vivo in giro. Vivo fuori. Non ho una casa, te l’ho già detto tante volte. E mi servirebbe un aiuto per trovarla». A questo riguardo, Amir decide che mi deve parlare di lavoro. «A Brescia ero venuto per lavorare in fabbrica, fare l’operaio. Mi pagavano 8 euro l’ora e 10 euro per lo straordinario. Tanti soldi, credi a me. Ma poi, non mi hanno rinnovato il contratto perché l’azienda non fa i contratti indeterminati ai pakistani e quindi, non è andata bene. Tra l’altro, una settimana dopo mi hanno anche buttato fuori da dove ero ospitato e adesso vivo là, in una casa abbandonata in via… [per tutelare Amir, non si può dire dove vive effettivamente]. > Ma come sai bene, è un posto molto brutto. Non c’è niente, solo l’acqua. Ci > viviamo in tre. Io da febbraio, mentre gli altri due che vivono lì, sono > arrivati addirittura da prima dell’inverno che quest’anno è stato molto > freddo. Quando sono arrivato a Brescia mi ricordo che c’era -2, tanto ghiaccio > e nebbia che non si vedeva niente. Gli altri due erano già lì da qualche mese, > tipo ottobre, ed erano sopravvissuti non so come. Ma inshallah, sopravviveremo ancora tutti e tre. Anche se, a volte, è davvero difficile, te l’ho già detto. Adesso ho bisogno di una casa vera dove vivere». A questo punto dell’intervista, Amir alza il braccio destro. Come si può ben vedere, ha una grossa fasciatura che gli avvolge completamente il gomito. E aggiunge: «questo è successo perché ho trovato un ladro che stava rubando. Un giorno, torno da lavoro e trovo un ragazzo che sta portando via le nostre borse. Io subito grido forte e gli salto addosso da dietro cercando di fermarlo. In quel momento, mi è venuta tanta rabbia che volevo ucciderlo. L’avrei ucciso davvero, credimi, se solo avessi potuto. Invece, lui è riuscito a scappare e mi sono fatto male io. Quei due che vivono con me, dicono che il ladro cercava i soldi o la droga nelle borse. Dicono che era un drogato, uno che fuma e usa quella schifezza. Io non lo so chi fosse quel ladro, ma non ho mai toccato la droga in tutta la mia vita e mai lo farò. Comunque, è venuta a prendermi l’ambulanza per la botta che ho preso. E c’era anche la polizia, ma quella vestita di nero (ovviamente, Amir intende i carabinieri). Loro sanno benissimo che noi siamo qui, viviamo in questo posto abbandonato senza luce elettrica e non ci dicono niente. Altrimenti dovrebbero occuparsi di noi e invece, se fanno così possono andare via e lasciarci qui». Chiedo ad Amir se anche adesso lavora, e dove: «Certo che lavoro. Te l’ho già detto che lavoro da sempre. Nello specifico, adesso lavoro per un’azienda agricola vicino Brescia, in una ditta dove c’è tanto lavoro e mi hanno fatto il contratto determinato che scade tra un paio di settimane. Infatti, spero che mi facciano il rinnovo, altrimenti dovrò cercare un altro lavoro e non ho voglia. Mi piace quella ditta, mi pagano bene: 7 euro l’ora. E mi passano anche a prendere la mattina con il furgone. Alla fine, se ci pensi, è comodo. Poi però, senza casa è comunque difficile lo stesso. > Per cui devi cercare per forza di andare nel dormitorio, anche se i posti nei > dormitori sono pochi e non c’è nessuno che ti fa dormire a casa sua senza > pagare. E io i soldi ce li ho, io lo posso pagare un affitto! Tu lo sai che > posso pagare un affitto». Sì, lo so che Amir può permettersi di pagare un affitto. A dire il vero, è proprio questo uno dei motivi principali per cui gli ho chiesto l’intervista. «Molto bene, sono contento di aver raccontato un pezzo della mia storia perché la mia situazione è uguale a quella di tanti altri ragazzi. Pakistani e non, che sono venuti in Italia a lavorare ma purtroppo, per una sfortuna o per l’altra, adesso hanno perso la casa e vivono in strada. Anche se magari hanno uno stipendio da 1200 euro al mese e come me, sono costretti a vivere come animali, senza la possibilità di affittare un posto dove dormire». Grazie Amir, ci vediamo al prossimo appuntamento. Foto di copertina di Patrizia Montesanti Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Il diritto a dis-abitare proviene da DINAMOpress.
July 13, 2026
DINAMOpress
L’uomo nell’alto castello – seconda puntata
Il Teatro di Pompeo, malgrado  il suo splendore ancora visibile all’epoca di Teodorico, era considerato un luogo maledetto. Il grande quadriportico di ingresso, corrispondente più o meno all’attuale teatro Argentina, ospitava sale conferenze, nella principale delle quali si riuniva nelle occasioni più affollate il Senato. Qui fu assassinato Cesare e Ottaviano la fece chiudere per un certo tempo come locus sceleratus. Chissà se la maledizione si estende anche ai resti della cavea, oggi accessibile nei locali sotterranei di alcuni ristoranti della pregiata zona fra Argentina e Campo de’ Fiori, compreso quello in cui è stata scattata la foto del campo largo a quattro su cui tanto si è ciarlato nelle ultime settimane. Chiacchiere che si sono concentrate sulla composizione della leadership del campo largo più che sul suo programma e del suo rapporto con un’idea alternativa di Paese, contrapposta a quel mondo dominato degli sconfitti della Seconda guerra mondiale, come nella distopia dickiana dove solo l’uomo nell’alto castello conserva una versione alternativa della storia – cioè quella reale, dove avevano vinto Stalin, Roosevelt e Churchill. Ma, appunto, senza un programma di lotta e di governo (per ora soltanto promesso, con tempi che più rilassati non potrebbero essere in confronto all‘attivismo tambureggiante della PdC) non riusciamo a immaginarci un uomo o una donna che oggi possa trasmettere una versione alternativa della storia, mettersi alla testa di una rete di cospiratori e rovesciare l’incubo fascista. Non possiamo attendere a tempo indefinito un programma dai partiti di opposizione, dobbiamo cominciare a buttare giù alcuni punti e sollecitare su questo un confronto, prima che parta il tormentone del voto utile e delle gloriose liste indipendenti. DA DOVE VENGONO I VOTI Cominciamo a constatare  che in misura minima vengono da spostamenti interni agli attuali votanti alle consultazioni amministrative e politiche. Qui (e nei monotoni e ossessivi sondaggi) gli spostamenti sono infinitesimali e restano per lo più nel campo delle due maggiori coalizioni o nel nido di vipere del famoso “centro”: quel non luogo sfigatissimo dove si dovrebbero “vincere” le elezioni e dal quale sarebbe immancabile “ripartire”. > I voti si pigliano, lavorandoci bene, dove stanno ovvero nell’area degli > astenuti per delusione o per indolenza. Prendiamo esempio dal nemico, > dall’orrido Vannacci, che si costruisce pazientemente il suo (oggi) 6% e via > un altro punto al mese rosicchiando dalla Lega in sfacelo e dai FdI ma anche > attingendo sempre più dalla feccia razzista e squadrista che stava a destra di > Meloni e dall’inevitabile cassa di risonanza di pacifici “benpensanti” > spaventati da donne, queer e migranti. conservatori per istinto – quelli che > emergono con tanta naturalezza al bar o in treno, senza che debbano andare a > bruciare le roulotte degli zingari  e sfilare facendo il saluto romano. Lui pesca a destra e noi dovremmo pescare a sinistra, fra quei milioni di votanti che sono andati a votare NO al referendum e precipitosamente si sono dileguati dopo manco un mese alla prima tornata amministrativa, visti i candidati decotti e le parole d’ordine proposte dal campo largo – Venezia fa scuola per tutti. Voto fluttuante, instabile? Te credo! È un corpo elettorale post-partitico, mica la Guardia rossa che marcia alla riscossa e scuote dalla fossa  la schiava umanità… E comunque fisicamente sono gli stessi che hanno manifestato per Gaza, parte della moltitudine che su scala mondiale ha ribaltato l’agenda politica, creato nuove verità effettuali come il genocidio e la critica dell’Occidente, contribuito a quell’isolamento dell’Israele sionista che oggi è diventato un fattore importante nei conflitti dell’Asia occidentale e nei movimenti dell’opinione pubblica statunitense. > Da quel bacino verranno i voti contro la coalizione Meloni – verranno se sarà > loro offerto un programma coerente con la loro indignazione e con le lotte che > hanno condotto. Non verranno certo  con prediche di pragmatismo  e > rassegnazione, esibendo giochini di primarie aperte o chiuse, battibeccando su > chi ce l’ha più lungo o (per dirlo pomposamente) sull’accountability. Meloni l’ha capito benissimo e punta a distrarre l’elettorato dai suoi fallimenti nazionali e internazionali, invischiando la controparte sulla legge elettorale, costringendola in tempi raccorciati a designare un candidato  leader – quindi instaurando per legge ordinaria un premierato di fatto che avrebbe invece il rango di una riforma costituzionale e che, in caso di anticipo del voto, sarebbe perfino sottratta a un controllo tempestivo della Consulta. Ci sarebbe la possibilità per il campo largo di ribaltare  questa insidiosa agenda – laddove passasse la nuova legge elettorale. Per esempio puntando tutto sulla denuncia dell’incostituzionalità della legge e aggirando l’obbligo farlocco di indicazione di un candidato con un nome simbolico, che nulla costringerebbe poi a mettere alla guida effettiva del governo. Però una manovra del genere comporta, oltre che un elevato livello di unità interna e fiducia reciproca, un programma di contenuti, che fornisca materia concreto a un’opzione istituzionale così radicale. Torniamo così al programma, cioè all’opposto della sciagurata photo op in grotta. DA DOVE VENGONO LE IDEE PROGRAMMATICHE? Ovviamente dallo stesso luogo da dove vengono i voti, la generazione Gaza chiede innanzi tutto la rimozione dei limiti al diritto di manifestazione che è stato il suo punto di forza, il meccanismo per ridefinire l’agenda politica. Quindi il primo punto di ogni programma immaginabile è il ritiro dei decreti Sicurezza con il loro turbine di aggravanti, divieti, sanzioni amministrative e sgomberi e il contesto  più generale è il rifiuto della guerra, l’alt alle politiche genocide di Usa e Israele nell’Asia occidentale (ex-Medio Oriente) e anche all’aggressione russa in Ucraina e alle provocazioni Nato che si intrecciano con quelle pretese imperiali neo-zariste. Il riarmo non è soltanto un costo insopportabile in una situazione di crisi economica ed energetica, ma anche un incubo per le generazioni che sarebbero destinate al sacrificio della vita nel prevedibile esito di una scellerata corsa  alla guerra. Gli effetti disastrosi prodotti dalla violenta repressione delle proteste giovanili per la giustizia climatica, insieme al negazionismo sul riscaldamento globale e alla retromarcia italiana ed europea sul timido green deal li stiamo sperimentando oggi sulla nostra pelle in modo tale che è superfluo parlarne. > Il movimento transfemminista Non Una di Meno ha sviluppato, nel corpo di > impressionanti maree, una propria agenda politica, imponendo nel dibattito e > nella legislazione una serie di obiettivi ed è un buon esempio di una capacità > di “mettere a terra” in modo autonomo alcune istanze di lotta, indicendo > inotre sul linguaggio e sul senso comune in modo durevole. Un esempio da > generalizzare. Tuttavia, chi manifesta per la pace, la giustizia internazionale e contro il patriarcato – e anche chi non manifesta – una volta tornato a casa deve trovare un reddito dignitoso che gli consenta di uscire da povertà e precarietà. Il salario minimo e la cancellazione dei contratti pirati e del caporalato, senza distinzioni di cittadinanza, sono per fortuna un punto di convergenza, almeno in principio, di tutte le opposizioni e del sindacato maggioritario. Insieme a una vaga richiesta di adeguamento dell’Italia alle condizioni normative e salariali europee correnti, rispetto a cui ora esiste uno scarto intollerabile, tamponato da un pulviscolo di bonus e in sostanza dai sussidi familistici (cioè dalle pensioni dell’ultima generazione che le ha avute). Se l’esigenza di un ritorno ai  livelli pre-Covid è largamente condivisa, non altrettanto sentita  è l’urgenza (particolarmente avvertita dalla nuove generazioni) di una riduzione dell’orario di lavoro e la prevalenza del ricorso allo smart working rispetto a quello in presenza nella settimana lavorativa – eppure sono proprio i primi utilizzi positivi che si possono fare del progresso tecnologico nelle comunicazioni e nell’applicazione dell’IA, che altrimenti diventa soltanto uno strumento per la riduzione degli organici e la svalorizzazione della forza lavoro. > Ben poco rilievo , malgrado le pratiche di occupazione e il gravissimo > problema degli affitti in tutte le maggiori città, ha avuto finora nei > programmi elettorali la questione abitativa, che invece risulta centrale (cioè > è considerata produttiva di voti) in altri punti alti del mondo capitalistico > – vogliamo citare la New York di Zohran Mamdani? Calmiere sugli affitti, > regolamentazione degli Aitbnb e costruzione massiccia di case popolsri (non > housing sociale) sono i pilastri di un diritto alla città. Le proposte su scuola , università e sanità non mancano, anche se nei primi due campi si privilegiano ancora le toppe sul degrado più che la necessità di una riforma radicale del sistema, e nel terzo campo resta formulata sotto voce la richiesta preliminare. Il ritorno a una competenza nazionale  e non più regionale nella gestione del SSN, di pari passo con la difesa del carattere pubblico e non privatistico e assicurativo del sistema. Gli attivisti che hanno determinato l’esito del referendum hanno bisogno anche loro di servizi sanitari e soprattutto cominciano a fare figli e a rendersi conto del problema. Il Covid-19, d’altronde, ha suonato campanelli d’allarme intergenerazionali e anche le destre si sono fatte e continuano a farsi riconoscere, in Italia e in Usa, per negazionismo e inefficienza. DA DOVE VENGONO LE RISORSE? A questo punto – definiti gli obiettivi di spesa, cioè fatta la sintesi su bisogni e desideri (che spingono gli elettori a votare e a scegliere i partiti) – ci si può porre il problema di dove reperire le risorse, fuori da una logica di “chi far piangere”, che di regola spaventa  quelli che finora hanno pianto. E qui si pone il problema di un’imposta patrimoniale temporanea ad anticipazione di una riforma fiscale complessiva, che restauri il dettato costituzionale della progressività, liquidi la flat tax e ricalibri le differenze scandalose fra redditi di lavoro e rendite finanziarie e di capitale (per non parlare dell’evasione ed elusione fiscale e delle relative responsabilità penali, come in Germania e Usa). Più introito fiscale dai ricchi, meno dai salariati e pensionati a reddito fisso, e soprattutto dove mettere quei soldi, con quali vantaggi generali. Nell’individuare gli obiettivi di spesa e intervento legislativo e nel reperire le risorse non si possono accontentare tutti, ma occorre puntare sui settori che fanno la differenza per conseguire la maggioranza in un Paese spaccato in due e questo coincide con il puntare sulla parte attiva del Paese, che manifesta molto e vota poco, ma è la sola base possibile per bloccare le forze del declino, della reazione e della guerra Immagine di copertina di Marta Davanzo Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo L’uomo nell’alto castello – seconda puntata proviene da DINAMOpress.
July 8, 2026
DINAMOpress
La diseguaglianza del clima nella città che brucia – di Francesco Demitry
La scuola non è un contenitore neutro: è una società di corpi, di aria, di suoni, di ritmi, di sedie, di finestre, di tempi, di desideri e di stanchezze. Quando l’aria diventa irrespirabile e il caldo blocca l’attenzione, non si assiste a un incidente esterno alla scuola; si scopre piuttosto che la scuola esiste [...]
June 28, 2026
Effimera
«Zvërnec, il punto di non ritorno». La nuova stagione del conflitto in Albania
In Albania, la difesa dei fenicotteri della laguna di Zvërnec si è trasformata nel punto di emersione di un conflitto che riguarda terra, potere e diritto di cittadini e cittadine di intervenire sulle scelte che ridisegnano il loro Paese. Le mobilitazioni contro il progetto turistico di lusso legato a Jared Kushner, hanno messo in luce un malcontento che attraversa il Paese da anni e che si alimenta della sensazione diffusa che territori, spazi pubblici e risorse comuni vengano progressivamente sottratti alla popolazione per essere consegnati a interessi privati, oligarchie e investitori stranieri. Dietro la difesa di uno degli ecosistemi più delicati del Mediterraneo emerge così un interrogativo profondo su chi abbia il diritto di decidere il futuro dell’Albania e il destino delle sue terre. Lo raccontano due attiviste: Fioralba Duma, italo-albanese e membro dei collettivi Italiani Senza Cittadinanza, Mesdhe e Palestina e lirë, e Sidorela Vatnikaj, albanese di base a Tirana impegnata sui temi della giustizia di genere, urbana e sociale, con un percorso radicato nei movimenti contro la privatizzazione e la gentrificazione. Entrambe leggono nelle proteste di Zvërnec il punto di condensazione del conflitto tra bene pubblico e profitto privato, tra diritto collettivo alla terra e un modello di sviluppo imposto dall’alto. TERRITORIO, SOVRANITÀ E INTERESSI GLOBALI Per Fioralba Duma, Zvërnec è il luogo in cui una frattura politica sedimentata negli anni ha trovato finalmente un punto di rottura. «È vero, la protesta nasce dalla difesa di un ecosistema fragile, ma non solo. Parte dalla percezione che gli albanesi hanno del proprio peso politico, dalla possibilità concreta di incidere sulle decisioni che riguardano le loro terre, le loro istituzioni, il loro paesaggio. Zvërnec è, quindi, il punto di non ritorno di un malcontento che dura da decenni in Albania: quello verso istituzioni che sembrano pensare soltanto a svendere il Paese a interessi stranieri, a chi ha più potere, più ricchezza, più legami con il potere». Quando Duma parla di “svendita”, il riferimento è tanto locale quanto globale. Da un lato, la revisione della normativa sui parchi protetti e il declassamento della laguna di Narta-Zvërnec hanno modificato il regime di tutela dell’area, consentendo progetti edilizi e turistici che fino a poco tempo fa non sarebbero stati autorizzabili. Dall’altro, il progetto di Jared Kushner si inserisce in una rete di capitali transnazionali e relazioni geopolitiche che eccedono il caso albanese. «Si tratta di una cessione del territorio albanese a interessi internazionali. Senza contare che Kushner è legato a fondi e investimenti provenienti dal Qatar e dall’Arabia Saudita». Il riferimento è ad Affinity Partners, la società di investimento creata da Jared Kushner dopo la fine del suo incarico alla Casa Bianca e sostenuta in larga parte dal fondo sovrano saudita. Tuttavia, per Duma, leggere questa vicenda solo attraverso la lente degli investimenti significherebbe perdere il quadro più ampio in cui si inserisce. «Non possiamo dimenticare che Kushner ha avuto un ruolo centrale nella negoziazione degli Accordi di Abramo». Firmati nel 2020 sotto l’amministrazione Trump, questi Accordi hanno normalizzato le relazioni tra Israele e diversi Paesi del Golfo, consolidando la rete politica e finanziaria che oggi alimenta anche molte delle operazioni economiche di Kushner. * Per Duma, quella rete si riflette anche nella visione di territori trasformati in asset immobiliari. In questa direzione, si colloca anche la cosiddetta “Gaza Riviera”: l’idea, emersa nel dibattito internazionale, di una riconversione immobiliare della Striscia di Gaza in una fascia costiera di lusso. Una prospettiva, quest’ultima, che si configura come paradigma estremo di espropriazione e valorizzazione speculativa del suolo. Da qui, il parallelismo con Zvërnec. Ciò che sta accadendo nella laguna riguarda un modello politico ed economico in cui la ridefinizione legislativa del territorio diventa lo strumento attraverso cui trasformare il bene comune in spazio da privatizzare. «È la stessa logica: guardare ai territori prima di tutto come occasioni di investimento». Duma sposta poi il discorso su un altro piano, dove lo spazio albanese si intreccia con la politica migratoria e con il ruolo del Paese negli equilibri regionali. «È una coincidenza significativa che l’accordo Rama-Meloni sia stato modificato proprio nello stesso giorno in cui è stata approvata la legge che rende possibili costruzioni e investimenti immobiliari in aree protette». Il riferimento è al protocollo siglato tra Edi Rama e Giorgia Meloni sulla gestione dei centri per migranti in territorio albanese. Questo accordo ha trasformato il Paese in uno spazio di esternalizzazione delle politiche migratorie italiane, destinando porzioni del suolo albanese alla detenzione e gestione di persone migranti intercettate dall’Italia. Per Duma, il parallelismo è politico prima ancora che giuridico. «Anche quell’accordo è un esempio chiaro del fatto che l’Albania non risponda più agli interessi dei suoi cittadini, ma metta i propri spazi a disposizione di altri governi, a volte persino gratuitamente». > Il progetto Kushner, la modifica delle leggi sulle aree protette e il > protocollo con l’Italia finiscono così per comporsi dentro uno stesso disegno, > che riguarda la progressiva messa a disposizione del territorio albanese – per > investimenti, infrastrutture o accordi geopolitici – attraverso processi > decisionali poco trasparenti e sempre più distanti dalla partecipazione > democratica. «Sono tutte queste dinamiche ad aver riempito il vaso del malcontento. E oggi quel vaso è traboccato». La geografia del conflitto non si esaurisce né a Zvërnec né a Rrjoll, località costiera nel nord dell’Albania che negli ultimi anni è diventata un altro dei luoghi simbolo delle tensioni legate alla privatizzazione del litorale e alla sottrazione di spazi alle comunità locali. «C’è anche la questione delle montagne. Una delle quattro richieste principali della mobilitazione riguarda proprio il cosiddetto “pacchetto montagne”, che apre alla privatizzazione delle aree alpine e montane del Paese, oltre al progetto Kushner». Si tratta di una proposta legislativa che punta a ridefinire l’uso di vaste aree montane dell’Albania, aprendo a concessioni e investimenti privati in territori finora rimasti in larga parte fuori dai grandi circuiti speculativi. Per Duma, questi processi si tengono insieme dentro una stessa architettura di potere. «Adesso il premier cerca di delegare ad altri la responsabilità di questo scempio. Ma ci sono sempre gli stessi oligarchi, con interessi nella politica, negli affari, nelle imprese e nei media. È tutto profondamente intrecciato». In questo intreccio, il ruolo dell’informazione diventa centrale. Duma sottolinea come, nelle prime fasi della protesta, la copertura mediatica sia stata limitata e frammentaria. «Uno degli elementi che ha segnato questa protesta è stato proprio il boicottaggio mediatico. All’inizio solo uno o due media hanno raccontato quello che stava succedendo. Poi altri si sono aggiunti, ma spesso speculando sulla mobilitazione». È anche per questo che, secondo Duma, il conflitto aperto a Zvërnec ha finito per catalizzare fratture che attraversano la società albanese in maniera trasversale. «Il disagio è molto profondo. Dentro questa protesta ci sono tanti temi: istruzione, sanità, salute pubblica, diritti, ma soprattutto la dimensione economica della vita sociale». Tra questi, uno dei più significativi è la migrazione. Negli ultimi anni, sono tantissimi i cittadini e le cittadine albanesi ad aver lasciato il Paese. «La migrazione dall’Albania è un tema centrale. Negli ultimi anni centinaia di migliaia di persone se ne sono andate, soprattutto per ragioni economiche e per la mancanza di prospettive. Tuttavia, la diaspora continua a mantenere un legame forte con quello che accade qui. Anche per questo gli uccelli migratori, che sono diventati il simbolo di questa protesta, finiscono per richiamare qualcosa di molto concreto: il movimento di chi parte, la possibilità del ritorno e il rapporto che continua a esistere con il proprio Paese». LA FORMA URBANA DEL POTERE Per Sidorela Vatnikaj, quanto sta accadendo a Zvërnec si inserisce dentro una continuità politica che in Albania è visibile da molto tempo, soprattutto nei conflitti urbani. «Si tratta della stessa logica contro cui protestiamo da anni. Nel sud e nel nord del Paese riguarda l’appropriazione delle montagne, delle spiagge e delle aree protette. A Tirana riguarda soprattutto la privatizzazione di parchi e spazi collettivi». Al centro, spiega, c’è un processo decisionale verticale, in cui il governo procede senza consultazione pubblica, mentre il coinvolgimento di oligarchi e grandi investitori serve a consolidare e legittimare i progetti. È uno schema che, secondo Vatnikaj, Tirana conosce bene. Cita il caso del quartiere 5 Maggio, segnato da demolizioni e sgomberi, e quello di Kombinat, anch’esso attraversato da conflitti legati a trasformazioni urbane e processi di espulsione. «In quei quartieri, come in altri, architetti di fama internazionale sono stati usati per dare legittimità a processi violenti e corrotti di gentrificazione». > Da più di cinque anni, la capitale è stata attraversata da un processo > accelerato di gentrificazione e verticalizzazione che ha modificato il tessuto > urbano e reso l’abitare sempre più precario, mentre i movimenti urbani di > Tirana denunciano questi processi: «Prima si privatizzano beni pubblici, poi > questi spazi diventano strumenti di speculazione e, spesso, di riciclaggio di > denaro da parte di soggetti legati al crimine organizzato». La questione della trasformazione fisica degli spazi, finisce per investire direttamente la qualità democratica del Paese. «Si tratta della distruzione del bene pubblico, ma anche di una violazione dei processi democratici, dei diritti umani e delle leggi che dovrebbero proteggere questi territori. Nel frattempo molte comunità sono state espulse dalle loro case e dai loro quartieri senza alcuna spiegazione o informazione preventiva». Le conseguenze si misurano soprattutto sul piano dell’accesso alla casa. In una città dove il salario minimo si aggira intorno ai 400 euro e gli affitti medi superano ormai i 500 o 550 euro, il costo dell’abitare ha superato la capacità economica di una parte significativa della popolazione. «Oggi la casa è diventata economicamente insostenibile per la maggior parte delle persone. Non è possibile pagare un affitto e allo stesso tempo sostenere il costo della vita». Per Vatnikaj, il paradosso che attraversa Tirana si condensa in questo punto: mentre gli affitti continuano a salire, anche il numero dei grattacieli cresce. «Più gli affitti diventano cari, più aumentano i grattacieli. E la domanda è inevitabile: se le persone non possono permettersi di vivere qui, per chi stanno costruendo?». Una domanda che, secondo i movimenti urbani, si intreccia con la questione sull’origine dei capitali che alimentano il boom edilizio. «Questi appartamenti vengono venduti, ma spesso nessuno sa davvero da dove arrivino i soldi». Su questo fronte, ricorda Vatnikaj, anche la magistratura ha aperto indagini che riguardano ipotesi di riciclaggio di denaro, confermando un sospetto che i movimenti denunciano da tempo, sottolineando come la trasformazione urbana della capitale non risponda ai bisogni sociali, ma a logiche speculative e finanziarie sempre meno chiare. Tuttavia, il nodo è più profondo è riguarda un modello di trasformazione che investe insieme spazio, vita sociale e potere politico. «Si tratta della dissoluzione delle comunità e dello sconvolgimento delle vite delle persone, ma anche dell’affermazione di un’idea distorta di controllo, secondo cui tutto deve essere regolato, governato e convertito in profitto, persino lo spazio pubblico». È da qui che Vatnikaj legge anche l’ampiezza della mobilitazione in corso. Dopo giorni consecutivi di protesta, il movimento nato attorno a Zvërnec appare ormai come il punto di convergenza di conflitti diversi. Quello che si sta mettendo in discussione è un’intera architettura di potere costruita negli ultimi trentasei anni, fondata sull’alternanza e la collaborazione tra i due principali partiti, sostenuta da oligarchie economiche, grandi gruppi mediatici e istituzioni internazionali. «Per anni queste forze hanno governato insieme, con il sostegno degli oligarchi che hanno tratto profitto dalla privatizzazione dei beni pubblici, dei media che fanno parte di questo stesso sistema, e delle istituzioni internazionali che continuano a sostenere l’autocrazia di Edi Rama». Per questo, conclude, ciò che sta prendendo forma nelle piazze albanesi è un’affermazione politica. «Quello che stiamo costruendo oggi è anche una speranza. È un modo per dire che vogliamo un’altra Albania, un’altra idea di sviluppo. Per noi la crescita di un Paese non può coincidere con la privatizzazione dei beni pubblici, nè con la distruzione di quartieri o case per costruire resort di lusso. Significa costruire un’Albania democratica e più giusta, dove non siano autocrati e oligarchi a decidere delle nostre vite». Le immagini sono di Trivet Art e Flamingo Revolution Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo «Zvërnec, il punto di non ritorno». La nuova stagione del conflitto in Albania proviene da DINAMOpress.
June 24, 2026
DINAMOpress
[2026-06-11] Prosfygica. Un quartiere da difendere. Autogestione e internazionalismo contro la gentrificazione ad Atene @ CSOA Forte Prenestino
PROSFYGICA. UN QUARTIERE DA DIFENDERE. AUTOGESTIONE E INTERNAZIONALISMO CONTRO LA GENTRIFICAZIONE AD ATENE CSOA Forte Prenestino - via Federico delpino, Roma, Italy (giovedì, 11 giugno 18:00) Giovedì 11 giugno 2026 CSOA FORTE PRENESTINO Laboratorio di Lotte alla Gentrificazione presenta: PROSFYGICA Un quartiere da difendere Autogestione e internazionalismo contro la gentrificazione ad Atene Ore 18.00 Serigrafia live. Stampa e sostieni! Ore 20.45 Introduzione e a seguire proiezione di: - "The Refuge" di Natasha Blatsiou e Nikos Pilos (doc. lingua greca sub Eng, 15’) - documentario su Prosfygika di Arsinoi Pilos (doc. lingua greca sub Eng, 10’) A seguire tavola rotonda con: • le compagne della campagna di solidarietà internazionalista per Prosfygika su Roma e in Europa • Anna Giulia (antropologa che si occupa di gentrificazione in Grecia) . . . /// Prosfygika non si sgombera Lo Stato greco e la Regione dell’ Attica hanno approvato un piano di riqualificazione del quartiere di Atene da 15 milioni di euro finanziato con fondi europei. Dalle macerie della crisi economica e della conseguente crisi abitativa nasce nel 2010 a Prosfygika, dove sopravvivono le otto palazzine che compongono la comunità politica e lo spazio occupato autogestito, l’Assemblea di Prosfygika Occupata (Sy.Ka.Pro). L’Assemblea ha dato vita a una comunità politica coesa, con diverse strutture, gruppi di lavoro e iniziative. Oggi, i residenti di Prosfygika parlano lingue diverse e provengono da contesti geografici lontani tra loro, ma si ritrovano a lottare per la sopravvivenza di una comunità, il cui valore va ben oltre gli spazi che abita. Come in molte altre città europee e non solo, la minaccia di riqualificazione è quella che sta colpendo Prosfygika oggi. Dall’inizio del 2026, Prosfygika Occupato è in mobilitazione permanente e una grande solidarietà internazionale si è attivata per sostenere la sua esistenza. Possono i nostri immaginari ed esperimenti sociali vincere davvero? ///
June 9, 2026
Gancio de Roma