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Donne e giovani in pensione sempre più tardi
Nel nostro Paese quasi un lavoratore su tre pur lavorando non riesce a farsi riconoscere un anno pieno di contributi, a causa di contratti brevi, part-time involontari e salari troppo bassi. I lavoratori con retribuzioni inferiori ai 15.000 euro annui rappresentano oltre un terzo del totale dei dipendenti del settore privato (circa 6,1 milioni di persone, pari al 34,6%). Si tratta di lavoratrici e lavoratori che, per livello di reddito e intensità lavorativa, non riescono a raggiungere una piena copertura contributiva annuale, con impatti diretti sul diritto futuro alla pensione. In particolare, le due fasce più basse (fino a 9.999 euro annui) includono oltre 4,1 milioni di lavoratori che non solo non raggiungono la soglia necessaria a una vita lavorativa dignitosa, ma spesso non maturano nemmeno 12 mesi utili ai fini dell’anzianità contributiva, poiché i periodi di lavoro non coprono l’intero anno. Un lavoratore su tre percepisce meno di 15.000 € all’anno e quasi il 60% resta al di sotto della soglia dei 25.000 € annui, evidenziando come una parte significativa del lavoro rischi di non garantire una vita dignitosa né una pensione adeguata. E’ quanto si legge nell’Analisi “L’impatto dell’aumento dei requisiti pensionistici sui redditi bassi” dell’Osservatorio Previdenza della CGIL. E ad essere maggiormente penalizzati sono i giovani e le donne. La condizione retributiva dei giovani rappresenta infatti uno degli elementi più critici del mercato del lavoro italiano. L’ingresso avviene sempre più spesso attraverso contratti brevi, stagionali o con orari ridotti – in larga parte part-time involontario – che comportano fin da subito salari molto bassi e un numero limitato di mesi lavorati nel corso dell’anno. Le retribuzioni medie annue dei giovani fino ai 24 anni risultano particolarmente contenute: i lavoratori fino a 19 anni percepiscono in media 4.374 euro, equivalenti a pochi mesi di lavoro effettivo, mentre nella fascia 20–24 anni si raggiungono 11.882 euro, un importo ancora insufficiente a garantire un anno pieno di contribuzione utile ai fini previdenziali. Si tratta di una condizione di forte vulnerabilità che si manifesta fin dall’inizio della carriera e che rischia di tradursi, nel tempo, in una difficoltà strutturale nel costruire una pensione adeguata e nel maturare i requisiti minimi necessari all’accesso alla pensione stessa. La dimensione di genere rappresenta, inoltre, uno dei principali fattori di vulnerabilità economica nel mercato del lavoro italiano. La disuguaglianza retributiva non è un fenomeno residuale, ma il risultato di condizioni strutturali che incidono sui salari e, di conseguenza, sulla costruzione dei diritti previdenziali nel corso della vita lavorativa. Le lavoratrici sono maggiormente occupate in posizioni a basso valore aggiunto, con contratti più precari, orari ridotti e carriere più discontinue rispetto agli uomini. La diffusione del part-time involontario, che interessa in modo marcato la componente femminile, amplifica queste criticità: meno ore lavorate (o certificate) significano retribuzioni annue più basse, minore intensità contributiva e un rischio elevato di non riuscire a maturare i requisiti per la pensione. “Come rilevato dall’Osservatorio INPS sulle retribuzioni 2024, si legge nel Report della CGIL, le lavoratrici dipendenti del settore privato percepiscono in media 19.833 euro annui, contro i 27.967 euro degli uomini: una differenza di oltre 8.000 euro corrispondente a un gap retributivo di circa –29% a sfavore delle donne. Questa disparità non è spiegabile soltanto dalle diverse qualifiche o inquadramenti professionali: essa è fortemente correlata alla maggior incidenza del part-time, spesso involontario: 49% delle lavoratrici ha avuto almeno un rapporto part-time nell’anno, contro 21% dei lavoratori uomini.” La distribuzione per tipologia di orario rivela poi una forte asimmetria di genere nel mercato del lavoro italiano: le donne rappresentano appena il 32% dei lavoratori a tempo pieno, ma diventano maggioranza assoluta in tutte le forme di part-time, 67% nel part-time orizzontale, 63% nel part-time verticale e 71% nelle modalità miste. Questa concentrazione femminile nel lavoro a orario ridotto non è il riflesso di una scelta libera, ma di un’organizzazione del mercato del lavoro e delle responsabilità di cura ancora fortemente squilibrata. Ne deriva un effetto diretto sui percorsi retributivi e previdenziali: il part-time comporta retribuzioni annue significativamente inferiori e una minor copertura contributiva, che si traduce in carriere più brevi o incomplete. In sostanza, la diversa distribuzione delle opportunità lavorative tra uomini e donne determina una penalizzazione strutturale che agisce oggi sul salario e domani sulla pensione, alimentando un gender pension gap destinato ad ampliarsi con l’avanzare dell’età lavorativa. Infine, la ricerca dell’Osservatorio Previdenza della CGIL mette in evidenza come il meccanismo di adeguamento automatico dei requisiti pensionistici all’aspettativa di vita non sia un elemento neutro. Al contrario, rischia di aggravare la condizione di vulnerabilità previdenziale di milioni di persone che già oggi vivono un pregresso economico e contributivo debole Qui il Report della CGIL su “L’impatto dell’aumento dei requisiti pensionistici sui redditi bassi”: https://files.cgil.it/version/c:NWJmYmEyMGQtOWEwYy00:MGNiNmI1MDItYzhkYi00/Analisi%20Osseravtorio%20PrevidenzaCGIL_L%E2%80%99impatto%20dell%E2%80%99aumento%20dei%20requisiti%20pensionistici%20sui%20redditi%20bassi.pdf. Giovanni Caprio
CARTELLA STAMPA 22 NOVEMBRE 2025
SABOTIAMO GUERRA E PATRIARCATO COMUNICATO STAMPA NONUNADIMENO 22N2025Download APPELLO NONUNADIMENO 22N2025Download BLOG OSSERVATORIO NUMERO TOTALE dei femminicidi lesbicidi trans*cidi nel 2025 AGGIORNATI AL 8/11/2025: 89 APPUNTAMENTO  STAMPA 22/11 H ore Conferenza Stampa luogo CONTATTI STAMPA E-mail: stampa.nonunadimeno@gmail.com Roma: Palermo: FB: https://www.facebook.com/nonunadimeno/ IG: https://www.instagram.com/nonunadimeno/ BLOG NONUNADIMENO: https://nonunadimeno.wordpress.com/
Sabotiamo guerre e patriarcato. Facciamo salire la marea!
IL 22 NOVEMBRE INONDIAMO LE STRADE DI ROMA. IL 25 NOVEMBRE CORTEI, AZIONI E INIZIATIVE IN TUTTE LE CITTÀ! In un paese che si prepara al riarmo approfondendo disuguaglianze e discriminazioni, la violenza patriarcale diventa programma di governo ed è normalizzata dalla produzione ossessiva di misure e leggi misogine e transfobiche.  I dati dell’Osservatorio di Non Una di Meno registrano, tra gli altri dati, 78 femminicidi, 3 suicidi indotti di donne, 2 suicidi indotti di due ragazzi trans, 1 suicidio indotto di una persona non binaria, 1 suicidio indotto di un ragazzo ma, come sappiamo, questi numeri, di per sé eloquenti, non danno la misura di quel quotidiano sommerso e strutturale della violenza. L’approccio punitivista scelto dal Governo è pura propaganda da cui non farsi incantare: mentre mostra il pugno di ferro con l’ergastolo per i colpevoli di femminicidio, attacca i centri antiviolenza, la loro storia politica femminista, le pratiche e le metodologie per la fuoriuscita e la prevenzione della violenza di genere. Mentre i media rilanciavano la notizia dell’ennesimo femminicidio, la Commissione Cultura della Camera votava un disegno di legge che vietava l’educazione sessuale anche alle scuole medie e la subordina al consenso dei genitori negli istituti medi superiori, svuotando la scuola pubblica di un ruolo educativo insostituibile nella diffusione della cultura del consenso e delle differenze. Questa la fotografia del momento, al di là di ogni ipocrisia propagandistica o di piccoli dietrofront. Violenze, abusi e umiliazioni fanno parte dell’educazione sentimentale dei maschi italici da tempo – come testimoniano il gruppo facebook “Mia moglie” e i siti Fika.net e Social Media Girls – eppure le indicazioni nazionali di Valditara vanno proprio nella direzione di sdoganare la violenza, del disciplinamento di studenti e docenti, della militarizzazione dei saperi e della formazione, di un approccio alla cultura bigotto e autoritario. Si accompagnano alla stretta sui percorsi di affermazione di genere con la Legge Disforia nella crociata ideologica antigender che colpisce in particolare infanzia e adolescenza. Da donne, persone trans*, precarie, migranti paghiamo doppiamente il prezzo della militarizzazione delle relazioni, della vita, della società, dell’economia. Siamo noi a pagare il riarmo con i salari da fame, il part time imposto e il taglio del welfare. La manovra finanziaria propaganda il sostegno alle famiglie ma si tratta di mance una tantum come il Bonus Mamme e di incentivi a tornare a casa per curare figli e parenti senza alcun sostegno economico. Quando Meloni parla di famiglia e di natalità, in realtà scarica altro lavoro gratuito sulle donne per compensare i tagli alla sanità e ai servizi sociali.  In Italia sono più di 2 milioni le famiglie in povertà assoluta (con più di 1 milione di minori), si è povere anche se si ha un lavoro, i salari sono i più bassi d’Europa, non esistono tutele dal ricatto economico, molestie sul lavoro e stress mentale. In un Paese in cui cresce l’intensità del disagio economico, si sta configurando una legge di bilancio “austera” e piuttosto “debole” in termini di risorse, che libera soldi per il riarmo, la difesa e la produzione di armamenti all’interno della necessità di risanamento dei bilanci pubblici voluta dall’Europa.   Viviamo in un momento storico in cui la guerra è diventata la regola dei rapporti sociali. Nazionalismo e suprematismo sono le parole chiave della destra al potere che si riorganizza intorno a Trump. Si materializzano nella loro forma più brutale in Palestina, mentre la guerra globale si accende in decine di focolai nel mondo dettando le condizioni di un potere economico predatorio e senza argini.  Abbiamo abitato, a partire dal posizionamento transfemminista, con rabbia e desiderio le mobilitazioni contro il genocidio e il disegno neo-coloniale che si sta dispiegando ancora oggi in Palestina, nonostante la finta “tregua”. Nelle scorse settimane siamo state marea, esondazione di corpi che si sono riappropriati dello strumento dello sciopero generalizzato, che hanno praticato blocchi diffusi, che hanno espresso ostilità contro governi complici attraverso discorso e pratiche radicali. Dalla giornata del TDOR del 20 allo sciopero del 28 sarà di nuovo agitazione permanente. Occupiamo le piazze per bloccare tutto e unire le lotte! In uno scenario in cui paradigma genocidario e guerra stanno cambiando il volto dell’economia, del welfare e della produzione, pensiamo sia sempre più urgente ribadire che la Palestina ci riguarda, che lottare per l’autodeterminazione dei popoli significhi lottare per l’autodeterminazione dei nostri corpi e delle nostre vite, a partire dalle soggettività specifiche che ne sono maggiormente colpite, donne, giovani, migranti, precarie, persone trans*, queer, non binarie, lavoratrici.    Il 22 novembre inondiamo le strade di Roma! il 25 novembre cortei, azioni e iniziative in tutte le città. Per un’antiviolenza femminista e transfemminista, finanziata e libera dall’ideologia punitivista e confessionale. Per una scuola libera da condizionamenti e diktat, per la libertà di ricerca e di insegnamento, per l’educazione sessuo-affettiva dalla scuola dell’infanzia all’università. Contro la manovra finanziaria. Noi la guerra non la paghiamo! Né complici né vittime della conversione bellica. Per il diritto all’autodeterminazione dei corpi e dei popoli.
Sabotiamo guerre e patriarcato. Facciamo salire la marea!
IL 22 NOVEMBRE INONDIAMO LE STRADE DI ROMA! IL 25 NOVEMBRE CORTEI, AZIONI E INIZIATIVE IN TUTTE LE CITTÀ In un paese che si prepara al riarmo approfondendo disuguaglianze e discriminazioni, la violenza patriarcale diventa programma di governo ed è normalizzata dalla produzione ossessiva di misure e leggi misogine e transfobiche.  I dati dell’Osservatorio di Non Una di Meno registrano, tra gli altri dati, 78 femminicidi, 3 suicidi indotti di donne, 2 suicidi indotti di due ragazzi trans, 1 suicidio indotto di una persona non binaria, 1 suicidio indotto di un ragazzo ma, come sappiamo, questi numeri, di per sé eloquenti, non danno la misura di quel quotidiano sommerso e strutturale della violenza. 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Violenze, abusi e umiliazioni fanno parte dell’educazione sentimentale dei maschi italici da tempo – come testimoniano il gruppo facebook “Mia moglie” e i siti Fika.net e Social Media Girls – eppure le indicazioni nazionali di Valditara vanno proprio nella direzione di sdoganare la violenza, del disciplinamento di studenti e docenti, della militarizzazione dei saperi e della formazione, di un approccio alla cultura bigotto e autoritario. Si accompagnano alla stretta sui percorsi di affermazione di genere con la Legge Disforia nella crociata ideologica antigender che colpisce in particolare infanzia e adolescenza. Da donne, persone trans*, precarie, migranti paghiamo doppiamente il prezzo della militarizzazione delle relazioni, della vita, della società, dell’economia. Siamo noi a pagare il riarmo con i salari da fame, il part time imposto e il taglio del welfare. La manovra finanziaria propaganda il sostegno alle famiglie ma si tratta di mance una tantum come il Bonus Mamme e di incentivi a tornare a casa per curare figli e parenti senza alcun sostegno economico. Quando Meloni parla di famiglia e di natalità, in realtà scarica altro lavoro gratuito sulle donne per compensare i tagli alla sanità e ai servizi sociali.  In Italia sono più di 2 milioni le famiglie in povertà assoluta (con più di 1 milione di minori), si è povere anche se si ha un lavoro, i salari sono i più bassi d’Europa, non esistono tutele dal ricatto economico, molestie sul lavoro e stress mentale. In un Paese in cui cresce l’intensità del disagio economico, si sta configurando una legge di bilancio “austera” e piuttosto “debole” in termini di risorse, che libera soldi per il riarmo, la difesa e la produzione di armamenti all’interno della necessità di risanamento dei bilanci pubblici voluta dall’Europa.   Viviamo in un momento storico in cui la guerra è diventata la regola dei rapporti sociali. Nazionalismo e suprematismo sono le parole chiave della destra al potere che si riorganizza intorno a Trump. Si materializzano nella loro forma più brutale in Palestina, mentre la guerra globale si accende in decine di focolai nel mondo dettando le condizioni di un potere economico predatorio e senza argini.  Abbiamo abitato, a partire dal posizionamento transfemminista, con rabbia e desiderio le mobilitazioni contro il genocidio e il disegno neo-coloniale che si sta dispiegando ancora oggi in Palestina, nonostante la finta “tregua”. Nelle scorse settimane siamo state marea, esondazione di corpi che si sono riappropriati dello strumento dello sciopero generalizzato, che hanno praticato blocchi diffusi, che hanno espresso ostilità contro governi complici attraverso discorso e pratiche radicali. Dalla giornata del TDOR del 20 allo sciopero del 28 sarà di nuovo agitazione permanente. Occupiamo le piazze per bloccare tutto e unire le lotte! 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Per il diritto all’autodeterminazione dei corpi e dei popoli.