Quattro anni dopo
24 febbraio 2026: quarto anniversario dell’invasione russa in Ucraina, quando la
guerra, quella, già in corso con modalità altre da non farla chiamare guerra, e
quella combattuta in tante altre parti del mondo troppo distanti per essere
considerate un pericolo per la pace dell’Occidente, bussa alle porte
dell’Europa. Bisogna difenderla, la pace, racconta la politica quasi in coro, e
per questo bisogna difendere i confini, così sembra ineluttabile riarmarsi. La
guerra entra nella quotidianità degli Europei attraverso le immagini dei
telegiornali e il dibattito politico tra esponenti di partito, storici e
opinionisti. Intanto si aggiunge il conflitto in Palestina, anche quello a
partire da una data che non ne segna l’inizio.
24 febbraio 2026: a Palermo, anche oggi, come da quattro anni, c’è chi dice no
alla guerra riunendosi in Presidio. Prima ogni domenica mattina, a Piazza
Vittorio Veneto, conosciuta in città come “la Statua”, con il suo monumento al
milite ignoto, poi in altri luoghi della città che non ferma la sua corsa tra le
vetrine e le bancarelle delle festività che si rincorrono, il 24 di ogni mese.
Sono le donne dell’Udi, della CGIL e di tante altre realtà come Le Rose Bianche,
l’Anpi, Emily, Governo di Lei, Cif, Le Onde, Arcilesbica, Comunità dell’Arca,
Movimento nonviolento, Circolo Laudato si’ e con loro cittadini e cittadine che
sentono la necessità di non rimanere in silenzio mentre il mondo sprofonda nel
baratro di una nuova guerra globale.
“Fuori la guerra dalla Storia” recita lo striscione che le accompagna da quattro
anni e accanto, sulla strada pedonale di fronte al Teatro Massimo, si aggiungono
cartelli che questa storia raccontano in tutti i paesi dove la guerra non tace.
Ucraina e Palestina, Iran e Afghanistan, Congo e Sudan, Myanmar e Siria.
Dopo l’apertura al ritmo dei tamburi e delle mani degli astanti battute sul
petto, con le voci del coro e delle percussioni di Lucina Lanzara che invocano
pace per tutti i Paesi in guerra, attivisti e attiviste si alternano al
microfono: di quei Paesi e dei loro popoli raccontano sofferenza e oppressione,
chiedono al nostro Paese azioni diplomatiche nel rispetto del costituzionale
ripudio della guerra, smascherano, oltre le parole con cui ci vengono ammansite,
le intenzioni di governi guerrafondai e i loro interessi economici.
Ci raccontano delle donne del Rojava, riunite in assemblea e decapitate,
dell’attacco ad Aleppo, dei disertori russi e ucraini, palestinesi e israeliani,
giovani che rischiano la prigione e la vita pur di non imbracciare le armi e
rendersi complici di torture e massacri, dell’embargo economico statunitense che
affama il popolo cubano, impedisce il rifornimento di medicinali salvavita,
lascia al buio non solo le case ma anche le scuole e soprattutto gli ospedali.
È notizia delle ultime ore la visita dell’ambasciatore di Trump al governatore
della Calabria per chiedere l’interruzione della collaborazione dei medici
cubani che hanno sostenuto la (mal)sanità calabrese al collasso anche per
mancanza di medici.
Chi ancora non lo sapeva, apprende come, mentre il paese di Niscemi frana
lasciando in sospeso la vita dei suoi abitanti, il Governo stanzia milioni di
euro per mettere in sicurezza le antenne del Muos su segnalazione dei militari
statunitensi.
È tempo di non restare indifferenti, di mobilitarsi tutti insieme per ribaltare
il sistema patriarcale che da sempre vede gli uomini e ora, purtroppo, anche le
donne, risolvere i conflitti con la forza violenta delle armi, a partire da
questo grido delle donne di Palermo che trova la sua eco in tante altre città
italiane: il 28 marzo la rete “10 100 1000 piazze di donne per la pace” si
riunirà nelle diverse realtà cittadine aderenti in una grande manifestazione
nazionale. L’impegno di ogni città verrà “cucito” mettendo insieme in un grande
arazzo i tasselli preparati nelle singole realtà. C’è ancora tempo, per chi
volesse, in ogni parte d’Italia, di unirsi a questo progetto di rappresentazione
simbolica della pace attraverso il lavoro di sapienza antica delle donne!
Molti passano, indaffarati, qualcuno si siede e ascolta, come un gruppo di
giovanissimi seduto sul marciapiede.
La luce di piccole candele illumina l’invito alla nonviolenza nelle bandiere con
le armi spezzate. È l’educazione alla nonviolenza, a partire dai primi anni di
vita di ogni bambino e bambina, l’unica strada per interrompere una Storia in
cui la pace è solo una tregua nel susseguirsi dei conflitti armati!
“Fuori la guerra dalla Storia!”
Maria La Bianca