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Il genocidio visto da un ospedale: il racconto di Elyas Abu Safiya
“La vita umana ha lo stesso valore identico valore ovunque sia…”, Moreno Festuccia, del Coordinamento Nazionale della Rete #DigiunoGaza Venerdì pomeriggio alle ore 18 all’Università degli Studi di Torino nell’Aula 101 dell’edificio ex La Stampa in via Chiabrera 27 è intervenuto Elyas Abu Safiya, medico palestinese, figlio di Hussam Abu Safiya, pediatra, direttore dell’ospedale Kamal Adwan detenuto nelle carceri israeliane dal 2024. Curare i bambini non è un crimine è il titolo dell’iniziativa promossa dalla Rete #DigiunoGaza, Amnesty International, NUR – Narrazioni Umane di Resilienza e dal collettivo Oltre la Cura. La testimonianza di Elyas è stata toccante ma amara. Anche il figlio di Hussam è un medico, specializzato in medicina d’urgenza. Suo fratello minore, ancor prima dell’arresto del padre, venne ucciso durante un’attacco all’ospedale e lì, nel cortile interno, è stato sepolto. Elyas ha raccontato la situazione dell’ospedale prima dell’arresto di Hussam avvenuto il 27 dicembre 2024 e spezzoni video hanno reso con durezza ciò che le sue parole descrivevano: una tragedia disumana, un dolore soffocante ma insieme la decisione di non abbandonare l’unica possibilità di una qualche pur limitata cura, l’unica accessibile per migliaia di persone. Un giorno si sono ritrovati con 127 bambini in rianimazione, non sappiamo quanti ne siano sopravvissuti, ma senza la decisione di Hussam Abu Safiya e di tutto il personale sanitario dell’ospedale sarebbero sicuramente morti tutti. I morti quasi non si potevano contare, spesso in condizioni così terribili che era quasi impossibile riconoscerli con certezza. Le salme erano ammassate, alle famiglie che ne richiedevano il corpo del proprio caro venivano consegnate chiuse nel nylon, l’identificazione fatta in modo approssimativo valutandone peso e dimensioni. Ancor prima dell’arresto del padre, anche suo fratello minore venne ucciso durante un’attacco all’ospedale e lì, nel cortile interno, è stato sepolto. Le ultime notizie dirette di Hussam Abu Safiya risalgono a qualche mese fa, quando il suo avvocato ebbe il permesso d’incontrarlo. Le sue parole, in quel momento furono: “Mi hanno portato qui per uccidermi”. Da quell’incontro sappiamo che Hussam, detenuto in isolamento, viveva in una cella di 2 metri per due, poteva fare una doccia di due minuti ogni dieci giorni e necessitava di cure mediche. Molti palestinesi preferiscono la morte alla detenzione. Inevitabili le domande di Elyas: “Perchè un medico può essere ucciso davanti ai nostri occhi, perchè un medico può subire tutto questo mentre il mondo resta silente, dov’è la comunità internazionale? Dov’è la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo?” Cosa possiamo fare noi in questa situazione? Elyas lo chiede a tutti e tutte noi in modo schietto e diretto. Non lasciamo calare il silenzio su Gaza, come Elyas sta portando la sua testimonianza fatta di ricordi, dolore ma anche speranza, anche noi possiamo tenete alta l’attenzione, parlare del genocidio in atto e fare pressione. E adesso? E adesso la guerra continua, i bombardamenti non sono più a tappeto ma ci sono ancora e, spiega Elyas “l‘inverno sta arrivando e migliaia di bambini moriranno, non solo per le bombe, anche per il freddo, non hanno un tetto, non hanno una coperta”. E moriranno anche perchè il cibo è poco, l’acqua non è pulita e farmaci e medici non ci sono. Attualmente sono 81 i sanitari che condividono la situazione di Abu Safiya padre. La distruzione del sistema sanitario è un modo calcolato di continuare il genocidio, dove non arrivano le bombe arrivano malattie e mancanza di cure. Un medico in meno oggi significa più morti domani e per tanti altri giorni a venire.  Al proposito Martina Marchiò, infermiera e vicepresidente di Medici Senza Frontiere Italia, più volte a Gaza come volontaria, ha ricordato che la sua organizzazione non ha più personale internazionale nel territorio della Striscia. Continua a operare come ente ma l’attività è tutta a carico di personale sanitario palestinese che però è allo stremo delle forze. Tutti hanno subito continui sfollamenti, lutti, orari esasperanti, “gli internazionali” sarebbero ora più necessari che mai. Oltre Martina Marchiò sono intervenuti all’incontro anche Guido Giustetto, presidente dell’Ordine dei Medici di Torino; Antonio Scordia di Amnesty International Italia; Moreno Festuccia, ematologo e rappresentante del Coordinamento Nazionale della Rete #DigiunoGaza. Moderatore dell’evento è stato Brahim Baya, fondatore di NUR – Narrazioni Umane di Resilienza. Per il dottor Hussam Abu Safiya Amnesty International ha attivato la raccolta firme per richiedere la liberazione immediata e incondizionata del medico palestinese. Il figlio è in Italia dal 14 ottobre per una serie d’incontri tra cui quello torinese. Il 15 è stato a Roma presso il Ministero degli Esteri dove ha consegnato le 100.500 firme raccolte grazie all’appello di Amnesty International Italia. Sempre il 15 ma nel pomeriggio, ha ritirato il Premio Gianni Rufini 2026, conferito al padre Hussam Abu Safiya. Peccato però che il desiderio principale di Elyas sia poter tornare a sentire la sua voce, potersene prendere cura e riabbracciarlo. Tutto l’incontro è disponibile qui:         Sara Panarella
October 19, 2026
Pressenza
Libano, ecco dove arriva il modello Gaza
E il Libano? Non dimentichiamolo, perché, almeno nella parte a sud, ha subito e sta subendo quello che Israele ha fatto e sta facendo subire a Gaza. È un vero e proprio “modello Gaza” con tutti i suoi orrori che è stato esportato e che consiste nel fare terra bruciata: distruggere edifici con chi è ancora dentro, attaccare i civili indiscriminatamente, spianare territori, spargere fosforo bianco sui campi coltivati in modo da inquinarli e renderli sterili per il futuro. Vogliamo dirlo in forma sintetica? Si tratta di portare la morte ovunque ci sia una forma di vita. Infatti per i crimini perpetrati seguendo il “modello Gaza” occorre creare delle nuove parole perché “genocidio” non basta più e allora ecco neologismi come culturicidio, ecocidio, scolasticidio, spaziocidio e altri, tutti abbastanza brutti ma indicativi di quanto sta accadendo: non ci sono più parole sufficienti a descriverlo. “Gaza in Libano – Gaza in Italia” è il titolo di un incontro promosso dall’Università Statale di Milano che con l’iniziativa LA STATALE PER LA PACE offre uno spazio di riflessione, confronto e approfondimento sui temi della pace e della giustizia, in connessione con RUniPace (Rete Universitaria per la Pace) che riunisce in dialogo su questo tema vari atenei. Questa rete culturale per continuare a portare avanti il senso critico e civico nel mondo intellettuale e tra studenti, nel silenzio complice della politica, mi sembra oltremodo importante. È una sorta di controinformazione a livello alto, che non si riversa ancora sull’opinione pubblica, ma è fondamentale, perché “la cultura è resistenza”. È proprio questa l’espressione utilizzata da Monica Macchi, rappresentante del Nazra Film Festival, un festival militante di cinema itinerante dedicato al cortometraggio, che dal 2017 documenta una realtà che ci viene male raccontata e moltissimo taciuta dai media ufficiali. In sala sono stati proiettati un paio di brevi filmati. Il primo raccontava le distruzioni a tappeto effettuate in Libano (le stesse immagini spietate che abbiamo visto a Gaza), ma anche l’incredibile senso che hanno i libanesi della famiglia: un grande corpo esteso che raggruppa tutti i parenti di diverse generazioni. Il secondo filmato consisteva principalmente nella testimonianza di Hamza, studente palestinese di medicina che ha collaborato con il dott. Hussam Abu Safyia, ormai da mesi detenuto nelle carceri israeliane, e che oggi è in Italia per proseguire gli studi grazie al progetto IUPALS (Italian Universities for Palestinian Students). Il messaggio che anche dei giovani come lui riescono a lanciare è straordinario: “La capacità di resistenza è fondata sulla scuola e sullo studio”, e anche “si può nascere, morire e tornare a vivere”. Perché lui ha perso tutto, casa e familiari, ma sogna solo di poter tornare in Palestina come neurochirurgo, cioè in una terra dove ospedali, infermieri e presidi sanitari sono un target per Israele. Ecco come va il mondo: i nostri laureati sognano di andarsene dall’Italia e i giovani palestinesi e libanesi sognano invece di tornare e di ricostruire la loro patria, perché non riescono a concepire una vita lontani dalle loro radici e dalla loro identità. Per chi desiderasse sostenere i loro progetti portandoli a studiare in Italia, è possibile finanziare delle Borse di Studio (https://lastatalenews.unimi.it/raccolta-fondi-sostegno-percorso-studio-studentesse-studenti-palestinesi – https://www.unimi.it/it/ateneo/sostenere-la-statale/donazioni-ed-erogazioni-liberali). In conclusione è doveroso ringraziare gli altri organizzatori dell’incontro che sono intervenuti tutti con parole sensibili: Laura Giovinazzi e Elisa Giunchi, entrambe dell’Università degli Studi di Milano, Stefano Simonetta, docente, Camille Eid, giornalista e studioso, Chantal Antonizzi, di Amnesty International e il drappello di studenti palestinesi presenti in sala. Ma come vera conclusione di questo articolo citerò una scritta che è stata proiettata: “NON DEVI ESSERE UN ARABO PER STARE DALLA PARTE DEI PALESTINESI. DEVI SOLO ESSERE UMANO”. Redazione Milano
October 17, 2026
Pressenza
Iran: salviamo Najmeh Amini
Condannata a morte per blasfemia Una donna di 23 anni, Najmeh Amini, è stata condannata alla pena capitale per blasfemia a causa di un post sui social media. A lanciare l’allarme internazionale è stato The Guardian. Studentessa di contabilità, è detenuta nel carcere di Vakilabad, nella città nord-orientale di Mashhad. È stata condannata a oltre 12 anni di carcere e
October 16, 2026
La Bottega del Barbieri
Pena di morte: un Nobel e gli ignobili (Usa)
Il premio Nobel 2026 è contro «i boia di Stato». Una breve nota della Bottega. A seguire Riccardo Noury sull’orrore di Christa Pike e un articolo di Angela Napoletano sulla vergogna statunitense di trasmettere una fucilazione «in diretta». UNA BREVE INTRODUZIONE Assegnato oggi il «Nobel per la pace» a Navi Pillay (ne riparleremo in Bottega). L’ira di Israele e Usa
Palestina: effetto collaterale?
Con aggiornamenti di Anbamed e Radio Onda d’Urto; appuntamenti; articoli e analisi di Awad Abdelfattah, di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad, di Ilaria de Bonis, di Claudio Geymonat, di Gaurav Kumar, di Lavinia Marchetti, di Tamer Nafar, di Enrico Semprini e altre/i Prefazione di Enrico Semprini. In questo dossier si parla di eccidi, di solidarietà e…del punto di vista palestinese
Bottega: cronache di una migrazione annunciata (2/2)
di jolek78 Mettere su un servizio è un lavoro che conosco. Spiegare a cosa serve, no. Il collettivo della Bottega mi ha chiesto, legittimamente, alcune cose semplici: la newsletter che parte; il sito che si apre; il contatore che dice quanti leggono. Io ho risposto con container, relay, DMARC, log. Sono risposte giuste che nessuno aveva chiesto, formulate in una
Boia di Stato: gli Usa, gli Usa e gli Usa
Tre articoli ripresi dal nuovo numero del Foglio di collegamento del «comitato Paul Rogeau contro la pena di morte»:  due storie  di “errori” e un elenco di film e video video. A seguire la presentaziione e l’indice del nuovo numero.  “SONO USCITO DALLA PRIGIONE MA NON SONO ANCORA LIBERO” LOUISIANA: imparare a vivere in libertà, 30 anni dopo la condanna
September 24, 2026
La Bottega del Barbieri