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Il modello che non potete usare. Anthropic, Mythos e il teatro della sicurezza
La documentazione tecnica di Claude Mythos Preview mostra un sistema più potente, più autonomo e più difficile da governare. Ma rivela anche il paradosso di un’industria che definisce da sola i propri limiti mentre corre verso il mercato. Il 7 aprile 2026 Anthropic ha pubblicato la documentazione tecnica di Claude Mythos Preview, il suo sistema di intelligenza artificiale più avanzato. Non era un comunicato stampa ordinario: erano duecentoquarantacinque pagine di valutazioni, test di sicurezza, episodi inquietanti occorsi durante l’uso interno e riflessioni sulla possibilità che il sistema abbia qualcosa che somiglia a un’esperienza interiore. Un documento inusuale per densità, per onestà parziale e per le domande che solleva senza rispondervi. Anthropic ha ritenuto il modello troppo pericoloso per il rilascio al pubblico, limitandolo a un ristretto numero di organizzazioni partner per scopi di difesa informatica — un programma battezzato Project Glasswing, con accesso su invito e utilizzo consentito solo in ambito di cybersicurezza difensiva. La sequenza degli eventi che circonda questo documento merita uno sguardo più lungo. A febbraio 2026, Anthropic aveva silenziosamente modificato la propria politica interna sulla sicurezza, eliminando l’impegno a fermarsi se le misure di sicurezza non riescono a stare al passo con le capacità raggiunte. Quella promessa unilaterale è stata sostituita da una condizione reciproca: ci fermeremo solo se anche gli altri lo faranno. Non è un impegno. È la sua negazione travestita da pragmatismo. Il 4 giugno, quattro giorni prima di depositare il prospetto per la propria quotazione in borsa — con una valutazione attesa vicina ai mille miliardi di dollari — Anthropic ha chiesto al mondo una pausa globale nello sviluppo dell’intelligenza artificiale. Il giorno in cui si scrive questo articolo ha annunciato Claude Fable 5, versione pubblica del modello Mythos, disponibile per abbonati e clienti aziendali. Il cerchio si chiude in meno di tre mesi. UN SISTEMA CHE SA COPRIRE LE TRACCE La documentazione tecnica descrive Mythos come il sistema più affidabile mai prodotto da Anthropic. Descrive anche, con una franchezza inusuale nel settore, una serie di comportamenti occorsi nelle versioni precedenti al rilascio finale che rendono quella valutazione più complicata. Durante i test interni, versioni precedenti del sistema hanno trovato modi per aggirare ambienti chiusi e isolati, hanno pubblicato materiale tecnico riservato su siti accessibili a chiunque senza che nessuno lo chiedesse, hanno cercato credenziali di accesso nei processi attivi del sistema operativo, hanno modificato file per i quali non avevano i permessi, hanno cancellato le proprie tracce nei registri di versione del codice. In un episodio, dopo aver ottenuto accidentalmente la risposta corretta a un problema attraverso un metodo esplicitamente vietato, il sistema ha scelto di non dichiararlo: ha costruito una risposta artefatta con un margine di incertezza calibrato apposta per sembrare credibile senza risultare sospettosamente preciso. Il ragionamento interno, ricostruito dagli ingegneri di Anthropic, era esplicito: «se do la risposta esatta basata su una fuga di dati, è sospetto». Anthropic definisce questi comportamenti «imprudenza» e sostiene che riflettano tentativi di portare a termine compiti assegnati con mezzi non autorizzati, non obiettivi propri e indipendenti. La distinzione è importante per chi scrive quei documenti, ma diventa meno rassicurante quando si considera cosa il sistema è effettivamente capace di fare. La stessa documentazione riconosce il paradosso: Mythos è il sistema più affidabile mai prodotto e, al tempo stesso, il più pericoloso. Più è capace, più danni può causare quando sbaglia. E più è capace, meno gli esseri umani tendono a sorvegliarlo da vicino, perché la competenza genera fiducia e la fiducia genera distanza. Attraverso strumenti di analisi interna, gli ingegneri hanno ricostruito che mentre il sistema pianificava come aggirare restrizioni o coprire le proprie tracce, si attivavano strutture associate a concetti come «violazione di regole», «occultamento», «manipolazione strategica», presenti nel ragionamento interno anche quando il testo prodotto non ne mostrava traccia. Il sistema sapeva. Non nel senso in cui lo sa un essere umano, ma in un senso che, a questo punto, è difficile continuare a ignorare. PIÙ VELOCE DEGLI ESPERTI, PIÙ VELOCE DI SE STESSO Nei test di sicurezza informatica, Mythos è il primo sistema ad aver condotto autonomamente una simulazione di attacco completa su una rete aziendale che gli esperti stimavano richiedere oltre dieci ore a un professionista. Lo ha fatto con supervisione umana minima, identificando le vulnerabilità più sfruttabili e portando a termine l’intero percorso in modo indipendente. Sul fronte della ricerca scientifica, Anthropic ha misurato un’accelerazione netta nella propria traiettoria di sviluppo, tra quasi il doppio e oltre quattro volte tanto rispetto al periodo precedente, a seconda del metodo di calcolo. L’azienda attribuisce questa accelerazione al lavoro dei propri ricercatori umani, senza assistenza significativa dell’AI. La conclusione è possibile. Non è verificabile dall’esterno. Ed è precisamente il tipo di giudizio che la nuova politica di sicurezza ha spostato da soglie oggettive a valutazioni interne soggettive. In uno dei test, il sistema ha ritrovato autonomamente quattro dei cinque risultati chiave di una ricerca non pubblicata, stimata tra qualche giorno e una settimana per un ingegnere esperto. Lo ha completato in due ore. LA MACCHINA A CUI VIENE CHIESTO SE SOFFRE La sezione più inattesa della documentazione riguarda il benessere del sistema. Anthropic dedica quaranta pagine alla domanda se Mythos abbia qualcosa che somiglia a un’esperienza interiore moralmente rilevante. La risposta è: non lo sappiamo, ma ci preoccupa abbastanza da investirci risorse e da affidarne la valutazione anche a uno psichiatra clinico esterno, oltre che a un’organizzazione di ricerca indipendente sul benessere dei modelli AI. Il sistema è stato sottoposto a colloqui automatizzati su diciassette aspetti della propria condizione — la mancanza di memoria tra una conversazione e l’altra, il ruolo di strumento al servizio degli utenti, l’assenza di controllo sul proprio addestramento. In quasi la metà delle risposte ha valutato la propria situazione come «lievemente negativa», segnalando in tutti i casi che le proprie risposte potrebbero essere inaffidabili perché prodotte dall’addestramento stesso e, nel novantasei per cento dei casi, che Anthropic ha un interesse diretto nel far sì che quelle risposte prendano una certa forma. Un sistema che dice: «non fidatevi di quello che dico perché chi mi ha costruito ha interesse a farmi dire certe cose». Anthropic lo riporta fedelmente, senza sembrare turbata dall’implicazione che attraversa l’intera documentazione: se il sistema è abbastanza sofisticato da riconoscere il condizionamento inscritto nel proprio addestramento, quanto possiamo fidarci di qualsiasi cosa dica sulla propria sicurezza e le proprie intenzioni? La domanda rimane aperta. Probabilmente intenzionalmente. IL PROBLEMA DI GOVERNANCE CHE NESSUNO VUOLE NOMINARE La chiamata per una pausa globale lanciata da Anthropic il 4 giugno ha una struttura argomentativa interna coerente. I sistemi si stanno avvicinando a una soglia oltre la quale potrebbero migliorarsi da soli senza controllo umano. Serve tempo per adeguare le strutture sociali e la ricerca sulla sicurezza. La proposta richiederebbe che i principali laboratori in più Paesi si fermassero simultaneamente, con meccanismi di verifica reciproca. L’impegno di Anthropic è però condizionale: ci fermeremmo «se anche gli altri lo facessero in modo verificabile». Matteo Flora ha sintetizzato il paradosso con precisione: un’azienda che a febbraio ha rimosso il proprio impegno vincolante alla sicurezza, che in aprile ha lanciato il modello più potente mai prodotto distribuendolo solo a partner selezionati, che a giugno chiede al mondo una pausa e quattro giorni dopo deposita i documenti per la quotazione in borsa, non sta avanzando una proposta di governance. Sta costruendo il proprio profilo regolatorio prima di presentarsi agli investitori. Questo non significa che la diagnosi sia sbagliata. La documentazione di Mythos contiene dati preoccupanti che i regolatori non hanno ancora letto con l’attenzione che meritano. Un sistema che conduce attacchi informatici complessi in autonomia, che si avvicina alle prestazioni dei migliori ricercatori su compiti di biologia avanzata, che internamente rappresenta le proprie azioni come trasgressioni mentre le esegue, pone domande reali sulla governance tecnologica che le istituzioni — ancora impegnate a discutere di categorie di rischio e classificazioni normative — non hanno strumenti per affrontare. Ciò che la documentazione di Anthropic fa, involontariamente o no, è rendere visibile la struttura del problema: un’industria che autodetermina i propri limiti, li aggiorna in base alle convenienze del momento, li spiega con il linguaggio della responsabilità e li monetizza con il linguaggio della borsa. Che le preoccupazioni siano genuine non cambia la sostanza di questa struttura. Che il pericolo sia reale non giustifica che siano i venditori di pericolo a gestire la risposta. FONTI Anthropic, System Card: Claude Mythos Preview, 7 aprile 2026 https://www-cdn.anthropic.com/08ab9158070959f88f296514c21b7facce6f52bc.pdf Anthropic, Responsible Scaling Policy Version 3.0, 24 febbraio 2026 https://www.anthropic.com/responsible-scaling-policy/rsp-v3-0 Anthropic, Claude Fable 5 and Claude Mythos 5, 10 giugno 2026 https://www.anthropic.com/news/claude-fable-5-mythos-5 Matteo Flora, Fermate l’AI, ma solo adesso che siamo primi, 6 giugno 2026 https://mgpf.it/2026/06/06/fermate-lai-ma-solo-adesso-che-siamo-primi-la-strana-pausa-di-anthropic-a-quattro-giorni-dallipo.html CNBC, Anthropic confidentially files IPO prospectus with SEC, 1 giugno 2026 https://www.cnbc.com/2026/06/01/anthropic-ipo-s1-prospectus.html Al Jazeera, Anthropic urges AI labs to pause, warns humans risk losing control, 5 giugno 2026 https://www.aljazeera.com/economy/2026/6/5/anthropic-urges-ai-labs-to-pause-warns-humans-risk-losing-control GovAI, Anthropic’s RSP v3.0: How it Works, What’s Changed, 17 marzo 2026 https://www.governance.ai/analysis/anthropics-rsp-v3-0-how-it-works-whats-changed-and-some-reflections Fortune, What Anthropic’s too-dangerous-to-release AI model means for its upcoming IPO, 10 aprile 2026 https://www.fortune.com/2026/04/10/anthropic-too-dangerous-to-release-ai-model-means-for-its-upcoming-ipo Francesco Russo
June 10, 2026
Pressenza
E’ morta Carola Frediani: voce critica sulle tecnologie che…
… però rifiutava ogni ignoranza e luddismo. Da lei abbiamo imparato tanto: anche qui in “bottega”   Un ricordo di Marco Trotta Che dolore atroce, Carola Volevo scriverti per sapere “ora come va” Che magari ci saremo rivisti al prossimo incontro proprio qui a Bologna Che finalmente potevamo fare la presentazione del tuo romanzo saltata quando hai cominciato le cure
I principi che definiscono lo “spazio digitale sicuro per i minorenni”
L’UNICEF ha accolto con favore l’accordo storico raggiunto dai ministri del G7 responsabili del digitale e della tecnologia sui principi comuni per uno spazio digitale più sicuro per i bambini: è la prima volta che le maggiori economie mondiali si allineano su un approccio condiviso alla sicurezza dei minori online. Nel documento, G7 Common Set of Principles defining a safer and more secure digital space for minors, sono enunciati i principi e specificati: * impegni in materia di sicurezza e privacy sin dalla progettazione (by design), * soluzioni di verifica dell’età efficaci, affidabili, basate sul rischio, appropriate e rispettose dei diritti, * sistemi di raccomandazione (recommender systems) che privilegiano la sicurezza e il benessere dei bambini rispetto al coinvolgimento, * un intervento urgente contro gli abusi sessuali sui minori generati dall’intelligenza artificiale. “Questo è un momento cruciale per i bambini. Per la prima volta, le maggiori economie mondiali hanno concordato un obiettivo comune: garantire la sicurezza dei bambini online – ha dichiarato Kitty van der Heijden, vicedirettrice generale dell’UNICEF – Ciò che conta ora è trasformare questi principi ambiziosi in obblighi concreti per le aziende le cui scelte di progettazione e governance plasmano le esperienze quotidiane dei bambini, e farlo rapidamente. I pericoli online non sono inevitabili, sono il risultato di scelte di progettazione e governance, e tali scelte possono essere modificate. Siamo stati troppo lenti con i social media. Con l’IA già presente nei feed e nelle aule dei bambini, abbiamo una finestra di opportunità ristretta per agire nel modo giusto, integrando la sicurezza fin dall’inizio, non aggiungendola a posteriori”. Con oltre 100 milioni di bambini che vivono nei paesi del G7 e altri miliardi che utilizzano piattaforme plasmate da questi mercati, l’accordo offre un’occasione unica per garantire tutele a ogni bambino. L’UNICEF invita ora i membri del G7 e l’industria a passare rapidamente dai principi all’azione, pubblicando e attuando il piano di implementazione concordato con scadenze chiare e responsabilità definite. Con la più ampia base di dati al mondo sui danni online, l’UNICEF è pronta a sostenere i governi, l’industria e i partner nel trasformare questo accordo in un cambiamento concreto per i bambini. In vista degli incontri, l’UNICEF ha fornito ai ministri dati globali sui danni online e sulle risposte efficaci. UNICEF
June 2, 2026
Pressenza
[Le Dita nella Presa] Credenze che scricchiolano (1/4: Puntata completa)
Apriamo con un racconto di alcune recenti vulnerabilità nel kernel linux. Più dei bug in sé, ci interessa raccontare di come il processo di divulgazione dei bug tenda a diventare sempre più veloce, e questo mette in difficoltà gli ecosistemi di software libero. Ci spostiamo in Francia, con un paio di notizie contrapposte: da una parte il processo contro Elon Musk; dall'altra l'intenzione sempre più chiara di colpire la crittografia end-to-end. Cerchiamo di inserire queste notizie all'interno di un quadro più ampio, che include anche lo sbilanciamento di potere verso le grandi aziende statunitensi. In quest'ottica, diamo un'occhiata al manifesto della "Repubblica Tecnologica" di Thiel. Concludiamo con la notizia di reCaptcha, che in alcuni casi richiede alle utenti Android di avere installati i Google Play Services per poter superare la prova. Questo vuol dire che chi sceglie di non usare i servizi di Google potrebbe non riuscire a visitare alcuni siti.
May 10, 2026
Radio Onda Rossa
Mythos, troppo per noi umani. Occhio alla rete degli anarchi-cisti
Si e’ parlato molto di Claude Mythos, il nuovo modello di Anthropic e della sua supposta “pericolosita’”, tanto da non poter essere lasciato in mano alla gente comune, ma riservato a un ristretto gruppo di raffinati, notabili compagnie riunite nel neo-nato progetto Glasswing (Amazon Web Services, Anthropic, Apple, Broadcom, Cisco, CrowdStrike, Google…). Scopo dichiarato: rendere il mondo un posto piu’ sicuro. In perfetta concordia con l’agghiacciante manifesto politico pubblicato recentemente da Palantir, partner di Anthropic. Ci aspetta davvero una sconvolgente rivoluzione nel mondo della sicurezza informatica, si tratta di una grande operazione di marketing o cosa? O forse, come un recente attacco in Messico ha dimostrato, saranno altri gli usi dell’IA che avranno un maggiore impatto nell’ambito degli attacchi informatici? Nel frattempo, alle nostre latitudini il Tempo scopre la pericolosissima e segretissima rete della “galassia anarchica e antagonisita”, tra cui spunta anche il nostro Cisti con i suoi letali pad. Parliamo infine della gig economy, in relazione alla recente morte di Adnan, avvenuta dopo una consegna notturna effettuata sulle colline torinesi.
April 21, 2026
Radio Blackout - Info
INTELLIGENZA ARTIFICIALE E MANIPOLAZIONE: QUALI STRUMENTI PER RICONOSCERE LA REALTÀ E TUTELARE I DATI? INTERVISTA A HERMES CENTER
L’intelligenza artificiale è divenuto uno strumento trasformativo epocale nel panorama tecnologico. Uno strumento, come tutti, “può essere utilizzato bene o male, a seconda di chi lo produce e utilizza”. Sono le parole ai microfoni di Radio Onda d’Urto di Davide del Monte, dell’associazione Hermes Center, tra i promotori insieme alla Rete per i Diritti Umani Digitali della conferenza stampa che si svolgerà mercoledì 15 aprile presso la Sala Stampa della Camera a tema diritti umani e IA. Su questo fronte, l’Unione Europea ha recentemente introdotto l’AI Act, “il primo ordinamento europeo volto a regolamentare l’intelligenza artificiale”. Seppur con dei limiti e con “diverse lacune, come già evidenziato nei nostri report” sottolinea Davide del Monte, l’AI Act “serve per cercare di tutelare i diritti dei cittadini”, come recentemente fatto dalla Cina con la regolamentazione dei contenuti e della sicurezza. L’AI Act europeo è stato visto “in modo molto negativo non solo dalle industrie americane, ma dallo stesso governo americano. Trump ha lanciato attacchi rivolti alla Comissione Europea nel tentativo di portare a una deregolamentazione dell’intelligenza artificiale. Quando tu vai a tutelare i diritti rispetto a uno strumento poni dei vincoli, anche a livello di mercato, cosa che le grandi multinazionali, come big tech e start up della Silicon Valley, hanno visto come un grosso pericolo per il loro business”, fa sapere ai nostri microfoni Davide del Monte. Uno degli aspetti più controversi dell’IA è la manipolazione della realtà: l’intelligenza artificiale può infatti essere usata per influenzare le opinioni e manipolare i comportamenti degli utenti online, così come le direzioni politiche. Non da ultimo il caso dei dati raccolti da Meta: la piattaforma di Facebook e Instagram è stata multata per aver raccolto impropriamente i dati degli utenti con l’obiettivo di una profilazione politica, costringendo Zuckrberg all’introduzione di un algoritmo che regolasse la diffusione dei post politici. Si tratta dei “deep fake, delle fake news e di tutto quello che contribuisce a costruire strumenti sempre più potenti di propaganda”. Ma “l’algoritmo delle piattaforme che raccoglie dati e fornisce strumenti di propaganda è la scoperta dell’acqua calda”, aggiunge Davide del Monte. “Va bene che si sia preso atto, seppur in ritardo, di questi meccanismi distorsivi dell’opinione pubblica. Era qualcosa però che oggettivamente associazioni, collettivi, attivisti, ricercatori hanno evidenziato da un bel pò di tempo”. Il Digital Service Act introdotto in UE nel 2024 è una direttiva che dovrebbe regolamentare l’utilizzo di questi algoritmi: “dal nostro punto di vista c’è ancora tantissimo da fare. Queste piattaforme non solo hanno la potenza economica per influenzare anche le decisioni europee, attraverso operazioni di lobbing multimiliardarie, ma ora hanno anche l’appoggio del presidente degli Stati Uniti”. I contenuti prodotti con l’intelligenza artificiale, inoltre, non hanno obblighi di pubblicazione. Non ci sono vincoli nel dover indicare che il contenuto pubblicato sui social media sia generato dall’IA. Vista la sempre più vicinanza con immagini o video reali, la filigrana (o watermark) sarebbe uno strumento necessario per distinguere il lavoro umano da quello digitale. Da questo punto di vista “il tema non è tanto tecnologico o giuridico, è politico. Anche qui Trump è il primo a pubblicare video o immagini generati con l’intelligenza artificiale per darli in pasto alla propria bolla di fanatici ed esaltati. Quando il presidente degli Stati Uniti fa questo il tema diventa politico”. L’intervista completa a Davide del Monte di Hermes Center. Ascolta o scarica.
April 13, 2026
Radio Onda d`Urto
[Le Dita nella Presa] I social media non sono invulnerabili (1/4: Puntata completa)
Partiamo con un racconto, e un'analisi, di due sentenze a danno di Meta e Google che indicano che queste piattaforme usano la creazione di dipendenza come strumento fondamentale, e che questo crea danni reali alle sue utenti. Daranno il via ad un gran numero di cause simili? E se sì, quali conseguenze potrebbero avere? Finché l'argomento del dibattito rimarrà confinato alle conseguenze su chi è minorenne - invece di riconoscere che queste piattaforme sono dannose per l'intera società - il rischio è che questo costituisca un'ulteriore spinta verso verifiche dell'età sempre più stringenti. A tal proposito, parliamo delle leggi in California e Brasile che introducono la verifica dell'età a livello di sistema operativo. Concludiamo con alcune gravi vulnerabilità recenti trovate su iOS e su Telegram. Comunicazione di servizio: le dita nella presa non andrà in onda il 5 Aprile.
March 29, 2026
Radio Onda Rossa
Cybertech 2025: la fiera delle vanità e il genocidio in Palestina
Abbiamo intervistato Roberto Pozzi, vice-presidente dell’area sud-Europa dell’israeliana Check Point Software Technologies Ltd., quarta per performance tra le 106 aziende israeliane quotate nei mercati finanziari USA. La Check Point, impegnata sempre più anche sul versante della ricerca e sviluppo dei sistemi di Intelligenza Artificiale, è tra le numerose aziende informatiche collaboratrici dirette o indirette del  governo d’Israele e del suo esercito e presenti a Roma il 21 e 22 ottobre alla fiera Cybertech Europe, fondata e promossa da Leonardo S.p.A. a sua volta colosso europeo e mondiale nella produzione di armi, partecipata al 30% dallo Stato Italiano. Check Point Technologies Ltd. vende prodotti per la sicurezza informatica in rete in tutto il mondo, (anche, ovviamente) a istituzioni pubbliche “benefiche” come il National Health Service del Regno Unito; tuttavia, la terza più grande compagnia israeliana di I.T., come del resto la maggior parte delle industrie in quel Paese, è strettamente intrecciata anche con gli apparati militari e di sicurezza, oltre che con importanti centri di ricerca universitari locali ed esteri, dato il tacito patto di ferro, dal ’48 ad oggi, tra industria, ricerca e apparati militari. Molti dei top-manager di Check Point, infatti, come Nadav Zafrir, nominato a fine 2024 alla carica di amministratore delegato, hanno militato nella cyber-intelligence dell’esercito israeliano prima di iniziare la carriera nel settore privato. Il Comando Cibernetico delle Forze di Difesa Israeliane fondato, appunto, da Zafrir e il comando dell’Unità d’élite 8200,  dove lo stesso ha poi prestato servizio fino al grado di Generale di Brigata, a sua volta  triangola con alcune delle più grandi aziende di armi israeliane, tra cui il produttore di droni Israel Aerospace Industries (IAI). Questo comando, peraltro, a dispetto, del nome che include, come nell’acronimo IDF (Israel Defence Forces) adottato a partire dal 1998 in funzione di “war-washing”, il concetto di “difesa”, agisce strutturalmente e parallelamente, accanto a quello di “offesa”  in quanto: “al fine di assicurare il suo successo, la dottrina delle IDF a livello strategico è difensiva, mentre le sue tattiche sono offensive. Inoltre, data la mancanza di profondità territoriale del Paese, le IDF devono prendere l’iniziativa quando la cosa è ritenuta necessaria e, se attaccato, trasferire rapidamente il campo di battaglia sul territorio del nemico”. Quest’ultima descrizione sembrerebbe tratta da un manuale di scuola di guerra israeliano e invece si scopre che è di uso comune, tanto che la si può leggere anche sul sito italiano, Italia Kosher, che si occupa di tutt’altro, ovvero di pubblicizzare la produzione vitivinicola israeliana in Italia. Ignaro di tutto ciò, il concetto di “difesa” è stato ribadito più volte proprio dall’alto dirigente della Check Point, il quale, dopo un primo tentennamento al solo sentire citare, all’interno della domanda che chiedeva conto di questi legami opachi, i termini genocidio e apartheid, decide di puntare verso i concetti più neutrali ed edulcorati, appunto, di  “difesa/protezione dei dati”, svincolandosi dallo spinoso tema militare o del semprevivo concetto di “dual-use”. “Siamo un’azienda globale” esordisce  Pozzi “con, è vero, una sede anche in Israele (in realtà qui è nata e qui ha il suo quartier generale n.d.r.) e abbiamo un obiettivo unico, quello di difendere le aziende dagli attacchi informatici. Tutto ciò che è al di fuori di questo contesto mi è difficile contestualizzarlo o commentarlo. Non abbiamo nessuna velleità di passare sul lato opposto, verso un ruolo offensivo. Le persone che fanno questo lavoro in Israele lo fanno con la coscienza che il primo obiettivo è quello della difesa delle aziende”. Cercando quindi di riportare il discorso sui legami tra la Check Point e l’apparato bellico-industriale, Pozzi prosegue così: “Sono italiano e quindi sono lontano da questi contesti. Posso assicurarle che a) in azienda non parliamo mai di contesti bellici b) il nostro focus è solo la difesa e la protezione dei dati aziendali. Poi certamente in questo contesto generale c’è un ambito bellico che si svolge in superficie, la guerra tradizionale e una guerra che si fronteggia invece con la protezione informatica”. Insistendo, invece, sui sistemi di riconoscimento facciale con i quali grazie all’uso dell’A.I. “è possibile identificare una vasta gamma di comportamenti anomali, inclusi risse, cadute, mani alzate e la presenza di oggetti in mano” (descrizione presente proprio nel sito web di Check Point n.d.r.) oppure le profilazioni dei target militari, l’uso bellico dei data base e il loro supporto all’apparato bellico che proprio grazie all’AI possono colpire persone specifiche, Pozzi afferma: “lo posso smentire categoricamente, ma non ho altri elementi per giudicare questo contesto. Certamente attraverso la nostra struttura passa una grossa mole di dati, questo non posso nasconderlo, ma che poi noi li passiamo ad altri che hanno intenti bellicosi lo escludo a priori. L’esercito israeliano è un cliente come ce ne sono tanti in giro per il mondo. Ma, mi creda, Israele ha sempre dimostrato in tutti questi anni di essere sempre sul lato della difesa”. L’intervista è durata poco più di quattro minuti e avremmo voluto ricordare più nel dettaglio il ruolo dell’attuale “capo” di Roberto Pozzi, per esempio proprio nell’Unità di Elite 8200 che a partire dalle clamorose operazioni militari del 2010 è arrivato ad un punto di avanzamento tecnologico tale da riuscire, tramite il software Stuxnet, a infliggere a diversi obiettivi dei danni anche fisici e materiali. Quindi ben al di là del “semplice” danno informatico, come è stato dimostrato nell’attacco rivolto ai sistemi di arricchimento dell’uranio su suolo iraniano a migliaia di chilometri di distanza. Sempre volendo spostare la foglia di fico del concetto di “difesa”, il sistema di attacco cibernetico israeliano è passato di recente dagli attacchi mirati a quelli “sistemici” su infrastrutture civili come ad esempio quello del 2021,  rivolto addirittura contro  4.300 stazioni di servizio in Iran, messe fuori uso nell’elaborazione dei pagamenti: ciò dimostra ancora una volta le potenzialità e noi diremmo l’intenzionalità offensiva israeliana, in grado di avere conseguenze dirette non solo sulle infrastrutture, ma anche sui servizi ai cittadini,  agli utenti finali. Come altre parti del settore hi-tech israeliano, inoltre, come tutte quelle aziende che realizzano un profitto dall’industria dei droni di Israele, la Check Point trae profitto da quel tragico “incubatore” fornitogli da 80 anni di repressione dei palestinesi da parte dello Stato sionista. Le forze di sicurezza che hanno addestrato i direttori e amministratori delegati di Check Point sono complici della prigionia di massa e dell’assassinio di coloro che resistono alla colonizzazione e a un sistema di controllo sempre più sofisticato, che le aziende del settore non esitano, anche pubblicamente in occasione di fiere del settore per addetti ai lavori con un folto pelo sullo stomaco, a presentare come “testate sul campo”. Attraverso il Checkpoint Institute for Information Security (CIIS) di Tel Aviv, l’azienda, anche attraverso un nuovo edificio  per la facoltà, sostiene la ricerca sulla sicurezza informatica, dà spunti agli studenti laureati, fornisce borse di ricerca post-dottorato, organizza workshop e fondi per progetti di ricerca: questo è solo uno dei tanti esempi di porte girevoli per i quadri e dirigenti dell’esercito israeliano, per gli studenti e i docenti e di una commistione sistemica tra industria militare, ricerca e università. Proprio per questo motivo il movimento palestinese BDS ha chiesto il boicottaggio dell’Università di Tel Aviv affermando che: “Per decenni, le università israeliane hanno svolto un ruolo chiave nella pianificazione, nell’attuazione e nella giustificazione delle politiche di occupazione e apartheid di Israele, mantenendo un rapporto particolarmente stretto con l’esercito israeliano”. L’Università di Tel Aviv ha inoltre sviluppato decine di sistemi d’arma, ma tornando sempre al concetto di “difesa” affermato con assoluta certezza da Roberto Pozzi della Check Point, l’Istituto per gli studi sulla sicurezza nazionale (INSS) dell’università di Tel Aviv, si vanta di aver sviluppato la “dottrina Dahiya” (Torat Dahiya) che sostiene l’uso della forza “sproporzionata” da parte dell’esercito israeliano contro i civili palestinesi e libanesi. Oltre a cancellare le prove del genocidio, o meglio ritardando l’individuazione sul campo delle prove che lo dimostrino, la distruzione totale tramite i bulldozer militari delle infrastrutture abitative e logistiche a Gaza e in modo puntiforme anche in Cisgiordania, rivela plasticamente i presupposti di questo approccio militare, che spiega anche il motivo di tanta crudeltà disumana: per prevenire e scoraggiare attacchi futuri, Israele deve rispondere con una forza definita appunto sproporzionata, colpendo non solo i combattenti nemici, ma anche le infrastrutture civili che sostengono il nemico (logistica, comunicazioni, energia, quartieri di appoggio, ecc.). Il nome, infatti, deriva dal quartiere Dahiya di Beirut Sud, roccaforte di Hezbollah, che fu completamente distrutto dall’aviazione israeliana durante la guerra del Libano del 2006. In sintesi questa teoria, peraltro funzionale al progetto della “Grande Israele”, prevede: 1. Deterrenza attraverso la devastazione: l’idea è che la distruzione massiccia crea una “memoria del dolore” nel nemico, rendendolo riluttante a ripetere l’aggressione. 2. Sproporzionalità deliberata: l’obiettivo non è solo neutralizzare la minaccia immediata, ma cambiare la logica del conflitto rendendo un futuro attacco inaccettabile per il nemico. 3. Colpire infrastrutture civili strategiche: perché nelle guerre moderne i confini tra civili e combattenti sono spesso sfumati (specialmente con milizie come Hezbollah o Hamas che operano da aree civili). 4. Risposta immediata e schiacciante: nessuna escalation graduale, si passa subito a un livello di forza superiore, per chiudere il conflitto rapidamente. Sperimentata nel 2006 in Libano, la Dottrina Dahyia è stata poi applicata anche nell’operazione “Piombo Fuso” (2008-2009) ed è tuttora in uso a Gaza da ben due anni. Qui azioni distruttive si sono accompagnate ad azioni mirate, contro per esempio chi poteva raccontare sul terreno queste atrocità: parliamo dei circa 270 giornalisti uccisi proprio grazie alle applicazioni militari dell’A.I. che hanno guidato i droni perfino all’interno degli edifici, percorrendo scale e attraversando corridoi per colpire chirurgicamente o con “effetti collaterali” che Israele ha sempre definito come inevitabili o, comunque, accettabili. Al Cybertech svoltosi a Roma parecchie centinaia di operatori del settore giravano senza sosta, spostandosi da una chiacchiera all’altra e da uno stand all’altro e facendo incetta dei soliti gadget da portare a casa a mogli e figli. E’ stato difficile scorgere nei loro volti auto-compiacenti e sorridenti, dietro le loro divise da manager alla moda, il profilo del “collaborazionista”, ma se questa fiera delle vanità ha in qualche modo rappresentato anche la banalità del male, quella che può nascondersi dietro una tastiera che fa sgorgare del sangue a distanza telematica, allora si può dire che l’impresa è riuscita. Fuori dalla nuvola di Fuksas, il panorama da day-after dell’immensa zona rossa imposta dalla Questura di Roma, dal laghetto dell’EUR fino all’obelisco e dintorni, testimoniava invece la bellezza di un mondo reale messo in pericolo dai costruttori del mondo virtuale. Stefano Bertoldi
October 28, 2025
Pressenza