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Chi governa l’Honduras?
> L’attacco di Donald Trump al Venezuela e il rapimento del suo capo di Stato > hanno messo in secondo piano la sua operazione di cambio di regime in > Honduras, meno sfacciata ma forse più efficace. Nessuno può essere sicuro che > Nasry “Tito” Asfura, del Partito Nazionale, abbia davvero vinto le elezioni > presidenziali del 30 novembre, ma era il candidato sostenuto da Trump e quasi > certamente entrerà in carica il 27 gennaio. Dal 2021 l’Honduras ha avuto un governo di sinistra, guidato da Xiomara Castro del partito Libre. Lei ha rivitalizzato un servizio sanitario pubblico trascurato, ridotto la povertà e frenato la violenza delle bande. Ma il potere presidenziale in Honduras è fortemente limitato. Un aneddoto locale racconta di un bambino a cui è stato chiesto chi governa il Paese e che ha risposto: “Il presidente, il capo dell’esercito e l’ambasciatore degli Stati Uniti”. Il marito di Castro, Manuel Zelaya, eletto presidente nel 2005, è stato destituito con un colpo di Stato nel 2009, guidato da un generale dell’esercito e con il tacito sostegno dell’ambasciata degli Stati Uniti. Alla sinistra è stato negato fraudolentemente il potere nelle elezioni del 2013 e del 2017, consentendo a Juan Orlando Hernández, sostenuto dagli Stati Uniti, di governare l’Honduras come uno Stato narco. Nel 2021, tuttavia, la maggioranza di Castro è stata schiacciante. A differenza di Hernández, lei ha rispettato il limite costituzionale di un solo mandato. La candidata del Libre, l’ex ministro Rixi Moncada, era in testa a diversi sondaggi di opinione all’inizio dell’anno. Quando però alla fine di agosto la ‘armata’ di Trump è entrata nei Caraibi, i due avversari a destra di Moncada, Asfura e Salvador Nasralla del Partito Liberale, hanno affermato che ‘l’Honduras sarebbe stato il prossimo’ se Moncada, che hanno falsamente dipinto come ‘comunista’, fosse diventata presidente. La scarsa fiducia degli honduregni nel loro sistema elettorale è stata ulteriormente compromessa alla fine di ottobre, con la rivelazione di un possibile complotto per ripetere quanto accaduto nel 2017, quando l’annuncio prematuro della vittoria del candidato sostenuto dagli Stati Uniti era stato immediatamente avallato dall’ambasciata americana. Il 9 novembre, una prova del nuovo sistema di voto elettronico ha dato esito parzialmente negativo. Per gran parte di novembre, i sondaggi indicavano che il principale sfidante di Moncada era Nasralla, con Asfura al terzo posto. Quattro giorni prima del voto, tuttavia, Trump ha denunciato non solo Moncada ma anche Nasralla (che ha definito un “comunista borderline”), avvertendo che i ‘narcoterroristi’ avrebbero governato l’Honduras se uno dei due fosse stato eletto. Ha poi suggerito che gli Stati Uniti avrebbero continuato a fornire aiuti all’Honduras solo se Asfura avesse vinto. Sui social media sono apparse notizie non verificate minacciando 1,3 milioni di famiglie che dipendono dalle rimesse dei parenti negli Stati Uniti che i loro pagamenti di dicembre sarebbero stati bloccati se Asfura avesse perso. Due giorni prima delle elezioni, Trump ha graziato Hernández, che era stato estradato alla fine del suo mandato e stava scontando una pena detentiva di 45 anni per traffico di cocaina negli Stati Uniti, pur presentandosi pubblicamente come un alleato nella ‘guerra alla droga’. La grazia avrebbe potuto ritorcersi contro di lui, ma invece si è rivelata un’astuta spinta alla campagna di Asfura, poiché molti dei suoi sostenitori continuano a idolatrare Hernández. La notte delle elezioni, Moncada era indietro nei sondaggi rispetto ai due candidati di destra. Nei primi risultati delle votazioni anticipate, Nasralla era in vantaggio su Asfura. C’è stata un’interruzione nell’annuncio dei risultati. Quando il conteggio è ripreso, Asfura era in testa. Trump è intervenuto nuovamente, accusando i funzionari di cercare di modificare il risultato e avvertendo che ci sarebbe stato da pagare un ‘prezzo salato’ se i numeri fossero cambiati a favore di Nasralla. Le interruzioni e i ritardi nel conteggio si sono protratti per giorni e poi settimane. Quando Libre ha affermato che era in atto un ‘colpo di Stato elettorale’, il suo rappresentante nel consiglio elettorale è stato messo da parte dagli altri due partiti e poi sanzionato personalmente da Washington. Il risultato delle elezioni è stato infine dichiarato più di tre settimane dopo, il 24 dicembre, mentre gli honduregni festeggiavano il Natale. Asfura è stato dichiarato vincitore per una differenza di meno di 27.000 voti. L’esercito ha appoggiato la decisione del consiglio elettorale. Tuttavia, restavano ancora da contare 130.000 voti, sufficienti a cambiare l’esito delle elezioni. Il Congresso honduregno si è riunito pochi giorni fa e ha incaricato il consiglio elettorale di procedere a un riconteggio completo, minacciando di farlo esso stesso se necessario. Prima della riunione, una bomba artigianale è stata lanciata contro una deputata del Partito Nazionale, ferendola mentre entrava nell’edificio del Congresso. L’ambasciata degli Stati Uniti ha minacciato ‘gravi conseguenze’ se la vittoria di Asfura fosse stata annullata. Gli osservatori elettorali dell’Organizzazione degli Stati Americani e dell’Unione Europea hanno disapprovato i ritardi, ma non hanno trovato prove di frode. Sull’interferenza di Trump hanno taciuto. Xiomara Castro ha scritto al presidente degli Stati Uniti chiedendo un incontro per discutere di quanto accaduto. Sembra improbabile che lo otterrà. -------------------------------------------------------------------------------- L’autore: John Perry vive a Masaya, in Nicaragua, dove, stranamente, scrive e cura libri sull’edilizia abitativa e la politica sociale britannica. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALL’INGLESE DI STELLA MARIS DANTE. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Pressenza New York
Centinaia di persone protestano a Davos prima della visita di Trump
Centinaia di persone hanno protestato a Davos prima della visita del presidente Trump al Forum Economico Mondiale, un incontro annuale delle élite economiche globali. La protesta arriva dopo che lunedì Oxfam ha pubblicato un rapporto in cui avverte che la ricchezza collettiva dei miliardari ha raggiunto la cifra record di 18,3 trilioni di dollari e che lo scorso anno il numero totale di miliardari ha superato per la prima volta nella storia i 3.000. Oxfam riferisce inoltre che i Paesi con un alto livello di disuguaglianza sono sette volte più esposti al rischio di erosione dello Stato di diritto e di brogli elettorali. “La vera storia riguarda anche il fatto che questi miliardari non si accontentano di essere super ricchi. Ora stanno comprando il potere politico, stanno comprando le elezioni, stanno comprando i media. E quello che alla fine si vede è l’ascesa dell’oligarchia. Questi pochi miliardari controllano la politica, le politiche e le narrazioni” ha dichiarato Amitabh Behar, direttore esecutivo di Oxfam.   Democracy Now!
New York si sveglia ricoperta di manifesti per la liberazione del presidente Nicolás Maduro e di Cilia Flores
Sabato 17 gennaio 2026,  New York City si è svegliata sotto uno spesso strato di manifesti affissi lungo le sue principali arterie, a riferito l’Agencia Venezolana de Noticias (AVN). L’obiettivo principale dell’azione è chiedere l’immediato rilascio del presidente venezuelano Nicolás Maduro e della first lady Cilia Flores. Dall’epicentro di Times Square fino alle vicinanze del tribunale situato nella Lower Manhattan, vari gruppi di attivisti hanno installato striscioni di grande formato. In questi testi espliciti, i manifestanti denunciano quello che descrivono come un rapimento imperialista e chiedono formalmente il rientro del presidente Maduro in Venezuela. La campagna visiva utilizza slogan bilingue, in inglese e spagnolo, per sottolineare la difesa della sovranità del Venezuela ed esprimere un netto rifiuto dell’ingerenza dell’amministrazione statunitense. Questo dispiegamento avviene in un contesto di elevata sensibilità politica, derivante dalla recente comparizione di Maduro davanti ai tribunali statunitensi, dove il leader ha cercato protezione ai sensi delle Convenzioni di Ginevra. Le organizzazioni sociali e i settori correlati hanno avvertito che questo tipo di interventi negli spazi pubblici non cesseranno finché i leader venezuelani non torneranno nella loro nazione. I portavoce di questi gruppi hanno sottolineato con forza che l’attuale procedimento legale costituisce una chiara violazione delle norme che regolano il diritto internazionale. Lorenzo Poli
Askatasuna vuole dire Libertà
Circa trecento persone, stipate in due aule del campus Einaudi di Torino, hanno discusso sulla situazione politica di un governo che è nemico del popolo e fa la guerra al popolo; sono arrivate un po’ da tutta Italia, in rappresentanza del Leoncavallo di Milano, lo Spin Time di Roma, i centri sociali delle Marche e del nordest, comitati autorganizzati e poi rappresentanti della Gkn, del Movimento No Tav, dei sindacati di base Usb e Cobas. Non ci sono interventi di rappresentanti dei partiti della sinistra perché il movimento che lancia questa assemblea è un movimento soprattutto, e molti sono gli interventi che lo ribadiscono, antistituzionale. E il popolo resiste. Nei vari interventi si è un po’ ripercorsa la memoria della storia dell’Askatasuna occupato alla fine degli anni 80, l’intersezione con l’esperienza del Movimento No Tav che è diventato un luogo che ha unito mondi diversi in Italia e all’estero. Molto accorato l’intervento di Nicoletta Dosio, che ha posto al centro del conflitto il territorio inteso come spazio spirituale, come Pachamama, che ha teso un legame tra le lotte di Mapuche e nativi latinoamericani e la difesa della valle, dei suoi boschi, dei suoi castani, ha detto Nicoletta, contro il capitalismo predatorio. Dal Leoncavallo si è ricordato che la guerra, parola molto evocata dai vari interventi, non è solo al difuori, ma è una guerra interna contro i giovani iniziata dai vari decreti antirave, fino ai decreti sicurezza contro i lavoratori che, pur lavorando, sono sempre più poveri. Dallo spin Time di Roma, un palazzo ex INPS occupato che ospita 130 famiglie italiane e straniere senza casa, arriva l’appello a una resistenza a tutto campo fuori dalle istituzioni, per creare caos e non dialogo, “un caos che può portare alla nascita di qualcosa di nuovo e di migliore”. In tutti gli interventi è molto presente la situazione degli arresti e la repressione che è piombata sul movimento per la Palestina dopo le enormi manifestazioni di “Blocchiamo Tutto”, sull’onda del sostegno alla Flottilla salpata per Gaza in settembre. Così, in ogni intervento, si sottolineano le menzogne sulla Striscia di Gaza  rispetto alla falsa pace, gli istinti predatori di Trump e del comitato d’affari che dovrebbe gestire la Striscia nei prossimi mesi. Noto con qualche perplessità, che quasi nessuno degli interventi cita l’Iran e il movimento di popolo che si sta sacrificando per abbattere il regime teocratico e tirannico e questo è certamente un sintomo di una difficoltà della sinistra extraparlamentare ad affrontare questo tema. Un altro vuoto che percepisco partecipando all’assemblea è la questione del Referendum. Tra l’utopia di battere la destra e far cadere il governo, intanto si potrebbero segnare alcuni risultati intermedi, come battere il governo sul tentativo di forzare quella parte della magistratura ancora non piegata alla narrazione meloniana ad obbedire al governo. Tra i tanti punti individuati dagli interventi, come costruire un movimento unitario extraistituzionale contro la guerra, il carovita, il governo, riprendersi gli spazi e gli slogan molto citati uscire dalle galere e riprendersi le città, non c’è quello di provare a dare una piccola ma sostanziale spallata a questo governo nemico del popolo, attraverso l’esercizio democratico del referendum. Mi chiedo come sia possibile che un movimento radicale extraparlamentare non riesca a intravedere in una magistratura più assoggetta al potere, il rischio di un aumento tragico della repressione e della chiusura di spazi di libertà. L’assemblea si conclude dopo circa 5 ore di una fitta e partecipata discussione, e come detto da Stefano Millesimo dell’Askatasuna sgomberato, “ci vogliono in prigione ma ci troveranno nelle piazze.” La prossima piazza sarà un corteo nazionale il 31 di gennaio a Torino che avrà, significativamente, tre punti di concentramento: Palazzo Nuovo e le stazioni di Porta Nuova e Porta Susa, con tre cortei che convergeranno al centro della città. Manfredo Pavoni Gay
Zubin Metha annulla i suoi impegni in Israele per protesta contro Netanyahu
Il famoso direttore d’orchestra indiano Zubin Mehta, ex direttore dell’Orchestra Filarmonica d’Israele, ha annunciato di aver annullato tutti gli impegni professionali nel Paese a causa della sua opposizione alle politiche governative. “Ho annullato tutti i miei impegni in Israele quest’anno a causa della mia opposizione al modo in cui Netanyahu sta trattando l’intera questione palestinese”, ha dichiarato. ANBAMED
Basta fake news! Il Partito Comunista del Venezuela sostiene la Rivoluzione Bolivariana
Ancora circolano false notizie sulla presunta “dissidenza interna” al Grande Polo Patriottico del Partito Comunista del Venezuela (PCV) in funzione anti-Maduro. Queste notizie circolavano già in vista delle elezioni parlamentari del 25 maggio 2025, in cui si diceva che Partito Comunista Venezuelano non avrebbe partecipato alle elezioni stesse. In risposta a questa menzogna, la direzione nazionale del Partito Comunista Venezuelano diffuse un comunicato stampa in cui smentiva queste dichiarazioni, affermando la sua partecipazione alle elezioni in sostegno e pieno appoggio al Grande Polo Patriottico chavista. Nel comunicato stampa, il PCV condannava fermamente e prendeva le distanze dal fatto che leader del partito, come Oscar Figuera, avessero utilizzato i simboli della loro organizzazione per dire al popolo venezuelano e al mondo “che il Partito Comunista del Venezuela non avrebbe partecipato al prossimo processo elettorale”. Questo gruppo guidato da Oscar Figuera e dai suoi complici è stato espulso per essersi allineato all’estrema destra venezuelana e per aver condiviso il discorso dell’imperialismo nordamericano, nell’obiettivo di rovesciare il governo di Nicolás Maduro. Il Partito Comunista del Venezuela (PCV), presieduto da Henry Parra, è parte della coalizione del “Gran Polo Patriotico” con i compagni del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) e dispone di 6 deputati diretti e di 6 deputati supplenti nel parlamento della Repubblica Bolivariana del Venezuela. Tutti i militanti del Partito Comunista del Venezuela (PCV) sono mobilitati per liberare dalle carceri USA il legittimo presidente Nicolas Maduro di cui sostengono la politica sociale e patriottica. Chi dice che il PCV sta all’opposizione si fida di un gruppuscolo infiltrato che esiste solo sui social e sul sito di MPS. Ciò detto per evitare confusione e diffusione di notizie false. Lorenzo Poli
Cuba, Diaz Chanel: “Non stiamo intraprendendo colloqui con il governo USA”
“Non ci sono colloqui con il governo degli Stati Uniti, fatta eccezione per contatti tecnici in materia di migrazione.” – lo riferisce il 12 gennaio 2026, in un post su X, Miguel Díaz-Canel Bermúdez, Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito e Presidente della Repubblica di Cuba, in risposta alle dichiarazioni rilasciate dal presidente Usa, Donald Trump, a bordo dell’Air Force One in cui ha affermato che Washington ha già avviato “conversazioni” con L’Avana. “Siamo sempre stati disposti a impegnarci in un dialogo serio e responsabile con le diverse amministrazioni statunitensi, inclusa quella attuale, sulla base dell’uguaglianza sovrana, del rispetto reciproco, dei principi del diritto internazionale, del reciproco vantaggio senza interferenze negli affari interni e nel pieno rispetto della nostra indipendenza. L’origine e l’inasprimento estremo del blocco non hanno nulla a che fare con i cubani residenti negli Stati Uniti, spinti lì da questa politica fallimentare e dai privilegi della la Ley de Ajuste Cubano. Ora sono vittime del cambiamento nelle politiche sui migranti e del tradimento dei politici di Miami. Esistono accordi bilaterali in materia di migrazione che Cuba rispetta scrupolosamente. Come dimostra la storia, affinché le relazioni tra Stati Uniti e Cuba possano progredire, devono basarsi sul diritto internazionale anziché su ostilità, minacce e coercizione economica.” In precedenza Trump aveva “suggerito” al governo cubano di raggiungere un accordo con lui “prima che sia troppo tardi”, un’affermazione a cui sempre Díaz-Canel aveva ribattuto dichiarando che “nessuno ci dice quello che dobbiamo fare”. https://it.granma.cu/cuba/2026-01-14/non-esistono-conversazioni-con-il-governo-degli-usa-salvo-contatti-tecnici-nellambito-migratorio Lorenzo Poli
Mario Burlò, chi è il “santo” imprenditore liberato dalla “Alcatraz chavista”
Pubblichiamo un’importante riflessione della latinoamericanista Federica Cresci, coordinatrice dell’associazione solidale Cuba Mambí, sui lati oscuri dell’imprenditore torinese Mario Burlò, colui che secondo i media mainstream italiani sarebbe un “santo” che finalmente è stato liberato dalla “Alcatraz” dei chavisti venezuelani. Mario Burlò, imprenditore torinese di 52 anni, era stato arrestato il 10 novembre 2024 in territorio venezuelano, dove sarebbe entrato, via terra, dalla Colombia. Era stato fermato a un posto di blocco mentre viaggiava da Caracas a Guasdualito con accuse che non sono mai state chiarite e i suoi legali hanno sempre sottolineato che era detenuto «arbitrariamente» senza che a suo carico fosse formalizzata alcuna accusa. Burlò, a capo di diverse aziende in Italia, aveva detto alla famiglia che sarebbe partito per il Venezuela per esplorare “nuove opportunità imprenditoriali”. Recentemente ha dichiarato che la sua priorità ora è di aiutare tutti i “prigionieri di Maduro” dichiarando che la sua “non era una prigione, ma un campo di concentramento” simile a “Guantanamo”. Mario Burlò non è un cittadino qualunque finito per caso sotto i riflettori. È un imprenditore torinese, attivo da anni nel settore dei servizi e dell’outsourcing, con una forte esposizione pubblica anche nello sport (Auxilium Basket Torino) e un preciso retroterra politico. Secondo quanto riportato dalla stampa, ha avuto un passato nella Democrazia Cristiana piemontese ed è poi transitato nell’orbita del centrodestra, con rapporti e vicinanze con l’area di Forza Italia, cioè quello stesso mondo politico che oggi sostiene il governo. Questo dato non è un dettaglio folkloristico: è parte del contesto che spiega perché oggi la sua vicenda venga raccontata in modo così selettivo e indulgente. Sul piano giudiziario italiano, Burlò non è mai stato estraneo ai tribunali. È stato coinvolto nel processo Carminius, una delle più importanti inchieste sulla ’ndrangheta in Piemonte. In quel procedimento è stato assolto in Cassazione, ma va detto con precisione, senza slogan: non perché sia stata accertata la sua innocenza, bensì per insufficienza di prove a sostenere l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. È una differenza enorme. La Cassazione non ha certificato che Burlò non avesse rapporti o responsabilità, ma che le prove raccolte non erano sufficienti per una condanna. In uno Stato di diritto questo basta per assolvere — giustamente — ma non equivale a una patente morale. E soprattutto, quella non è l’unica storia giudiziaria che lo riguarda. In Italia Burlò ha ancora processi aperti. È imputato nel procedimento sul crac dell’Auxilium Basket, dove la Procura contesta gravi irregolarità fiscali, l’uso di crediti tributari inesistenti e indebite compensazioni. La sua posizione è stata stralciata e rinviata, non archiviata. Quel processo deve ripartire e, in caso di condanna, le conseguenze non sarebbero simboliche: anni di reclusione, sanzioni economiche pesanti, possibili interdizioni. C’è poi il procedimento di Terni, per violazioni tributarie strutturate, legate a meccanismi di accollo dei debiti e compensazioni fittizie. Anche qui: se rinvio a giudizio e condanna arriveranno, si parla di reati che prevedono il carcere, almeno sulla carta. E allora la domanda vera — politica, non morale — è inevitabile: che cosa ci fa un imprenditore con questo curriculum giudiziario in Venezuela? Non un cooperante, non un turista sprovveduto, ma un soggetto con procedimenti penali pendenti e rischi concreti di condanna in Italia. Quale razionalità, quale prudenza, quale senso delle istituzioni porta una persona in quella posizione ad andare in uno dei Paesi più “instabili” e opachi del mondo, (perchè cosi il Venezuela è considerato dai liberatori esultanti di centro destra e i lecchini democratici a comando del centro sinistra che di sinistra c’ha solo la falsa morale)? E soprattutto: perché, una volta tornato, diventa improvvisamente un simbolo mediatico? Perché il suo racconto della detenzione viene amplificato senza che quasi nessuno ricordi cosa lo aspetta qui? Perché si costruisce una narrazione emotiva che lo trasforma in vittima assoluta, mentre le carte giudiziarie italiane finiscono in fondo, quando va bene, o scompaiono del tutto? Qui entra la questione più scomoda. Un governo che ha fatto dell’anticomunismo di maniera, della demonizzazione del Venezuela e della propaganda “law & order” una cifra politica — il governo di Giorgia Meloni — ha tutto l’interesse comunicativo a esibire un caso come questo. Serve a rafforzare una linea ideologica, a parlare alla propria base, a costruire consenso. Ma cosa ottiene Burlò in cambio di questa esposizione? Solo attenzione mediatica? O anche un clima più indulgente, più distratto, più pronto a dimenticare che in Italia non è un perseguitato politico, ma un imputato in procedimenti penali seri? La riflessione dura è questa: in Italia la galera vera spesso non la fa chi ha soldi, avvocati, relazioni e tempo, ma chi non ha voce. Burlò, paradossalmente, ha conosciuto il carcere all’estero prima di affrontare davvero i suoi conti con la giustizia italiana. E oggi rischiamo di assistere a un copione già visto: santificazione pubblica, vittimismo mediatico, silenzio sulle carte giudiziarie, e poi — magari — prescrizioni, sconti, pene alternative, oblio. Ma c’è un’ultima ipocrisia da smascherare, perché questo non è un gioco esclusivo del centrodestra. Lo stesso schema viene praticato dal centrosinistra che ama definirsi progressista, ma che nei fatti è un centrosinistra svuotato, sinistrato, perfettamente integrato nel sistema di potere. È lo stesso campo politico che santifica mercenari italiani, contractor, personaggi ambigui coinvolti in teatri di guerra, in nome di falsi diritti umani a geometria variabile. Diritti buoni per i comunicati, ma del tutto compatibili con politiche di guerra, riarmo, esportazione di armi e fedeltà cieca agli interessi geopolitici dominanti. Il centrodestra usa casi come Burlò per propaganda ideologica. Il centrosinistra usa casi analoghi per ripulire figure discutibili e giustificare interventi militari e politiche belliche. Cambiano le parole, non la sostanza. Cambiano i colori, non il meccanismo. Alla fine, se non è zuppa è pan bagnato. E questo è il punto politico centrale: non siamo davanti a una battaglia per la giustizia o per i diritti, ma a una gestione cinica delle narrazioni, dove le persone diventano strumenti, i processi vengono messi tra parentesi e la responsabilità penale resta sempre un problema di qualcun altro. Finché questo schema non verrà rotto, destra e finto centrosinistra continueranno a giocare la stessa partita, con gli stessi silenzi, le stesse assoluzioni morali anticipate e la stessa, eterna, impunità selettiva. Federica Cresci, coordinatrice dell’associazione solidale Cuba Mambí – gruppo di Azione Internazionalista. Redazione Italia
Africa: l’importanza di rafforzare il sistema scolastico
Un nuovo rapporto congiunto dell’UNESCO e del Centro Africano per la Leadership Scolastica (ASCL) ha sottolineato l’importanza cruciale di rafforzare i sistemi scolastici per migliorare i risultati educativi in Africa, una regione in cui milioni di bambini continuano ad affrontare ostacoli nel raggiungimento dei livelli minimi di apprendimento. Presentato durante il Triennale dell’Associazione per lo Sviluppo dell’Educazione in Africa (ADEA) ad Accra, in Ghana, lo studio sottolinea come i dirigenti scolastici e i responsabili dell’istruzione possano essere agenti di cambiamento quando ricevono il sostegno adeguato per concentrarsi sull’apprendimento, al di là dei compiti amministrativi di routine. Sebbene il numero di bambini in età scolare sia aumentato, solo uno su dieci raggiunge la competenza minima in lettura e matematica al termine dell’istruzione primaria, una sfida che il rapporto identifica come legata non solo alle risorse, ma anche alla qualità della leadership nelle scuole. Paesi come il Kenya hanno mostrato progressi incoraggianti, dove i dirigenti scolastici che danno priorità a obiettivi di apprendimento chiari e metodologie pedagogiche efficaci sono riusciti ad avere un impatto positivo sulle loro comunità educative, anche con risorse limitate. Il documento propone inoltre misure urgenti per promuovere la leadership educativa, tra cui garantire che i dirigenti scolastici possano monitorare l’apprendimento con dati che orientino politiche inclusive, preparare e sostenere i futuri leader con una formazione specifica e sviluppare la capacità dei funzionari dell’istruzione di sostenere le scuole nella loro missione. La mancanza di solidi inquadramenti delle competenze e di formazione preliminare per assumere incarichi dirigenziali è stata identificata come un ostacolo importante in molti paesi a basso e medio reddito. Insieme alle raccomandazioni, l’UNESCO e l’Unione Africana hanno pubblicato un nuovo quadro di politiche educative che riassume le diverse strategie nazionali di fronte a sfide quali la leadership scolastica, i programmi di studio e la valutazione. Questo strumento mira a facilitare lo scambio tra gli Stati membri e a promuovere soluzioni adattate ai contesti locali, con l’obiettivo di fare in modo che una leadership scolastica rafforzata si traduca in ambienti di apprendimento più attraenti ed efficaci per milioni di bambini e bambine in tutto il continente. Traduzione dallo spagnolo di Stella Maris Dante Nelsy Lizarazo
Minneapolis, il ghiaccio sconfigge l’ICE
La pagina Facebook The Other 98%  racconta come a Minneapolis il gelido inverno sia diventato un prezioso e sorprendente alleato per la popolazione locale decisa a resistere con ogni mezzo, anche il più creativo, alla brutalità degli agenti federali dell’immigrazione. A Minneapolis la resa dei conti tra l’ICE e la resistenza locale ha preso una piega inaspettata; non si tratta solo di politica, ma anche di temperatura. Mentre gli agenti federali si schierano in forze, i manifestanti stanno trasformando il ghiaccio e le condizioni invernali in un vantaggio tattico. Le strade intorno agli edifici federali sono scivolose a causa della gelida umidità. La neve, il fango e le lastre di ghiaccio create intenzionalmente hanno reso difficile il movimento dei veicoli blindati e ancora più difficile per il personale dell’ICE muoversi a piedi. I video che circolano online mostrano gli agenti che fanno fatica a mantenere l’equilibrio e scivolano sui marciapiedi ghiacciati, mentre i residenti, ben coperti, rimangono saldi senza cadere. I funzionari federali hanno persino accusato gli attivisti di avere versato acqua per creare condizioni pericolose, definendo tali atti un crimine federale, a riprova del fatto che l’inverno di Minneapolis è una parte integrante della resistenza. Le proteste sono state enormi e prolungate, attirando migliaia di persone a temperature sotto zero per condannare le tattiche federali e chiedere che venga fatta giustizia per la morte di Renee Good. Le manifestazioni a Powderhorn Park e le marce lungo Lake Street hanno riunito folle con cartelli, slogan e cori di solidarietà in un clima che dovrebbe indurre la maggior parte delle agenzie a pensarci due volte prima di inviare agenti sul campo. Al di là dello spettacolo degli agenti in tenuta mimetica che scivolano sulle lastre di ghiaccio, questo momento rivela qualcosa di più profondo sullo scontro: un conflitto tra un apparato federale altamente militarizzato e una comunità radicata nell’esperienza vissuta. Molti manifestanti sono arrivati equipaggiati con abbigliamento isolante, stivali con ramponi e il tipo di conoscenza dell’inverno che deriva da anni di freddo nel Minnesota, piuttosto che dai manuali di addestramento federali. Questa differenza – la resilienza invernale vissuta contro l’applicazione burocratica della legge – si sta manifestando in tempo reale nelle strade della città. Sta anche provocando una reazione legale e politica. Un giudice federale del Minnesota ha vietato agli agenti dell’ICE e del Dipartimento della Sicurezza Interna di arrestare manifestanti pacifici o di utilizzare tattiche di controllo della folla come i gas lacrimogeni, a meno che non vi sia un fondato motivo, una decisione dovuta alla pressione dei gruppi per le libertà civili, che contestano quella che definiscono una condotta incostituzionale. Nel frattempo, lo Stato del Minnesota e le città di Minneapolis e St. Paul hanno collettivamente citato in giudizio il governo federale, sostenendo che la massiccia ondata di repressione, che ha già portato a migliaia di arresti, viola i diritti costituzionali e chiedendone la fine. Allo stesso tempo, la risposta federale non si è ammorbidita. All’inizio della settimana un agente dell’ICE ha sparato a un venezuelano, ferendolo a una gamba durante un controllo stradale e scatenando ancora una volta l’indignazione generale. Quello che sta succedendo a Minneapolis ci ricorda che il potere non è solo legge o forza, ma anche territorio, memoria e appartenenza a un luogo. L’ICE è arrivata con autorità e armi. I manifestanti sono arrivati con stivali invernali e in una città costruita per resistere al freddo questo squilibrio è importante. Anna Polo