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Essere o diventare Comunità competente, capace di ri-cucire e ri-connettere
Oggi 7 Febbraio a Firenze, al Parterre nella  Sala dei Marmi si è tenuta la Presentazione del libro “Luna dell’altro” di e con Giacomo Grifoni. In un pomeriggio che anticipa una giornata di lotta per le donne e per tutte le soggettività che richiedono percorsi di emancipazione, in un pomeriggio che accade mentre non lontano da noi, a Prato, le piazze parlano di lotta contro il linguaggio e contro le prassi che riportano indietro nella storia respingendo proprio quelle persone che avrebbero bisogno e speranza di essere accolte e sostenute, nel calore emotivo di una sala piena di attenzione e com-partecipazione Giacomo Grifoni, in dialogo con Federico Fabbri, ci racconta la scrittura di un libro, un romanzo, il suo terzo, che si colloca, ad uno sguardo attento, in uno scenario di stretta contiguità tra questo dentro (la narrazione di storie) e quel fuori (la contro-narrazione di parole e fatti). Il romanzo “Luna dell’altro” nasce da un bisogno, porta fuori l’anima poetica e al tempo stesso politica di chi, già anni fa, aveva contribuito a mettere in gioco strumenti per poter incidere nella de-escalation di violenza (maschile): socio fondatore del CAM (Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti), psicologo psicoterapeuta, Giacomo si interroga sui determinanti di salute relazionale, cercando di smontare, smontandola, la logica vittima – carnefice (non lo fa direttamente, ma se ne evince il significato nel lavoro che promuove) e sostiene le persone – gli uomini – che agiscono comportamenti violenti nell’assumersi le proprie responsabilità, perché, al netto di storie anche drammatiche all’origine dei gesti, “Non esiste giustificazione”. Perché un romanzo? Forse proprio per poter fare prevenzione passando attraverso, per de-patologizzare o forse meglio per ri-umanizzare le relazioni, a partire da letture che, coinvolgendo tutte e tutti, abitui ad usare un linguaggio che riporti in profondità anche dentro le solitudini individuali e restituisca un senso collettivo (di comunità) dentro la società, l’odierna che, afferma Giacomo, manca spesso di luoghi di incontro. Chi abita le piazze, chi vive la dimensione della partecipazione alla cosa pubblica ben sa che in realtà esistono gli spazi, ma forse rischiano di non essere abitati abbastanza, soprattutto quando sia tardi – troppo tardi. Ed allora il dialogo tra Giacomo e Federico com-muove, perché ricompone, perché ri-cuce la comunità quale “luogo di cura”, che magari in età giovanile non si sceglie con la consapevolezza che sia elemento salvifico (sentirsi parte – appartenere come elemento di con-tenimento quando si inizia a vacillare), eppure si parte da una prima comunità, quella familiare (anche quando mono-genitoriale – a partire dal grembo materno), idealizzata o condannata, perfetta o imperfetta, perduta o mai profondamente sentita, per andare verso seconde, terze, molteplici dimensioni di appartenenza, che possano restituire il senso delle esperienze. Quando tramonta la stagione dell’idealità e si entra dentro la realtà, comunque residua sempre il desiderio di sentirci nelle inter-connessioni che tengano insieme i frammenti di esperienze perdute. Giacomo, che nel precedente romanzo “I signori del silenzio” parlava di relazioni che nascondono le verità, qui si mostra attento all’importanza del disvelamento, che rispetta le solitudini, che pur si possono incontrare; è delicato nell’affrontare il passaggio dalle vite anonime delle soggettività in ricerca alle domande di scopo, significato condiviso che dentro la comunità restituisce valore al sentirsi appartenere. Non è nota la trama (ancora il romanzo è in crowdfunding su bookabook), si provano ad immaginare i personaggi, Luna e Cristiano, si sentono persone comuni, che abitano spazi contigui, somiglianti per risonanza… o forse è il desiderio che possano le lettrici e i lettori ritrovarsi per riconnettersi, la scrittura funzionale quale veicolo terapeutico che aiuta a trasformare i dolori o più semplicemente i disagi che separano, nell’unione di menti e corpi pensanti. Perché su Pressenza? Perché invita a decostruire il linguaggio della violenza, a disinnescare le prassi che conducono alla escalation della violenza, perché invita ad essere o, se possibile, provare a diventare parte di Comunità capace di ri-cucire e ri-connettere. Emanuela Bavazzano
March 7, 2026
Pressenza
Il Liceo di Lugo e il Diritto Internazionale “bocciato”
Nella tranquilla cittadina di Lugo, la censura viaggia silente, come fuoco sotto le ceneri. E parte proprio dalla scuola, luogo dove dovrebbero valere regole di trasparenza, pluralità e democrazia. L’episodio è accaduto proprio nel Liceo Statale Gregorio Ricci Curbastro di Lugo, nell’ottobre scorso, coinvolgendo il dirigente Giancarlo Frassineti e l’intero collegio docenti. E’ venuto fuori solo ora grazie a una fonte anonima, che ha deciso di raccontarci tutto.  “A settembre 2025, sull’onda delle oceaniche manifestazioni in tutta Italia, i genitori ci chiedevano cosa avremmo fatto per spiegare ai ragazzi la tragedia in Palestina, dal massacro di civili innocenti, alla violazione del diritto internazionale. Un docente, delegato sindacale Flc Cgil, durante i primi due Collegi Docenti ha chiesto che si potesse discutere in un successivo Collegio l’organizzazione di un incontro di approfondimento sulla crisi palestinese. In seguito al doppio rifiuto della dirigenza, il docente e altri colleghi hanno iniziato ad organizzare l’incontro in autonomia, contattando il professore Marco Mascia, Presidente del Centro di Ateneo per i Diritti Umani “Antonio Papisca”, titolare della Cattedra Unesco Diritti umani, democrazia e pace, Università di Padova, che si era reso disponibile a parlare con i ragazzi. Inoltre ci sarebbe stata la testimonianza sul campo di Medici senza Frontiere” racconta la fonte. Prima del terzo collegio docenti, datato 30 ottobre, il gruppo di professori ha presentato una formale proposta scritta, chiedendo di inserire un nuovo punto all’ordine del giorno: “convocazione di una conferenza sulla situazione umanitaria nella striscia di Gaza e in Cisgiordania con la partecipazione di esponenti del mondo associativo ed esperti del diritto internazionale”. La richiesta era corredata da 69 firme di docenti su 120. Secondo la normativa (articolo 7, comma 4 del decreto legislativo 297/94) almeno un terzo dei componenti del collegio docenti può convocare un collegio straordinario per trattare temi particolari. Quindi per estensione e nella prassi, almeno un terzo dei docenti può chiedere di inserire nuovi punti all’Odg di un collegio già convocato. “Il dirigente però lasciò la convocazione immutata, senza inserire la mozione richiesta. Il 30 ottobre all’inizio del collegio -continua la nostra fonte- spiegò il motivo del diniego a trattare e discutere il tema. Davanti ad oltre 100 docenti disse che il tema non era didatticamente rilevante ed era anzi divisivo, non accettò repliche perché il tema non era appunto all’ordine del giorno e non si poteva avviare la discussione. Insomma, ci ha vietato di discutere, di votare, di parlare”. Nei giorni successivi al collegio, per protesta, il docente che aveva avviato la raccolta firme, si dimise da delegato sindacale. Da una fonte sicura e a lui vicina apprendiamo che “era molto contrariato e deluso dallo scarso appoggio avuto dai colleghi che non si erano ribellati al preside durante il Collegio. Sulla sua decisione di dimettersi, sembra che abbia anche influito l’atteggiamento rinunciatario della Cgil, che in un primo tempo, verbalmente, aveva assicurato azioni sul piano istituzionale e un comunicato stampa, per poi tirarsi indietro”.  La Flc Cgil da ottobre ad oggi, effettivamente non ha emesso nessun comunicato di protesta, solidarietà o diffida in merito alla vicenda. Abbiamo chiesto un commento alla Flc Cgil senza per ora aver ottenuto risposta. Anche i delegati di Snals e Uil (non docenti) erano a conoscenza del fatto e anche queste organizzazioni sindacali, da quanto ci risulta, non hanno fatto nulla per protestare. La decisione di dimissioni ha destato preoccupazione tra molti docenti, che lamentano di non avere più un rappresentante sindacale e di non essere più tutelati nei loro diritti. “Bisognerebbe però chiedersi se i delegati servono solo a portare avanti rivendicazioni sindacali o anche a difendere la libertà di insegnamento contro la censura, in un contesto nazionale e internazionale sempre più difficile” riflette qualcun altro.  Passano i mesi e a inizio 2026 il Comune di Lugo riceve la richiesta da parte di un gruppo di docenti dello stesso liceo, di ospitare e patrocinare un incontro pubblico con i relatori il professore Marco Mascia ed Ettore Mazzanti di Medici Senza Frontiere. L’incontro pubblico effettivamente si svolge il 2 marzo 2026, nel Salone estense della Rocca di Lugo, patrocinato dal Comune dal titolo “Per il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese”. “Non sapevo il retroscena, si è trattato di un incontro validissimo con relatori di primo ordine, la sala era piena di persone, c’erano anche molti studenti e docenti” spiega a Pressenza la sindaca Elena Zannoni. “L’incontro è stato organizzato dai docenti che ci hanno chiesto il patrocinio e, come Comune, lo abbiamo dato con convinzione”. Ma a scuola, da ottobre ad oggi, tutto tace e nulla si è più fatto sul tema. Rispondendo al nostro accesso agli atti, il dirigente ha ribadito la motivazione del suo diniego: “La proposta non è stata accolta, in quanto non pertinente con le mansioni attribuite al Collegio docenti dalla normativa vigente”.  Ricordiamo che il decreto legislativo 297/94 dà all’intero collegio docenti (e non solo al dirigente) “il compito di curare la programmazione dell’azione educativa ed esercita tale potere nel rispetto della libertà di insegnamento garantita a ciascun docente”, come sancito dall’art 33 della Costituzione.  Togliere la libertà di autodeterminazione della didattica ai docenti vuol dire togliere la libertà di insegnare a scuola.  Un fatto gravissimo che si inserisce nel clima di repressione generale e che dovrebbe fare riflettere.  Linda Maggiori
March 7, 2026
Pressenza
“Tempo scaduto”: oggi ultimo giorno per revocare il contratto sull’ex Polveriera.
Le associazioni ambientaliste della provincia Rimini rilanciano il loro appello. Oggi è il giorno della scadenza. Secondo quanto emerso nel dibattito pubblico delle ultime settimane, è infatti l’ultimo momento utile perché il Comune di Riccione possa revocare a costo zero il contratto di concessione alla società Hi Riviera srl relativo all’area dell’ex Polveriera di via Piemonte. Dopo questa data, l’eventuale rescissione comporterebbe per l’amministrazione comunale il pagamento di una penale. In questo contesto cresce la mobilitazione delle associazioni ambientaliste e animaliste che nelle scorse settimane hanno espresso forte preoccupazione per la prospettiva di organizzare grandi eventi musicali nell’area naturale dell’ex Polveriera. Le associazioni hanno annunciato di essere pronte a manifestare il proprio dissenso e continuano a chiedere con fermezza la rescissione del contratto di concessione. Di seguito rilanciamo ampi stralci del loro comunicato stampa diffuso alcuni giorni fa. Il comunicato delle associazioni ambientaliste Le associazioni scrivono: “Le associazioni ambientaliste ed animaliste della provincia di Rimini prendono atto delle dichiarazioni effettuate mezzo stampa, pochi giorni fa, dall’Amministrazione Comunale di Riccione in merito alla realizzazione di eventi musicali all’ex Polveriera di via Piemonte. Apprezziamo le dichiarazioni sulla volontà di evitare eventi impattanti e di tutelare l’ecosistema dell’area. Tuttavia, riteniamo necessario chiarire alcuni punti fondamentali.” Il nodo principale, secondo le associazioni, resta l’esistenza stessa di un contratto di concessione che prevede l’organizzazione di eventi: “La presenza di un bando, di una concessione e del relativo contratto (n° 87 del 07.07.2025, prot. n° 0080615/2025 del 16.10.2025) finalizzati all’organizzazione di eventi resta, di fatto, un elemento di forte contraddizione rispetto alla dichiarata incompatibilità dell’area con manifestazioni invasive.” Le associazioni sottolineano inoltre che la questione non riguarda soltanto le dimensioni degli eventi ma il principio stesso di destinare l’area a manifestazioni con afflusso di pubblico. “Per noi il problema non è solo la dimensione ‘di massa’, ma il principio stesso di destinare un’area che negli anni è diventata un habitat naturale consolidato ad iniziative che comportano afflusso di pubblico, allestimenti, illuminazione, impianti audio e pressione antropica.” Dal loro punto di vista, la tutela dell’ecosistema deve restare la priorità assoluta. “Ribadiamo con chiarezza che, dal punto di vista della tutela ambientale ed animale, non riteniamo compatibili tali eventi con le caratteristiche di quell’area. La tutela della biodiversità, della fauna selvatica, degli equilibri ecosistemici e della funzione naturale del sito non può essere subordinata ad una gestione orientata ad attività di intrattenimento, anche se formalmente limitate.” Un altro punto critico riguarda il percorso di confronto con le associazioni, che secondo i firmatari non sarebbe stato strutturato né realmente partecipato. “Inoltre, precisiamo che non esiste ad oggi un Tavolo Ambiente strutturato, permanente e condiviso con le associazioni ambientaliste ed animaliste sul progetto specifico dell’ex Polveriera e della sua concessione. Gli incontri avvenuti non possono essere considerati un percorso partecipativo definito, né una condivisione preventiva delle scelte, tanto più che solo a contratto firmato ci è stato chiesto di fornire proposte.” Le organizzazioni insistono anche sul valore naturalistico acquisito dall’area negli ultimi anni: “Proprio perché siamo associazioni apartitiche e ci muoviamo esclusivamente su basi ambientali e scientifiche, la nostra posizione non è ideologica ma tecnica: l’ex Polveriera è un’area che ha acquisito un valore naturalistico, paesaggistico e storico che merita una destinazione coerente con gli obiettivi di rinaturalizzazione e rafforzamento della rete ecologica regionale (progetto Recore).” Da qui la richiesta esplicita rivolta al Comune di Riccione: “Per questo chiediamo nuovamente con fermezza la rescissione del contratto di concessione a privato da parte del Comune di Riccione e l’avvio di un percorso realmente partecipato, finalizzato alla tutela integrale dell’area, alla sua valorizzazione naturalistica e alla fruizione sostenibile, in coerenza con i finanziamenti regionali ottenuti (Euro 756 mila) per il potenziamento della rete ecologica.” Il comunicato è firmato dalle associazioni ambientaliste e animaliste della provincia di Rimini (in ordine alfabetico): Ambiente & Salute Riccione – Cras Rimini – Legambiente Valmarecchia – Lipu Rimini – WWF Rimini. Il nodo della concessione Al centro della vicenda c’è la concessione dell’area comunale dell’ex Polveriera. Con determinazione dirigenziale n. 804 del 3 giugno 2025 il Comune di Riccione ha infatti indetto un’asta pubblica per la concessione dell’area di proprietà comunale situata in via Piemonte. Secondo l’avviso pubblico, la concessione riguarda lo spazio verde denominato “Ex Polveriera”, destinato ad attività compatibili con l’area. Il documento completo è consultabile sul sito del Comune: https://www.comune.riccione.rn.it/it/news/147765/avviso-di-asta-pubblica-per-la-concessione-di-area-denominata-ex-polveriera-sita-nel-comune-di-riccione-in-via-piemonte Proprio l’interpretazione di cosa sia realmente “compatibile” con quell’area naturale è diventata il punto di scontro tra associazioni ambientaliste e amministrazione. Una decisione che pesa sul futuro dell’area Con la scadenza odierna si apre quindi un passaggio delicato. Se il contratto non verrà revocato entro oggi, la rescissione comporterebbe per il Comune un costo economico legato alla penale prevista. Nel frattempo le associazioni ambientaliste ribadiscono la loro disponibilità a partecipare a un percorso condiviso di tutela e valorizzazione naturalistica dell’area, ma insistono sulla necessità di fermare il progetto degli eventi. Il confronto sul futuro dell’ex Polveriera resta dunque aperto, tra esigenze di tutela ambientale, scelte amministrative e gestione del territorio.   Maggiori informazioni: Per leggere il comunicato completo delle associazioni: qui Ambiente & Salute Riccione Cras Rimini Centro Recupero Animali Selvatici Legambiente Valmarecchia Lipu Rimini WWF Rimini Coordinamento Italiano Tutela Ambienti Naturali dai Grandi Eventi C.I. – T.A.N.G.E Redazione Romagna
March 7, 2026
Pressenza
Iran, comunità ebraica condanna fermamente l’aggressione imperialista USA-Israele
Attualmente, le vergognose campagne mediatiche – funzionali all’iranofobia – sono volte a dare un’immagine mostrificante dell’Iran islamico sciita in modo tale da creare il nemico necessario contro cui scagliare l’indignazione e il “disgusto” (citando Bismark) dell’opinione pubblica occidentale per poi legittimare l’intervento armato. Ed ecco che anche sull’Iran si riabilita, come fu per l’Afghanistan, una narrazione femoimperialista (1) in cui si usano i diritti delle donne, l’esportazione della democrazia come una giustificazione di guerra. “Disgusto” che nasce dal fatto di percepire l’Iran sciita come un governo teocratico addirittura contro il suo popolo e contro qualunque cosa sia diversa dall’Islam sciita. Questo è un falso mito veicolato dai media occidentali proprio per ingigantire la demonizzazione di questo Paese. La religione ufficiale dell’Iran è l’Islam sciita secondo la Costituzione, ma la Repubblica Islamica riconosce e protegge le minoranze religiose: dall’ebraismo, ai cristiani con le varie denominazioni, ai zoroastriani, che hanno rappresentanti anche nel parlamento, gli armeni, assiri, i sunniti, oltre a comunità più piccole ma riconosciute, come il mandaeismo, il yarsanismo, il buddhismo e l’induismo. La condizione fondamentale è l’essere prima cittadini iraniani con diritti e doveri, e poi ciascuno segue le proprie credenze. Come era in Siria, prima che arrivassero gli ex-qaedisti tagliagole del Fronte Al-Nusra a portare la democrazia, a sostenere esplicitamente il genocidio del popolo palestinese da parte di Israele ed a dialogare normalmente con i leader europei. I diritti costituzionali di cui godono le minoranze religiose in Iran, sono sanciti e rispettati, avendo centinaia di luoghi di culto, sinagoghe, chiese e templi, dove praticano liberamente le proprie fedi. Secondo varie statistiche i credenti sono: gli sciiti circa il 90%, i sunniti il 6%, il resto suddiviso tra le altre fedi. La Costituzione stabilisce che “l’intromissione sulle singole credenze è proibita”, e che “nessuno può essere molestato o arrestato semplicemente per avere una certa credenza”, se rispettoso delle leggi. Si tratta di minoranze religiose, che sono garantite e protette nella Costituzione del Paese e tutte, storicamente, si sentono parte integrante del popolo iraniano: dalla comunità ebraica, ai cristiani, ai sunniti, agli armeni, agli assiri. Non è un caso infatti che tutti i rappresentanti delle varie comunità, si sono espressi in modo chiaro e netto contro l’aggressione imperialista USA-Israele e per soluzioni diplomatiche di tutte le problematiche. Il 5 marzo 2026, in una potente dimostrazione di unità nazionale, il rabbino Younes Hamami Lalehzar – presidente della comunità ebraica iraniana – ha condannato con forza l’attacco congiunto USA-israeliano. Il leader religioso ebraico Younes Hamami Lalehzar, ha emesso una forte condanna dei recenti attacchi statunitensi e israeliani sul suo paese, definendo l’azione “… un tradimento della fiducia” e dichiarando: “Chiediamo che i due regimi (n.d.r:USA e Israele) siano ritenuti responsabili del loro comportamento criminale. Ancora una volta, l’America criminale, in cooperazione con il regime sionista, si è ulteriormente precipitata nel fango della caduta attraverso un attacco infido e incauto. Questo atto sarà condannato da tutte le nazioni libere e riceverà certamente una risposta decisiva e di forza delle Forze armate della Repubblica islamica dell’Iran, che faranno tutto il possibile per vendicare il sangue dei martiri iraniani… Il leader della rivoluzione islamica, l’ayatollah Seyyed Ali Khamenei, è stato assassinato con un assalto militare congiunto americano e israeliano a Teheran, con i negoziati sul nucleare in corso. La scomparsa dell’ayatollah Khamanei è una grande e irreparabile perdita per la nazione iraniana, ma ho fiducia che il popolo iraniano saprà salvaguardare il suo sangue, la sua guida e il suo percorso…In questo frangente difficile sottolineiamo la necessità di preservare l’unità, l’empatia e la fermezza riunite di tutti i livelli della nazione iraniana. Certifichiamo anche la nostra costante convinzione che, secondo le tradizioni divine e gli insegnamenti delle nostre religioni, il diritto alla fine trionferà sulla falsità, e l’onore e la gloria apparterranno finalmente alle nazioni resilienti, fedeli e in cerca di verità…”. Il rabbino ha deplorato la “perdita irreparabile” dell’Ayatollah Khamenei e di oltre 750 civili, incluse 170 bambine studenti morte a Minab il 28 febbraio 2026 durante l’attacco imperialista delle forze statunitensi e israeliane. Insieme ai leader cristiani e zoroastriani, ha chiesto un’unità nazionale incrollabile. Anche Siyamak More Sedgh politico e medico ebreo iraniano, titolare del seggio parlamentare riservato alla minoranza ebraica nel Parlamento iraniano dal 2008 al 2020, anche presidente dell’istituzione benefica ebraica Dr. Sapir Hospital and Charity Center, definito “l’ebreo numero uno” dell’Iran, spesso critico e polemico su alcune posizioni espresse dalle autorità iraniane, ha preso posizione contro l’aggressione al proprio paese invitando all’unità e alla difesa del paese prima di tutto. Questa è la tessitura diversificata dell’Iran che si erge come un’unica entità. Va ricordato che in Iran è sempre vissuta una comunità ebraica più numerosa rispetto a tutti i Paesi arabi.   (1) Il fenonazionalismo e il femoimperialismo sono narrazioni tossiche e strumentalizzanti dei diritti delle donne, fortemente criticate dal femminismo stesso. Interessante il libro Femonazionalismo. Il razzismo nel nome delle donne della sociologa Sara R Farris, in cui il concetto di femonazionalismo diventa una categoria analitica di riferimento per molte pubblicazioni e dibattiti femministi. Una cornice teorica per leggere un fenomeno inaspettato dell’epoca contemporanea: l’uso da parte delle istituzioni, degli apparati mediatici e soprattutto dei partiti di estrema destra della rivendicazione dell’uguaglianza di genere per portare avanti politiche islamofobe e razziste.   Per ulteriori info: https://www.ancorafischiailvento.org/2026/03/06/la-voce-degli-ebrei-iraniani-e-laggressione-alliran/ Speciale-Iran-Israele-USA Lorenzo Poli
March 7, 2026
Pressenza
In Lombardia si continua a lottare per difendere la sanità pubblica
In questi giorni, in 60 diverse strutture ospedaliere della Lombardia viene consegnata e protocollata la stessa lettera che chiede ai Direttori Generali del Servizio Sanitario Pubblico Lombardo di rigettare un nuovo provvedimento della Giunta Regionale Lombarda che punta ad affossare ancor più il Sistema Sanitario Nazionale in favore dei privati. I passaggi sono complicati e per capire meglio quali sono i nuovi marchingegni che faranno sì che il servizio pubblico scada ancor di più e le liste d’attesa crescano, vi invitiamo a leggerla. In particolare giovedì 5 marzo abbiamo seguito il gruppo di attivisti e attiviste che hanno a lungo volantinato davanti all’ospedale San Paolo e sono quindi entrati a consegnare la lettera. Battaglieri, generosi, giovani dentro, martellanti nel ricordare cosa siano i diritti, quale sia la storia di un servizio sanitario che era stata una conquista negli anni ’70 e che ora viene colpito a ripetizione. Sono gli uomini e le donne che sostengono gli sportelli salute che aiutano a far valere i propri diritti, accompagnando le persone a ottenere ciò che è stato loro prescritto, con i tempi indicati dal medico. In due parole: ciò che dovrebbe essere normale va reclamato; lasciar andare tutto significa abbracciare il privato (per chi può) o smettere di curarsi (per chi non può). Da tempo nelle piazze di Barcellona si grida: “Retallar en sanitat és assasinar.” In catalano suona bene, difficile ritrovare un ritmo in italiano: “Tagliare in sanità vuol dire assassinare”. Una semplice verità. Consultate www.sportellisalute.lo.it  Non è un semplice sito: è uno strumento di resistenza e di lotta, a cui unirsi e dare una mano. L’11 aprile, comunque, si andrà in piazza, numerosi, nel capoluogo lombardo. Foto di Andrea De Lotto Andrea De Lotto
March 6, 2026
Pressenza
Da Berlino contro la leva e la guerra
Arrivo a Postdamerplatz un po’ in ritardo, visto che tutti i treni per il centro sono bloccati. Con me, scendono dalla metro altri ragazzi e ragazze e immediatamente riconosco che sono lì per la mia stessa ragione. Sorrido tra me e me, mi sembra di essere qui come testimone del loro coraggio. Salendo le scale per raggiungere la piazza inizio a sentire musica e voci, esco dalla stazione e impiego un secondo ad abituare gli occhi al sole. Centinaia, nel giro di un’ora migliaia, di persone sono riunite nel cuore di Berlino, la maggioranza giovanissimi studenti e studentesse. Cartelli, striscioni, bandiere, volantini, canzoni, risa e grida sono accalcate in una folla colorata. Senza paura, uniti, vicini e compatti coprono completamente la sottile linea di piastrelle che  percorre la piazza in diagonale, a ricordo del muro. Tutti sono riuniti per mandare un chiaro messaggio, una ferma e irrevocabile obiezione alla guerra e alla crescente militarizzazione del loro Paese. Un categorico rifiuto a lasciare che il loro futuro gli venga strappato dalle mani. Non vogliono e non sono disposti a rimanere passivi di fronte al ripetersi di quell’odio che gli era stato detto sarebbe rimasto nel passato. Chiedono a gran voce il cambiamento che gli era stato promesso. La folla comincia a srotolarsi in un lungo corteo, che andrà a marciare pacificamente per il centro della città. Un bambino in piedi su un bidone ha in mano un megafono e con la limpidezza e risoluzione di chi non è più disposto a lasciare che altri decidano per lui, lancia un grido. Migliaia e migliaia di voci rispondono e presto si alza un coro, forte e coraggioso: “Siamo tutti antifascisti!” Ed ecco che, nel centro della Germania, lontana chilometri da tutto ciò che conosco, circondata da persone di ogni genere, etnia e credo, mi sento a casa. Una nuova energia mi riempie: oggi è proprio una bella giornata di sole. Margherita Pilati del Movimento Nonviolento   Movimento Nonviolento
March 5, 2026
Pressenza
Viareggio, tante iniziative per la pace
Giovedì 5 marzo: eravamo in tante oggi, più del solito al mercato in passeggiata.  E tanti cartelli. Il più significativo cita Terzani, “Facciamo ognuno qualcosa”. Poi sull’autodeterminazione per tutti i popoli, contro la menzogna di guerre travestite da liberazione. Ancora: la Costituzione ripudia la guerra, il governo Meloni la giustifica, l’Europa cincischia. Solo la Spagna brilla. E via denunciando. Passa un reporter della TV locale, fotografa, intervista. Tanti si soffermano. Stasera ci vediamo con il professor Alessandro Volpi, Docente all’Università di Pisa per il convegno Basta Guerre: anche il peggior regime non si cambia con le bombe, ennesima criminale violazione del diritto internazionale. Sabato 7 marzo alle ore 16 ci sarà un corteo che  partirà dalla Chiesina del Porto. Il volantino richiama il Girotondo di De André: la guerra è cominciata, chi la fermerà? La profezia di Papa Francesco si avvera sempre più: i pezzi si stanno saldando in una guerra mondiale. Solo noi possiamo fermarla.  Noi popoli tutti, ribellandoci insieme a questa corsa verso il baratro. Apprendo anche che proprio oggi cade la IV Giornata internazionale per la consapevolezza del disarmo e della non proliferazione: dobbiamo cambiare drasticamente direzione verso un futuro di Pace e Nonviolenza per il mondo. Redazione Toscana
March 5, 2026
Pressenza
Antonio Mazzeo: “Sigonella attiva dall’inizio dell’attacco all’Iran”. Qual è il ruolo dell’Italia?
Rilanciamo il servizio Radio Onda d’Urto sul pieno utilizzo della base-USA di Sigonella e della stazione-MOUS di Niscemi, con allegate le due importanti interviste all’attivista Federica del Movimento NoMuos e al giornalista-pacifista Antonio Mazzeo, raccolte dall’emittente radiofonica_    La base militare statunitense di Naval Air Station Sigonella, in Sicilia, sarebbe stata utilizzata attivamente fin dalle prime ore dell’attacco congiunto israelo-statunitense contro l’Iran, iniziato sabato 28 febbraio. “Abbiamo sicuramente due dati rilevanti che smentiscono assolutamente la posizione bonista del governo italiano che dichiara di non essere coinvolto nelle operazioni di guerra e di non essere, tra l’altro, neanche stato informato e di queste” commenta ai microfoni di Radio Onda d’Urto Antonio Mazzeo, giornalista, scrittore e attivista antimilitarista. Nelle ore immediatamente precedenti l’attacco su Teheran, dalla base di Sigonella sarebbe decollato un velivolo da pattugliamento marittimo Boeing P-8 Poseidon, utilizzato anche per attività di intelligence e guerra elettronica. Il suo compito, secondo quanto riferito, sarebbe stato quello di individuare obiettivi strategici e trasmettere informazioni ai cacciabombardieri impegnati nell’operazione. Sempre nelle ore precedenti, sarebbe atterrato a Sigonella un drone da ricognizione Northrop Grumman RQ-4 Triton, impiegato per diversi giorni in operazioni di monitoraggio e raccolta immagini, verosimilmente finalizzate all’individuazione dei bersagli poi colpiti. Non solo Sigonella: un ulteriore elemento riguarda il sistema di telecomunicazioni satellitari MUOS (Mobile User Objective System), presente a Niscemi. Si tratta di una rete composta da satelliti e terminali terrestri che consente alla Marina militare statunitense di trasmettere ordini, piani operativi, flussi video e comunicazioni criptate in qualsiasi area del mondo. “Le guerre non si fanno soltanto lanciando missili” osserva Mazzeo. “Prima c’è un lavoro complesso di pianificazione, raccolta dati, individuazione degli obiettivi. È questo il ruolo degli aerei spia e dei droni che operano da Sigonella”.   L’INTERVISTA COMPLETA DI RADIO ONDA D’URTO A ANTONIO MAZZEO, GIORNALISTA, SCRITTORE E ATTIVISTA ANTIMILITARISTA. ASCOLTA O SCARICA. L’INTERVISTA A FEDERICA, NO MUOS. ASCOLTA O SCARICA. Redazione Sicilia
March 5, 2026
Pressenza
Tragico deragliamento del tram della linea 9. Milano deve rallentare, adesso
AL COBAS – SGC si unisce a tutti i tranvieri nel cordoglio per le vittime del tragico deragliamento del tram della linea 9 avvenuto venerdì 27 febbraio a Milano ed esprime la più sincera solidarietà ai feriti. Una vicenda che lascia cicatrici profonde, nella carne e nell’animo, anche in chi non era presente, ma vive ogni giorno quel lavoro, quella responsabilità, quella stessa fragilità. Possiamo solo immaginare lo strazio dei familiari delle vittime e dei feriti, davanti ai quali ci inchiniamo, ma in questi giorni abbiamo sentito sulla nostra pelle un dolore che accomuna tutti i tranvieri milanesi: un dolore collettivo che diventa un’unica voce, un unico grido. È il tempo del lutto e della riflessione, ma non del silenzio. Non possiamo tacere né limitarci ad attendere le indagini, che forse chiariranno le cause di questa tragedia. Perché questa tragedia non è una fatalità. Possibile che una tecnologia sempre più sofisticata non sia riuscita a evitare il disastro? Quanta di questa tecnologia è davvero dedicata alla salute, alla sicurezza, alla serenità, alla lucidità di chi guida mezzi pesanti ogni giorno? E quanto pesano su tutti gli incidenti che ci coinvolgono le politiche della direzione ATM e della proprietà – il Comune di Milano – orientate unicamente ad aumentare velocità e produttività? È noto che ATM è stata condannata, anche in appello, a risarcire alcuni conducenti per usura psico-fisica dovuta all’eccesso di straordinari. Meno noto è che la nostra battaglia contro il sovraccarico di lavoro e i suoi effetti sulla salute e sulla sicurezza è iniziata nel 2015, culminando in un incontro, mediato dall’allora Prefetto di Milano, Dott.ssa Lamorgese, con l’ex assessore alla mobilità Maran, che chiuse la riunione con un serafico: “Denunciateci”. Ecco il livello di ascolto che è peggiorato con la Giunta Sala, che da anni si rifiuta d’incontrarci. Meno noto è anche che oggi è in discussione un accordo di secondo livello che punta a un ulteriore aumento dell’orario di lavoro giornaliero dei tranvieri. Pochi sanno che una parte sempre più ampia del salario del tranviere è legata alla produttività: più lavori, meno penalizzazioni subisci. Un meccanismo che spinge a lavorare anche in condizioni psico-fisiche precarie. Il Premio di Risultato annuale, la premialità mensile e da ultimo quella legata alle Olimpiadi dipendono dalla massima produttività e dalla disponibilità a rinunciare alle ferie, ad ammalarsi, a infortunarsi, a usufruire dei permessi per l’assistenza ai familiari, anche disabili, previsti per legge. Occorre rallentare. È vitale fermare questo progetto di peggioramento delle condizioni di lavoro di chi guida i mezzi pubblici. Serve un’inversione di tendenza netta. È auspicabile che anche Cgil, Cisl, Uil, Faisa, Ugl e Orsa abbandonino questa deriva filo-padronale e tornino a rivendicare ciò che davvero serve: riduzione dell’orario di lavoro, umanizzazione dei turni di servizio, condizioni dignitose. È necessario che lo stipendio torni a essere sicuro, non incerto e variabile. È imprescindibile che l’anticipo pensionistico previsto per i conducenti degli autobus valga anche per i colleghi che guidano tram, metrò e treni; in questo senso, è indispensabile che la direzione ATM dia un segnale immediato e rinunci a incentivare i conducenti a posticipare il pensionamento con mille euro al mese. Milano accelera, si affida a sensori e automatismi che dovrebbero salvarci da tutto. È nella tragedia che ci ricordiamo che basta un corpo che cede, un istante di debolezza e la verità esplode: nessuna tecnologia può sostituire un cuore umano che fatica, sbaglia, soffre, vive. La città dei grattacieli non è il nostro modello. Il progresso lo costruiscono i lavoratori che ogni giorno salgono su un tram con le loro fatiche e la loro dignità. Prima dei protocolli viene la cura. La tecnologia deve sostenere, non essere l’alibi per coprire la fatica di chi fa muovere Milano. Ribadiremo tutto questo il 27 marzo con un nuovo sciopero.   Redazione Milano
March 5, 2026
Pressenza
Dal 2 al 14 marzo: tutti gli incontri con la palestinese Shahd Khader
Si è inaugurato il 2 marzo alla Casa delle Donne di Milano, in dialogo con Elena Castellani (attivista di Assopace Palestina) e proseguirà fino al 14 marzo, con l’incontro conclusivo alla Casa delle Donne di Gallarate, il tour in Italia di Shahd Khader, giovane e preparatissima attivista della Working Women Society for Development. Un tour reso possibile dalla Rete Radiè Resch, miracolosamente scampato alla cancellazione di tutti i voli causa guerra in Medio Oriente e fittissimo di incontri e appuntamenti tra varie situazioni in Lombardia, Toscana, Veneto… sperando che lo spazio aereo possa tornare praticabile in tempo per il previsto ritorno a Ramallah, dove Shahd vive. Giovanissima (23 anni) Shahd ha raccontato ai tanti presenti all’incontro inaugurale del 2 marzo alla Casa delle Donne di Milano l’esperienza di estrema frammentazione, spossessamento, continuo assedio nei territori occupati. “Vivere sotto occupazione è la sola normalità che conosciamo. La strategia dell’occupazione è questa: rendere normale ciò che normale non è; farci digerire ciò che digeribile non è. L’umiliazione del continuo e pervasivo controllo a tutti i livelli, dai nostri spostamenti a tutto ciò che ci circonda: terre, proprietà, risorse, percorsi personali e professionali, tutto è costantemente sotto controllo – e di ogni cosa possiamo venir in ogni momento spossessati, senza alcuna accettabile motivazione. La nostra vita è totalmente nelle mani di chi ci occupa. Per questo è fondamentale il sostegno che ci arriva dalla Rete Radiè Resh, in termini di progetti, minime fonti di reddito che possono derivare per esempio da forme di lavoro cooperativo.” In queste condizioni di estrema difficoltà per tutti, la condizione delle donne è sempre più dura. “Il ruolo della donna nella vita e nella resistenza palestinese continua ad essere fondamentale, in situazioni rese ancor più precarie dall’assenza di lavoro per gli uomini. Quando non succede che vengano detenuti, in regime di cosiddetta ‘detenzione amministrativa’ che non richiede neppure un capo d’accusa, né prevede alcuna assistenza legale, e che può prolungarsi per mesi o anni senza alcun contatto con i familiari. Nei campi profughi la gente non ne può più, l’unico pensiero è come riuscire a sfamare i propri figli.” Alla violenza dell’occupazione si aggiunge dunque quella di sempre, di genere, patriarcale: difficoltà di vedere riconosciuti i più elementari diritti per esempio nei casi di successione patrimoniale; e non pochi gli episodi di violenza domestica, da parte di uomini, padri, compagni frustrati dalla cronica disoccupazione, oltre che dall’intollerabilità della situazione. Dopo gli incontri di Milano (2 marzo alla Casa delle Donne) e di Lecco (4 marzo, alla Casa sul Pozzo), il tour di Shahd Khader proseguirà tra: – Pisa, 5 Marzo, ore 21 al Circolo ARCI Alberone (Via Pasquale Pardi 199) – Molino di Quosa (PI) il 6 marzo, ore 18 al Magazzino di Antonio (P.zza Martiri della Romagna 26 – Quarrata (PT) il 7 marzo, ore 17 presso la Sala consiliare del Comune (Via Vittorio Veneto 2); – Udine, 9 marzo, ore 20.30, Circolo Nuovi Orizzonti (Via Brescia 3); – Verona, 12 marzo, ore 20.30 alla Sala Africa dei Missionari Comboniani (Vicolo Pozzo 1); – e infine Gallarate, 14 marzo, ore 18, alla Casa delle Donne (Via Torino 64). Per ulteriori informazioni o dettagli circa la possibilità di contribuire ai progetti di Rete Radiè Resh in Cisgiordania: https://reterr.it Daniela Bezzi
March 4, 2026
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