Sostanza di cose sperate: Chagall, l’Esodo e la Rivoluzionedi GIROLAMO DE MICHELE.
Nella mostra Chagall testimone del suo tempo che sta per terminare a Ferrara è
presente un’opera di particolare valore – posto che ne esista qualcuna, di
Chagall, che ne sia priva: Exodus, o la nave Exodus. È un dipinto del 1948, in
apparenza dedicato alla vicenda della nave Exodus, che si prolunga in un più
noto dipinto sul tema dell’esodo, e al tempo stesso raccoglie spunti provenienti
dalla seconda metà degli anni Trenta. L’attualità di quest’opera d’arte, vorrei
dire la sua imprescindibile necessità, a fronte dell’orrore del presente,
richiede un momento di meditazione: come accade con la grande arte e la grande
cultura, la visione di quest’opera sposta in avanti confini in chi la contempla.
Partiamo dall’apparente contesto. La storia della nave Exodus sembra nota, anche
grazie al romanzo e al film che ne seguirono: una nave carica di profughi ebrei,
scampati alla Shoah, cercò invano di attraccare in Palestina; respinta dalla
marina britannica (la Palestina era all’epoca sotto mandato britannico), la nave
fu costretta a tornare in Europa, e i passeggeri costretti alla deportazione nei
campi di concentramento rimasti vuoti dopo la loro liberazione nel 1945. Ad
aggiungere orrore all’orrore, per reprimere le proteste dei rifugiati
l’amministrazione britannica giunse a ridurre loro le razioni alimentari. Il
film di Otto Preminger, discutibile sotto diversi aspetti, con un finale che
auspica alla convivenza in un’unica terra fra arabi ed ebrei, ha per
protagonista Paul Newman, che presta il suo volto a un personaggio nel quale si
è voluto riconoscere Ytzak Rabin: quel Rabin che, vale ricordarlo, divenuto
Primo Ministro, siglò gli accordi di Oslo e fu premiato col Nobel per la pace,
assieme a Shimon Peres e Yasser Arafat; salvo essere assassinato, nel corso
della campagna elettorale susseguente, da un terrorista sionista di estrema
destra (la cui fazione politica è oggi al governo).
Ma la stessa vicenda dell’Exodus ha un lato oscuro: ad acquistare e attrezzare
la nave per il trasporto dei profughi fu un’organizzazione politica
estremistica, l’Haganah, che si macchiava in quegli anni assieme all’Irgun di
veri e propri atti terroristici, quale fu far saltare in aria l’Hotel King David
nel quale, in alcune stanze, risiedevano ufficiali britannici, con 91 morti e 46
feriti fra britannici e civili alloggiati (è un evento che è presente nel film).
Come la stazione di Bologna il 2 agosto 1980. In realtà l’Haganah, dalla cui
dirigenza proverranno futuri esponenti politici quali Ariel Sharon e Menachem
Begin, non aveva la capacità militare o politica di garantire lo sbarco dei
profughi: che furono quindi vittime, oltre che dei nazisti e del governo
britannico, anche dell’organizzazione paramilitare cui si erano affidati.
In questo coacervo di tragedie che impastano quel banco di macelleria che a
volte sembra essere la storia, cosa c’entra un artista come Chagall, in
apparenza il meno politico dei pittori provenienti dalla grande stagione
artistica sbocciata fra le due guerre mondiali?
C’entra: ma a modo suo, come sempre nelle sue opere. Chagall parte dal nome
della nave, che rimanda alla narrazione biblica, cioè all’esodo dall’Egitto: e
fonde le due narrazioni in un flusso continuo, nel quale la storia sacra assorbe
non solo l’attualità, ma anche la tragedia personale del pittore, che durante la
guerra aveva perso l’amatissima moglie Bella Rosenfeld, ritratta qui come in
molte tele precedenti. Ma non basta: al centro dell’opera Chagall dipinge una
crocifissione – tema frequente, nella sua arte. Storia sacra ebraica e
cristiana, vecchio e nuovo Testamento sono unificate in una narrazione che mette
al centro la sofferenza umana: non di questo o di quell’umano, ma dell’umanità.
La politicità di Chagall è tutta in questo gesto: la narrazione biblica non è
letta come una storia reale, dalla quale discenderebbero imperativi politici,
men che meno come un evento che, per il suo carattere sacro, si ripeterebbe
sempre uguale nel corso della storia, ma come un racconto che si dipana davanti
allo spettatore: al quale è assegnato il compito di interpretare questa storia,
che è sempre mutevole perché mutevoli sono le sue interpretazioni. Questa mossa
artistica giunge alla sua acme nelle grandi vetrate che Chagall dipinge negli
anni Cinquanta: la stessa raffigurazione di episodi della storia biblica diventa
mutevole, grazie alla perizia tecnica del pittore, a seconda del variare della
luce nel corso del giorno (la mostra ferrarese ricostruisce queste vetrate,
aggiungendovi alcuni disegni preparatori).
Rappresentare la sofferenza al di fuori delle sue cause storiche può sembrare un
gesto temerario: la sofferenza sarebbe una costante dell’umanità, un esito
ineludibile della caduta susseguente al morso della mela, che solo alla fine dei
tempi troverà riparo, e verso la quale non può esserci altro che compassione e
pietà? La risposta del pittore ebreo-russo è in un’opera del 1937, Rivoluzione,
che dialoga a distanza con le grandi opere politiche degli anni Trenta, da
Guernica di Picasso a Cavalleria rossa di Malevich. Chagall, com’è noto, fu
entusiasta della Rivoluzione d’ottobre: «La rivoluzione mi ha scosso con tutta
la sua forza, impadronendosi della personalità, di un singolo uomo, del suo
essere, traboccando dai confini dell’immaginazione ed irrompendo nel mondo
sentimentale delle immagini, che diventano a loro volta parte della
rivoluzione», scrive nella sua autobiografia. Salvo esserne ben presto deluso
per l’incomprensione che la sua arte incontrò presso le avanguardie
rivoluzionarie degli anni Venti. Un destino analogo, ma senza il tragico finale,
a quello di Esenin, il maggiore dei poeti di quella generazione. Per inciso: una
straordinaria mostra ospitata a Bologna nel 2017-18 – Revolutija. Da Chagall a
Malevich, da Repin a Kandinsky – ha ricostruito la grandezza di quel frangente
pittorico russo; e non per caso il volo di Bella in una delle più note tele di
Chagall ne costituiva l’avvio.
Nel 1937, dunque, Chagall dipinge la rivoluzione. La tela è letteralmente divisa
in due parti: a sinistra le masse rivoluzionarie sul punto di irrompere sulla
scenda del mondo,a destra la vita quotidiana, con le sue sofferenza, ma anche i
suoi sogni. Al centro un funambolo, fissato nel mezzo di una piroetta. Quella
del funambolo, e più in generale le figure del circo, non sono certo una novità
nel mondo di Chagall; se non ché questo funambolo è lo stesso Lenin, che in
equilibrio capovolto sul bordo del tavolo (che ritroveremo, rovesciato, nella
tela di Exodus) indica alla rivoluzione la strada: la quotidianità sofferente
del popolo russo. È ciò che Chagall ha visto in Lenin? O è ciò che Lenin avrebbe
dovuto essere, e non è stato? O ciò che Chagall si aspettava da Lenin? Sarebbe
stolto rinchiudere in un’unica interpretazione, supposta “vera”, l’arte di
questo grande artista. Ma quel che è certo, è che una rivoluzione che non si
faccia carico delle sofferenze quotidiane della gente comune non è una
rivoluzione.
Rivoluzione significa, anche, liberare l’umanità dai vincoli del destino, del
fato, della predeterminazione: dalla falsa idea che la storia sia già scritta,
che il suo artefice non siano gli esseri umani, ma un qualche dio che ha già
tutto preordinato. A maggior ragione, leggere la storia sacra come un evento non
simbolico o allegorico ma letterale, che si ripete sempre immutabile, dal quale
trarre comandamenti inderogabili perché proferiti da un dio che divide i popoli,
ordina ad alcuni di massacrarne altri, distribuisce le terre come un feudale, è
idolatria. Lo stesso Raphael Lemkin, che ha coniato il concetto giuridico di
genocidio, nonché la stessa parola che lo definisce, rigettava l’idea che dalla
Torah si potesse trarrre l’insegnamento che un dio ordina a un popolo di
massacrare altri popoli: una rappresentazione, argomentava, cui tutti i maggiori
antisemiti, dal greco Apione a Houston Stewart Chamberlain, hanno fatto
riferimento; e che implica la negazione del libero arbitrio e dell’etica
individuale in chi si ritiene destinato a obbedire alla propria divinità e
obbligato a praticare omicidi di massa. L’ebreo Spinoza osò affermare che non si
possono trarre comandamenti, leggi, concezioni politiche da un testo scritto in
una lingua mancante di vocali e segni d’interpunzione; i cui verbi
all’indicativo mancano del presente, dell’imperfetto, del piuccheperfetto e del
futuro, nonché dei tempi del congiuntivo, per limitarsi alle lacune più
evidenti: la stessa lettura del testo è un’interpretazione, dalla quale non
possiamo trarre altro comandamento se non quello di amarci l’un l’altro. La
risposta degli idolatri della sinagoga di Amsterdam fu questo herem (scomunica):
“Che sia maledetto di giorno e di notte, mentre dorme e quando veglia, quando
entra e quando esce. Che l’Eterno non lo perdoni mai. Che l’Eterno accenda
contro quest’uomo la sua collera e riversi su di lui tutti i mali menzionati nel
libro della Legge; che il suo nome sia per sempre cancellato da questo mondo
[…]. Sappiate che non dovete avere con Spinoza alcun rapporto né scritto né
orale. Che non gli sia reso alcun servizio e che nessuno si avvicini a lui più
di quattro gomiti. Che nessuno dimori sotto il suo stesso tetto e che nessuno
legga alcuno dei suoi scritti”. Per buona misura, queste parole furono
accompagnate da un coltello che lo mancò di un niente, bucandogli il panciotto
all’altezza del cuore. Gli eredi di quegli idolatri invocano oggi il loro dio
per legittimare la distruzione di un popolo in esecuzione di un preteso comando
eterno: ricordati di distruggere il popolo di Amalek, donne e bambini compresi.
Gli amalekiani erano un popolo canaanita, che reagì a quella che parve loro
un’invasione degli ebrei in fuga dall’Egitto, e per questo fu condannato alla
distruzione e alla cancellazione della memoria: questa è la lettera del testo
biblico, come epilogo dell’esodo. In verità, il re Saul non obbedì a questo
comando divino. Fatto è che non solo la lettera del testo, ma la lettura
storico-poltica dell’Esodo si muove su una strada pericolosa. Nel corso degli
eventi storici è capitato più volte che qualcuno si sentisse interprete della
favola dell’Esodo: basti ricordare che i costituenti americani vagliarono, come
simbolo della nazione che stavano fondando, la nave di Enea, anche lui
protagonista di una favola in cui l’eroe fugge da una terra verso un’altra che
gli è stata promessa dai suoi dèi. Ma chi può sapere qual è il vero dio, posto
che ce ne sia uno e che sia solo uno? Purtroppo leggere sé stessi come
protagonisti dell’Esodo – posizione peraltro pericolosamente contraddittoria: se
il soggetto del testo coincide con l’interprete del testo, chi potrebbe mai
osare di contraddirlo? – ha comportato più di una volta l’intendersi come
“agenti morali divinamente ispirati”, fanaticamente convinti che non si può allo
stesso tempo “appartenere” e preoccuparsi dei Canaanei che non appartengono a
dio. Sempre ammesso che i Canaanei – cioè quelli che sono “fuori” dal proprio
disegno, siano visti: perché è capitato di giungere nella terra creduta
“promessa” e vedere in essa una vasta prateria o un deserto vuoto da occupare,
senza vedervi gli abitanti presenti. Cioè quelli che sono stati per davero
esiliati, in quanto sconfitti. Lo scrisse il filosofo palestinese Edward Said,
in una magistrale “lettura canaanita” in cui passava a contropelo la filosofia
politica di Michael Waltzer, e in particolare il suo Esodo e Rivoluzione:
concludendo che «la forza della posizione canaanea, cioè dell’esilio, sta nel
fatto che, essendo sconfitti e “fuori”, si può forse provare più facilmente
compassione, più facilmente chiamare ingiustizia l’ingiustizia, più facilmente
parlare direttamente e chiaramente di ogni oppressione e con meno difficoltà
cercare di comprendere (piuttosto che mistificare o occultare) la storia e
l’uguaglianza».
Impigliati come siamo nelle tragedie degli eventi odierni, il gesto di Chagall,
che legge la storia sacra come una fonte poetica la cui sostanza non sono gli
eventi storici ma i simboli, della quale ciascuno è libero interprete, essendo
la narrazione stessa mutevole a seconda della prospettiva che la interpella, ci
appare magistrale. Ci insegna che i veri amalekiti non sono i protagonisti di
una favola creduta vera: i veri amalekiti sono gli idolatri che per aver
scrutato troppo a lungo l’abisso di Amalek, sono stati scrutati da Amalek, e lo
sono diventati. E certo ne esisterà quacuno, o qualcuna, che mentre recita i
versetti che incitano a cancellare i canaaniti, contempla la stampa di Chagall
appesa alla parete – così va il mondo. Ma per ogni mondo impregnato del sangue
degli innocenti e della sofferenza dei viventi ne esiste uno, tutto da
costruire, nel quale questi orrori non hano più ragione di esistere: che sia per
ora un sogno non comporta di dover smettere di credervi, e di operare per la sua
realizzazione. Come indica il funambolo-Lenin, si tratta di vedere qual è la sua
direzione. Dipingere ciò che non s’è mai visto significa dare sostanza alla
speranza – non alla speranza come attesa inerte e passione triste, ma come
azione per il cambiamento. Non può esserci felicità senza una capra che suona il
violino, è stato saggiamente detto a proposito di una celebre immagine di
Chagall. Certo, si potrebbe rispondere: chi ha mai visto una capra che suona il
violino? Ma, ce lo ricordava Paolo Virno, l’argomento di cose non apparenti è la
sostanza di cose sperate: che è, anche, ciò per cui vale la pena vivere e
lottare.
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