Prigionieri del gas
La guerra scatenata da Trump e Netanyahu contro l’Iran ha provocato, come era
prevedibile, uno shock energetico con ripercussioni a livello globale. A pagarne
direttamente le conseguenze sono famiglie e imprese che hanno visto schizzare in
alto il costo delle bollette.
La nuova crisi energetica, la più grave degli ultimi 40 anni secondo l’AD di Eni
Claudio Descalzi, impone una riflessione sul perché l’Italia è tra i Paesi più
colpiti in Europa. Quasi tutti gli analisti sono d’accordo (tranne il solito
Tabarelli, sempre più schiacciato sulle posizioni di Eni e Snam)
nell’attribuirne la causa all’eccessiva dipendenza dell’Italia dalle fonti
fossili e in particolare dal gas.
Il problema che l’Italia ha di fronte non è la carenza di infrastrutture, che
anzi sono in eccesso, ma la difficoltà a reperire la materia prima. Tant’è che
Giorgia Meloni è volata in Algeria e Qatar per cercare nuovi acquisti di gas e
Descalzi, a sorpresa, nei giorni scorsi ha chiesto di sospendere il bando sui
contratti di GNL (gas naturale liquefatto) con la Russia, deciso dall’Unione
Europea a partire dal 1° gennaio 2027.
L’uscita di Descalzi, che ha creato imbarazzo nel Governo, ha messo a nudo una
realtà da sempre sottaciuta: l’Italia è nella trappola delle fonti fossili e non
solo non vuole uscirne ma continua addirittura ad investire risorse per rendere
ancora più stringente la morsa di questa trappola.
L’esempio virtuoso, diametralmente opposto a quello dell’Italia, ci viene dalla
Spagna. Il governo Sanchez negli ultimi anni ha investito molto nello sviluppo
delle fonti energetiche rinnovabili (solare, eolico e idroelettrico) al punto
che oggi nel Paese iberico il prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica è
mediamente il 50 per cento inferiore rispetto all’Italia.
Perché? La risposta sta nel fatto che i Paesi che dipendono di meno dalla
generazione elettrica tramite gas sono meno colpiti dall’aumento dei costi
dell’elettricità. A decidere sono soprattutto i picchi di prezzo nelle ore di
punta della sera e del mattino.
Spiega Ember, il think tank energetico indipendente, nel suo ultimo rapporto
economico: “l’Italia rimane il Paese più esposto, con le centrali a gas che
determinano il costo dell’elettricità nell’89 per cento delle ore nel 2026. Al
contrario la Spagna ha raggiunto un disaccoppiamento strutturale, con il gas che
influenza i prezzi solo nel 15 per cento delle ore grazie all’elevata
penetrazione delle energie rinnovabili”.
Facendo un confronto tra Spagna e Italia vediamo infatti che nel mix energetico
la Spagna copre il fabbisogno di elettricità con il 56 per cento di rinnovabili,
25 per cento gas e 19 per cento nucleare. In Italia, invece, il gas incide per
circa il 50 per cento, 34 per cento le rinnovabili, 13 per cento l’import
dall’estero e 3 per cento il carbone.
Per quanto riguarda l’apporto del nucleare, che attualmente contribuisce a
tenere basso il prezzo dell’elettricità, il Governo spagnolo ha deciso di
chiudere entro il 2035 le cinque centrali oggi attive e di puntare tutto
sull’ulteriore sviluppo delle energie rinnovabili e sugli accumuli.
Al contrario il Governo italiano – prima con Draghi e poi con Meloni –,
prendendo come pretesto la guerra della Russia contro l’Ucraina, a partire dal
2022 ha varato un paradossale programma di sviluppo delle infrastrutture
metanifere che mira ad aumentare di molto la dipendenza dell’Italia dal gas. Con
grande soddisfazione, per l’incremento dei loro profitti, da parte delle
multinazionali del fossile, in prima fila Eni e Snam.
In questo programma, in parte già realizzato, rientrano i due nuovi
rigassificatori di GNL a Piombino e Ravenna; il grande metanodotto Linea
Adriatica di 425 km da Sulmona a Minerbio (BO) con nuova centrale di
compressione a Sulmona; il raddoppio del Tap dall’Azerbaigian; il nuovo
metanodotto EastMed – Poseidon da Israele; tre nuovi rigassificatori a sud:
Gioia Tauro, Porto Empedocle e Taranto; la metanizzazione della Sardegna.
Il Governo Meloni, inoltre, ha deciso di rimandare al 2038 la chiusura delle
centrali a carbone, impianti fossili che hanno effetti climalteranti maggiori
rispetto al metano. In più ha intrapreso la strada di un costoso e futuribile
ritorno al nucleare, mentre resta ancora irrisolto il problema delle scorie
delle centrali chiuse 40 anni fa, e mentre altri Paesi europei hanno deciso di
dismetterlo.
Oggi l’Italia consuma 63 miliardi di metri cubi di gas, e va detto che tutti gli
impianti risultano sottoutilizzati in quanto la capacità tecnica di importazione
dall’estero (metanodotti e rigassificatori) supera i 100 miliardi di metri cubi.
E questo escludendo le forniture dalla Russia. Qualora tutti i progetti in
programma dovessero essere realizzati il nostro Paese avrebbe una disponibilità
potenziale di gas superiore a 150 miliardi di metri cubi.
Se, finita la guerra in Ucraina, tornassimo al gas russo, la disponibilità
tecnica salirebbe a 190 miliardi di metri cubi. Mentre i consumi al 2030 – ma
probabilmente anche prima – scenderanno a meno di 60 miliardi, come prevede
l’obiettivo del Pniec (piano nazionale energia e clima) e anche per rispettare
il target di riduzione del 55 per cento di CO2 al 2030 fissato dall’UE.
Questo esorbitante gap tra infrastrutture e consumi comporterà quattro pesanti
conseguenze. In primo luogo, il costo dell’energia in Italia continuerà a
dipendere dal gas con forti riflessi negativi sulle bollette.
In secondo luogo, le enormi somme investite nelle nuove infrastrutture, data la
loro inutilità, diventeranno improduttive, ma dovranno comunque essere
ammortizzate per i prossimi 40/50 anni, contribuendo così ad un ulteriore
aumento del costo delle bollette.
In terzo luogo, le risorse spese per i nuovi impianti saranno sottratte allo
sviluppo delle fonti pulite e rinnovabili che invece rappresentano l’unica
strada virtuosa da percorrere.
Infine, questa folle bulimia fossile avrà come conseguenza un ulteriore
peggioramento della crisi climatica e quindi un aumento degli eventi estremi con
il suo inevitabile costo in termini di sfascio del territorio e di perdita di
vite umane.
Non c’è che dire. E’ proprio un bel frutto avvelenato che il nostro Governo sta
facendo crescere per farlo digerire ai cittadini italiani e soprattutto alle
future generazioni.
Mario Pizzola