Alfio Squillaci / Liberarsi di PPP
Conosco Alfio Squillaci, autore di Chiudiamo le scuole di scrittura creativa
(GOG, 2020), come un lettore ostinato e fedele di Gustave Flaubert, a cui torna
con costanza. Chi lo segue da tempo conosce la precisione e il piacere con cui
affronta lo scrittore francese negli interventi sul suo profilo Facebook: una
scrittura concentrata fino alla pignoleria, spesso più persuasiva di molti saggi
accademici. Anche Pasolini addio – uscito qualche mese fa sull’onda lunga dei
saggi legati ai cinquant’anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini – nasce, con
ogni evidenza, come raccolta di lunghi post successivamente accorpati in volume.
Questa origine spiega le ripetizioni, i continui ritorni sugli stessi nodi, la
scrittura non rifinita: quasi una mimesi ironica della scrittura pasoliniana,
sempre rilanciata e mai definitivamente chiusa. D’altra parte è lo stesso
Pasolini che, con la sua ingombrante personalità e la sua diversità esibita,
autorizza il lettore a interpretazioni radicalmente personali, trasformando ogni
lettura in un corpo a corpo.
L’oggetto del libro non è tanto l’opera complessiva di Pasolini (non si parla,
per esempio, né di cinema né in modo specifico di poesia), quanto il suo mito,
cresciuto fino a diventare totalizzante, spesso sostitutivo dei testi. Squillaci
prende di mira l’uso morale e simbolico di Pasolini, la sua trasformazione in
figura profetica e quasi sacrale, continuamente evocata come autorità: un
Pasolini monumentalizzato, iperinterpretato, messo al riparo da una lettura
criticamente esigente. Un punto rilevante è quello della “diversità” di
Pasolini. Qui Squillaci si richiama esplicitamente ad Alberto Arbasino e a
Giovanni Dall’Orto (giornalista e attivista del movimento di liberazione
omosessuale): due posizioni molto distanti tra loro, ma entrambe critiche verso
Pasolini. Dall’Orto legge l’omosessualità come fatto storico e politico,
prodotto da un sistema repressivo, e rifiuta ogni sacralizzazione del dolore; in
Pasolini vede una moralizzazione regressiva dell’esperienza omosessuale, che
rischia di trasformare l’oppressione in destino tragico. Arbasino, all’opposto,
rifiuta il patetico e la tragedia permanente, concependo l’omosessualità come
stile di vita, mondanità, ironia colta. Se Dall’Orto vuole politicizzare
l’esperienza, Arbasino vuole normalizzarla, sottraendola alla colpa e al
sacrificio. Squillaci utilizza entrambe le linee per ridurre l’eccesso simbolico
del Pasolini “diverso”, riportandolo a una dimensione meno esemplare e meno
intoccabile.
Il confronto più aspro resta però quello con il Pasolini critico del consumismo
e della conseguente mutazione antropologica degli italiani. Nato alla fine degli
anni Cinquanta in un quartiere sottoproletario di Catania, Squillaci contesta
con decisione la lettura di quel passaggio storico come pura catastrofe. Per chi
ha attraversato in prima persona l’uscita dal sottosviluppo nel Mezzogiorno
degli anni Sessanta e Settanta, la modernizzazione ha significato anche accesso
ai beni, ampliamento dei diritti, possibilità di mobilità sociale. Il dissenso,
qui, è insieme biografico e politico. Non lo convincono neppure le riletture
contemporanee in chiave biopolitica che, anche quando si richiamano a Michel
Foucault – come nel caso di Paolo Desogus e del suo ponderoso saggio In difesa
dell’umano. Pasolini tra passione e ideologia (La nave di Teseo, 2025) – gli
appaiono astratte e scarsamente aderenti alla storia concreta.
Per la sua ricognizione sul “mito Pasolini”, come modestamente definisce il suo
libro, Squillaci si appoggia a una tradizione critica severa: Walter Siti,
Franco Fortini, Alberto Moravia, Critici inflessibili, ma mai astiosi come
talvolta risulta Squillaci, che sembra attraversato dal malanimo di chi ha avuto
infanzia e giovinezza durissime e quindi non è assolutamente disposto a negare
che nello sviluppo ci sia stato progresso nel mentre legge le posizioni di
Pasolini come reazionarie di sinistra. Eppure c’è un punto in cui anche
Squillaci è costretto a fermarsi e quasi a inchinarsi: quando incontra, in
Descrizioni di descrizioni, il Pasolini più alto come critico, lucidissimo,
feroce, convincente anche quando è ingiusto (per esempio nei confronti di
Fenoglio). In queste pagine Pasolini giudica senza indulgenze, stronca e loda
con la stessa durezza, rifiuta la neoavanguardia e formula sentenze
provocatorie. Lettore vorace e implacabile, arriva persino a liquidare Cent’anni
di solitudine – ma oggi chi legge più? – come barocco spettacolare più che vera
invenzione letteraria.
La prova massima della sua acutezza è la rilettura di Madame Bovary: Pasolini
individua un “grave errore” d’impianto nella prima pagina, dove il romanzo
inizia con un “noi” intradiegetico (“Eravamo…”) che poi scompare per sempre,
contraddicendo il progetto di oggettività impersonale. Squillaci, appassionato
di Flaubert, va in brodo di giuggiole – ed è forse la parte più divertente del
libro – ma, conoscendo il personaggio, non si fida. Sapendo quanto Pasolini
fosse poco interessato a citare le fonti e incline all’improvvisazione, va a
controllare: verifica se quell’intuizione su Flaubert fosse davvero sua o se
l’avesse ripresa altrove. Scopre che Pasolini scriveva quelle righe già nel
1973, anticipando Steiner, Brombert e Vargas Llosa. Nessun plagio, nessuna
scorciatoia. Solo genio critico,
Va infine riconosciuto a Squillaci un elemento non secondario: la morte di
Pasolini resta sullo sfondo. In un panorama che ancora oggi non si dà pace per
la tragica banalità dell’omicidio di Pasolini, questa scelta è tutt’altro che
scontata. Una considerazione finale: la scrittura ripetitiva e di getto, figlia
dei social, conserva una freschezza reale. Facebook, per quanto spesso
vituperato, resta uno spazio interessante di scrittura micro-saggistica, e
Squillaci ne è senza dubbio un rappresentante.
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