Tag - Board of Peace

Il deserto dei diritti umani: dagli accordi di Abramo al Board of Peace di Trump
1. Non sappiamo quanto tempo potrà durare la guerra scatenata da Israele e Stati Uniti contro l’Iran, di certo non sarà una guerra lampo come sperava Trump. Con la fine degli attacchi aerei, quando si passerà ai combattimenti sul terreno, non solo in territorio siriano, ma in Libano ed in altri paesi confinanti, al di là della possibile strumentalizzazione delle faide interne, e dell’ennesimo tranello teso dagli Stati Uniti ai kurdi, gli scontri in territorio iraniano avranno una durata indeterminata e potrebbero estendersi ai paesi confinanti. La “liberazione ” dello Stretto di Hormuz rimane ancora lontana. Il conflitto contro l’Iran, una guerra di aggressione che sta coinvolgendo già dieci paesi, non potrà concludersi senza l’intervento diretto in campo delle forze armate israeliane e statunitensi, con il supporto logistico dei paesi del Golfo, sempre più legati alla necropolitica di Netanyahu e dei suoi sodali. I rapporti di forza nell’area del Mediterraneo allargato e in Medio Oriente sono in continuo mutamento, come il sistema di alleanze che dagli Accordi di Abramo fino al Board of Peace di Trump ha visto i sunniti allearsi con Netanyahu e Trump contro gli sciiti, in Palestina, nello Yemen, ed adesso in Iran. Ma dopo la probabile sconfitta sul terreno dell’Iran, in un tempo che oggi nessuno può prevedere, rimane forte il rischio di una serie di attacchi terroristici verso i paesi che si sono allineati dietro i progetti espansionistici di Israele, se non sul piano militare, con il supporto politico ed economico. Altre due conseguenze appaiono altamente probabili, indipendentemente da come si concluda il regolamento di conti di Netanyahu con il regime iraniano. I traffici commerciali con tutti i paesi coinvolti nel conflitto saranno rallentati, al di là della fine del blocco dello stretto di Hormuz, e diventeranno molto più onerosi, per economie occidentali già prossime alla crisi per effetto della guerra in Ucraina e della politica dei dazi di Trump. Mentre potrebbero aprirsi nuove vie di fuga per i migranti forzati, cacciati dai conflitti, che tenteranno di raggiungere l’Europa sulla rotta balcanica, ma anche attraverso la Libia e la Tunisia. Questa maggiore pressione migratoria, in un momento in cui l’Unione europea tende ad esternalizzare le proprie frontiere, cancellando di fatto il diritto di asilo, si tradurrà in accordi con paesi di transito extra UE, e in operazioni sistematiche di respingimento collettivo, con forme diverse di detenzione arbitraria nei paesi terzi “sicuri”, o con deportazioni attraverso i cosiddetti “hub di rimpatrio” ubicati in questi paesi. Si verificherà così il completamento della militarizzazione delle frontiere europee, con il ricorso ad un imponente complesso militare ed informatico, per intercettare in mare o alle frontiere terrestri dei Balcani, oltre agli iracheni, gli afghani, i siriani, costretti alla fuga da anni, i nuovi migranti forzati provenienti dall’Iran e dal Libano. Sul piano interno il rischio terrorismo, che potrà essere facilmente strumentalizzato anche attraverso falsi allarmi, porterà all’abbattimento delle garanzie dello Stato democratico, con la legislazione dell’emergenza, pacchetti sicurezza dopo pacchetti sicurezza, e con la criminalizzazione del dissenso. Il recente Decreto legge 23/2026 in materia di sicurezza, appena entrato in vigore, costituisce un punto di svolta di non facile applicazione, ma che non si potrà superare nel breve periodo, ed apre ad una serie di duri scontri in Parlamento, nei territori e nelle sedi giudiziarie. Preoccupa anche il recente provvedimento in corso di approvazione (Disegno di legge “Romeo”) che permette di equiparare la critica ad Israele all’antisemitismo. Con lo stato di guerra permanente tutte le libertà democratiche sono a rischio. 2. Dobbiamo essere consapevoli di una nuova fase storica. Alla fine dell’equilibrio internazionale, sia pure imperfetto, basato sul multilateralismo e sulle Nazioni Unite, corrisponderà in tutti i paesi caratterizzati da governi di destra, dall’Ungheria di Orban all’Italia di Giorgia Meloni, il superamento del bilanciamento dei poteri dello Stato sancito dalle Costituzioni democratiche. Un processo già in corso da anni, che lo stato di guerra permanente su scala globale potrà accelerare con sviluppi imprevedibili. All’abbattimento della giustizia internazionale legata ad organismi delle Nazioni Unite (Corte internazionale di Giustizia, Corte Penale internazionale) corrisponderà la riduzione dell’autonomia della giurisdizione nazionale, quando i controlli di legittimità operati dai giudici sulla base di principi costituzionali potrebbero interferire con atti di rilievo politico, come si sta verificando in modo eclatante negli Stati Uniti di Donald Trump, ed in modo diverso in Gran Bretagna. La caduta delle economie occidentali, conseguenza del nuovo conflitto mondiale, che ormai va dal Libano ai paesi del Golfo, passando per l’annessione israeliana di Gaza e della Cisgiordania, corrisponderà ad un impoverimento della popolazione, con un aumento ovunque dei divari sociali, della conflittualità interna, con l’abbattimento delle garanzie del welfare (lavoro, sanità, abitazione, istruzione). Chi governerà in Europa e rimarrà legato agli interessi della grande finanza internazionale, delle compagnie tecnologiche e dei fabbricanti di armi, non potrà fornire soluzioni democratiche su queste materie, e ricorrerà, come si sta già verificando in Italia, a misure repressive, con l’inasprimento delle pene e la moltiplicazione dei reati. L’Unione europea appare sempre più divisa, e la posizione illuminata del premier spagnolo Sanchez sembra destinata a restare isolata, mentre l’internazionale nera alimenta ovunque flussi elettorali che potrebbero portare al governo partiti di estrema destra. Di fronte alle minacce di embargo di Trump, si vedrà chi in Europa sta dalla parte giusta della storia. In Italia, per la progressiva transizione verso lo Stato di polizia e la “democrazia autoritaria”, si interverrà sulle regole del voto e sull’ordinamento della magistratura, che adesso, dopo la modifica della Costituzione, sarà modificabile anche con leggi ordinarie, dunque con il voto della sola maggioranza, come è previsto dalla riforma della giustizia sulla quale saremo chiamati a votare con un referendum i prossimi 22 e 23 marzo. Mentre si profila all’orizzonte una ennesima riforma del sistema elettorale che appare strettamente legata alla modifica degli organi di governo della magistratura, ed alla prospettiva della Repubblica presidenziale. Si verificherà così, in contemporanea, uno svuotamento degli articoli 10 e 11 della Costituzione che sanciscono il ripudio della guerra e vietano la partecipazione ad organismi internazionali (come il Board of Peace) con limitazioni di sovranità non “in condizioni di parità“, e un corrispondente stravolgimento degli articoli della Costituzione sottoposti al referendum sulla Giustizia, in particolare gli articoli 102 Cost., che vieta giurisdizioni speciali come la nuova Corte di disciplina, 104 Cost., secondo cui la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere, con un organo di autogoverno come il CSM, 107 Cost. che afferma il principio della inamovibilità dei magistrati, e 110 Cost. che delimita i poteri del ministro della giustizia relativamente all’organizzazione e al funzionamento dei servizi giudiziari. 3. Come cittadini assistiamo impotenti al deflagrare dei conflitti nel mondo ed al moltiplicarsi di vittime innocenti, potendo sostenere soltanto azioni a carattere umanitario, laddove anche queste non vengano impedite con la forza, come si sta facendo nella Striscia di Gaza. Possiamo però renderci artefici direttamente di una controinformazione che riesca a smascherare gli imbrogli su cui si basa la propaganda di governo, e sviluppare tutte le possibili forme di aggregazione solidale, in un momento in cui la crisi travolgerà le componenti più deboli della popolazione. Dovremo anche impegnarci, nei limiti delle forze che ci ritroviamo accanto nel corpo sociale, per una partecipazione alla scadenza referendaria che blocchi il processo di degenerazione dello Stato democratico, un processo in corso con gli attacchi ricorrenti allo Stato di diritto (Rule of law) e con lo svuotamento del ruolo delle assemblee elettive, attacchi che potranno proseguire nella ulteriore fase della riforma della giustizia, che si dovrà completare attraverso leggi ordinarie votate a maggioranza, che potranno abbattere il principio di separazione dei poteri e dunque il fondamento della Costituzione democratica. Fulvio Vassallo Paleologo
March 5, 2026
Pressenza
La Palestina al centro della partecipazione di Global Movement to Gaza Italia al movimento No Kings
Costruire dei percorsi di collaborazione ampi e resistere saldamente e insieme al posizionamento coloniale dei padroni del mondo che gettano la maschera, dal Board of “Peace”, all’annessione della Cisgiordania, al perdurare della strategia di guerra a trazione USA-Israele Nel contesto internazionale segnato dal protrarsi del genocidio del popolo palestinese e dall’intensificarsi delle politiche di repressione e criminalizzazione della solidarietà in Italia, in Europa e nel mondo, riteniamo necessario compiere un passo ulteriore nella costruzione di alleanze ampie e consapevoli. Le prese di posizione del cosiddetto Board of Peace, corroborate dalle dichiarazioni di Marco Rubio che evocano un ritorno esplicito del paradigma coloniale, a spinta statunitense e israeliana e dalla presenza da osservatore del Ministro Tajani, confermano la necessità di una lettura chiara della fase storica e della totale complicità del governo italiano. La presenza della rappresentanza italiana al Board avviene con disinvoltura nonostante la ferma condanna delle 85 nazioni ai tavoli dell’ONU, che si oppongono con fermezza alle recenti derive del progetto coloniale d’insediamento sionista. Questo arriva alla tappa di annessione della Cisgiordania, strategia “criticata” dal Ministro degli Esteri, come “tentazioni che non aiutano i costruttori di pace e che rischiano di pregiudicare la soluzione a due Stati”. In questa traiettoria, servono a poco le dichiarazioni di Palazzo Chigi e della Farnesina, come quelle di questa mattina, in cui l’Italia si esprime in merito alla costruzione dei percorsi di “pace”, rinnova la propria vicinanza alla popolazione civile iraniana, ma senza una posizione netta che metta in discussione i rapporti di interesse con USA e Israele. Nelle parole di Maria Elena Delia, portavoce di GMTG Italia e parte dello Steering Committee della Global Sumud Flotilla: “La Palestina è sempre il cuore politico e morale della nostra analisi e della nostra pratica. È la chiave attraverso cui leggiamo l’attuale configurazione del potere globale e delle sue articolazioni diffuse nelle nostre geografie locali. E’ il punto in cui si rende evidente l’intreccio tra dominio politico, sfruttamento economico e supremazia culturale che struttura l’ordine internazionale. Intendiamo consolidare la rete ampia di collaborazioni e proseguire insieme una critica sempre più serrata in merito alle scelte ancora pienamente supportate dal governo italiano: il Board of Peace è un insulto al concetto di pace, le parole di Rubio l’ennesimo tentativo di normalizzare la linea colonialista globale a trazione israelo-statunitense, a spese della popolazione palestinese, di quella iraniana e dei sud del mondo”. È in questo quadro che si inserisce la partecipazione di GMTG Italia all’iniziativa internazionale e al percorso di mobilitazioni italiane della rete No Kings, confermando la nostra presenza, e quella della rappresentanza internazionale GSF, all’assemblea convocata per il 1° marzo e sostenendo il presidio presso l’ambasciata USA a Roma nel pomeriggio: ne riconosciamo il valore come spazio di dialogo tra soggettività differenti, in continuità con il percorso Together di UK-USA. Intendiamo aprire a un reciproco supporto, sostenendo l’agenda della rete, nel percorso di opposizione alla guerra e al genocidio, alla repressione e alle derive autoritarie in corso, e di costruzione delle traiettorie sul mutualismo, ma mantenendo la Palestina come cuore politico e morale centrale, nonché terreno comune di convergenza, verso la giornata di mobilitazione internazionale del 28 marzo. In vista della prossima missione in partenza con la Global Sumud Flotilla, ci dedichiamo infatti al consolidamento dei rapporti di vicinanza reciproca con i movimenti e le associazioni solidali alla causa palestinese, alla costruzione di iniziative in stretta collaborazione, prevedendo dei momenti di attivazione civile quali pre-lanci della missione, che avranno luogo su tutto il territorio nazionale, porti e aree interne, nelle settimane precedenti la partenza della nuova flotilla. I prossimi passaggi pubblici e il sostegno alla campagna di fundraising in corso, vogliono trasformare la solidarietà in risorse concrete: organizzare la missione nel miglior modo possibile, documentare le violazioni del diritto internazionale, portare aiuti umanitari ed equipe di professionisti, continuare a costruire alternative dal basso, fondate sul mutualismo e sulla giustizia: oggi più che mai unire forze, risorse e competenze rafforza la rete e la capacità collettiva di incidere. Di fronte al genocidio e alla complicità dei governi, la nostra risposta è chiara: isolare l’apartheid, denunciare le complicità interne e le conseguente strategia repressiva, costruire una rete globale che renda l’oppressione insostenibile. La Palestina è il cuore di questa battaglia: la posta in gioco è il futuro di tutti i popoli. Non chiederemo il permesso per resistere! Global Movement to Gaza
February 28, 2026
Pressenza
Ripartirà il 12 aprile la Global Sumud Flotilla
“Per Gaza il rischio più grave è la nostra assuefazione: abituarsi alla distruzione sistematica, alla fame diffusa, all’idea che milioni di persone possano vivere indefinitamente senza diritti e senza futuro”. Maria Elena Delia racconta la nuova missione della Flotilla Nell’ultima missione della Global Sumud Flotilla, conclusa tra fortissime tensioni diplomatiche e ostacoli operativi, diverse imbarcazioni sono state bloccate o costrette a deviare la rotta prima di raggiungere le coste di Gaza. I volontari hanno denunciato ritardi nelle autorizzazioni, controlli straordinari nei porti di partenza e restrizioni crescenti nei corridoi umanitari. Nonostante la natura dichiaratamente civile e sanitaria dell’iniziativa, l’accesso è rimasto incerto fino all’ultimo, confermando quanto il controllo dei punti di ingresso rappresenti oggi uno snodo politico centrale. È in questo clima che Maria Elena Delia, portavoce della Global Sumud Flotilla, annuncia una nuova e ancora più ampia missione, con partenza prevista per il 12 aprile 2026. Un’iniziativa che si propone non solo di portare aiuti umanitari, ma di sfidare apertamente quella che definisce la “normalizzazione dell’isolamento” di Gaza. Perché avete deciso di ripartire proprio il 12 aprile 2026? Abbiamo deciso di ripartire il 12 aprile 2026 perché a Gaza non è in corso una generica “crisi complessa”, come troppo spesso viene raccontato, ma una catastrofe umanitaria e politica di proporzioni storiche che il mondo sta progressivamente normalizzando. Come portavoce della Global Sumud Flotilla sento il dovere di dirlo senza attenuanti: ciò che sta accadendo non può essere ridotto a un’emergenza temporanea, né nascosto dietro un linguaggio neutro che finisce per rendere accettabile l’inaccettabile. Qual è oggi la situazione nella Striscia di Gaza? Oggi a Gaza milioni di persone vivono in condizioni che non hanno equivalenti recenti per durata e intensità. Interi quartieri sono stati cancellati, infrastrutture civili essenziali distrutte, sistemi sanitari collassati. Ospedali operano senza forniture adeguate, l’accesso all’acqua potabile è drasticamente limitato, la malnutrizione – soprattutto tra i bambini – cresce in modo allarmante. Non si tratta di una difficoltà transitoria: è una condizione strutturale che sta compromettendo la sopravvivenza stessa della popolazione. Alla distruzione materiale si accompagna una frattura sociale profonda: scuole chiuse, famiglie disperse, comunità costrette a vivere in un’insicurezza permanente. Come giudicate la narrazione internazionale che parla di “fase post-conflitto” e ricostruzione? Assistiamo a una narrazione mediatica sempre più distante dalla realtà sul terreno. Si parla di “fase post-conflitto” e di ricostruzione mentre gran parte del territorio resta inabitabile. Si insiste sull’idea che la guerra sia alle spalle e che si stia entrando in una fase di stabilizzazione, quando milioni di civili continuano a non avere accesso a cure, sicurezza o libertà di movimento. Questa rappresentazione, apparentemente neutrale, oscura la dimensione politica del problema: l’isolamento sistematico di un’intera popolazione e la progressiva istituzionalizzazione di questo isolamento. Se davvero fossimo in una fase di pace, non dovrebbe esserci alcun ostacolo all’ingresso di una missione civile e umanitaria come la nostra. In cosa consiste concretamente la nuova missione della Flotilla? La missione che stiamo organizzando è la più ampia mai realizzata in questo contesto: oltre cento imbarcazioni, più di tremila partecipanti provenienti da oltre cento Paesi, almeno mille operatori sanitari insieme a ingegneri, educatori, osservatori dei diritti umani e giornalisti. Porteremo beni essenziali – alimenti, medicinali, attrezzature mediche, sistemi per la potabilizzazione dell’acqua, materiali scolastici – ma molti professionisti non intendono limitarsi alla consegna degli aiuti. Sono pronti a restare sul posto per contribuire concretamente alla ricostruzione sanitaria, sociale e infrastrutturale. La partenza principale avverrà da Barcellona, con la convergenza di imbarcazioni provenienti da diversi porti del Mediterraneo, inclusi scali italiani e tunisini. Parallelamente stiamo organizzando un convoglio terrestre attraverso il Nord Africa per raggiungere il valico di Rafah. È una strategia multilivello: moltiplicare le rotte significa contestare concretamente la logica del controllo degli accessi. Qual è il significato politico della vostra iniziativa? Non intendiamo limitarci a un’azione umanitaria emergenziale. L’assistenza è necessaria per salvare vite nell’immediato, ma senza una pressione civile e politica internazionale esiste il rischio concreto che l’emergenza diventi la nuova normalità. In questo contesto si inserisce anche la proposta del cosiddetto Board of Peace, che dal nostro punto di vista non rappresenta una soluzione neutrale, ma il tentativo di formalizzare una nuova architettura di potere sul territorio: una governance esterna che rischia di trasformare Gaza in una sorta di protettorato contemporaneo, dove le decisioni fondamentali su sicurezza, ricostruzione e gestione delle risorse verrebbero prese al di fuori della volontà della popolazione. La nostra presenza ha un significato politico preciso: affermare che l’accesso agli aiuti non può essere usato come strumento di pressione e che il diritto umanitario non può essere subordinato a logiche militari o geopolitiche. Siamo consapevoli dei rischi. Ma oggi il rischio più grande non è quello che corriamo noi. Il rischio più grave è l’assuefazione: abituarsi alla distruzione sistematica, alla fame diffusa, all’idea che milioni di persone possano vivere indefinitamente senza diritti politici reali e senza prospettive di futuro. Ripartiamo perché riteniamo che il silenzio e la normalizzazione siano ormai parte del problema. La nostra missione vuole interrompere questa dinamica: riportare l’attenzione sulla realtà, riaffermare la centralità dei diritti umani e impedire che la crisi di Gaza venga trasformata in una condizione permanente accettata dal mondo.    Laura Tussi
February 28, 2026
Pressenza
Lettera aperta al governo Meloni: “Non siate complici del Board of Peace!”
Come Maiindifferenti – Voci ebraiche per la pace e LƏA – Laboratorio ebraico antirazzista rivolgiamo un fermo invito alla Presidente del Consiglio e ai Ministri di questo Paese: NON SIATE COMPLICI del Board of Peace! L’Italia partecipa a un consesso in cui Trump si pone come Presidente a vita, indipendentemente dal suo ruolo alla Casa Bianca. Nei 13 articoli del regolamento la parola Gaza non risulta nemmeno una volta, non ci sono rappresentanze dirette dei palestinesi nel Board e di pace non si parla, ma solo di affari. Con pochi Paesi europei (Cipro, Grecia, Romania, Slovacchia, Austria, Ungheria), monarchie assolute (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Qatar), regimi militari (Azerbaijan, Uzbekistan, Cambogia), dittature come la Bielorussia e Israele, questo gruppo si incontra per fare business in Medio Oriente sulle rovine di quel poco che resta a Gaza e in Cisgiordania. E mentre Kushner con altri tra cui Aryeh Lightstone, consigliere di Trump e ideatore della Ghf (Gaza Humanitarian Foundation), coordina lo sviluppo delle “comunità sicure”, veri e propri centri di contenimento militarizzati dove Washington e Tel Aviv vogliono confinare la popolazione palestinese[1], l’Italia rappresentata dal Ministro Tajani va a “osservare” per non rimanere esclusa. Lo sanno le cittadine e i cittadini italiani che la ricostruzione di Gaza avverrà con la rimozione delle macerie contenenti cadaveri e materiali bellici inquinati e inquinanti, che serviranno da “materiale da costruzione”? Lo sanno le cittadine e i cittadini italiani che gli investitori immobiliari lavorano alla ricostruzione senza porsi alcun problema etico e morale? Nei giorni scorsi avevamo lanciato un appello perché non venisse raggiunto un tale livello di degrado morale buttando a mare cocci e cadaveri, bombe inesplose, insieme allo spirito dell’umanità. Lei, Presidente Meloni, che si dichiara madre e cristiana, è consapevole dell’orrore che sottende il regolamento del Board? Davvero preferisce, con i suoi ministri, aderire alle azioni disumane presenti e future che si stanno promuovendo in Medio Oriente? RingraziandoLa per l’attenzione, La invitiamo a leggere il nostro appello. . Per maggiori informazioni sulle adesioni: Mai Indifferenti – Voci ebraiche per la pace Maiindifferenti6@gmail.com www.maiindifferenti.it Pagina Facebook  LƏA – Laboratorio ebraico antirazzista laboratorioebraicoantirazzista@gmail.com Pagina Facebook [1] Da il Manifesto, articolo di Eliana Riva del 19 febbraio. Redazione Italia
February 26, 2026
Pressenza
Board of Peace: Micaela Frulli, prof.ssa di diritto internazionale
Insieme a una compagna del Team Legale della Sumud Flotilla e a Micaela Frulli, professoressa dell'università di Firenze di Diritto Internazionale, parliamo del Board Of Peace. Il 17 novembre il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite approva la Risoluzione Onu 2803, nonché il piano di pace proposto da Trump sulla vita delle persone palestinesi. Gli unici due voti astenuti sono di Cina e Russia, i quali avrebbero potuto mettere il veto ma hanno preferito astenersi. Di cosa si parla in questa risoluzione? Non si parla di oltre 2 anni di genocidio, non sono messi al centro i/le palestinesi, la ricostruzione non la paga Israele bensì la banca mondiale e gli altri Stati. Di cosa tratta la risoluzione e il board of peace ne parliamo con l'aiuto della compagna e della professoressa, che ci aiutano a fare chiarezza sul contenuto ma anche di contestualizzare il processo entro cui si afferma questo nuovo organo sovranazionale. Il board of peace affianca l'Onu oppure lo scavalca?  Si tratta di uno dei due approfondimenti che verrà fatto dai microfoni di Radio Onda Rossa, il secondo avrà una sguardo più geografico e spaziale sulla ricostruzione di Gaza.  
February 26, 2026
Radio Onda Rossa
Aerei militari nei cieli di Giordania: armamenti Usa in medio oriente
La cooperante Meri Calvelli, da Amman, racconta che, come di consueto, gli Stati Uniti stanno aumentando soldati e armamenti in Giordania per l'attacco minacciato all'Iran: fino a ieri il giorno dell'attacco veniva indicato in domani sabato 21, ora si parla di un'attesa di dieci giorni. Con Meri commentiamo la costituzione del Board of Peace di Trump, aggiorniamo la situazione nella Striscia dove gli attacchi israeliani sono ancora quotidiani e dove il valico di Rafah si apre solo per quello che vuole Israele, facciamo il punto su Cisgiordania e Gerusalemme est
February 20, 2026
Radio Onda Rossa
Il Diritto negato, le piazze, la Carta
Nell’Italia repubblicana fondata sul lavoro si muore nei con-tratti negati e affidati a caporali di giornata, pre-datori di lavoro che arruolano fattorini-migranti senza tempo con servizi sottopagati e gettati nelle strade ciclabili e nel caos di una città stra-fottuta, amata e affondata nei consumi. Nell’Italia repubblicana si ripudiano le guerre e la propaganda fallace di una banda larga appende le croci uncinate nelle remigrazioni da tra-montare nei centri albanesi e nei processi mediatici che infangano la magistratura e la tengono appesa al potere esecutivo super-protetto dalle piatte-forme digitali e satellitari. Nell’Italia repubblicana si protegge il suolo e gli Stati nazionalisti giurano blocchi navali sul van-gelo di un Consiglio di pace che rompe gli argini della sicurezza ambientale e ri-edifica palazzi, piscine e giardini pensili in una Striscia di terra spianata e colonizzata senza la ri-nascita del popolo palestinese. Nella Carta repubblicana tutti hanno il diritto di manifestare ed essere protetti e non aggrediti da chi esegue ordini accecati dall’ira e calpesta la democrazia e lo stato di diritto, solido nel man-tenere in vita l’energia pulita dei valori, dove non c’è spazio per i comandi illeciti e per le azioni di pancia… allo sbaraglio. Pino Dicevi
February 19, 2026
Pressenza
Board of Peace contro la Striscia di Gaza: l’Italia non è “osservatore” ma “complice”
Oggi, 19 febbraio si tiene a Washington la prima riunione dell’iniziativa coloniale promossa dagli Usa, il primo fornitore delle armi scagliate contro i palestinesi. Il Governo Meloni annuncia la partecipazione “nello spirito dell’articolo 11 della Costituzione” e tace ancora sulle forniture di materiale d’armamento a Tel Aviv e sul provvedimento che avrebbe potuto sospendere o revocare l’export di Leonardo autorizzato prima del 7 ottobre 2023. Intervenendo alla Camera dei deputati martedì 17 febbraio, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha fatto sapere che l’Italia parteciperà in qualità di “osservatore” alla prima riunione del “Board of Peace” istituito dall’amministrazione Trump per la “stabilizzazione” (così ha detto il ministro) della Striscia di Gaza, in programma giovedì 19 febbraio a Washington. Non c’è alcuna forzatura istituzionale, ha assicurato il vicepresidente del Consiglio, e il posto verrà occupato in “stretta osservanza dei principi della nostra Costituzione”. Del resto “l’assenza del nostro Paese a un tavolo in cui si discute di pace, sicurezza e stabilità nel Mediterraneo sarebbe non solo politicamente incomprensibile -ha detto in aula Tajani- ma anche contrario alla lettera e allo spirito dello stesso articolo 11 della nostra Costituzione, laddove sancisce il ripudio della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie”. Che coraggio ad associare l’iniziativa coloniale degli Usa -il primo fornitore di armi a Tel Aviv- al “ripudio della guerra” scolpito dalla nostra tradita Costituzione. A fare il gioco del governo italiano c’è anche la sciagurata risoluzione 2803 del 17 novembre 2025, con la quale il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha dato agibilità politica e istituzionale al violento e padronale approccio della Casa Bianca. Ma c’è qualcosa di più oltraggioso nell’intervento del ministro, nel posizionamento del governo e -duole dirlo- nel fragoroso silenzio delle opposizioni parlamentari in aula il 17 febbraio. Nessuno chiede più conto al Governo Meloni dell’esportazione di materiale d’armamento a Tel Aviv in pieno genocidio e del ruolo di Leonardo Spa in forza di contratti stipulati prima del 7 ottobre 2023 e mai revocati o sospesi dalla Farnesina. Eppure a fine settembre 2025, travolto dall’indignazione pubblica, dalle mobilitazioni a sostegno della Flotilla, dal rapporto della Relatrice Onu Francesca Albanese (e, nel nostro piccolo, anche dalle inchieste di Altreconomia), l’amministratore delegato del colosso militare Roberto Cingolani aveva dichiarato testualmente al Corriere della Sera che sì, “questi contratti dobbiamo onorarli per legge, anche in questa situazione tremenda”, ma che “per fortuna adesso il ministero degli Esteri e l’Autorità Uama stanno guardando se sia possibile trovare un provvedimento che ci consenta di sospendere le vecchie licenze sulla falsariga della legge 185”. L’adesso era il 30 settembre 2025. Che fine ha fatto mesi dopo quel provvedimento di sospensione (o revoca) delle licenze autorizzate in precedenza? La vicenda -ritenuta démodé da chi non vedeva l’ora di addormentarsi sentendo la favoletta del “cessate il fuoco” a Gaza- è invece determinante, anche in relazione all’accertamento delle responsabilità statali e personali (pubbliche e private) nel concorso in genocidio. A fine 2025 abbiamo così inoltrato all’Autorità nazionale Uama in seno alla Farnesina guidata da Tajani un’istanza di accesso civico generalizzato per ottenere copia del decreto “paventato” dal capo di Leonardo. L’esito è prevedibilissimo ma non per questo meno grave e scandaloso: “l’Italia in prima linea sin dal primo momento per salvare vite, alleviare le sofferenze dei civili e far tacere le armi” -per richiamare le parole di Tajani in Parlamento- si rifiuta di rispondere per non mettere “a rischio il clima di confidenzialità ed i delicati equilibri attraverso i quali deve svolgersi il dialogo tra gli Stati”. Non si può neanche sapere se un provvedimento di revoca o sospensione esista o meno, a quasi due anni e mezzo dal 7 ottobre 2023. “L’ostensione delle informazioni contenute nella documentazione agli atti della Uama viene ritenuta idonea a poter arrecare un pregiudizio concreto alle relazioni internazionali, in quanto consentirebbe l’immissione nella conoscenza di processi di analisi e decisioni che toccano livelli di riservatezza nella gestione delle relazioni internazionali come sopra qualificate”. Il cavalierino del governo italiano a Washington andrebbe corretto. Non “osservatori”, “complici”. altreconomia
February 19, 2026
Pressenza
No all’Italia Paese osservatore del Board of Peace
Esprimiamo la nostra forte contrarietà nell’apprendere che l’Italia parteciperà come Paese osservatore al Board of Peace. Il Board è un’organizzazione il cui presidente a vita, quindi oltre qualsiasi mandato istituzionale, è Trump.  L’accesso avviene solo su suo invito, previo pagamento di un miliardo di dollari. L’ambigua e indefinita figura di osservatore è un palese tentativo di aggirare l’art. 11 della Costituzione che prevede la “condizione di parità con gli altri Stati”. Nessun Paese UE, tranne l’Ungheria, ha accettato l’invito. Tutte le forze di opposizione hanno contrastato la decisione del governo italiano. La Santa Sede non parteciperà al Board. Si tratta di una gigantesca operazione immobiliare di natura neocoloniale che prescinde dal diritto del popolo palestinese ad avere una patria. La risoluzione del Consiglio di Sicurezza che legittima il Board nega in sostanza la stessa carta dell’ONU. Il Board di fatto surroga e tendenzialmente sostituisce le Nazioni Unite. Il governo deve recedere da una decisione sbagliata che contribuisce a legittimare un nuovo ordine mondiale fondato non sulla forza del diritto, ma sul diritto della forza. Segreteria nazionale ANPI ANPI Nazionale
February 18, 2026
Pressenza
L’inganno della Fase Due: la Palestina nel mirino del Nuovo Ordine Coloniale
Quello che i media mainstream celebrano come il trionfo della diplomazia e il ritorno alla razionalità geopolitica è, in realtà, l’atto finale di un’operazione di ricolonizzazione chirurgica. La cosiddetta “Fase Due” dell’accordo sulla Palestina non è l’inizio di un cammino verso la liberazione, ma la formalizzazione di un protettorato gestito dal capitale internazionale, sotto la guida degli Stati Uniti e sulle ceneri di un martirio collettivo. Sotto la patina della stabilità e della ricostruzione, si nasconde un disegno inquietante che punta a sottrarre definitivamente al popolo palestinese il diritto inalienabile di decidere del proprio destino, consegnando le chiavi di Gaza a un direttorio di banchieri, generali e potenze imperialiste. Il fulcro di questa operazione è il “Board of Peace”. L’idea stessa che un organismo di tale portata sia presieduto direttamente da Donald Trump chiarisce, senza margine di errore, la natura dell’operazione. La tragedia palestinese viene declassata a una transazione commerciale, un “deal” dove la giustizia è l’unica variabile esclusa dal bilancio. Questo consiglio non è un arbitro imparziale, ma un club esclusivo di interessi geopolitici che riunisce i protagonisti della normalizzazione con Israele e i finanziatori storici dell’occupazione. Vedere i nomi di amministratori delegati di fondi d’investimento globali e dirigenti della Banca Mondiale sedere accanto a monarchi del Golfo svela l’inganno primordiale: Gaza non viene liberata, viene “messa a bando”. L’obiettivo dichiarato è la ricostruzione, ma la realtà è la trasformazione di una terra martoriata in un’immensa zona economica speciale, un laboratorio di neoliberismo estremo dove il profitto delle multinazionali del cemento e delle tecnologie di sorveglianza peserà più della vita umana. Mentre il Board decide le strategie dall’alto dei salotti di Washington, il controllo quotidiano della striscia viene delegato a un comitato di tecnocrati palestinesi che agiscono, di fatto, come una curatela fallimentare. Parlare di “esperti indipendenti” è l’eufemismo borghese per indicare una leadership svuotata di ogni potere politico reale, incaricata solo di amministrare la miseria, garantire i servizi minimi e assicurarsi che la rabbia degli oppressi non disturbi i flussi di capitale. Questi funzionari rispondono ai diktat del Board e non al mandato popolare. Rappresentano il braccio amministrativo di un’occupazione che ha cambiato volto, ma non sostanza. È la sostituzione della sovranità politica con la gestione manageriale, in una logica che mira a silenziare la lotta per l’autodeterminazione attraverso il ricatto del pane e degli aiuti umanitari. A sorvegliare questa “pace dei cimiteri” interviene la Forza Internazionale di Stabilizzazione. Sostituire l’uniforme dell’esercito israeliano con quella di una coalizione multinazionale non cambia la realtà di un territorio che resta un’enclave sotto assedio. Gaza rimane una prigione a cielo aperto, dove il movimento è sorvegliato da sensori stranieri e ogni velleità di resistenza viene etichettata come una minaccia alla sicurezza globale. Si esige la smilitarizzazione unilaterale della resistenza palestinese, mentre lo Stato occupante mantiene intatto il suo arsenale nucleare e convenzionale, godendo di un’impunità totale garantita proprio dai membri di quel Board che oggi si erge a giudice e garante. E’ evidente che non si possa parlare di pace quando si disarma la vittima, lasciando al carnefice il possesso delle sue armi. Siamo di fronte a un esperimento di “bantustanizzazione” in versione digitale e finanziaria. Mentre le diplomazie discutono di valichi aperti e protocolli di intesa, il silenzio scende sulla sistematica cancellazione dei diritti storici: il diritto al ritorno dei profughi, lo smantellamento delle colonie in Cisgiordania e la fine del regime di apartheid. Questo accordo mira a creare una calma apparente utile solo al transito delle merci lungo i nuovi corridoi energetici regionali. La dignità di un popolo non può essere amministrata da un consiglio d’amministrazione straniero, né la libertà può essere barattata con un piano di investimenti a lungo termine. Il paradosso della Fase Due è che essa pretende di “curare” le ferite di Gaza eliminando chiunque possa testimoniare l’ingiustizia. L’attacco alle organizzazioni internazionali indipendenti e la loro sostituzione con enti filantropici legati al Board è funzionale a questo disegno, ossia trasformare la solidarietà in uno strumento di controllo politico. Peccato che il popolo palestinese non chieda elemosine gestite da banchieri, ma giustizia e terra. Ogni dollaro investito in questa ricostruzione condizionata servirà a costruire muri più alti, telecamere più intelligenti e una dipendenza economica ancora più feroce. Accettare questa governance significa abdicare all’idea stessa di diritto internazionale, accettando che la forza bruta e la ricchezza possano riscrivere la geografia e la storia a proprio piacimento. Il futuro della Palestina non può essere deciso nei resort del Mar Rosso o negli uffici della Casa Bianca. Finché non verrà riconosciuta la piena sovranità palestinese su ogni centimetro del territorio occupato, ogni accordo non sarà altro che una tregua armata, una sospensione temporanea del conflitto per permettere al capitale di consolidare le sue posizioni. La “Fase Due” è l’ultima maschera di un imperialismo che non sa più nascondere la propria ferocia, un tentativo disperato di normalizzare l’anormale e di rendere accettabile l’inaccettabile. La resistenza di un popolo che da quasi un secolo lotta per la propria esistenza non si lascerà soffocare da un regolamento di conti tra potenze. La vera pace non nascerà dai tavoli del Board, ma dalle strade, dalle piazze e dalla volontà incrollabile di chi sa che esistere, in Palestina, è l’atto di resistenza più puro che ci sia. Ogni tentativo di gestire questa dignità come se fosse un asset finanziario è destinato al fallimento, perché non esiste board, generale o fondo d’investimento capace di comprare la memoria e la speranza di chi, pur vedendo la propria terra calpestata, non ha mai chinato il capo. Giovanni Barbera
February 11, 2026
Pressenza