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Il sindaco del rigassificatore parla di cambiamenti climatici a Ravenna
Ci sarebbe da ridere se non fosse puro imbarazzo, leggendo che l’ex sindaco di Ravenna, balzato durante il proprio mandato alla poltrona di presidente di Regione, torna a Ravenna per parlare di cambiamenti climatici. Ravenna, città plurimedagliata d’Italia per smog, fragilità idraulica e cementificazione di suolo, consumato voracemente anche durante i suoi 10 anni di sindaco. Grazie alla Giunta de Pascale, in un territorio che vanta il primato per le industrie a rischio di incidente rilevante, è stato dato il via libera ad una delle opere più impattanti mai realizzate: il rigassificatore offshore a ciclo aperto. Insieme alle centinaia di chilometri di infrastrutture dedicate, esso leghera’ mani e piedi per decenni l’Italia all’uso di combustibili fossili, tra i maggiori climalteranti del pianeta. Senza considerare che la scelta discende dalla forzatura degli equilibri politici internazionali, con la conseguente corsa al riarmo e alle guerre: quanto di più folle ed insostenibile dal punto di vista ambientale – oltre che umano – possa essere immaginato. Ma restiamo ai casi che abbiamo seguito da vicino: grazie a de Pascale si è avviato, con i fondi PNRR presi in prestito dall’Europa, il cosiddetto “Parco Marittimo”, per realizzare il quale sono state sepolte e riciclate tonnellate di rifiuti, abbattute centinaia e centinaia di alberi, manomesse dune e habitat proprio nei contesti più vulnerabili, quelli posti a protezione del fragile territorio costiero. Un’opera distruttiva, realizzata usando anche legno esotico proveniente dai disboscamenti della foresta Amazzonica (il massaranduba per il piano di calpestio delle passerelle) fortemente voluta dalla Giunta, che sta sfigurando Lido di Savio, privandolo del suo bellissimo viale principale alberato, in grado di fornire alla località servizi ecosistemici per 200 mila euro l’anno. Carte “false” pur di abbattere ad ogni costo, tant’è che gli abbattimenti, privi dell’adeguata ordinanza esecutiva, sono stati nuovamente fermati dal TAR. Alberi cinquantennali sanissimi sottoposti a valutazioni quantomeno discutibili, il cui autore, l’agronomo Morelli, è stato difeso pubblicamente a spada tratta – forse inconsapevolmente, proprio per il caso in questione – dall’ospite della serata che vedrà protagonista de Pascale, il meteorologo Randi. Un’intolleranza dichiarata, quella verso i pini, che ha fatto scuola e che sta cambiando per sempre, dopo centinaia di anni, il volto amato dei nostri luoghi. Ma in tutta questa farsa, è sempre la natura, offesa, piegata e derisa, a presentare implacabile l’amaro conto.   Il gruppo di cittadini “Salviamo i pini di Lido di Savio e Ravenna” Redazione Romagna
Ex Eridania, un patrimonio naturale unico per Forlì
Il TAAF esprime forte preoccupazione per il progetto che prevede l’insediamento della nuova Questura nell’area dell’ex Eridania, uno degli ultimi e più preziosi polmoni verdi della città di Forlì. Quell’area, abbandonata da decenni alle logiche del cemento, si è trasformata spontaneamente in una vera oasi naturale urbana, svolgendo funzioni ambientali fondamentali per il benessere collettivo come ad esempio: – assorbimento delle polveri sottili e miglioramento della qualità dell’aria; – mitigazione delle temperature estreme e del microclima urbano; – tutela della biodiversità, oggi sempre più rara all’interno delle città e un drenaggio naturale delle acque e riduzione del rischio idrogeologico. Per quanto riguarda il primo punto sottolineiamo la forte incidenza di forme tumorali negli ambienti dove la quantità di polveri sottili supera i limiti accettabili dalla specie umana (vedi le numerosissime pubblicazioni scientifiche al riguardo); per la seconda funzione (sempre accertata dalla ricerca scientifica mondiale) si evidenzia che l’area boscata limita le temperature estreme riducendo drasticamente le malattie da eccesso di calore in particolare nelle persone anziane. Per la terza funzione è ben chiaro che non si tratta di un’area “vuota” o degradata, ma di un ecosistema vivo e funzionante e per questo riconosciuto anche dalla comunità scientifica. Studi naturalistici documentano infatti la presenza stabile di una garzaia urbana con nidificazione di tante specie fra le quali alcune protette dalle leggi come l’Airone cenerino, la Garzetta e l’Airone guardabuoi. Queste specie sono tutelate dalla Direttiva Uccelli 2009/147/CE, dalla Legge 157/1992 e dalla normativa ambientale nazionale ed europea, che vietano la distruzione dei siti di riproduzione e di sosta della fauna selvatica. Qualsiasi intervento che comporti la compromissione dell’habitat rappresenterebbe non solo un grave danno ambientale, ma anche una possibile violazione delle leggi vigenti (Direttiva Habitat (92/43/CEE), recepita dall’Italia nel 1997 (DPR 357/97). Inoltre, il 29 luglio 2024 l’Unione Europea ha approvato la Nature Restoration Law, una legge che segna un punto di svolta nel rapporto fra uomo e biodiversità per il ripristino degli ecosistemi. Oltre alle normative sopra citate, facciamo presente che la stessa Provincia di Forlì-Cesena e la Regione Emilia Romagna si sono già espresse favorevolmente in merito al mantenimento della garzaia, offrendo anche la loro collaborazione per eventuali progetti di mantenimento dell’ambiente che si è formato come in fondo stanno facendo le città più avanzate dell’Europa che investono nella rinaturalizzazione e nella tutela degli spazi verdi e non nella loro cancellazione. Il TAAF, con questo intervento, oltre ad aver presentato alla cittadinanza informazioni utilissime per il benessere collettivo regalate dall’area verde, chiede all’Amministrazione comunale di: * riconoscere formalmente il valore naturalistico di tutta l’area e di avviare le procedure per l’istituzione di un’area di riequilibrio ecologico nella porzione boschiva a nord ovest dell’ex Eridania; * fermare il progetto di intervento distruttivo della garzaia per il trasferimento di uffici del dipartimento di pubblica sicurezza; * avviare, in tempi brevi, un confronto pubblico e trasparente con i cittadini, le associazioni e i tecnici competenti perché è una scelta che riguarda il futuro di tutta la città più sana, resiliente e vivibile.   Tavolo Associazioni Ambientali Forlì Redazione Romagna
Nazioni Unite: un report sulla “bancarotta idrica mondiale”
L’Istituto per l’acqua, l’ambiente e la salute dell’Università delle Nazioni Unite (United Nations University institute for water, environment and health, Unu-Inweh) ha rilasciato il report “Global Water Bankruptcy: Living Beyond Our Hydrological Means in the Post-Crisis Era” che analizza a livello planetario lo stato delle riserve di acqua nel pianeta. Secondo quanto si legge nel rapporto circa 2,2 miliardi di persone non dispongono di acqua potabile gestita in modo sicuro, 3,5 miliardi non hanno servizi igienico-sanitari e 4 miliardi soffrono di grave scarsità d’acqua per almeno un mese all’anno; Il 70% delle principali falde acquifere mondiali mostra un trend di declino, abbiamo perso circa 410 milioni di ettari di zone umide e in molte località più del 30% della massa glaciale dal 1970. Il report suggerisce la necessità di un intervento urgente, coordinato e che coinvolga tutti i paesi: “Il momento in cui viene pubblicato questo rapporto è fondamentale e rappresenta un’opportunità cruciale per  rafforzare la responsabilità e elevare l’acqua a priorità globale”. Pressenza IPA
Patagonia Argentina: la cerimonia del Satun, un atto di resistenza della comunità Mapuche
La comunità Mapuche nativa di Pillan Mahuiza nella Patagonia Argentina, a cui siamo legati da anni, si appresta in febbraio a vivere il Satun: una cerimonia sacra in cui lo spirito del Lonko (guida politica e spirituale) viene presentato ufficialmente al popolo. Il Satun è il “ponte” tra la saggezza degli antenati e il futuro delle nuove generazioni. È l’atto con cui la guida spirituale assume il compito di proteggere l’equilibrio della terra e della gente. Oggi, questa cerimonia non è solo un rito, ma un atto di resistenza. Mentre la comunità si prepara, la Patagonia brucia. Incendi devastanti, alimentati da interessi estrattivi e speculativi, stanno distruggendo il territorio. Il governo non interviene per fermare le fiamme, ma sceglie di accusare ingiustamente i Mapuche, usando il disastro come pretesto per criminalizzare il popolo e incarcerare i leader. Proteggere questa cerimonia significa non permettere che la loro voce venga spenta. Mantenere viva una cultura millenaria ha costi logistici immensi, soprattutto per un popolo che vive sotto pressione costante. Per questo stiamo organizzando una raccolta fondi. I contributi aiuteranno a coprire: – Viaggi e Spostamenti: Permettere alla Machi (donna di medicina) e agli anziani di viaggiare da territori lontani per presiedere al rito. – Accoglienza e Logistica: Ospitare e onorare i partecipanti che arrivano da ogni parte della regione. – Il Rehue e il Rito: Cura dello spazio sacro, condivisione del pasto comunitario, elemento essenziale della benedizione. Ogni contributo, piccolo o grande, è un “passo importante” per la dignità di un popolo che resiste nel custodire una cosmovisione e nel custodire i boschi e le acque del territorio. Condividi: Aiutaci a rompere il silenzio mediatico sulle ingiustizie in Patagonia. Far conoscere la verità è già un atto di sostegno. Il tuo gesto permetterà alla spiritualità nativa Mapuche di continuare a brillare nonostante l’oscurità del momento presente. Mapuche, significa popolo della Terra anche tradotto come i Figli della Terra, ed è il nome del popolo originario nativo di parte dell’Argentina e del Cile in Sud America. I Mapuche sono custodi di una profonda Cultura, Saggezza e Cosmovisione fondata sugli equilibri tra l’essere umano e la Natura, la Terra, il Cosmo. Per partecipare alla raccolta fondi scrivi a camminodellalibellula@gmail.com oppure su WhatsApp o telegram a +393471421081 Jenny Roncaglia Claudio Colli (il Cammino della Libellula)   Redazione Italia
Alex Langer, facitore di pace
Stiamo facendo ciò che era, è e sarà giusto? UN CONVEGNO NAZIONALE A VERONA, 30-31 GENNAIO E 1 FEBBRAIO 2026 In occasione degli 80 anni dalla nascita e dei 30 anni dalla morte, vogliamo interrogarci sull’oggi e verificare quanto il “metodo Langer” sia ancora attualissimo per “continuare in ciò che era giusto”. Il Convegno, promosso dalla Scuola di Pace e Nonviolenza  (Fondazione Toniolo e Movimento Nonviolento), con il contributo e il patrocinio del Comune di Verona, Diocesi di Verona, Università di Verona, con l’adesione della Fondazione Alexander Langer Stiftung e dell’Istituto Opera Don Calabria. Al Convegno partecipano, tra gli altri,: Donatella Di Cesare (filosofa), Domenico Pompili (Vescovo), Gad Lerner (giornalista), Mauro Bozzetti (filosofo), Federico Faloppa (linguista), Mao Valpiana (Movimento Nonviolento) e inoltre, don Renzo Beghini, Marzio Marzorati (Legambiente), Christine Stufferin e Elisabeth Alber (Fondazione Langer), Lorenzo Faggi, Alessandro Raveggi, Gabriele Santoro, Pinuccia Montanari, Maria Chiara Rioli, gli ex eurodeputati Gianni Tamino e Franco Corleone e le eurodeputate in carica Cristina Guarda e Benedetta Scuderi. Il Convegno, nello spirito del “viaggiatore leggero”, sarà itinerante: – venerdì 30/01 sera, ore 20:45: spettacolo all’Auditorium Don Calabria di San Zeno in Monte; – sabato 31/01 mattina, ore 10:00: Aula Caprioli dell’Università di Verona, presso il polo Zanotto; – sabato 31/01 pomeriggio, ore 14:30: Auditorium della Chiesa di San Fermo; – domenica 01/02 mattina, ore 9:30: Aula Magna del Seminario Vescovile Maggiore. Partecipazione libera, aperta a tutte e tutti gli interessati, fino ad esaurimento posti. In allegato la locandina e il programma del Convegno. Di seguito il link con il programma completo. https://www.movimentononviolento.it/sedi/verona/alex-langer-facitore-di-pace-un-convegno-itinerante-a-verona-31-gennaio-e-1-febbraio-2026 Per maggiori informazioni: Casa per la Nonviolenza, via Spagna, 8 – Verona segreteria@arenadipace.it segreteria@movimentononviolento.it Nei giorni precedenti tel. 045 8009803 Durante il convegno cell. 351 4981281 Movimento Nonviolento
Roma: tutti assolti per il blocco sull’Appia Nuova
Quella di Roma è la 57esima assoluzione per azioni di Ultima Generazione   Ieri mattina, presso il Tribunale di Roma, 21 persone imputate per l’azione di protesta nonviolenta realizzata il 24 aprile 2023 su via Appia Nuova nell’ambito della campagna Non paghiamo il fossile sono state assolte da tutte le accuse di interruzione di pubblico servizio aggravata. Al termine dell’udienza, il giudice ha infatti pronunciato sentenza di assoluzione per tutti i capi di imputazione, stabilendo che il fatto non sussiste; le motivazioni della sentenza saranno depositate entro 60 giorni. Giulio, giardiniere in pensione, assolto perché il fatto non sussiste ha dichiarato: Io ricordo una giornata fredda e piovosa, tanto nervosismo, due persone che non arrivavano e di cui non si avevano notizie, una lunga attesa e poi il via! Non ricordo particolari reazioni da parte degli automobilisti, almeno non nella mia carreggiata, ma tanta inutile violenza da parte della polizia e tanta rabbia nel vedere persone trascinate e strisciate sui guard rail di cemento per passarle da una carreggiata all’altra e poi caricarle nelle auto. Leggere dell’assoluzione perché il fatto non sussiste, cioè per non avere commesso nessun reato e che per questo il PM non può presentare appello, beh è una gran cosa. Ti restituisce fiducia nell’esistenza di onestà e raziocinio, che ci devono essere giudici che non hanno il ghigno di Piantedosi e di Almasri, che sanno guardare ai fatti che gli vengono sottoposti senza isolarli dai fatti enormemente più grandi e gravi che accadono intorno. Giudici che sanno trasformare la legge in giustizia. Una nuova assoluzione: ancora una volta riconosciuto il diritto alla protesta Con quella di Roma siamo a 57 assoluzioni per azioni dirette nonviolente compiute come Ultima Generazione. Un numero che ci ricorda, ancora una volta, che in uno stato democratico la protesta e l’azione diretta nonviolenta non sono dei reati ma, in un paese che risulta al 16° posto in classifica – secondo le stime del Climate Risk index – tra i paesi più colpiti dalla crisi climatica (e le recenti alluvioni nel nord est del paese lo confermano) e in un momento storico in cui anche i tentativi di affrontare la crisi climatica a livello mondiale si svuotano di speranza (basti vedere lo scetticismo che sta accompagnando la COP 30 di Belém che si sta tenendo proprio in questi giorni) sono ancora oggi una necessità. Ultima Generazione
Disarmiamo il clima – incontro a Ravenna
Le guerre e la distruzione del Pianeta vanno di pari passo. Non possiamo fermare una di queste due cose senza ripudiare l’altra. Ogni guerra comporta costi enormi in termini di vite umane, di perdita di beni, di salute e di economia. Ma troppo poco si ragiona su quanto i conflitti armati siano irreversibilmente distruttivi sugli ecosistemi, sulla qualità dell’aria e delle acque, sulla vita del suolo e su quella animale, sulla salute in tutti i suoi aspetti, sull’accelerazione del cambiamento climatico. Non solo: la “filiera delle guerre”, dalla produzione degli armamenti, al loro trasporto, alle esercitazioni militari, all’occupazione e al danneggiamento di interi territori, anche in tempo “di pace” contribuisce al collasso ecologico, all’impoverimento della biodiversità, allo sfruttamento di persone e luoghi. E, più di ogni altra cosa, non possiamo dimenticare che tutte le guerre, da sempre, ma in particolare quelle degli ultimi decenni, si scatenano per gli interessi dei contendenti, soprattutto delle grandi potenze, sulle fonti fossili di energia e più in generale per il depredamento delle risorse della Terra. Per questo, riteniamo che lavorare per la Pace debba necessariamente voler dire impegnarsi per un modello di vita, di società, di lavoro, di relazioni, molto più responsabile nei confronti della natura e sempre più libero dal dominio del fossile; e nello stesso tempo, che l’impegno per la salvaguardia del Pianeta debba comportare in primis il ripudio della guerra e della folle corsa al riarmo. Per iniziativa di Casa delle Donne, Coordinamento ravennate Per il Clima Fuori dal Fossile e Circolo Matelda di Legambiente si terrà  su questi temi un incontro pubblico. Invitiamo tutte e tutti a confrontarsi con noi, insieme a  Francesco Vignarca, portavoce della Rete Pace Disarmo, mercoledi  21 gennaio, alle ore 20,30 alla Sala Buzzi di Via Berlinguer 11, a Ravenna. Siete tutte/i invitate.  Sarà gradita la presenza degli organi d’informazione, delle rappresentanze politiche, istituzionali e sindacali, dei comitati e delle associazioni. Coordinamento Ravennate Per il Clima – Fuori dal Fossile Redazione Romagna
Un luna park lungo il litorale di Macari? No, grazie…
Il “progetto di riqualificazione turistica” proposto dal Comune rischia di danneggiare l’area paesaggistica, scenario anche della famosa serie tv Makari, trasformandola da ecosistema unico a luna park. Da Beppe Fiorello a Emma Dante hanno già firmato, unisciti all’appello promosso da Legambiente Il Comune di San Vito Lo Capo ha presentato un progetto di “riqualificazione turistica” del litorale di Macari-Castelluzzo, gioiello naturalistico e paesaggistico situato tra le riserve naturali dello Zingaro e di Monte Cofano, ricevendo, a settembre scorso, una prima approvazione dalla Commissione Tecnico-Specialistica per le autorizzazioni ambientali dell’Assessorato Territorio e Ambiente della Regione Sicilia. Di particolare effetto scenico, la zona interessata conserva ancora la sua integrità naturale e la sua unitarietà morfologica, nonché una continuità ormai rara fra campagna e mare; gli amanti della serie TV “Makari” se ne ricorderanno. L’area è oggetto di Piani di Gestione Ambientale e Paesaggistica (Rete Natura 2000) ed è sottoposta a misure di tutela nel piano territoriale regionale “Monti di Trapani” riguardo ai suoi habitat rupicoli e costieri, alle specie di uccelli, marine e al litorale roccioso. Finalizzato alla “gestione di servizi turistici”, il progetto del Comune di San Vito Lo Capo prevede la realizzazione di due aree di parcheggio di 20.000 e di 25.000 m2, la predisposizione di un sistema di trasporto dei turisti con mezzi a GPL/Diesel (!) ogni 5 minuti, la privatizzazione temporanea del tratto costiero con tanto di delimitazioni e punti di accesso sorvegliati, la costruzione di torrette di avvistamento, di palchi e stand, di un teatro amovibile a struttura metallica e la collocazione di una serie di bagni chimici. Il progetto cita inoltre la creazione di un servizio di noleggio di lettini e ombrelloni distribuito su 3 o 4 siti, attività acquatiche, aree giochi e fitness (in luoghi caldissimi, non ombreggiati e poco idonei all’attività fisica), l’installazione di distributori automatici di bevande e di alimenti, chioschi e mezzi mobili per la vendita di prodotti vari. L’attrezzatura “temporanea” del sito è prevista da metà aprile a metà ottobre, quando sappiamo bene che l’afflusso turistico, ovvero la presunta domanda, si concentra a luglio e agosto. Tutto ciò senza alcuna analisi dei fabbisogni reali, degli impatti di tipo ambientale e socio-economico e senza la dovuta tutela del luogo che, per la sua riconosciuta eccezionalità paesaggistica, ambientale e culturale, non necessita certo di omologarsi a modelli di turismo di massa. Il progetto provocherebbe un’ingiustificata pressione antropica con impatti come: produzione di rifiuti, rumore, consumo energetico e inquinamento dell’aria, perdita di habitat naturali e disturbo della fauna e dell’avifauna, deturpazione del paesaggio con costruzioni e una distesa di autoveicoli in parcheggi non conformi ai vincoli esistenti, alterazione del suolo, impatto sulla vegetazione endemica e sulle rocce compresa la particolare scogliera a vermeti, biocostruzione che costituisce l’omologo mediterraneo delle barriere coralline. Inoltre, si tralascia di specificare come sarebbe facilitata la balneazione e il relax dei molti bagnanti: dove verrebbero fissati ombrelloni e necessarie zone d’ombra? Le rocce sono naturalmente poco confortevoli, oltre che fragili, e le poche calette esistenti già compromesse da un preoccupante fenomeno di erosione. Per di più la gran parte delle strutture previste sarebbero inutili: per assistere a sporadici spettacoli basterebbero sedute amovibili piuttosto che pesanti tralicci e l’area è già un paradiso per nuoto, jogging e attività libere, temperature permettendo. Più che migliorare la fruizione del luogo, la proposta sembra voler sanare irregolarità esistenti e creare un sistema di appalti e di profitto privato, ai danni delle risorse naturali e della comunità. Un modello di sfruttamento incontrollato già applicato alla spiaggia di San Vito e alla Cala del Bue Marino. Crediamo in un altro “turismo”, responsabile e sostenibile, e diciamo NO alla trasformazione di un paesaggio ed ecosistema unico in un luna park! CHIEDIAMO Alla Regione Sicilia, di respingere il progetto presentato dal Comune di San Vito Lo Capo con una nuova e più attenta Valutazione di Incidenza Ambientale (VIncA). Al Comune di San Vito Lo Capo, di rinunciare a un simile progetto e assicurare una gestione del territorio compatibile e rispettosa. Alcuni illustri firmatari hanno già sottoscritto la petizione, unisciti a loro! Questo il link per firmare: Salviamo il litorale di Macari: la regione Sicilia dica no alla trasformazione del gioiello naturalistico in luna park – IoScelgo Redazione Sicilia
Nella Giornata contro i prodotti monouso, le comunità rompono con la cultura dell’usa e getta
> 6 gennaio 2026 – #RefuseSingleUseDay mette in luce un’idea semplice che sembra > quasi antiquata: smettere anzitutto di trattare le cose come oggetti usa e > getta. Dai sacchetti di plastica ai bicchieri di carta, fino agli imballaggi > di origine biologica ingannevoli, gli articoli monouso continuano a mettere a > dura prova gli ecosistemi e la gestione dei rifiuti. La campagna chiede un cambiamento sistemico che ci allontani dall’economia del “prendi-produci-spreca” che ci ha portato alla tripla crisi planetaria dell’inquinamento, della perdita di biodiversità e del cambiamento climatico. Il riutilizzo offre un approccio molto più concreto e numerose comunità stanno dimostrando che funziona. I sistemi di riutilizzo si basano su prodotti durevoli e imballaggi privi di sostanze tossiche progettati per cicli di utilizzo ripetuti. Ciò riduce i rifiuti alla fonte, diminuisce la dipendenza da costosi sistemi di smaltimento, preserva le risorse naturali e sostiene l’economia locale con posti di lavoro ecosostenibili. In tutto il mondo, iniziative locali dimostrano come il riutilizzo possa funzionare nella pratica. In Asia, il sistema di ricarica Kuha sa Tingi (prendi piccole quantità) nelle Filippine, i banchi di noleggio stoviglie in India, i servizi di stoviglie riutilizzabili a Hong Kong e il Refillables Dong Day in Vietnam dimostrano che il riutilizzo può adattarsi a molti contesti culturali ed economici. In gran parte del Sud del mondo, il riutilizzo e la ricarica non sono affatto idee radicali. Non molto tempo prima che le aziende introducessero i prodotti monouso nelle nostre case, le persone riempivano i propri contenitori nei negozi di quartiere, prendevano in prestito oggetti condivisi per le riunioni e tramandavano oggetti usati di generazione in generazione. Queste abitudini di lunga data dimostrano che il riutilizzo è pratico, modellato dalle conoscenze locali e protegge l’identità culturale. Il recente afflusso di investimenti e il sostegno politico stanno semplicemente contribuendo a diffondere modelli che hanno funzionato per generazioni. Sebbene queste pratiche non siano mai scomparse in molte parti del mondo, l’Europa sta ora dimostrando come le politiche e gli investimenti possano portare il riutilizzo su scala cittadina: le politiche municipali, le infrastrutture condivise e programmi come Elevating Reuse in Cities (ERIC) e RSVP Reuse Blueprint stanno trasformando i progetti pilota in soluzioni su scala cittadina con sistemi di deposito e restituzione e strategie di appalto pubblico che creano posti di lavoro ecosostenibili a livello locale. Rapporti come The Economics of Reuse Systems (L’economia dei sistemi di riutilizzo) e Unpacking Reuse in Asia (Il riutilizzo in Asia) illustrano i vantaggi sociali ed economici del riutilizzo. Citando iniziative imprenditoriali, i rapporti raccomandano politiche più incisive che includano tasse di Responsabilità Estesa del Produttore che contribuiscano a finanziare le infrastrutture di riutilizzo e attribuiscano chiare responsabilità ai produttori e alle autorità pubbliche. “Il riutilizzo non può essere considerato solo come un progetto pilota, ma deve diventare la nuova norma nei sistemi di produzione e consumo. Inoltre, diversi paesi del Sud-Est asiatico hanno già stabilito delle tabelle di marcia nazionali che possono costituire una solida base in linea con gli obiettivi di riduzione dei rifiuti del Trattato Globale sulla Plastica” sottolinea Rahyang Nusantara di Dietplastik Indonesia, co-convocatore dell’Asia Reuse Consortium, una rete collaborativa di organizzazioni della società civile, imprese e funzionari governativi dedicata alla promozione del riutilizzo come alternativa sostenibile agli imballaggi monouso. Il 6 gennaio ricorre il Refuse Single-Use Day, un’iniziativa globale lanciata nel 2023 per contrastare la nostra cultura dell’usa e getta. La campagna unisce imprese, governi, organizzazioni della società civile e giovani per sfidare le norme dell’usa e getta. Piuttosto che sostituire un flusso di rifiuti con un altro, invita a ridurre la dipendenza da tutti i materiali monouso, siano essi plastica, carta o alternative di origine biologica. Promuovendo sistemi di riutilizzo reali e modulabili, il movimento sostiene il passaggio da un’economia basata sul modello “prendi-produci-spreca” a un futuro fondato sul riutilizzo autentico e sullo zero rifiuti. Quest’anno segna anche un traguardo importante: il secondo anniversario dell’Asia Reuse Consortium, una forza chiave nel promuovere la collaborazione sul riutilizzo in tutta la regione. Un percorso più trasparente da seguire inizia con il finanziamento delle infrastrutture di riutilizzo, l’allineamento su standard condivisi e la diffusione di soluzioni locali che stanno già dimostrando il loro valore. Se fatto bene, il riutilizzo non solo riduce i rifiuti, ma protegge gli ecosistemi e crea posti di lavoro ecosostenibili con una reale capacità di resistenza. Un futuro più sano non è una pia illusione, è pratico, è fattibile ed è a portata di mano. Ricordate: scegliete sempre il riutilizzo (#ChooseReuse). -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALL’INGLESE DI STELLA MARIS DANTE GAIA
Yennayer, l’ostinata resistenza di una festa pagana
Il 12 gennaio di ogni anno, mentre l’Occidente ha già archiviato le celebrazioni del suo Capodanno gregoriano, nel Maghreb si accendono i fuochi di una festa millenaria che ha resistito a tutto: alle invasioni, alle religioni monoteiste, ai tentativi di cancellazione culturale. È Yennayer, il Capodanno amazigh (berbero), una delle poche celebrazioni pagane sopravvissute prima all’ostilità dei Padri della Chiesa cristiana e poi alle condanne dei dotti musulmani medievali. Una festa che viene da lontano Yennayer segna l’inizio dell’anno 2976 del calendario amazigh, che affonda le radici nel calendario giuliano romano. Il termine deriva dal latino “ianuarius”, il mese dedicato a Giano, dio bifronte che guarda passato e futuro. In Algeria si festeggia il 12 gennaio, in Marocco il 14, ma ovunque Yennayer resta una celebrazione della terra, del raccolto e dell’armonia con la natura. A partire dagli anni Sessanta, la numerazione degli anni prende le mosse dal 950 a.C., anno dell’ascesa al trono del faraone Shoshenq I, re berbero che fondò la XXII dinastia egizia: un gesto di rivendicazione identitaria che precede di secoli l’arabizzazione del Nordafrica. L’ostilità cristiana: Tertulliano e Agostino contro le feste di gennaio La celebrazione del Capodanno in Nordafrica doveva essere particolarmente vivace già prima dell’arrivo del cristianesimo, tanto da attirare la feroce condanna dei Padri della Chiesa. Tertulliano, il teologo cartaginese del II-III secolo, bollò come usanze pagane incompatibili con la fede cristiana le celebrazioni legate al ciclo solare e alle divinità della natura. Ancora più esplicito fu Agostino d’Ippona nel V secolo. Nel suo Discorso 198, pronunciato il 1° gennaio, il vescovo tuonò contro i fedeli che partecipavano alle feste pagane: “Se parteciperai alla festa delle strenne, come un qualunque pagano, se giocherai ai dadi, se ti ubriacherai, in che modo credi diversamente?”. Agostino attaccava frontalmente le usanze nordafricane di inizio anno, con scambio di doni augurali, banchetti, canti e mascherature. “Essi si scambiano le strenne, voi fate le elemosine; essi si ubriacano, voi digiunate”. Eppure, nonostante le condanne, quelle feste resistettero. Il Nordafrica cristiano fu teatro di questa battaglia tra monoteismo e tradizioni legate alla terra. Una battaglia che il cristianesimo non vinse mai completamente. L’islam e la persistenza del “paganesimo” Con l’arrivo dell’islam nel VII secolo, Yennayer affrontò un nuovo tentativo di soppressione. I dotti musulmani medievali condannarono ripetutamente la festa, considerandola un’”innovazione pagana” incompatibile con l’unicità di Allah e con il calendario lunare islamico. Le invocazioni rituali che accompagnavano Yennayer – formule come “bennayu”, “babiyyanu”, “bu-ini” – erano considerate residui di antichi auguri romani (“bonus annus”, “bonum annum”) e quindi tracce di un paganesimo da estirpare. Ma anche l’islam, come prima il cristianesimo, non riuscì a cancellare Yennayer. La festa continuò a essere celebrata, spesso confondendosi con l’Ashura, la ricorrenza islamica del decimo giorno di Muharram, ma mantenendo la sua identità profonda. Il motivo di questa resistenza è semplice: Yennayer non era solo una festa religiosa. Era un rito di sopravvivenza. In una regione dove la carestia, la siccità, il freddo potevano significare la morte, festeggiare l’inizio dell’anno agricolo con abbondanza di cibo era un modo per esorcizzare la paura, per chiedere alla terra di essere generosa. I riti di Yennayer: purificazione, sacrificio, abbondanza Le celebrazioni durano più giorni, scandite da riti che variano da regione a regione. La festa inizia con la “Thabbourth Aseggas”, la “porta dell’anno”, la sera dell’11 gennaio: le case vengono pulite a fondo, le pietre da cucina sostituite, le pareti imbiancate. È un atto simbolico di rinnovamento. Il sacrificio di un animale – tradizionalmente un pollo – è un rito centrale. Il sangue versato è un’offerta agli spiriti della natura. Chi è più legato alla dimensione magica pone offerte nei campi: cous cous secco gettato sulla terra, datteri piantati ai margini dei terreni. Il cuore della festa è il pasto serale, l'”Imensi n Yennayer”. In Algeria le celebrazioni durano tre giorni: porridge di semola il primo giorno, cous cous con sette legumi e sette spezie il secondo, pollo il terzo. Il numero sette rappresenta pienezza, totalità, armonia con l’universo. Nella Cabilia si prepara l'”asfel” con carne sacrificale e “berkukes”, nell’Aurès la “trida” o la “chakhchoukha”. Ogni piatto è un legame con la terra. Yennayer è anche un momento per riti di passaggio: primo taglio di capelli dei bambini maschi, celebrazione di matrimoni, raccolta nei campi. I bambini girano per le strade cantando formule augurali. Si indossano abiti tradizionali, si canta, si suona. Secondo la credenza popolare, chi festeggia con abbondanza non conoscerà fame né povertà per tutto l’anno. Il riconoscimento ufficiale: dalla repressione alla celebrazione Per secoli Yennayer è rimasto nell’ombra, praticato in privato. Solo di recente, in un contesto di rivendicazione identitaria amazigh, ha conquistato uno spazio pubblico. Nel 2018 l’Algeria è diventata il primo Paese del Nordafrica a riconoscere Yennayer come festa nazionale. Le celebrazioni sono diventate eventi di massa: nel gennaio 2025 Algeri ha ospitato un mega-cenone pubblico in Piazza della Grande Poste, a Tizi Ouzou una sfilata di moda amazigh culminata con l’elezione di Miss Berbera. In Marocco il riconoscimento è arrivato nel maggio 2023, quando re Mohammed VI ha dichiarato Yennayer festa nazionale. La lingua tamazight è ufficiale dal 2011 e oggi è presente nella pubblica amministrazione, nelle scuole e nei tribunali. Una festa pagana nel XXI secolo Yennayer è oggi una delle poche feste pagane ancora vive e pulsanti nel Mediterraneo. Mentre in Europa le antiche celebrazioni agricole sono state assorbite dal cristianesimo o ridotte a folklore svuotato di significato, Yennayer mantiene intatta la sua carica simbolica. È una festa che parla di armonia con la natura, di rispetto per i cicli della terra, di legame tra l’uomo e il cosmo. È una festa che celebra la resistenza culturale, la capacità di un popolo di mantenere la propria identità attraverso tre millenni di storia, di invasioni, di tentativi di cancellazione. In un’epoca in cui la crisi climatica ci costringe a ripensare il nostro rapporto con la natura, Yennayer ha qualcosa da insegnarci. Le sue celebrazioni ci ricordano che l’essere umano non è il padrone della terra, ma ne fa parte. Che la sopravvivenza dipende dalla generosità del suolo, dalla regolarità delle piogge, dalla temperatura dell’inverno. Che festeggiare l’abbondanza è anche un modo per esorcizzare la paura della scarsità. Gli amazigh, gli “uomini liberi”, hanno dimostrato che una cultura può sopravvivere anche quando viene attaccata da religioni potenti, da imperi conquistatori, da Stati nazionalisti. Yennayer è la prova vivente che le radici pagane dell’umanità sono più profonde di quanto si pensi, e che nessuna dottrina monoteista, per quanto pervasiva, può completamente sradicarle. Ogni 12 gennaio, quando le famiglie amazigh si riuniscono attorno al tavolo imbandito, quando i bambini ricevono i primi capelli tagliati, quando il cous cous con sette legumi viene servito tra canti e risate, quella resistenza si rinnova. E il grido “Assegas Ameggaz!” risuona come un’affermazione di vita, di continuità e di futuro.   Redazione Italia