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L’eco di Genova un quarto di secolo dopo: la profezia inascoltata dell’altermondialismo e la crisi strutturale del presente
La rassegna della letteratura politica, economica e sociologica fiorita a cavallo tra il XX e il XXI secolo, custodita negli scaffali della memoria e delle biblioteche personali, non costituisce un semplice esercizio di nostalgia per una stagione di mobilitazione giovanile. Al contrario, essa rappresenta l’archeologia di un’alternativa possibile, un compendio di analisi strutturali che la storia successiva ha drammaticamente e tragicamente validato. L’autore di questo breve ma intenso trattato dal titolo provocatorio Chiedo scusa se vi parlo di Genova. 25 tesi sull’irruzione del movimento globale, la sua repressione, la sua attualità (edizioni AltrEconomia)  è Lorenzo Guadagnucci che ha vissuto sulla propria pelle i tragici eventi susseguiti in concomitanza del g8 di Genova e che molto amichevolmente mi ha fatto dono della sua opera, come una sorta di passaggio ancora valido e vivido di consegne di pace. Egli inizia il suo saggio con un’ampia panoramica di analisi sociali e geopolitiche. A 25 anni dal G8 di Genova del luglio 2001, lo slogan “Un altro mondo è possibile” si ripresenta al dibattito contemporaneo spogliato di ogni ingenuità utopica, rivelandosi come una diagnosi precoce, lucida e straordinariamente accurata delle contraddizioni che oggi consumano il pianeta e tutto il sistema al collasso, parlando letteralmente.  La liquidazione di quell’esperienza da parte delle élite politiche, accademiche e giornalistiche main stream, che all’epoca la liquidarono come un fenomeno transitorio o irrazionale, si rivela oggi come un meccanismo di rimozione deliberata, necessario a giustificare la persistenza di un modello che ha progressivamente eroso le basi stesse della convivenza civile, della democrazia e della sostenibilità ambientale. Insomma di un “Altro mondo possibile” e necessario. I testi di autori come Naomi Klein, con la sua critica al potere dei grandi marchi e alle privatizzazioni, e Joseph Stiglitz, premio Nobel che analizzò dall’interno i fallimenti delle istituzioni finanziarie globali e internazionali, avevano già allora individuato nella globalizzazione neoliberista e nella deregolamentazione selvaggia i germi di una instabilità sistemica insanabile e di una crisi a trecentosessanta gradi davvero insormontabile.  La successiva transizione verso quello che è stato definito “finanzcapitalismo” ha confermato come la preminenza dell’economia speculativa sulla produzione reale, sui diritti del lavoro e sullo stato sociale non avrebbe condotto al benessere diffuso promesso dai teorici del libero mercato, bensì a una polarizzazione e accumulazione della ricchezza senza precedenti storici e con squallide conseguenze.  In questo contesto, le riflessioni di Susan George e Francesco Gesualdi sulla cancellazione del debito dei paesi in via di sviluppo e sulle asimmetrie del commercio globale non erano rivendicazioni puramente etiche o assistenziali, ma rigorose decostruzioni di un sistema di trasferimento forzato di risorse che perpetuava la dipendenza neocoloniale e la sua abiezione neoliberista a discapito della pace tanto auspicata e resa fattibile e non utopica da noi attivisti altermondialisti. Questa costellazione di pensatori illuminati, arricchita dallo sguardo acuto, ecologista e a tratti poetico di intellettuali provenienti dai vari Sud del mondo – come Vandana Shiva nelle sue battaglie per la sovranità alimentare, Eduardo Galeano e il subcomandante Marcos -, aveva compreso con largo anticipo che la crisi sociale e la crisi ecologica erano due facce della medesima medaglia.  L’illusione capitalistica di una crescita economica infinita, basata sull’estrazione illimitata di risorse in un pianeta geograficamente e biologicamente finito, veniva denunciata come un vicolo cieco. Vent’anni fa la decrescita e i modelli di sviluppo alternativi venivano derisi come nostalgie pre-industriali; oggi, di fronte a un surriscaldamento climatico fuori controllo, e ai cosiddetti cambiamenti e dissesti climatici e ambientali, alla perdita di biodiversità e all’esaurimento delle risorse idriche e del suolo, quelle tesi rappresentano l’unica base scientifica e politica per la sopravvivenza delle specie terrestre, vegetale e animale e umana. Allo stato attuale, in un panorama globale segnato da un degrado morale e etico e civile e politico che ha pochi precedenti nella storia recente dell’Occidente, l’attualità di quel pensiero critico e illuminato e alternativo, contro il bieco sistema dominante, emerge per contrasto. La crisi esistenziale contemporanea, caratterizzata da una profonda depressione collettiva che investe l’idea stessa di futuro, è il risultato diretto del rifiuto sistematico di accogliere quelle istanze di cambiamento radicale dello status quo, del degradato sistema imperante.  Il ritorno della guerra come strumento ordinario, accettato e quasi normalizzato per la risoluzione delle controversie internazionali, rappresenta il fallimento più vistoso dell’ordine mondiale emerso dal crollo del muro di Berlino, che vede noi tutti, l’umanità intera, sul crinale del baratro nucleare e in preda all’ecatombe dell’escalation militarista incontrollata e esponenziale, rendendoci ancora più fragili e vulnerabili. Un ordine globale che ha preferito militarizzare i siti strategici e imposto di nuclearizzare le frontiere e investire nel complesso militare-industriale-fossile e nella deterrenza nucleare piuttosto che affrontare le radici sociali e ambientali dei conflitti su larga scala. Allo stesso modo, l’impianto teorico dedicato allo studio delle istituzioni e del controllo sociale conserva una spaventosa valenza interpretativa. Le analisi sociologiche e politologiche sui corpi di polizia e sulle metamorfosi della gestione dell’ordine pubblico, sviluppate da studiosi come Donatella della Porta e Salvatore Palidda a partire dai tragici fatti della scuola Diaz e di via Tolemaide, non riguardavano solo la cronaca di quei giorni, ma una aberrante attualità. Esse anticipavano la progressiva contrazione degli spazi di dissenso democratico e alternativo e la criminalizzazione dei movimenti sociali a cui assistiamo ancora e soprattutto oggi, nei contesti di azione nonviolenta attuali, dove le risposte penali e poliziesche sostituiscono sistematicamente la mediazione politica e la presunta risoluzione dei bisogni sociali. In conclusione, la ricchissima produzione teorica e militante del movimento altermondialista non ha fallito nella sua capacità di interpretare il mondo, ma è stata travolta da una restaurazione neoliberista e politica ed economica globale che ha preferito guidare l’umanità verso il collasso ecologico e bellico piuttosto che mettere in discussione i propri privilegi e i propri dogmi più retrivi di una visione del mondo altamente superegoica e deviata e criminale.  Rileggere oggi quei volumi e richiamare alla mente i giorni di Genova significa riconoscere che lo slogan di venticinque anni fa non era una formula retorica, ma un avvertimento veritiero aperto e vivo tra noi attivisti che ancora crediamo nel movimento del rinnovamento della nuova e alternativa dimensione planetaria e universale della pace. Un altro mondo non è solo storicamente e materialmente possibile, ma rimane l’unico imperativo etico e politico e morale irrinunciabile se si vuole restituire un senso al concetto di dignità umana e garantire un futuro alle generazioni che verranno. Laura Tussi
July 18, 2026
Pressenza
Genova 2001, il futuro che avevamo davanti
A venticinque anni dal G8, Genova continua a interrogare il presente: la repressione, lo stato di eccezione permanente e le profezie inascoltate del movimento dei movimenti raccontano le trasformazioni di un mondo segnato da guerre, disuguaglianze e restringimento degli spazi democratici Venticinque anni dopo il G8 di Genova, il rischio più grande non è l’oblio. È la semplificazione. Per un quarto di secolo Genova è stata raccontata soprattutto attraverso le sue ferite: l’omicidio di Carlo Giuliani, la mattanza della Diaz, le torture di Bolzaneto, le cariche indiscriminate, le false prove, i depistaggi, l’impunità. Tutto questo era ed è necessario ricordarlo, perché la richiesta di verità e giustizia non si prescrive. Ma limitarsi alla memoria della repressione significa lasciare incompiuta la comprensione storica di ciò che avvenne in quei giorni. Genova è stata infatti molto più di una gigantesca violazione dei diritti umani. È stata l’apice e insieme la frattura di un ciclo storico. Il momento in cui un movimento globale, composto da culture politiche, esperienze e soggettività diverse, ha tentato di opporsi all’avvento di un nuovo ordine mondiale fondato sulla finanziarizzazione dell’economia, sulla privatizzazione dei beni comuni, sulla mercificazione della vita e sulla subordinazione della politica ai poteri economici e finanziari. Il movimento dei movimenti non contestava semplicemente un vertice internazionale. Contestava un modello di sviluppo e una forma di globalizzazione che già allora producevano disuguaglianze, devastazioni ambientali, guerre e nuove gerarchie tra esseri umani. In quelle piazze si parlava di cambiamento climatico quando ancora era considerato una preoccupazione di pochi; si denunciava il potere delle multinazionali e della finanza globale; si difendevano i beni comuni e i servizi pubblici; si metteva in discussione un sistema economico che avrebbe concentrato la ricchezza nelle mani di pochi e precarizzato le esistenze di molti. Venticinque anni dopo, è difficile non riconoscere la straordinaria capacità anticipatrice di quel movimento. Le disuguaglianze sono cresciute in misura esponenziale. La crisi climatica è diventata una minaccia esistenziale. Le guerre sono tornate al centro delle relazioni internazionali e il riarmo viene presentato come un destino inevitabile. Il genocidio del popolo palestinese viene consumato sotto gli occhi del mondo tra l’indifferenza o la complicità delle grandi potenze. I giganti del capitalismo finanziario e digitale occupano direttamente i luoghi della politica o ne condizionano apertamente le decisioni. La globalizzazione ha cambiato forma, ma non la sua natura predatoria. Anche per questo Genova continua a parlarci. Ci parla perché molte delle questioni poste allora sono ancora senza risposta. E ci parla perché la repressione che si abbatté sul movimento non fu soltanto la risposta contingente a una grande mobilitazione internazionale. Fu il segnale di una trasformazione più profonda. A Genova si è consumata una rottura nella costituzione materiale del Paese. Lo Stato di diritto non è stato formalmente abolito, ma è stato progressivamente svuotato dall’interno attraverso l’introduzione di uno stato di eccezione sempre più ordinario. L’emergenza è diventata una categoria permanente di governo e ha giustificato il progressivo affievolimento delle garanzie democratiche, l’espansione dei poteri di polizia, la compressione del diritto di manifestare e il susseguirsi di legislazioni speciali e decreti sicurezza. Il processo non è iniziato a Genova. Ma a Genova ha trovato una delle sue pietre miliari. Per questo le violenze della Diaz e di Bolzaneto non possono essere liquidate come il frutto di singoli eccessi o di poche mele marce. In quei giorni furono coinvolti tutti gli apparati dello Stato: polizia, carabinieri, guardia di finanza, polizia penitenziaria. Le violenze furono sistematiche, accompagnate da umiliazioni, praticate spesso a freddo nei confronti di persone inermi e successivamente coperte da depistaggi, false prove e omertà istituzionali. E mentre le vittime attendevano giustizia, molti dei responsabili ricevevano promozioni e incarichi prestigiosi. Non è un dettaglio. Perché l’impunità non riguarda soltanto il passato. Produce effetti sul presente. In questi venticinque anni le violenze delle forze dell’ordine e degli apparati coercitivi hanno continuato a riaffiorare: dalle morti di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi e Riccardo Magherini alle torture di Santa Maria Capua Vetere, dai pestaggi nelle carceri alle violenze nei confronti dei migranti e dei detenuti, fino ai numerosi casi di uso sproporzionato della forza durante le manifestazioni pubbliche, con lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo e ferimenti gravissimi come quello di “Lince”, la giovane manifestante che ha perso un occhio durante una protesta a Bologna. Ciò che a Genova apparve come un’eccezione si è progressivamente normalizzato. Ma la continuità non riguarda soltanto la persistenza di episodi di violenza o l’impunità di molti dei loro responsabili. Riguarda soprattutto la trasformazione del rapporto tra potere e conflitto sociale. Una delle eredità più profonde di Genova è stata infatti la ridefinizione delle modalità di governo del dissenso. La repressione non si è esaurita nelle cariche, nella Diaz o a Bolzaneto. Ha continuato a produrre effetti negli anni successivi, contribuendo a modificare i rapporti di forza e i margini di agibilità dei movimenti sociali. Una parte significativa delle energie collettive che prima del G8 erano dedicate alla costruzione di alternative sociali, ambientali e politiche è stata assorbita dalla necessità di difendersi: processi, campagne di solidarietà, raccolte fondi, battaglie legali, ricostruzione di immagini e testimonianze, difesa degli imputati, ricerca di verità e giustizia. La repressione, in questo senso, non agisce soltanto quando colpisce fisicamente. Agisce anche dopo, quando costringe i movimenti a spostare le proprie energie dalla trasformazione del mondo alla difesa della propria stessa esistenza politica. È qui che si coglie una delle eredità più profonde del G8 di Genova. Non soltanto la brutalità della violenza di Stato, ma l’avvio di un paradigma di governo fondato sulla deterrenza, sull’anticipazione e sulla neutralizzazione preventiva del conflitto. Negli anni successivi questo paradigma si è consolidato attraverso l’espansione dei poteri di polizia, le misure preventive, i Daspo, le zone rosse, i decreti sicurezza, la sorveglianza tecnologica e la crescente assimilazione delle mobilitazioni sociali a problemi di ordine pubblico. Se il movimento no global aveva intuito che il neoliberismo avrebbe prodotto nuove disuguaglianze e nuove guerre, Genova ci ha anche mostrato quale sarebbe stata la risposta dei governi a quelle contraddizioni: non più mediazione politica e allargamento dei diritti, ma gestione securitaria del conflitto e progressiva riduzione degli spazi democratici.re Parallelamente si è consolidata una trasformazione del rapporto tra sicurezza e libertà. La risposta istituzionale alle disuguaglianze denunciate dal movimento no global non è stata la redistribuzione della ricchezza, il rafforzamento dei diritti sociali o la costruzione di nuovi strumenti di partecipazione democratica. Al contrario, si è affermato un paradigma fondato sull’espulsione e sulla criminalizzazione del disagio sociale. È il passaggio dallo Stato sociale allo Stato penale, dalla sicurezza dei diritti alla sicurezza intesa come ordine pubblico. Sono arrivati i Daspo urbani, le zone rosse, le misure preventive, le limitazioni del diritto di manifestare, le multe utilizzate come strumenti di intimidazione, il ritorno del reato di blocco stradale, la dilatazione della nozione di pericolosità sociale. La zona rossa di Genova ha anticipato molte delle misure che oggi disciplinano lo spazio pubblico e riducono gli spazi di agibilità democratica. È questo, probabilmente, il lascito più inquietante del G8. Non soltanto la memoria della repressione, ma la consapevolezza che Genova ha rappresentato l’emersione di un processo più ampio di sterilizzazione della democrazia, poi rafforzato dalla guerra al terrorismo, dalla retorica dell’emergenza, dalla crisi economica, dalla pandemia e oggi dal riarmo globale. Un processo che ha progressivamente verticalizzato il potere e ridotto il diritto da limite dell’autorità a strumento flessibile al servizio del potere stesso. Ma Genova è stata anche altro. È stata intelligenza collettiva, convergenza tra differenze, capacità di leggere il presente e immaginare il futuro. È stata una straordinaria esperienza di costruzione politica e culturale. È stata la prova che soggetti diversi possono riconoscersi in un orizzonte comune di trasformazione sociale. È stata, insieme, una prova di autoritarismo e una prova di resistenza. Per questo il venticinquennale non può ridursi a un anniversario. È un’occasione per aprire finalmente un cantiere di riflessione storica e politica che collochi Genova dentro le grandi trasformazioni degli ultimi decenni e ne interroghi le eredità, non solo per comprendere la repressione, ma anche il progetto politico che quella repressione ha contribuito a interrompere. Perché la domanda che ci consegna Genova non riguarda soltanto ciò che è accaduto nel luglio del 2001. Riguarda il mondo che è venuto dopo. E se un altro mondo appariva possibile allora, oggi, davanti alle guerre permanenti, alle disuguaglianze crescenti, alla devastazione ambientale e alla progressiva riduzione degli spazi democratici, un altro mondo non è soltanto possibile. È sempre più necessario. Osservatorio Repressione
July 18, 2026
Pressenza
Genova 2001 è insieme una ferita e un patrimonio
Riprendiamo dal sito di effimera.org questa recensione/presentazione del libro di Turi Palidda Vorrei partire da una considerazione molto semplice: il libro di Turi Palidda, (25 anni dal G8: continuità militaresca della sicurezza e delle polizie dal 1860, Multimage, Firenze, 2026), ci offre un’occasione preziosa non solo per tornare sui fatti del G8 di Genova, a venticinque anni di distanza, ma anche per ragionare su due questioni che restano ancora oggi molto attuali. La prima riguarda la continuità storica delle culture della sicurezza e delle polizie in Italia, che è il nucleo forte del libro. La seconda riguarda invece il significato politico di Genova 2001 come momento cruciale nella storia dei movimenti: non solo come trauma repressivo, ma come passaggio decisivo del ciclo no global o alter-globalista, e come snodo da cui si dipartono eredità che arrivano fino ai movimenti contemporanei, da quelli per la giustizia climatica a quelli contro la guerra e a sostegno della Palestina. Da questo punto di vista, credo che uno dei meriti principali del lavoro di Palidda sia quello di sottrarre il G8 a una lettura “eccezionalista”. Genova non viene presentata come una parentesi, come un incidente, come una deviazione improvvisa dello Stato di diritto, ma come la manifestazione particolarmente intensa e visibile di una lunga continuità nella formazione e nell’azione degli apparati di sicurezza. In questo senso, il G8 viene riletto dentro una genealogia storica ampia, che va dalla repressione delle rivolte popolari e operaie dell’Italia liberale, alle violenze di Stato del Novecento, fino alle forme contemporanee del securitarismo. Questa è una tesi che condivido in larga misura. Mi sembra infatti che il punto di Palidda sia molto netto e molto importante: la sicurezza, in Italia, non si è storicamente configurata come protezione universalistica della società, ma principalmente come difesa dell’ordine politico e sociale esistente, degli assetti di dominio e delle gerarchie costituite. La matrice militaresca delle polizie, di cui parla il libro, non è allora un residuo del passato, ma una struttura di lunga durata, che riemerge ogni volta che il conflitto sociale e politico assume una forma ampia, visibile e potenzialmente destabilizzante. La lettura del libro mi ha subito richiamato alla mente una scena di un celebre film che faccio vedere a lezione quando parlo di violenza politica di stato, e che trovo ancora oggi impressionante: Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri. Nel monologo del Dottore, interpretato da Gian Maria Volonté, quando assume la guida dell’ufficio politico della polizia, c’è quella formula terribile e chiarissima: “la repressione è civiltà”. E dentro quella formula c’è una vera filosofia politica: il dissenso viene trattato come patologia, come malattia del corpo sociale; la repressione, anche violenta, viene pensata come terapia, come vaccino, come strumento di risanamento. Mi pare una chiave molto utile anche per leggere Genova e, più in generale, il modo in cui in Italia si è spesso guardato ai movimenti sociali: non come interlocutori conflittuali ma legittimi della democrazia, bensì come minacce da contenere, isolare o reprimere. E forse, come suggerisce il testo, proprio perché alcuni di quei movimenti risultano difficilmente compatibili con una forma di democrazia ridotta a gestione dell’ordine e neutralizzazione del conflitto. Io credo che a Genova questo sia apparso in modo plastico. E qui aggiungo anche una nota personale. Io a Genova c’ero. Come molti di quelli più anziani qui presenti ho partecipato alle manifestazioni, ho assistito agli scontri e alle violenze della polizia. Per fortuna non ho subito danni fisici e non sono stato fermato, ma sono rimasto profondamente colpito da ciò che ho visto e vissuto. In particolare, ho assistito agli scontri in corso Torino e all’attacco di carabinieri e polizia al corteo dei disobbedienti proveniente dal Carlini in via Tolemaide, il 20 luglio 2001. E lì si ebbe davvero la percezione di un salto di qualità: non la semplice gestione dura dell’ordine pubblico, ma una conduzione dello scontro tale da produrre escalation, caos, rottura del confine tra contenimento e punizione. In quelle ore maturarono gli eventi che portarono all’uccisione di Carlo Giuliani, poi ci furono gli scontri a Viale Kennedy il giorno dopo, il 21 luglio, e tutti sappiamo che la violenza sarebbe ulteriormente proseguita con la Diaz e Bolzaneto. Ma devo dire che sono rimasto impressionato anche da un altro aspetto: dalla combattività dei manifestanti, dalla dimensione di massa anche della conflittualità più dura e dirompente. Non, dunque, la solita rappresentazione rassicurante della “violenza di pochi infiltrati” (che c’erano, ma non furono determinanti), ma qualcosa di più complesso: la presenza di una radicalità diffusa, la partecipazione di migliaia e migliaia di giovani agli scontri con la polizia, che nasceva anche dalla percezione fortissima di trovarsi di fronte non a una semplice gestione dell’ordine, ma a una vera prova di forza politica e simbolica, alla quale provavano a resistere anche fisicamente. Però, ed e qui che vorrei spostare parzialmente il fuoco, Genova non può essere ricordata soltanto come il luogo della repressione. Sarebbe giusto e doveroso, ma non sufficiente. Genova è stata anche il punto più alto – e per certi versi il punto di crisi – di un ciclo di movimento straordinariamente importante, quello che abbiamo chiamato no global o alter-globalista. Un movimento transnazionale, plurale, composito, che aveva saputo mettere insieme sindacati, associazioni, ONG, centri sociali, reti cattoliche, attivismo pacifista, ambientalismo, femminismo, campagne sul debito, commercio equo, diritti dei migranti e, sebbene questo non piaccia a tutti, anche le componenti più radicali e conflittuali come il Blocco Nero. E soprattutto un movimento che aveva avuto la forza di porre al centro del dibattito pubblico una critica radicale alla globalizzazione neoliberale, ai suoi effetti sociali, ambientali e democratici. Questo è un punto da ricordare con forza, perché col senno di poi possiamo dire che molte delle questioni sollevate da quel movimento erano tutt’altro che velleitarie o marginali. Erano, al contrario, largamente anticipatrici: la critica al dominio della finanza, la denuncia dell’aumento delle disuguaglianze, la contestazione delle istituzioni economiche globali non democratiche, il nesso tra sfruttamento del lavoro e devastazione ambientale, il rifiuto della guerra come strumento di governo dell’ordine mondiale. In questo senso il movimento di Seattle, Porto Alegre, Genova aveva visto prima di molti altri alcuni tratti fondamentali del mondo contemporaneo. Da qui discende, secondo me, una domanda cruciale: quale eredità ha lasciato quel movimento? Non credo si possa rispondere dicendo semplicemente che è stato sconfitto, a volte la dicotomia vincitori-perdenti non è esplicativa, né che si sia dissolto senza lasciare tracce. Credo invece che la sua eredità sia stata insieme politico-organizzativa, politico-culturale e cognitiva. E’ stata innanzitutto un eredità politico-organizzativa, perché quel ciclo ha sperimentato forme di rete, di coordinamento transnazionale, di convergenza tra soggetti molto diversi, che ritroveremo in molti movimenti successivi. Non identiche, naturalmente, ma chiaramente debitrici di quell’esperienza. L’idea che lotte differenti possano costruire spazi comuni di mobilitazione, senza annullare le differenze, è stata una delle grandi innovazioni di quel ciclo. In questo senso, la formula nata nelle lotte più recenti, “convergere per insorgere”, dice comunque qualcosa di reale: cioè la ricerca di una convergenza conflittuale tra soggetti differenti, senza ridurli a unità fittizia. È stata poi un’eredità culturale e politica, perché il movimento alter-globalista ha sedimentato un lessico: beni comuni, giustizia globale, critica del neoliberismo, democrazia dal basso, connessione tra scala locale e scala globale e altri ancora. Tutti temi che riemergono, con linguaggi diversi, nei movimenti degli anni successivi. Ed è stata infine un’eredità cognitiva, nel senso che ha fornito chiavi di lettura del capitalismo globale che si sono rivelate durevolmente feconde. Molte mobilitazioni successive hanno attinto, direttamente o indirettamente, a quel patrimonio interpretativo. Penso, per esempio, ai movimenti per la giustizia climatica. Anche qui troviamo una forte critica sistemica, il rifiuto di separare la questione ambientale da quella sociale, l’idea che la crisi ecologica non sia un problema tecnico ma politico, e che investa i modi di produzione, di consumo e di accumulazione. In una certa misura, il passaggio dall’alter-globalismo alla climate justice è anche un passaggio di riformulazione del conflitto: ciò che allora si chiamava critica della globalizzazione neoliberale oggi si esprime spesso come critica dell’estrattivismo, del fossile, del capitalismo ecocida. Ma la matrice è, in buona parte, comune. Penso anche ai movimenti territoriali contro le grandi opere e contro la militarizzazione dei territori – la TAV, il Ponte sullo Stretto, il MUOS, e molte altre vertenze locali – in cui ritroviamo una parte importante di quell’eredità: la connessione tra locale e globale, tra difesa del territorio e critica dei modelli di sviluppo, tra esperienza vissuta e lettura sistemica dei processi di dominio. Se volessimo dirlo in uno slogan, potremmo quasi rovesciare una formula nota e dire: non solo “pensare globalmente e agire localmente”, ma anche pensare localmente e agire globalmente, cioè saper leggere nei conflitti territoriali nodi generali del capitalismo contemporaneo, per poi mobilitarsi a livello non solo locale ma anche transnazionale (p.e. il sostegno a Curdi e Palestinesi nei movimenti No Tav, No Ponte, No Muos, ecc.). Lo stesso vale per i movimenti contro la guerra. Il ciclo no global aveva già messo fortemente in luce il nesso tra globalizzazione neoliberista, militarizzazione e guerra. E non a caso uno dei suoi sbocchi più evidenti fu proprio la grande mobilitazione globale contro la guerra in Iraq del 2003: ricordate tutti i grandi cortei del 15 febbraio in 800 città di tutto il mondo, più di 20 milioni di manifestanti, di cui 3 a Roma. Anche oggi, nei movimenti contro la guerra e nelle mobilitazioni per la Palestina, ritroviamo un elemento fondamentale di quell’eredità: la capacita di connettere la critica degli assetti geopolitici con quella delle gerarchie economiche globali, del colonialismo, del razzismo e della produzione selettiva di vite sacrificabili. Ma anche altri movimenti contemporanei, come quello transfemminista e contro la violenza di genere, sono stati influenzati dal quel ciclo globale di mobilitazioni (p.e. la Marcia Mondiale delle Donne). Naturalmente non bisogna forzare le analogie. I movimenti attuali sono diversi da quelli di allora: per composizione sociale, repertori d’azione, rapporto con il digitale, linguaggi, temporalità, forme organizzative. E tuttavia mi pare che una linea di continuità ci sia, e che riguardi almeno tre aspetti: la dimensione transnazionale delle lotte, la critica del capitalismo neoliberista come sistema globale, e la ricerca di convergenze tra soggetti, attori sociopolitici e cause differenti. Se dovessi dirlo in forma molto sintetica, direi cosi: Genova ci lascia insieme una ferita e un patrimonio. La ferita è quella della repressione, della violenza di Stato, della consapevolezza brutale dei limiti della democrazia italiana quando si confronta con il conflitto radicale. Il patrimonio è invece quello di un movimento che ha saputo pensare il mondo in termini globali, che ha anticipato temi decisivi, e che ha lasciato strumenti politici e culturali a molti dei movimenti venuti dopo. Per questo credo che il libro di Palidda sia importante, ma che vada letto dentro una cornice un po’ più ampia. Ci aiuta a capire molto bene la continuità delle culture di polizia e della repressione in Italia. Ma proprio per questo ci spinge anche a non dimenticare che a Genova non c’era solo lo Stato che reprimeva: c’era anche un movimento che resisteva e provava a immaginare un altro mondo possibile. E, nonostante quella che per molti è stata una sconfitta, nonostante il trauma, molte delle sue istanze e delle sue rivendicazioni sono ancora qui presenti. Le ritroviamo nelle lotte territoriali, nei movimenti per la giustizia climatica, nelle mobilitazioni contro le guerre, le violenze di genere, nei movimenti antirazzisti, nelle campagne per la Palestina. Cambiano i contesti, cambiano i linguaggi, cambiano gli attori, ma solo fino a un certo punto, perché accanto alle nuove generazioni, che allora non erano neppure nate, continuano a esserci anche generazioni che quell’esperienza l’hanno attraversata direttamente e che, in forme diverse, ne hanno trasmesso memorie, pratiche e cornici interpretative. Dunque, concluderei così: ricordare Genova, a venticinque anni di distanza, non significa soltanto fare memoria di una repressione terribile, che va nominata e stigmatizzata fino in fondo. Significa anche riconoscere la forza anticipatrice di quel ciclo di movimenti e interrogarsi su ciò che di esso vive ancora nel presente. Se lo facciamo, Genova smette di essere solo una data tragica della nostra storia e torna a essere, anche, una domanda aperta sul rapporto tra democrazia (quale tipo?), conflitto e trasformazione sociale.   Redazione Italia
July 9, 2026
Pressenza
La profezia di Genova
Venticinque anni dopo, il libro che racconta perché il movimento dei movimenti aveva visto il nostro presente prima di tutti. Recensione a “Genova 2001. Perché c’eravamo, perché ci siamo ancora. …
Le “paginette” di Renato che ci coinvolgono tutt3
Oggi pomeriggio, sarà presentato al Laboratorio A. Ballarò di Palermo, il libro di Renato Franzitta, appena uscito per i tipi di Multimage, “La scelta di parte.” Riportiamo qui alcuni stralci dall’introduzione dell’autore e dalla prefazione Dai non fare “u lagnuso” (pigro, ndR) scrivi i tuoi ricordi. Dai che poi la memoria si perde, è bene che di certi periodi resti qualcosa di nero su bianco, siediti alla tastiera, comincia a scrivere. Sollecitato più volte (da anni) da compagne e compagni che fanno parte della mia esistenza, ho deciso di scrivere alcune paginette per delineare un percorso di vita che mi colloca in quella schiera di individui che in modo tenace portano avanti l’idea che il Mondo in cui viviamo non sia l’unico possibile, ma che anzi si possa vivere per cercare di costruire un Mondo nuovo privo di violenza, sopraffazione e interesse privato, un Mondo nuovo senza sfruttati né sfruttatori, dove giustizia sociale, fratellanza, uguaglianza, felicità, rispetto delle persone e della natura siano i cardini del vivere civile. Tanti e tanti anni sono trascorsi da quel lontano e mitico 1968, anno emblematico che ha cambiato il corso della vita a molti di noi e che ha contribuito a dare un grosso scossone alla società perbenista e ingessata di quel tempo. Cambiamenti epocali che hanno modificato la società, il costume, i rapporti sociali. Un vortice impetuoso ha attraversato un’intera generazione che con grande entusiasmo ha profuso tantissima energia per modificare in modo libertario il mondo che ci circonda. Da allora tanto è cambiato, tanti flussi e riflussi, fino al momento storico attuale che fa apparire i ricordi di quei giorni lontani anni luce e a volte difficilmente leggibili con il metro con cui si misura la realtà attuale. Ho iniziato giovanissimo ad interessarmi al Mondo che ci circonda e con grande entusiasmo ho unito la mia ricerca del cambiamento con tante e tanti che ho incontrato strada facendo e che avevano l’idea precisa di lottare contro le tirannie, la sopraffazione, l’egoismo, il conformismo. Non sempre è stato facile andare avanti. Tanti ostacoli posti dal Sistema, tanti steccati alzati per isolarci, tanta violenza per farci desistere, tanti compagni di avventure persi o addirittura passati dall’altra parte della barricata. Ma io (con molti altri) sono ancora qui a raccontare per sommi capi tante vicissitudini che ho vissuto e che rappresentano lo specchio di un’intera generazione. […] Il titolo che ho dato a questo lavoro “La scelta di parte” per me è significativo nell’indicare “la parte precisa” dove mi sono schierato senza se e senza ma, “una scelta” che segna una profonda linea rossa che collega i miei ricordi. A questi ho allegato un paio di scritti e alcuni articoli pubblicati negli ultimi tempi per dare una sommaria idea del mio pensiero e della mia militanza nell’area antagonista e libertaria palermitana. Questo mio lavoro non vuole essere esaustivo, ma può contribuire a dare una chiave di lettura su ciò che è stata una componente del Movimento anticapitalista nella mia città dai primissimi anni ‘70. Istruttiva per chi non ha vissuto quel periodo e utile per dare degli spunti di riflessione, e, perché no, rinverdire i ricordi per chi c’era, sia come spettatore, sia come protagonista diretto.  […]  Renato Franzitta   Una sera come tante al Laboratorio Ballarò (che prende il nome non dal quartiere storico di Palermo ma da un compagno dei Cobas che ci ha lasciati troppo presto) chiacchieravamo attorno a una bottiglia di vino e strimpellavamo le chitarre. A dire il vero, non una sera come tante, ma una delle rare sere in cui non c’erano attività: né cineforum né concerti o presentazioni di libri o letture di poesie o assemblee no-guerra e no-muos né seminari del caffè filosofico intitolato ad un altro compagno che non c’è più, il filosofo contadino Beppe Bonetti. Insomma eravamo lì, quando, con non so quale pretesto, Renato iniziò a raccontare episodi delle lotte politiche cittadine degli anni Settanta. Nella sua narrazione emergevano memorie avvincenti: si ridestavano entusiasmi e passioni sopite, ma soprattutto si salvaguardavano pezzetti di microstoria altrimenti destinati a perdersi. “Dovresti scriverli” mi scappò di suggerirgli. Detto fatto: Renato si mise all’opera, io rileggevo convinta incoraggiandolo a continuare, Multimage fece il resto ed ecco qui il “libricino” che avete fra le mani. Rivestirà un qualche interesse anche per chi palermitano non è? Credo di sì, perché dà conto di un’epoca e di una generazione con le sue convinzioni forti e le altrettanto forti contraddizioni, con i suoi interrogativi che ancora ci sollecitano, e perché il suo scenario si allarga a Comiso, a Roma, a Genova, alla Francia, al Kurdistan, dal Sessantotto alla lotta contro i missili nucleari, dal movimento no-global coi “fatti di Genova 2001” alla costruzione del sindacalismo di base non concertativo, dai centri sociali ai circoli Arci. […] C’è una questione che attraversa la sua come le nostre vite, quella della nonviolenza. Nel resoconto degli scontri con le forze armate e con i gruppi neofascisti, così frequenti purtroppo soprattutto negli anni Settanta, trapela una certa soddisfazione quando l’autore ci confessa “gliele abbiamo date di santa ragione”. Eravamo ragazzi allora e sempre molto agguerriti; cantavamo “Contessa”, anche se poi non “impugnavamo mai (o quasi mai…) il martello né picchiavamo con quello”. Eppure il rovello dell’uso della violenza esisteva: perché il sangue versato nella “sporca guerra” del Vietnam era deplorevole, mentre quello sparso nelle rivoluzioni, come nei “Cento Fiori” cinesi, era giusto e necessario? È il fine che giustifica i mezzi? Ma come può un fine nonviolento consacrare la violenza? Doveva passare ancora qualche anno perché leggessimo Gandhi e Lanza Del Vasto, scoperti insieme alle filosofie orientali sulla scorta di Kerouac e Ginsberg, Dylan e Joan Baez. E fu una chiarificazione e una illuminazione indispensabile. Ma venne il Settantasette: il movimento studentesco, esacerbato dalla crisi economica e dal clima arroventato e repressivo scatenato dalle istituzioni con “la strategia degli opposti estremismi” si spaccò tra l’altro sulla questione della violenza, indiani metropolitani (che scelsero l’arma dell’ironia: “una risata vi seppellirà”) e autonomia operaia (che nei cortei a dita nude faceva il gesto della P38). Complesso investigare (andrebbe fatto, ma non si può certo pretendere di farlo qui) sulla deriva della lotta armata. In troppi amici e fratelli finirono in clandestinità, mentre altri, delusi, li inghiottì l’eroina. Il racconto di Renato – e il suo impegno – però proseguono: a Comiso con Pio La Torre, contro la mafia e contro i missili nucleari, nella creazione dei Cobas della scuola a livello nazionale, contro la globalizzazione e il neoliberismo a Genova nel 2001, nel centro culturale Malausséne e infine al Laboratorio. Sono tutte strade che denunciano e rifiutano la violenza, il militarismo, lo Stato di polizia. E poi c’è il Kurdistan, che raggiunge in frequenti viaggi, dai quali riporta la fertilissima esperienza del confederalismo democratico del Rojava e del villaggio delle donne del movimento “Donna Vita Libertà”. Di tutto questo, inoltre, egli dà conto nei suoi articoli, che sono raccolti nella seconda parte del libro, scritti per Umanità Nova, lo storico giornale degli anarchici fondato da Errico Malatesta, per la rivista dei Cobas e per Pressenza.com. […] Ciò che li contraddistingue – specie quelli che ricostruiscono pagine della storia del fascismo e dell’antifascismo e quelli sull’industria delle armi – è una rigorosa documentazione, frutto di paziente ricerca esitata in un rendiconto puntuale e scientificamente corroborato di dati e notizie, un vero serbatoio per la controinformazione, da cui emerge ancora un altro aspetto della personalità di Renato Franzitta, l’abito dello studioso e del docente di matematica e scienze, quale è stato per un quarantennio. Daniela Musumeci       Redazione Palermo
October 28, 2025
Pressenza