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ONDA ANOMALA: ITALIA CONTROCORRENTE SU RINNOVABILI E CONSUMO DEL SUOLO
“Onda Anomala” notizie eventi e movimenti dal clima che cambia, trasmissione quindicinale in onda il martedi alle 18.45 all’interno della “Cassetta degli attrezzi” e in replica il giorno seguente alle 6.30. Italia controcorrente su rinnovabili e consumo del suolo. Il 7 ottobre il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica ha pubblicato la proposta di Piano di ripristino della natura (Pnr). La bozza del piano, presentata in ritardo dal Ministero dell’Ambiente (MASE) alla Commissione Europea, ha subito pesanti modifiche: ben 15 delle 23 misure inizialmente proposte dall’ISPRA sono state completamente cancellate, con un drastico indebolimento dei vincoli ecologici, specialmente nelle aree urbane. Su questo abbiamo raccolto l’analisi di Paolo Pileri, professore ordinario di Pianificazione territoriale al Politecnico di Milano ed editorialista di Altreconomia.Ascolta o scarica  Quali in particolare le modifiche contestate? L’analisi si concentra in particolare sull’Articolo 8, relativo al ripristino degli ecosistemi urbani: molte disposizioni vincolanti sono state declassate a semplici suggerimenti, trasformando i verbi legali da “devono” a “possono” o “si auspica”. Quello che era inizialmente una depavimentazione obbligatoria, vale a dire misure stringenti che miravano a rimuovere l’asfalto e il cemento per restituire suolo alla natura (ad esempio nei cortili scolastici) sono state ridotte a “deimpermeabilizzazioni” facoltative. Pileri evidenzia come questo forte ridimensionamento sia nato anche dal pressing dell’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) e dei costruttori, preoccupati che l’introduzione di nuovi vincoli potesse bloccare i piani urbanistici esistenti e le trasformazioni edilizie già consolidate. Pileri definisce questa scelta “antistorica”. Senza misure vincolanti di depavimentazione e tutela del suolo, i 2.761 Comuni italiani coinvolti si troveranno privati di uno scudo legale per respingere le speculazioni dei privati e saranno esponenzialmente più vulnerabili ai danni economici e idrogeologici causati dagli eventi climatici estremi. Italia controcorrente anche sulle rinnovabili: mentre a livello globale aumentano i sussidi alle rinnovabili SACE alimenta gli extra-profitti fossili. Come? Ce lo spiega Simone Ogno di ReCommon. Ascolta o scarica  Fra il 2023 e il 2025, per la prima volta, la media triennale dei finanziamenti destinati all’energia pulita erogati dalle istituzioni finanziarie pubbliche internazionali del G20 e dalle banche multilaterali di sviluppo (MDB) ha superato quella relativa ai combustibili fossili. Lo rileva uno studio intitolato ‘Tipping the scales’ realizzato dalle organizzazioni Oil Change International e Friends of Earth Stati Uniti, a cui ha contribuito anche ReCommon. Il documento esamina i flussi finanziari destinati ai combustibili fossili e alle energie pulite provenienti dalle istituzioni finanziarie bilaterali per lo sviluppo (DFI) del G20, dalle agenzie di credito all’esportazione (ECA) e dalle banche multilaterali di sviluppo (MDB). Il nostro Paese è però in controtendenza. Fra il 2023 e il 2025, l’Italia ha erogato in media 3,36 miliardi di euro all’anno a sostegno dei combustibili fossili. Si tratta di una cifra quasi 7 volte superiore a progetti per le fonti energetiche rinnovabili, che nello stesso periodo è stata in media di 500,9 milioni di euro all’anno. Ciò rende l’Italia il quarto maggiore finanziatore dei combustibili fossili tra i paesi del G20, dopo Canada, Giappone e Stati Uniti. Sempre nello stesso periodo esaminato, a fare la parte del leone è stato il gas, che ha ricevuto il 44% dei finanziamenti, seguito dal petrolio con il 36%. La parte restante dei finanziamenti è stata destinata a progetti misti di petrolio e gas. SACE, l’assicuratore pubblico italiano controllato dal ministero dell’Economia e delle Finanze, svolge un ruolo fondamentale nel supporto al comparto fossile. Solo nel 2025, SACE ha erogato 2,1 miliardi di euro a favore dei combustibili fossili rispetto a 142,5 milioni di euro destinati all’energia pulita. Si segnala in particolare il sostegno a progetti petroliferi e di gas in Angola, Ungheria e Arabia Saudita. La SACE è il terzo maggiore finanziatore tra le agenzie di credito all’esportazione (ECA) del G20. La condotta di SACE rispecchia la linea politica del governo Meloni, che da quando è in carica sta puntando forte sul settore dell’oil\&gas. L’Italia sta attualmente valutando di sostenere progetti disastrosi in cui è coinvolta la principale multinazionale fossile italiana, Eni, come Argentina LNG nella Patagonia settentrionale, che prevede l’installazione di sei navi galleggianti per la liquefazione del gas naturale (FLNG) nel Golfo di San Matías, un’area incontaminata. Inoltre, l’Italia ha recentemente ribadito il proprio impegno a sostegno di tutti i progetti di GNL nel Mozambico settentrionale, nonostante sia in corso un’indagine su potenziali crimini di guerra legati alle attività della multinazionale francese Total Energiese. Infrastrutture, quelle in Argentina, Mozambico e anche Turchia, che niente hanno a che fare con gli approvvigionamenti energetici italiani. In sostanza invece di agevolare la realizzazione e la diffusione di progetti che non impattano il clima e l’ambiente, SACE contribuisce ad ‘agevolare il lavoro’ delle grandi aziende fossili, che in questo periodo sotto sotto la luce dei riflettori anche per gli enormi extra-profitti che stanno incamerando a causa dei conflitti in atto. Onda Anomala: Italia controcorrente su rinnovabili e consumo del suolo Ascolta o scarica 
October 20, 2026
Radio Onda d`Urto
Più sussidi pubblici globali alle rinnovabili. L’Italia fa eccezione, con SACE che alimenta gli extra-profitti fossili
Fra il 2023 e il 2025, per la prima volta, la media triennale dei finanziamenti destinati all’energia pulita erogati dalle istituzioni finanziarie pubbliche internazionali del G20 e dalle banche multilaterali di sviluppo (MDB) ha superato quella relativa ai combustibili fossili. Lo rileva  un nuovo studio intitolato ‘Tipping the scales’ realizzato dalle organizzazioni Oil Change International e Friends of Earth Stati Uniti, a cui ha contribuito anche ReCommon. Il documento esamina i flussi finanziari destinati ai combustibili fossili e alle energie pulite provenienti dalle istituzioni finanziarie bilaterali per lo sviluppo (DFI) del G20, dalle agenzie di credito all’esportazione (ECA) e dalle banche multilaterali di sviluppo (MDB). Il nostro Paese è però in controtendenza. Fra il 2023 e il 2025, l’Italia ha erogato in media 3,36 miliardi di euro all’anno a sostegno dei combustibili fossili. Si tratta di una cifra quasi 7 volte superiore a progetti per le fonti energetiche rinnovabili, che nello stesso periodo è stata in media di 500,9 milioni di euro all’anno. Ciò rende l’Italia il quarto maggiore finanziatore dei combustibili fossili tra i paesi del G20, dopo Canada, Giappone e Stati Uniti. Sempre nello stesso periodo esaminato, a fare la parte del leone è stato il gas, che ha ricevuto il 44% dei finanziamenti, seguito dal petrolio con il 36%. La parte restante dei finanziamenti è stata destinata a progetti misti di petrolio e gas. SACE, l’assicuratore pubblico italiano controllato dal ministero dell’Economia e delle Finanze, svolge un ruolo fondamentale nel supporto al comparto fossile. Solo nel 2025, SACE ha erogato 2,1 miliardi di euro a favore dei combustibili fossili rispetto a 142,5 milioni di euro destinati all’energia pulita. Si segnala in particolare il sostegno a progetti petroliferi e di gas in Angola, Ungheria e Arabia Saudita. La SACE è il terzo maggiore finanziatore tra le agenzie di credito all’esportazione (ECA) del G20. La policy di SACE sui finanziamenti alle fossili è del tutto inadeguata rispetto a quanto prevede la Clean Energy Transition Partnership, iniziativa a cui l’Italia ha aderito durante la conferenza sul clima di Glasgow del 2021, tanto che è stato possibile finanziare progetti di esplorazione e produzione di gas fino al gennaio del 2026, mentre le esenzioni esistenti potrebbero posticipare ulteriormente la scadenza, come abbiamo già visto con il sostegno finanziario alla Fase 3 del progetto di gas Sakarya in Turchia. Per quanto riguarda il finanziamento in corso dei progetti midstream gas (trasporto e stoccaggio), attualmente non esiste una scadenza entro la quale i finanziamenti debbano terminare, in quanto è “ancora da definire”. La condotta di SACE rispecchia la linea politica del governo Meloni, che da quando è in carica sta puntando forte sul settore dell’oil&gas. L’Italia sta attualmente valutando di sostenere progetti disastrosi in cui è coinvolta la principale multinazionale fossile italiana, Eni, come Argentina LNG nella Patagonia settentrionale, che prevede l’installazione di sei navi galleggianti per la liquefazione del gas naturale (FLNG) nel Golfo di San Matías, un’area incontaminata. Inoltre, l’Italia ha recentemente ribadito il proprio impegno a sostegno di tutti i progetti di GNL nel Mozambico settentrionale, nonostante sia in corso un’indagine su potenziali crimini di guerra legati alle attività della multinazionale francese TotalEnergies e nonostante le preoccupazioni espresse da vari esperti ONU sui finanziamenti al progetto Coral North FLNG del Cane a sei zampe. Infrastrutture, quelle in Argentina, Mozambico e Turchia, che niente hanno a che fare con gli approvvigionamenti energetici italiani. «Invece di agevolare la realizzazione e la diffusione di progetti che non impattano il clima e l’ambiente, SACE contribuisce ad ‘agevolare il lavoro’ delle grandi aziende fossili, che in questo periodo sotto sotto la luce dei riflettori anche per gli enormi extra-profitti che stanno incamerando a causa dei conflitti in atto» ha dichiarato Simone Ogno di ReCommon. «Interrompere il sostegno di SACE al comparto fossile è una delle maniere più immediate per rompere la dipendenza italiana da petrolio e gas e, di conseguenza, la spirale di inflazione. Si favorirebbero così politiche che portino beneficio alle fasce più vulnerabili della popolazione e non alle tasche di pochi», conclude Ogno. Re: Common
October 14, 2026
Pressenza
Fermare le devastazioni: a Roma il 24 ottobre per…
… per un’assemblea nazionale dei movimenti: la proposta della Campagna “Per il Clima – Fuori dal Fossile”   TERRITORI IN CAMMINO CONTRO FOSSILE E GUERRA PER LA GIUSTIZIA CLIMATICA E SOCIALE Uscire dal capitalismo estrattivista, fermare la devastazione e il saccheggio. Insieme si deve e si può! Gli ulteriori e spaventosi passi verso una deflagrazione globale dopo l’attacco militare israelo-statunitense
September 18, 2026
La Bottega del Barbieri
I fascisti della «fine dei tempi» stanno…
… stanno progettando la fuga dal nostro mondo. La nostra missione è chiara. di Naomi Klein e Astra Taylor; pubblicato sul «Guardian». Abbiamo ripreso la traduzione di Lavinia Marchetti (dal suo sito). Un’alleanza empia sta lavorando per un futuro apocalittico dal quale soltanto pochi eletti usciranno indenni. Sta diventando chiaro come possiamo fermarli. Quando Jeff Bezos annunciò il progetto di
September 15, 2026
La Bottega del Barbieri
Energia: la strategia di Israele e Usa
di Francesco Masi (*). Con la proposta di una tre giorni in Basilicata a metà luglio. Origini, cause ed obiettivi della strategia neocoloniale ed imperialista che vede USA e Israele imporre il tentativo di centralizzazione mondiale delle materie prime energetiche Siamo seduti su una enorme montagna di debiti. Gli economisti stimano che a livello mondiale siamo al massimo storico; si
Conferenza mondiale in Colombia “Fuori dall’era dei fossili”
Da poco si è conclusa la prima conferenza mondiale per l’uscita dai fossili tenutasi a Santa Marta in Colombia. Hanno partecipato 53 governi che rappresentano un terzo del PIL mondiale e del consumo di petrolio, con particolare attenzione al tema della transizione ecologica non in funzione del profitto dei grandi monopoli energetici. E’ interessante sottolineare alcuni concetti che sono stati al centro del dibattito: la sovranità e l’indipendenza così come la sicurezza energetica come presupposti per poter andare nella direzione di una reale transizione. Ne abbiamo parlato con Elisa Sermarini di GEA che ha partecipato alla conferenza.
Furundulla 315 – Donaldo Briscola…
…è tutta colpa dei genitori! di Benigno Moi Assodato che le vignette non vanno spiegate… ma sono un sasso buttato come spunto di riflessione, per ogni vignetta almeno un link (forse) Genesi di nome (e di un “uomo”, anzi di due. O più…)                                 wikipedia.org-Donald
Calenzano: da hub fossile a hub green? La transizione ecologica non parte con Eni
Il deposito Eni di Calenzano era un hub di combustibili fossili tra i più importanti d’Italia: con una capacità di stoccaggio di 160 mila tonnellate, l’impianto accoglieva i prodotti raffinati presso lo stabilimento di Stagno (Livorno) prima dello smistamento in tutto il territorio nazionale ed era classificato ad “alto rischio di incidente rilevante” secondo la direttiva Seveso. Un anno fa, il 9 dicembre 2024, al deposito Eni di Calenzano persero la vita in un’esplosione cinque lavoratori, altri 28 rimasero feriti. Già dopo le prime indagini risultò che l’esplosione avvenne durante un’attività di manutenzione, mentre il carico e scarico delle autobotti andava avanti senza interruzione, contravvenendo alle relative disposizioni di sicurezza che invece prescrivono la non concomitanza delle due attività. Secondo una perizia tecnica, il blocco del carico delle autobotti per un turno della giornata del 9 dicembre avrebbe comportato una perdita di 255mila euro di introiti: è lo 0,005% degli utili netti di Eni del 2024 (5 miliardi di euro), una cifra risibile per un’azienda con questo fatturato, ma che a cinque persone è costata la vita. Non esiste nessun prezzo alla vita umana, eppure la barbarie del capitale quotidianamente lo impone e con quello fa i suoi calcoli. In seguito all’accaduto, Eni commissionò alla ditta appaltatrice dell’impianto la redazione di un documento tecnico: poiché secondo la procura questo avrebbe potuto insabbiare le indagini, occultando o rendendo indisponibili delle prove, venne disposto un incidente probatorio. A distanza di un anno sono 10 gli indagati, di cui sette manager di Eni e due intercettati telefonicamente rispetto al “tenersi puliti” ed “evitarsi rogne” in seguito al dramma del 9 dicembre. L’inchiesta per omicidio plurimo, disastro e lesioni colpose non si è ancora chiusa. Ancora una volta sarà dura avere verità e giustizia per quello che non è degno definire “incidente”, quanto “inaccettabile normalità”, strutturale (e prevedibile) conseguenza di una filiera fossile che è mortifera dall’inizio alla fine: dall’estrazione alla raffinazione allo stoccaggio al consumo. Eni si è impegnata a versare al Comune di Calenzano un risarcimento volontario di 6,5 milioni di euro, «a prescindere dall’esito del procedimento giudiziario». E d’altra parte, Eni e i suoi dirigenti vantano precedenti importanti di assoluzione in processi anche più grossi, come quello per il giacimento OPL245 in Nigeria – solo per citarne uno: il “processo del secolo” (come fu chiamato nel 2020), per l’entità della tangente di cui Eni era accusata e per il danno ambientale, ecologico, umano verificatosi in centro Africa. Casi come OPL245 ci parlano di uno “Stato parallelo” transnazionale, in cui l’agibilità di multinazionali come Eni è totale, con criteri di anticorruzione estremamente discrezionali e lassi e con la possibilità concreta di indirizzare processi politici e giudiziari esteri e italiani. > Non è quindi infondata la preoccupazione che, ancora una volta, anche a > Calenzano, il cane a sei zampe ecocida proverà a tingersi di verde e a > uscirne, non solo impunito in tribunale, ma addirittura benefattore presso > l’opinione pubblica. Infatti, per far dimenticare a un territorio in lutto il “ciavvelEni” (la denuncia tante volte risuonata nelle piazze dell’attivismo climatico del 2019), si è optato per la conversione del deposito di Calenzano a parco fotovoltaico: da hub fossile a hub “green”, con una produzione di energia elettrica di 20 Mwp (Megawatt di picco) risultante dall’installazione di circa 60mila pannelli. Il 5% del valore totale dell’energia prodotta da questo primo impianto verrà ceduto al Comune e un altro impianto di 1 Mwp verrà costruito e gestito a spese di Eni per l’alimentazione di un’area sportiva comunale. Entusiaste le dichiarazioni del sindaco di Calenzano, Carovani «Un balzo decisivo verso un futuro sostenibile sulla strada della decarbonizzazione», e del presidente della Regione, Giani: «Questo accordo rappresenta un esempio concreto e positivo di come la Toscana stia accelerando sulla transizione energetica, trasformando un sito del passato in una risorsa per il futuro». Ma non è solo una questione di numeri, quanto di sostanza politica. Quale sarà la ricaduta occupazionale e di soddisfacimento energetico per il territorio? Che possibilità ci sarà per il pubblico di supervisionare la riconversione del sito e determinare le scelte produttive future? Stiamo facendo veramente un “balzo in avanti”, come sostiene il sindaco di Calenzano, o piuttosto un gattopardiano business as usual spennellato di verde? Perché al netto dell’energia distribuita localmente, Eni continuerà a fare profitti d’oro, anche dai parchi fotovoltaici come quello che sorgerà a Calenzano, ma soprattutto dagli investimenti in combustibili fossili, la cui estrazione e lavorazione è prevista in aumento per il prossimo triennio: altro che transizione alle rinnovabili, il gas rappresenterà ancora il 60% del portafoglio aziendale di quella che rimane una delle oil companies più inquinanti al mondo, con responsabilità climatiche tra le più gravi storicamente e che le hanno valso la causa intentata coraggiosamente da ReCommon e Greenpeace (“La Giusta Causa”). > Anche tralasciando il fatto che il cane a sei zampe rimane una compagnia > fossile e anche volendoci concentrare sulla (minima) porzione non-fossile di > energia nel suo piano triennale, finché la produzione e la distribuzione > resteranno accentrate in mano a big players e soggette a enormi margini di > profitto privato, nessuna democrazia energetica avrà possibilità di > svilupparsi. Similmente nessuna giustizia sociale potrà darsi perpetrando la nostra dipendenza da una multinazionale implicata in disastri ambientali dalla Val d’Agri al Niger, nonché nel genocidio palestinese tramite accordi commerciali con Israele. Infatti, assieme a Dana Petroleum, BP, SOCAR, NewMed, a pochi giorni di distanza dal 7 ottobre 2023, Eni ha acquisito da Israele per alcuni milioni di dollari permessi di esplorazione in Zone Economiche Esclusive palestinesi, in esplicita violazione del diritto internazionale, in connivenza con il colonialismo energetico israeliano e in economico sostegno all’escalation del genocidio. Infine, ma non per importanza, come si fa a non chiedersi da dove verranno i pannelli installati in questo gigantesco hub? La filiera del fotovoltaico è costellata di crimini ambientali ed estrattivismo feroce nel Sud Globale, con cui le materie prime vengono accaparrate a basso costo dal Nord Globale, mentre la caparbietà dell’occidente di difendere gli investimenti delle aziende fossili ha di fatto lasciato alla Cina il monopolio nella produzione di pannelli. E la politica industriale italiana si disinteressa totalmente di questo, non esiste alcuna direttrice se non la conversione industriale bellica. C’è chi si pone in Italia oggi seriamente il problema di una produzione di pannelli fotovoltaici secondo filiera etica, a servizio della transizione ecologica dal basso: sono gli operai della ex-GKN di Campi Bisenzio, licenziati quattro anni e mezzo fa, in assemblea permanente dal 9 luglio 2021, in lotta da allora per difendere uno stabilimento dalla speculazione immobiliare e per tornare a lavoro in maniera dignitosa. > Come si fa a progettare campi fotovoltaici nella piana fiorentina senza > nemmeno considerare la vertenza operaia più lunga della storia di Italia a > letteralmente 2 km in linea d’aria dall’ecomostro di Eni da convertire? Vertenza, quella della ex-GKN, che ha fatto proprio della produzione, installazione e riciclo di pannelli fotovoltaici il core del piano di reindustrializzazione, rivolto a comunità energetiche rinnovabili e solidali su tutto il territorio nazionale e non solo. Questo piano, frutto di tre anni di lavoro, con quattro due diligence tecniche e finanziarie superate, era già pronto a partire nell’ottobre 2024, quando ancora l’esplosione del deposito Eni non era avvenuta. Urge che quelle stesse istituzioni locali e regionali, così solerti a approvare la conversione del deposito incriminato, così zelanti a parole di voler transitare a energie rinnovabili, si scrollino dall’assoluto immobilismo in cui stagnano da mesi e finalmente permettano all’alternativa (quella vera) di esistere con la riapertura di ex-GKN. In quattro anni e mezzo di vertenza, ogni risultato istituzionale è stato ottenuto solo grazie alla lotta e malgrado le istituzioni stesse. La legge regionale per facilitare la costituzione di consorzi industriali pubblici esiste perché è stata scritta da operai e solidali; è arrivata in consiglio regionale solo dopo mobilitazioni, cortei, accampata in Regione, sciopero della fame ed è stata approvata il giorno della vigilia di Natale dello scorso anno a tarda notte dopo ore di ostruzionismo della destra che hanno reso necessario un presidio del Collettivo di Fabbrica e brigata sonora sotto la sede del consiglio. Da allora ci sono voluti sei mesi perché questo consorzio venisse solo costituito (luglio 2025) e da altri sei mesi stiamo aspettando che tale consorzio compia il piccolo semplice gesto per cui è nato: rilevare lo stabilimento di Campi Bisenzio e metterlo a servizio della reindustrializzazione. I rinvii, i silenzi, i tavoli saltati, hanno logorato questa lotta per troppo tempo e per chi ha messo in gioco tutto, di tempo non ce n’è più. La conversione a fotovoltaico del deposito Eni sarebbe, di per sé, una notizia più positiva di altre, ma allo stesso tempo è l’ennesima conferma di quanto la transizione ecologica sia sistematicamente boicottata quando parte dal basso e strumentalizzata dall’alto quando pare un’utile copertura. di Luca Mangiacotti Riaprire una fabbrica, ricreando lavoro utile, buono, sano e giusto, a servizio della transizione ecologica dal basso invece che del riarmo e della guerra è un esempio che il sistema oggi vuole affossare. E allo stesso tempo, noi tuttə non possiamo permetterci di rinunciarvi. La ex-GKN è ancora «un faro di speranza», come ha detto Greta Thunberg, per tutto il movimento ecologista, sociale, operaio, ed è quindi una responsabilità collettiva continuare a sostenere questa lotta per la giustizia climatica e sociale. Ad oggi, dicembre 2025, il Collettivo di Fabbrica lancia una nuova campagna di crowdfunding con l’obbiettivo di raccogliere due milioni di euro: questa è la cifra che improvvisamente questa estate è venuta a mancare con il defilarsi di un finanziatore a “impatto sociale” dal piano industriale. Per reagire al sabotaggio e all’immobilismo, il Collettivo di Fabbrica ha deciso di usare il “metodo flotilla nell’economia”: mettere in mare le navi, grandi e piccole, senza chiedere il permesso e partire, con parte del progetto o con tutto. L’appello è quello di sostenere la campagna, diffonderla il più possibile. Per dare uno “schiaffo al sistema” con un’azione contro il riarmo, per salvare Gff – GKN For Future, la cooperativa nata che da nome anche al piano – per dimostrare che loro sono il nulla e che noi insieme, ancora una volta, possiamo essere tutto. La foto di copertina è tratta dalla pagina FB del Collettivo di Fabbrica Gkn SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Calenzano: da hub fossile a hub green? La transizione ecologica non parte con Eni proviene da DINAMOpress.
December 16, 2025
DINAMOpress
COP30 a Belém: c’è un elefante nella stanza
C’è un elefante nella stanza della COP30 in corso a Belém, un tema escluso dall’ordine del giorno, ma capace di pregiudicarne gli eventuali risultati (comunque scarsi, ma non più che nelle 29 COP che l’hanno preceduta). Quell’elefante è la guerra. Tutti sanno che guerra e lotta per il clima sono incompatibili, ma nessuno osa parlarne. Il tema non è all’ordine del giorno. Nessuno lo ha proposto. Perché? Molti non credono  che la crisi climatica e ambientale sia una vera minaccia. Altri pensano che sia talmente complicato affrontarla che non vale nemmeno la pena tentare. Altri ancora, la maggioranza di quelli che sono lì  sperando di raggiungere un risultato – e non per boicottarne lo svolgimento, come i 5.000 e più lobbisti dell’industria fossili e affini presenti – temono che sollevare il problema finirebbe per pregiudicare il poco che si può ottenere. Invece occorre parlarne. Per tante ragioni, alcune banali, altre meno. Innanzitutto, la guerra, che la si faccia o no, succhia una quantità incredibile di risorse finanziarie, tecnologiche e umane che potrebbero e dovrebbero essere destinate alla lotta per il clima e per la salvaguardia dell’ambiente (e per l’eguaglianza, che ne è la condizione). Lo abbiamo visto con il Green Deal europeo: dal progetto (malaccorto) di incanalare “sviluppo” e profitti sulla strada della cura dell’ambiente alla decisione, ormai condivisa da tutti i governi, di fare della produzione di armi il motore dell’accumulazione del capitale. Nessuno di loro, guerra o no, si tirerà mai indietro. Poi le guerre in corso sono un potente fattore di rilancio dei fossili. Schiacciati dalle auto-sanzioni che si sono imposte, i Paesi dell’Unione Europea si sono lanciati in una corsa alla scoperta o alla valorizzazione di risorse aggiuntive con cui sostituire le forniture di gas e petrolio russi, con tanti saluti alla transizione. La guerra, d’altronde, aumenta il consumo di combustibili e le relative emissioni: per spostare uomini e mezzi, per far funzionare e produrre sempre nuove armi. E ogni esplosione è un fuoco che brucia ossigeno e produce CO2. Poi la guerra distrugge non solo vite umane, ma anche edifici e manufatti, fino a radere tutto al suolo, come a Gaza, ma anche in Donbass: tutte cose che andranno sostituite e ricostruite con altro dispendio di risorse e altre emissioni. Ma distrugge anche il suolo, le acque dei fiumi e la vita animale e vegetale, sia selvatica che coltivata o di allevamento che li abita, rendendoli sterili per anni o per sempre e trasformando in fonti di emissioni quelli che erano pozzi di assorbimento del carbonio. La guerra è un incubatore di tecnologie della violenza rivolte contro la vita umana, i centri abitati, i manufatti e le infrastrutture, ma disponibili (dual use) a venir utilizzate anche nella guerra contro l’ambiente e la natura. La storia dei pesticidi, dei mezzi aerei per irrorarli, dei razzi per provocare la pioggia o sventare la grandine e altro ancora è questa. Ma domani verranno sviluppate e impiegate per arginare il riscaldamento climatico con la geo-ingegneria: tecnologie “dure”, dagli effetti irreversibili, ideate e gestite da un qualsiasi “Stato maggiore” della lotta per il clima autonominato, sia di Stato che privato. Per mettere fuori gioco le tecnologie “dolci” e amiche della Terra – dall’alimentazione ai trasporti, da quelle dell’abitare alla rinaturalizzazione del territorio, dalla cura congiunta di uomini e ambiente (one health) alla salvaguardia della biodiversità – tutte cose praticabili solo attraverso una riorganizzazione della vita quotidiana con il coinvolgimento di tutti. La guerra produce profughi, milioni di “migranti”, sia direttamente, sia attraverso la distruzione dell’ambiente e la crisi climatica che alimenta. La lotta per la salvaguardia dell’ambiente e per il clima cerca invece di restituire a chi è investito da quei processi la possibilità e i mezzi per restare dov’è, per ricostruire su nuove basi le condizioni della vivibilità. La guerra porta alla militarizzazione non solo delle istituzioni, ma anche della vita quotidiana e delle culture che la sottendono e a poco a poco – o anche rapidamente – invade tutti gli spazi: informazione, cultura, ricerca, scuola, lavoro, produzioni, mentalità e, ovviamente, “ordine pubblico”: cioè spazi di libertà. Tutti coloro che allo scoppio della guerra in Ucraina si sono compiaciuti della risposta puramente militare della Nato,  dell’Unione Europea o del governo ucraino non si sono resi conto – allora e forse neanche adesso – di quanto quel loro entusiasmo abbia influito nel trasformare “lo spirito del tempo”: il linguaggio dei media, l’autocensura, il rancore, la priorità su tutto data alle armi, la perdita di un orizzonte di convivenza, il cinismo di fronte alla morte sia di “civili” che di combattenti, sia “nemici” che “amici” e ovviamente l’indifferenza per il destino del nostro pianeta. La guerra promuove sudditanza e subordinazione da caserma, mentre la lotta per l’ambiente e per il clima produce autonomia, inventiva, spirito di collaborazione e di iniziativa dal basso, quello che occorre per affrontare il difficilissimo futuro che ci aspetta. Infine, tema di grande attualità, la guerra è sia fonte che copertura (per chi già la praticava alla grande) di corruzione: rende possibile accumulare potere e ricchezza alle spalle di chi viene mandato a morire al fronte o condannato a crepare nelle retrovie. Costi, prezzi e destino delle armi sono segreti di Stato non controllabili (tanto poi scompaiono, distrutte), come lo è il conto delle vittime e dei danni: chi li maneggia e ci guadagna sta da sempre nelle retrovie, mentre a morire sono sempre altri. Il contrario della lotta per la salvaguardia dell’ambiente: in prima linea nell’organizzarla e nel condurla ci sono sempre i “difensori dell’ambiente”, il numero ormai sterminato delle vittime della guerra che governi e multinazionali che speculano distruggendo l’ambiente conducono contro Madre Terra. Leggere l’enciclica Laudato sì farebbe bene a tutti i convocati a Belém, ma i popoli indigeni presenti non ne hanno bisogno. La conoscono già. L’hanno ispirata loro. Guido Viale
November 16, 2025
Pressenza