G. Kanafani: : “La mitragliatrice” e la questione dell’esistenza del popolo palestinese
«O il cannone… o l’inferno». Questa frase, che Ghassan Kanafani fa pronunciare a
Saeed al-Hamdouni nel suo racconto Il cannone, non è un semplice espediente
narrativo, ma una distillazione filosofica dell’esistenza palestinese sotto un
colonialismo basato sull’occupazione, lo sfollamento e il genocidio. Non parla
di armi come strumenti, ma della condizione stessa dell’esistenza quando una
persona viene privata del diritto all’autodifesa e lasciata di fronte a una
scelta drammatica:possedere un minimo di potere o essere completamente esposta
alla violenza.
L’8 luglio 1972, Ghassan Kanafani fu assassinato a Beirut in un attentato alla
sua auto. L’assassinio non fu semplicemente un attacco a uno scrittore, ma il
tentativo di recidere il flusso di una narrazione creativa che aveva reso la
letteratura un terreno fertile per la resistenza. Tuttavia, accadde il
contrario: Kanafani divenne un testo che trascende il suo tempo e un
interrogativo aperto che riemerge ogni volta che l’occupazione si inasprisce e
la realtà si distorce ulteriormente.
Kanafani non era un combattente, ma uno scrittore che operava al confine tra
letteratura e politica, dove la parola diventa atto di resistenza. Eppure, non
era considerato un produttore culturale, bensì un attore nella formazione della
coscienza collettiva. Né la dichiarata neutralità né la diplomazia lo fermarono,
né i negoziati, le illusioni di accordi o le pretese di legittimità
internazionale lo paralizzarono. Aveva trentasei anni, lavorava nel giornalismo
libanese e la sua unica arma era la parola. Soffriva di diabete e viveva a
Hazmieh, a est di Beirut, la sua presenza era considerata come una minaccia da
eliminare, non come una voce tollerabile.
Qui risiede una delle costanti del pensiero coloniale moderno: l’occupazione non
si accontenta di monopolizzare le armi, ma cerca anche di monopolizzare la
narrazione, perché chiunque imponga la propria narrazione si avvicina a imporre
la propria legittimità. Pertanto, il suo assassinio faceva parte di una
struttura più ampia che mirava alla narrazione tanto quanto al corpo.
Così, il “cannone” di Said al-Hamdouni ritorna dalle pagine di Kanafani al
nostro presente; non perché lo scrittore abbia previsto il futuro, ma perché ha
smascherato la logica dell’occupazione fin da subito. Ha scritto di un uomo che
ha comprato il “Machine gun” con il suo sangue, prima che il suo stesso sangue
diventasse il prezzo della parola. Proprio come Said ha riscattato l’esistenza
con il suo sangue, Kanafani ha riscattato il significato di questa esistenza con
la sua vita
Ecco la rilevanza del lavoro di Kanafani. Questa stessa struttura si sta
manifestando oggi in Cisgiordania, dove la Nakba viene riprodotta
sfacciatamente. Ai palestinesi viene chiesto di rinunciare ai propri mezzi di
autodifesa, mentre ai coloni vengono concesse armi ufficiali in quanto “civili
armati”. Dopo il 7 ottobre, il rilascio di licenze e il porto d’armi si sono
moltiplicati senza precedenti, riflettendo la trasformazione delle armi da
strumento di sicurezza a estensione della stessa struttura coloniale.
Al contrario, l’occupazione esige il disarmo della resistenza a Gaza, armando al
contempo le milizie locali che operano ai margini del suo apparato di sicurezza.
Allo stesso tempo, chiude un occhio sull’escalation della criminalità nei
territori del 1948, dove armi facilmente reperibili vengono utilizzate sotto
tacito controllo. Ciò rivela uno schema di duplicità: controllare la forza
quando minaccia la resistenza e scatenarla quando è necessaria per gestire la
situazione di sicurezza entro i parametri dell’occupazione stessa.
Israele continua l’occupazione di territori arabi, tra cui il Libano meridionale
e la Siria meridionale, con il pretesto di preoccupazioni per la sicurezza
legate alle armi della resistenza. Tuttavia, questa retorica si fonda su un
paradosso fondamentale: il monopolio delle armi da parte della potenza
occupante, che al contempo impedisce ad altri di possederle, persino allo stesso
Stato che proclama il proprio monopolio sull’uso della forza. Ciò spiega, come
sottolinea la storica tedesca Uta Freifert nel suo libro La politica
dell’umiliazione: ambiti di potere e impotenza, che l’umiliazione non funziona
come un effetto collaterale del potere, bensì come uno strumento politico
impiegato per gestire le società, trasformando la vergogna in una sottile
tecnica per produrre obbedienza e consolidare il dominio.
In questo contesto, la questione non è più di natura tecnica, riguardante le
“armi”, ma piuttosto politica e giuridica, ovvero chi ha il diritto di definire
la legittimità. Il diritto internazionale, nella sua struttura normativa,
riconosce due principi apparentemente contraddittori: da un lato, il monopolio
statale sull’uso legittimo della forza, e dall’altro, il diritto dei popoli
occupati di resistere all’occupazione. Tuttavia, l’applicazione pratica di
questo equilibrio vacilla quando è la stessa potenza occupante a monopolizzare
la definizione di legittimità, reinterpretando il diritto per servire alla
continuazione e alla perpetuazione della propria occupazione.
Se la domanda di Kanafani venisse riconsiderata oggi, andrebbe oltre la
dialettica delle armi per addentrarsi nell’arma della coscienza: come fanno le
società sotto occupazione a trasformarsi in spazi frammentati, minacciati da
sedizione e guerra civile, perdendo la capacità di produrre un’unità politica e
morale capace di resistenza.
Qui risiede il paradosso a cui allude Kanafani: le armi non hanno un valore
morale intrinseco; piuttosto, acquisiscono o perdono tale valore a seconda della
loro posizione all’interno della struttura di potere. La domanda non è “Bisogna
usare le armi?”, ma piuttosto “Chi le possiede, contro chi e in quale contesto
di squilibrio di sovranità?.
A questo punto, Said Hamdouni alza la voce, non per dichiarare una scelta, ma
per esporre un dilemma: “O il cannone… o l’inferno”. La tragedia non risiede nel
cannone in sé, ma in un mondo coloniale che crea l’inferno, dove la distruzione,
l’incendio delle città, l’annientamento dei villaggi e la distruzione dei mezzi
di sussistenza diventano conseguenze dirette di una struttura imperialista
intrinsecamente aggressiva, che non produce altro che la guerra come mezzo per
perpetuarsi.
Possiamo interpretare il termine “Machine Gun” – una forma colloquiale
arabizzata del termine inglese, usata dai palestinesi più anziani per riferirsi
al mitra inglese – e il suo simbolismo nel racconto “Il cannone“, come segno del
mutamento nel rapporto tra la società e gli strumenti di potere. Quando il
cannone raggiunge il villaggio di Salama, non porta a un cambiamento militare
diretto, ma piuttosto a un cambiamento di coscienza: una transizione da uno
stato di impotenza alla consapevolezza della possibilità di agire. Kanafani lo
descrive nel suo racconto: “Questo cannone nero divenne un potere immenso che
risiedeva nei cuori degli abitanti di Salama”. Il potere, qui, non risiede
nell’arma in sé, ma nel consenso per respingere l’aggressore e infrangere l’idea
di impotenza e vulnerabilità.
Ciò è ulteriormente rafforzato dalla sua affermazione: “Ogni vecchio e ogni
giovane di Salamah ora lega indissolubilmente la propria vita alla presenza di
questo cannone”. La questione non riguarda l’arma come strumento, ma la
ridefinizione del rapporto con l’esistenza stessa. A questo livello, l’arma
diventa simbolo del ripristino di un minimo di equilibrio, non come fine a se
stessa, ma come antitesi della completa vulnerabilità.
Questo significato è incarnato dal personaggio di Said al-Hamdouni, che vende il
proprio sangue per acquistare il cannone, spostando così l’attenzione di
Kanafani dallo “strumento” al “costo esistenziale”. La resistenza, in questo
caso, non è una decisione tecnica, ma un atto intrinsecamente legato al corpo
umano stesso, con tutto il significato di sacrificio di fronte a una struttura
che priva l’individuo del diritto di esistere.
In questo contesto, la frase “o il cannone… o l’inferno” non può essere
interpretata come una glorificazione delle armi, bensì come la rivelazione di
una struttura coloniale che produce uno stato di conflitto perpetuo, in cui la
violenza diventa una possibilità strutturale, non un evento
accidentale.“L‘inferno” qui non è una metafora morale, ma la descrizione di una
situazione politica in cui la vita delle persone è governata dalla costante
minaccia di perdere la propria terra, i propri diritti e la propria vita.
Questa prospettiva si approfondisce se la si colloca nel contesto del dibattito
contemporaneo sulle armi palestinesi. L’approccio prevalente spesso separa le
armi dal loro contesto strutturale, isolando le cause dagli effetti e
trattandole come una questione tecnica o di sicurezza, ignorando il contesto più
ampio dell’occupazione stessa. Al contrario, le condizioni di “legittimità”
vengono ridefinite in modo tale che la vittima si faccia carico del peso del
disarmo, mentre il sistema di genocidio, controllo, insediamento e sterminio
rimane intatto, conservando tutti i suoi strumenti, al di là di ogni discussione
e responsabilità.
Al contrario, il pensiero politico sionista è radicato in una struttura
ideologica che fa della forza un elemento fondante dell’identità politica
stessa, dove i concetti di terra, popolo e Torah si intrecciano in una
narrazione mitica che conferisce al controllo il carattere di “vittoria
assoluta”. In questo contesto, il diritto internazionale stesso diventa un campo
di interpretazione selettiva, piuttosto che uno standard internazionale
consolidato e vincolante.
Se la domanda di Kanafani venisse riproposta oggi, andrebbe oltre la dialettica
delle armi, raggiungendo l’arma della coscienza: come si trasformano le società
sotto occupazione in spazi frammentati, minacciati da conflitti e guerre civili,
perdendo la capacità di produrre un’unità politica e morale capace di
resistenza? Qui, la sfida non è più solo militare, ma strutturale, e riguarda lo
smantellamento e la rimodellazione della coscienza collettiva.
In definitiva, “La mitragliatrice” non offre tanto una risposta quanto solleva
un interrogativo filosofico sulla condizione esistenziale sotto il colonialismo:
come si può ridefinire il “diritto di resistere” se è fondamentalmente un
istinto umano imposto dalle condizioni di difesa della vita? Ma finché
l’occupazione persisterà, si espanderà e si armerà, Said al-Hamdouni rimarrà il
simbolo di coloro la cui esistenza è minacciata che creeranno i propri mezzi di
difesa, anche a costo di vendere il proprio sangue per comprare armi.
«O il cannone… o l’inferno»: la domanda resterà senza una risposta definitiva.
Kanafani rimarrà presente non solo come scrittore assassinato in un’esplosione
che ha dilaniato il suo corpo a Beirut, ma anche come testo aperto alla realtà
di un conflitto storico ancora irrisolto. È una domanda che continuerà a
riproporsi finché la giustizia sarà assente, i diritti negati e l’assassino
impunito.
Al-Akba, Martedì 7 luglio 2026
Marwan Abdalal, autore palestinese
Traduzione dall’arabo a cura dell’UDAP-Italia
Redazione Sardigna