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Essere comunità. Perché in questo mondo frantumato ci salviamo insieme
Non camminiamo mai da soli, anche quando i passi sembrano pesanti e viviamo un presente incerto. Siamo una rete di rapporti e di presenze che si tende tra le mani di chi cura, di chi manifesta per la pace e la nostra terra, di chi accoglie chi fugge, di chi sceglie il paradosso di un naso rosso per rompere il freddo del dolore. Essere comunità non è un coacervo di regole imposte, ma di rapporti basati sul rispetto. Non è un punto di arrivo, è un esercizio quotidiano di resistenza all’indifferenza. È lo spazio che si crea quando, invece di erigere muri, decidiamo di chinarci per raccogliere un pezzo di umanità caduta. Che sia in un campo profughi, tra le strade di un quartiere che vuole restare viva città, impegnandosi per il bene comune, camminando o pedalando assieme, nel silenzio di una corsia, o nella quotidianità familiare, noi riconosciamo che la nostra identità non si definisce in ciò che possediamo, ma in ciò che riusciamo a fare e condividere. Siamo il sorriso o un abbraccio che irrompe improvviso per scardinare la logica della rassegnazione, ma siamo anche la schiena dritta di chi marcia per la libertà propria a partire dalla libertà degli altri, la voce che grida per un pianeta che brucia, il gesto di chi pianta un seme dove niente sembra fertile. Ci accorgiamo, ogni volta che la sfida si fa alta, che la solitudine è una trappola: il posto dove il cinismo trova il suo nutrimento. Non si vince da soli, non perché manchi la forza, ma perché la vittoria del singolo è un’illusione che non lenisce e risolve le ferite del mondo. La nostra forza sta nell’interdipendenza, nella capacità di relazione nonostante le difficoltà e i torti subiti, in quel filo invisibile che lega le lotte ambientali alla dignità e alla cura di ogni persona, alla ricerca della giustizia. Non siamo eroi e non siamo spettatori. Siamo “viandanti” che hanno scelto di non voltare lo sguardo, che sanno bene come ogni gesto di cura – un sorriso offerto, un aiuto disinteressato, un seme piantato, l’impegno in un presidio, una manifestazione o un evento organizzato – sia un atto politico o anche solo sociale basato sulla difesa “delle umanità” capace di modificare la realtà. Siamo convinti che ogni volta che una persona si riconosce nell’altra, si rapporta e si lega emotivamente all’altro da sé, la struttura del mondo cambia, millimetro dopo millimetro. La pace, allora, non è soltanto assenza della guerra o del rumore delle armi, ma la presenza ostinata di una volontà che non accetta la logica della creazione di un nemico, dell’istigazione alla paura, del sopruso e dell’indifferenza. Diventiamo una piccola luce che penetra e si insinua dalle fessure, che continua a credere nella bellezza nonostante le macerie, nel “nel “noi” rispetto all'”io”. Non vogliamo aspettare un futuro migliore, lo vogliamo costruire ogni volta che decidiamo che la felicità, la giustizia e la cura non sono una questione privata, ma un bene comune da proteggere, anche se questo si manifesta semplicemente in un abbraccio sincero e sentito. Diceva padre Ernesto Balducci che l’uomo che deve nascere «al di là delle frontiere, delle razze, delle culture e delle ideologie, è l’uomo planetario», che «il destino di ciascuno è legato al destino di tutti» e «siamo tutti sulla stessa barca»: «la pace esige il tramonto della figura del nemico.» Perché, in questo mondo frantumato, o ci salviamo insieme, o non ci salva nessuno.   Paolo Mazzinghi
June 4, 2026
Pressenza
Coordinamento Nazionale No NATO: Alla retorica bellicista del 2 Giugno rispondiamo con la mobilitazione per attuare l’articolo 11 della costituzione
Il 2 giugno di 80 anni fa i cittadini italiani, donne, per la prima volta, e uomini, votarono per l’ordinamento della Repubblica ed elessero i membri della Assemblea Costituente. Così, mentre i governi si industriavano a collocare l’Italia sul fronte occidentale della futura guerra fredda, l’Assemblea, avendo vissuto spesso in prima persona le politiche guerrafondaie fasciste e la lotta al nazifascismo, di fronte allo scenario internazionale che andava delineandosi, scriveva l’articolo 11 della Costituzione, articolo che dichiara esplicitamente: “l’Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Vogliamo specificare il senso profondo di quest’articolo, che certo non contempla la fornitura continuata di armi all’Ucraina ed il sabotaggio delle trattative di pace dei diretti interessati, ucraini e russi, come accaduto a Istanbul nel2022, né contempla l’uso delle basi militari italiane come strumento per spiare e tracciare gli obiettivi da colpire o per trasbordare armamento statunitense e né permette alle aziende italiane di vendere e produrre armi o pezzi di armi che poi vengono direttamente utilizzate sui campi i battaglia o negli attacchi ai civili. Nella guerra contro la Repubblica Islamica dell’Iran, nel genocidio in Palestina, nel conflitto ucraino è all’opera una stessa matrice: gli imperialisti USA e sionisti vogliono alimentare la Terza guerra mondiale, al loro carro c’è il governo Meloni e il sistema di padroni della guerra del nostro paese che l’articolo 11 della nostra Costituzione ci impone non solo di non seguire, ma bensì di contrastare. L’applicazione sostanziale dell’articolo 11, attraverso il ripudio alla guerra, implica l’uscita dell’Italia dalla Nato e oggi è possibile attuare misure concrete che vanno in questa direzione. Nel contesto attuale è più importante che mai sostenerle pubblicamente e perseguirle: – ritiro de contingenti italiani all’estero: nessun soldato, arma e denaro per le guerre promosse e sostenute da USA, sionisti e UE; – taglio dei finanziamenti per l’industria bellica e sua progressiva riconversione al civile, recupero delle aziende in crisi per produrre ciò che è realmente necessario; – applicazione della legislazione italiana ai militari stranieri in servizio in Italia: basta con l’impunità; – chiusura dei poligoni militari sul suolo dello Stato italiano e bonifica dei territori inquinati, interdizione all’uso delle installazioni militari su suolo italiano agli eserciti stranieri; – desecretazione degli accordi segreti, a partire da quelli firmati nel 1954 tra USA e Italia sull’uso delle basi militari; – riconoscimento come vittime di guerra di tutti i civili e i militari italiani morti a causa delle attività della Nato; – smilitarizzazione delle scuole e delle università, rifiuto di qualsiasi forma di leva militare obbligatoria – abolizione dei decreti sicurezza contro le libertà democratiche, vere e proprie misure di guerra contro chi oggi lotta per la pace e contro lo sviluppo della Terza guerra mondiale Valorizziamo le iniziative dal basso in queste direzioni, promuoviamo attività di ricerca e informazione, attiviamoci nelle proteste in corso in tutta Italia. Altro che Festa della Repubblica della guerra: lotta per attuare fino in fondo l’articolo 11 della Costituzione! Mail: coordinamentonazionalenonato@proton.me Fb: Coordinamento Nazionale No Nato Redazione Romagna
June 1, 2026
Pressenza
La nonviolenza attiva spinge verso il disarmo nucleare universale
Una sensibilità nuova sta emergendo. Nasce dal timore non più remoto che la civiltà umana possa scomparire. Non si tratta di un’allucinazione da racconto di fantascienza, ma di una possibilità studiata e analizzata da scienziati e osservatori internazionali. E tuttavia, dentro questo timore, resiste una fiducia ostinata: che la nonviolenza, sostenuta dalla forza vitale di Eros, rappresenti ancora la strada più ragionevole. Viviamo in un mondo che sembra scivolare verso una “tempesta perfetta”: trattati nucleari logorati, armi sempre più sofisticate e rapide nell’uso, il rischio concreto di un inverno atomico generato anche da un conflitto regionale, capace di oscurare il sole per anni. Nel frattempo, il pianeta supera i propri limiti: ghiacci che si sciolgono improvvisamente, specie che scompaiono in silenzio, oceani che si acidificano come se nessuno dovesse più attraversarli. Alle minacce storiche se ne affiancano di nuove: tecnologie che avanzano più velocemente della nostra capacità etica di governarle, intelligenze artificiali potenzialmente autonome nei fini, biotecnologie capaci di generare pandemie inedite. E l’Orologio dell’Apocalisse, ormai a meno di novanta secondi dalla mezzanotte, continua a ricordarci che il tempo non è infinito. Ma non è per spaventare che si impone questa riflessione. È per affermare che la nonviolenza non è soltanto un ideale generoso: è una necessità. Che il disarmo non è un’utopia: è l’unico modo per evitare che l’umanità documenti la propria fine. Serve, però, chiarezza. Non tutto ciò che si oppone alla guerra è autentico pacifismo. La nonviolenza non accetta il “male minore” della guerra — né della sua preparazione, come la deterrenza — quando sono in gioco vite umane e diritti fondamentali. Allo stesso modo, un movimento per la pace non può farsi trascinare né dalle strategie militari occidentali né dalle logiche oppressive di regimi autoritari. Questo vale anche per l’Iran: si può condannare un’aggressione senza ignorare la repressione interna che colpisce donne e giovani. Definire tutto questo “anti-imperialismo” rischia di diventare una semplificazione che oscura la realtà. Resta aperta anche la questione del nucleare civile, rilanciata proprio mentre si ricorda il disastro di Disastro di Fukushima. Viene presentato come una possibile risposta alla crisi climatica, ma i tempi di sviluppo — ad esempio dei reattori modulari — appaiono incompatibili con l’urgenza attuale. Inoltre, la filiera dell’uranio resta intrinsecamente ambigua, condividendo elementi tra uso civile e militare. E il problema delle scorie continua a rappresentare un’eredità pesante, che non possiamo imporre alle generazioni future. Forse, oggi, ciò di cui abbiamo più bisogno è ritrovare un orientamento. Un filo di sobrietà e responsabilità. Come quando, in una stanza improvvisamente al buio, si accende una candela: non per illuminare tutto, ma per vedere almeno il passo successivo. Perché la nonviolenza, in fondo, è proprio questo: un modo di restare umani mentre tutto intorno sembra spingerci nella direzione opposta.   Laura Tussi
March 22, 2026
Pressenza
Un atlante dei conflitti: capire le guerre per costruire la pace
Capire le guerre per costruire la pace: dall’Atlante dei conflitti una riflessione e un appello ai giovani, dal tema dell’ambiente, ai diritti,  alla finanza etica. Mercoledì 11 marzo, nella Sala delle Esposizioni della Regione Toscana in Piazza Duomo a Firenze, è stata presentata la XIV edizione dell’“Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo”, il progetto editoriale realizzato dall’Associazione 46° Parallelo ETS e diretto da Raffaele Crocco, che dal 2009 analizza i conflitti contemporanei cercando di comprenderne cause, dinamiche e conseguenze dal punto di vista delle popolazioni coinvolte. L’iniziativa, promossa con il sostegno della Regione Toscana, ha riunito studiosi, giornalisti e rappresentanti di istituzioni e società civile in un confronto che ha messo al centro non solo l’analisi dei conflitti, ma anche il ruolo dell’educazione, dei giovani, dell’ambiente e della finanza etica nella costruzione di alternative alla guerra. Ad aprire l’incontro è stata Mia Diop, vicepresidente della Regione Toscana, che ha ricordato come la Toscana abbia una lunga tradizione di impegno per la pace e per i diritti. In questo quadro, il sostegno all’Atlante non è solo un contributo culturale ma anche politico e civile: conoscere i conflitti, comprenderne le radici e diffondere informazioni indipendenti è un passaggio fondamentale per costruire consapevolezza e responsabilità pubblica. La vicepresidente ha sottolineato l’importanza del lavoro educativo che ruota attorno all’Atlante, soprattutto nelle scuole e nelle università, dove la conoscenza dei conflitti globali diventa occasione per formare cittadini più attenti e critici rispetto alle dinamiche internazionali. Nel suo intervento Raffaele Crocco, direttore dell’Atlante delle guerre, ha ripercorso il significato di un progetto che negli anni è diventato un punto di riferimento nel giornalismo indipendente sui conflitti. L’obiettivo dell’Atlante non è solo descrivere gli scenari geopolitici, ma mettere in luce le cause profonde delle guerre: disuguaglianze economiche, violazioni dei diritti umani, sfruttamento delle risorse naturali, traffici di armi e interessi economici. Crocco ha evidenziato anche il forte legame con la Toscana, territorio che negli anni ha sostenuto il progetto e dove si sviluppano numerose attività formative. In particolare ha richiamato l’importanza del lavoro con scuole e università, finalizzato a formare nuove generazioni di giornalisti, ricercatori e operatori della pace capaci di leggere criticamente la realtà internazionale. Tra gli interventi, quello di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, ha richiamato l’attenzione sul legame tra conflitti armati e violazioni dei diritti umani. Noury ha sottolineato come in molti contesti di guerra la popolazione civile continui a pagare il prezzo più alto, mentre la comunità internazionale fatica a intervenire in modo efficace. L’Atlante, secondo questa prospettiva, rappresenta uno strumento prezioso perché contribuisce a mantenere alta l’attenzione su conflitti spesso dimenticati e a restituire voce alle popolazioni coinvolte. Uno dei temi più ricorrenti nel corso dell’incontro è stato quello del ruolo delle nuove generazioni. In diversi interventi è emersa l’idea che i giovani non siano affatto disinteressati ai temi della pace e della politica globale, ma abbiano bisogno di spazi e strumenti per esprimere il proprio impegno. In questa prospettiva, l’Atlante viene utilizzato anche come supporto didattico in percorsi educativi e progetti di cittadinanza attiva. L’obiettivo è trasformare l’informazione sui conflitti in occasione di partecipazione e responsabilità civile, contrastando la narrazione che dipinge le nuove generazioni come passive o disimpegnate. Il rapporto tra conflitti e crisi ambientale è stato uno dei temi affrontati anche dal professor Giovanni Scotto, studioso dei processi di pace e trasformazione dei conflitti. Scotto ha ricordato come sempre più guerre abbiano un legame diretto o indiretto con l’accesso alle risorse naturali, dall’acqua alle materie prime strategiche. Per questo motivo la costruzione della pace non può essere separata dalle politiche ambientali e dalla gestione sostenibile delle risorse. La crisi climatica, ha osservato, rischia di diventare uno dei principali fattori di instabilità geopolitica dei prossimi decenni. Un altro punto centrale emerso nel dibattito riguarda il rapporto tra economia, finanza e guerra. Interventi come quello di Simone Siliani, impegnato sui temi della cooperazione e della finanza etica, hanno evidenziato come le scelte economiche possano contribuire sia ad alimentare i conflitti sia a costruire alternative. La finanza etica viene indicata come uno degli strumenti concreti per orientare investimenti e risorse verso progetti di sviluppo sostenibile, cooperazione internazionale e promozione dei diritti, sottraendoli invece ai circuiti dell’economia di guerra. Gli interventi di Enrica Capussotti e Laura Greco hanno richiamato l’importanza della dimensione culturale e informativa nel racconto dei conflitti contemporanei. La costruzione di una narrazione critica e documentata diventa infatti fondamentale per superare semplificazioni mediatiche e letture superficiali delle guerre. L’Atlante delle guerre rappresenta in questo senso un lavoro collettivo che coinvolge giornalisti, ricercatori e realtà della società civile, contribuendo a costruire una conoscenza condivisa e accessibile. A chiudere l’incontro è stata la convinzione condivisa che comprendere le guerre sia un passaggio necessario per costruire la pace. In un contesto internazionale segnato da conflitti diffusi e da nuove tensioni geopolitiche, iniziative come l’Atlante delle guerre assumono un valore particolare: quello di offrire strumenti di lettura critica e di promuovere una cultura della responsabilità. In questa prospettiva, il lavoro con giovani, scuole e università, l’attenzione ai diritti umani, all’ambiente e alla finanza etica indicano alcune delle strade possibili per affrontare le radici profonde dei conflitti e immaginare modelli di sviluppo e convivenza alternativi alla logica della guerra.   Paolo Mazzinghi
March 11, 2026
Pressenza
Regione sarda: una firma contro o per la politica di guerra
In Sardegna si respira ancora un’aria di attesa, riguardo all’autorizzazione da parte della Regione sarda agli ampliamenti abusivi e pericolosi dal punto di vista ambientale e idrogeologico, dell’industria di armamenti RWM. Nonostante la costante pressione della società civile sarda, la presidente Alessandra Todde ha recentemente dichiarato, paradossalmente in un convegno contro il riarmo, che “ho un ruolo istituzionale e lo deve svolgere. Potrei strappare qualche applauso se dicessi no alla valutazione di impatto ambientale per la RWM. E il giorno dopo mi ritroverei i tribunali e gli uffici dello Stato che commissariano la Regione e ottengono lo stesso risultato a cui ora voi mi opponete”. Sembra una dichiarazione preventiva, figlia di una decisione già presa, che contrasta pesantemente in un contesto, come quello proposto dall’ARCI a Cagliari, in cui si parlava di dialogo nel Mediterraneo. Non si è fatta attendere la risposta dei comitati che si oppongono allo strapotere dell’industria bellica: in una nuova lettera aperta alla presidente Alessandra Todde, sottoscritta da numerose sigle e arricchita dalle firme di migliaia di cittadine e cittadini che continuano a far crescere questa petizione online ( reperibile cliccando su https://c.org/5M8cGyprqB ), si fa presente che la possibilità della nomina di un commissario governativo è stata prevista dal TAR solo in mancanza di una risposta da parte della giunta regionale, non in caso di una risposta, anche se questa dovesse essere negativa. Si rende ancor più evidente la presenza di un conflitto più ampio nella società che non si identifica più nei partiti, da cui non si sente rappresentata e propone una sempre più necessaria democrazia dal basso, con una riforma radicale della consunta democrazia parlamentare. Ci sono vari livelli in questo conflitto. Innanzitutto c’è la forte richiesta della società civile, dall’altra le istituzioni regionali, impastoiate nella burocrazia, nelle divisioni interne e nell’abitudine alla sudditanza rispetto allo stato centrale. Poi c’è la posizione attuale contro il riarmo del Movimento Cinque Stelle, di cui fa parte la presidente, che sembra palesemente contradditoria rispetto ad un via libera agli abusi dei fabbricanti d’armi. Forse c’è un conflitto con il suo stesso elettorato. Ma la questione principale è che se la RWM avrà l’autorizzazione produrrà immediatamente una maggiore produzione di strumenti di morte, quindi alimenterà le guerre in giro per il pianeta, a cominciare da quella che sta portando al genocidio del popolo palestinese. La casa madre Rheinmetal sembra avere ottimi rapporti con le aziende israeliane, tanto da aver portato la RWM a stringere un accordo commerciale per la produzione di droni-killer con l’israeliana Uvision. La governatrice Todde e gli altri rappresentanti della giunta dovranno pur considerare che si sta andando verso un’economia basata sugli armamenti e i sistemi di sorveglianza: un’economia di questo genere non può che fomentare le guerre già esistenti e portare ad allargarle, in uno scontro globale. La produzione della RWM, se allargata ai nuovi impianti, produrrà più armi, più distruzione, più morti sullo scenario globale. Morti soprattutto civili, come accade sempre di più nel mondo. C’è una precisa responsabilità ed ogni decisione comporta degli effetti. Di questo dovrebbe tenere conto chi rappresenta, per mandato del popolo, la Sardegna. Perché nell’odierno scacchiere internazionale diventa una firma pro o contro il riarmo, una firma pro o contro la guerra. Carlo Bellisai
December 10, 2025
Pressenza
La Romagna non vuole essere complice di genocidio! Presidio 28 novembre 2025
Dal 10 ottobre 2025, inizio del cosiddetto “accordo di pace”, sono stati assassinati centinaia di civili palestinesi a Gaza come in Cisgiordania. Dall’inizio del genocidio sono passate tonnellate di componenti militari e dual use dal porto di Ravenna e dagli altri porti italiani con destinazione Israele, e le segnalazioni su svariati carichi sono state ignorate. Per questo: Venerdì 28 Novembre, giornata di sciopero generale, dalle ore 14.00 assieme altre città portuali italiane saremo in presidio in via Classicana 119 nei pressi della SAPIR (Società per l’approvvigionamento e la movimentazione delle merci in Adriatico) azienda di terminal portuali e logistica di cui il comune di Ravenna e la regione Emilia Romagna detengono una quota. Chiediamo l’interruzione del traffico di armi verso Israele, la fine del genocidio in corso, diciamo NO alla legge finanziaria di guerra, che incrementa le spese militari a scapito di welfare, servizi e futuro. Essere una comunità significa rifiutare l’ingiustizia, il silenzio e l’omertà. Scegliamo la giustizia, la dignità e il diritto dei popoli a vivere liberi. Siamo stanchз di essere resз complici attraverso le scelte degli Stati, delle istituzioni pubbliche e private a fronte delle gravissime violazioni dei diritti umani contro il popolo palestinese. Chiediamo trasparenza alle autorità competenti, un cambio di rotta da parte di chi amministra le infrastrutture e la città. Dopo quasi ottant’anni del regime di occupazione militare israeliana, di apartheid e colonialismo, sfociato nel genocidio a Gaza, non possiamo stare in silenzio.  E’ un dovere civico – oltre che politico – pretendere trasparenza sulla logistica della filiera bellica, pretendere che venga reso pubblico cosa transita dal nostro porto, che i  lavoratori del porto siano informati e possano esercitare il proprio diritto all’obiezione di coscienza nel posto di lavoro.  E’ anche un dovere giuridico l’obbligo di prevenzione del genocidio per gli Stati, per gli attori pubblici e privati e per tutt3 noi, secondo le ordinanze della Corte internazionale di giustizia. LA ROMAGNA NON VUOLE  ESSERE COMPLICE DEL GENOCIDIO! ADERISCONO: BDS Ravenna, Cambiare Rotta, Collettivo studentesco per la Palestina Forlì, Docenti per Gaza – nodo Romagna, Donne in nero Ravenna, Faenza per la Palestina, Forlì Città Aperta, Giovani Palestinesi Bologna, La Comune, Mercoledì per la Palestina Faenza, OSA Ravenna, Partito dei CARC Emilia-Romagna, Partito Comunista Italiano RA, Potere al Popolo RA, Ravenna in Comune, Ravenna Students for Palestine, Resistenza Popolare, Sanitari per Gaza Ravenna, SGB Ravenna, Slai Cobas. Redazione Romagna
November 26, 2025
Pressenza
Un incontro per riprendere il cammino con a fianco Marco
 Il gruppo Organizzatori “In cammino per la pace e il disarmo” si è ritrovato il 26 ottobre 2025 a Pracchia per ricordare Marco Frigerio, mente e importante riferimento del gruppo, che se ne è andato il 7 agosto u.s. lungo il sentiero della seconda tappa del percorso partito da Monte Sole e che avrebbe dovuto portare il gruppo a Sant’Anna di Stazzema per la ricorrenza del 12 agosto. L’incontro è partito proprio dalle parole di Marco che ricordavano l’emozione dell’incontro con i ragazzi del “campo della pace”, dei 54 conflitti che affliggono questo momento e delle pesanti responsabilità / interessi del mondo occidentale, del suo neo colonialismo mai terminato, della necessità del ripudio della guerra come soluzione dei conflitti, dello stretto collegamento fra antifascismo e pacifismo, ma anche con la parità dei diritti / femminismo intersezionale. Il gruppo ha condiviso di partire dalla volontà di coltivare l’idea di “un’altra memoria”, a partire dalla necessità di rinnovare la cerimonia per il ricordo dell’eccidio a Sant’Anna di Stazzema e recuperarne il vero senso, lontano dalle attuali parate, di aprire lo sguardo non solo a tutti gli eccidi in cui gli italiani sono stati vittime, ma anche dove sono stati invece i carnefici, come in Jugoslavia, Grecia, Albania… Riportiamo un estratto delle parole di Marco Frigerio all’alba del 12 agosto 2023 alla Vacchereccia (Sant’Anna di Stazzema) che sono ancora pienamente attuali alla luce del percorso della guerra in Ucraina e di quanto sta succedendo in Medio Oriente e in particolare a Gaza e in Cisgiordania. “Io faccio come sempre il primo intervento, supero la pausa del silenzio. Parto da me: per me è stato un cammino bellissimo. Mi emoziono a pensarci. È stato bellissima la giornata di ieri, quando sono venute qui le ragazze del campo della pace. Probabilmente l’emozione più forte. Vedere dei giovani e delle giovani che sono capaci di fare questa scelta, che è una scelta politica, per la pace. Oggi in Europa, dire “io sono da parte della pace”, pronunciare la parola utopia, è una scelta politica bellissima, che prescinde ovviamente dai partiti, che prescinde dagli schieramenti, che diventa quello che si vuole essere per la comunità. In qualche modo è veramente un puntello che aiuta noi, che tutto sommato un partner purtroppo ce l’abbiamo. Questi ragazzi che ho incontrato la prima volta nel 2019 qui, a volte hanno, soprattutto i ragazzi tedeschi, un dubbio: quello di essere qua in qualche modo “fuori posto”. Di essere gli eredi veramente di quello che è successo là, qui e in tutto il distretto. E noi siamo i primi a dirgli che non sono stati tedeschi, sono stati nazisti. Ma è un ragionamento che si allarga perché sono stati tedeschi come sono stati gli italiani in Croazia, i francesi in Algeria. Si può continuare in tutto il mondo a trovare questa voglia e questo desiderio permanente di sovrapporsi agli altri, di “sovradeterminarli”, di decidere quello che loro devono scegliere come giusto e come sbagliato. Tra parentesi, è una cosa mia personale, io lo chiamo anche patriarcato, ma ve lo dico dopo. E’ la guerra che va negata. Non è questo episodio, questo popolo, questo periodo storico. È la guerra che deve essere veramente disertata. Siamo partiti il 6 agosto ed è l’anniversario della bomba atomica su Hiroshima. Noi, almeno la mia generazione, l’ha sempre vissuto come il “momento della vittoria”: 150.000 civili bruciati vivi in un attimo, vissuti come il momento della vittoria, non sono un bel viatico per capire cos’è la pace. Oggi, diciamo che nelle stanze del potere non lontano da qui, in Francia, si sta decidendo se in Niger ci sarà una guerra e probabilmente se questa guerra si allargherà a Burkina Faso, Mali, Benin, Costa d’Avorio. Stiamo creando le basi per una guerra semicontinentale in Africa che è ancora una guerra di dominio, ancora una guerra per avere ciò che hanno loro, però spacciandola per democrazia. C’è stato un colpo di Stato e ci dicono che per riportare la democrazia bisogna fare la guerra. C’è stata un’invasione in Ucraina e ci dicono che per riportare lo Stato normale delle cose bisogna fare una guerra. La guerra è ancora la soluzione come 5.000 anni fa, come probabilmente 10.000, 100.000 anni fa. Sovrapporsi all’altro con la violenza e con la forza. Dire “pace” oggi vuol dire anche porsi il problema di chi, ad esempio, dal Niger arriverà sfuggendo agli stupri, sfuggendo alla distruzione, sfuggendo alla morte, attraverserà un deserto per arrivare fino a qui e troverà le nostre guardie di confine che sono la Tunisia e la Libia adesso che li rimanderanno indietro, li metteranno in lager, specialità libica. Non torneranno perché non hanno nulla a cui tornare. Hanno solo la miseria ma la miseria più nera a cui tornare. Quindi attraverseranno il Mediterraneo e anche lì sappiamo come va a finire. Ci si mette in un altro modo l’Europa a determinare di chi può venire e chi no. Ma non lo fa in un modo che spaccia per civile. Lo fa semplicemente lasciandoli in mare a morire. Secondo me c’è un problema da porci, grosso, visto che poi l’anno prossimo si voterà per l’Europa, su cosa sta facendo l’Europa. Io penso che l’Europa stia facendo la guerra in Ucraina mandando armi e sostenendo solo una parte e rifiutando tutte le proposte di pace che arrivano dal Vaticano come dalla Cina. Nessuno ha ancora detto in Europa in modo insistente “sediamoci a un tavolo”, “fate tacere le armi”, “parliamo finché non troviamo un accordo”. L’Europa questa cosa neanche la prende in considerazione. D’altra parte sta combattendo ancora per i suoi ex interessi coloniali in Africa e non solo in Africa. Ci sono 54 conflitti attivi nel mondo e sono tutti, tutti, tutti determinati dall’Europa, dagli Stati Uniti, dal mondo occidentale ricco, bianco e pieno di privilegi. Un’altra cosa che dobbiamo chiederci è se non stia facendo purtroppo da tantissimi anni la guerra ai migranti: (…) l’anno scorso per portare qui tutti i migranti che sono arrivati in un anno sarebbe bastato un traghetto alla settimana che partisse dalla Tunisia e li avrebbe portati qua tutti vivi, sani, in salute, in sicurezza. Quei bambini che poi fingiamo di piangere perché muoiono annegati a due passi da Lampedusa, sarebbero arrivati qui tranquillamente e avrebbero trovato in Europa parenti, concittadini, vicini di casa, persone disposte ad aiutarli e trovargli un lavoro e inserirli. Cioè, stiamo facendo la guerra a persone che potrebbero arrivare serenamente qua come arrivavano gli italiani nelle stesse condizioni di miseria e di dopoguerra nel Sud America o in America meno di un secolo fa. È una cosa indecente ed è una guerra che l’Europa sta facendo a povera gente, senza averla nemmeno dichiarata, ma spacciandola spesso come virtù e avendone dei benefici elettorali a destra come a sinistra, mi dispiace dirlo. È un momentaccio e, personalmente, riparto da me: io credo che antifascismo e pacifismo, non possono che andare a braccetto, siano le due chiavi sicuramente per superare la logica di guerra o quantomeno per continuare a diffondere questa malattia che cerchiamo di diffondere in tutti i modi con le bandiere, con la partecipazione a manifestazioni con i post su Facebook. La pace è ancora possibile. Io ci aggiungo sempre un pezzettino che è quello mio personale, che è frutto del mio percorso sul femminismo intersezionale e vi leggo una frase di una signora che poi è morta due anni fa si chiamava “bell hooks”, era una signora afroamericana e si può dire proprio una signora qualunque che ha cominciato a porsi il problema del femminismo, ha studiato, si è laureata, poi ha scoperto che una parte delle femministe bianche che erano con lei volevano soltanto avere una parità di diritti con i loro mariti per poter sfruttare ancora i neri e quelli che non avevano abbastanza soldi per difendersi. E allora ha detto no, il femminismo è un’altra cosa, è intersezionalità: se vi risolvete il problema come donna ma non come nera e non come povera, non avete risolto i miei problemi, mi avete soltanto cambiato il colore del gioco e questa signora si è specializzata è diventata una femminista meravigliosa e ha scritto questa cosa che è rivolta ovviamente soprattutto ai maschi del gruppo, che non me ne vorranno, in parte anche alle donne perché sono figli della stessa cultura patriarcale: “Ciò di cui c’era, e continua a esserci bisogno, è una visione della maschilità in cui l’autostima e l’amore di sé come esseri unici formino la base dell’identità. Le culture del dominio ledono l’autostima sostituendola con l’idea che il proprio senso di sé provenga dal dominio sull’altro. La maschilità patriarcale insegna agli uomini che il loro senso di sé e la loro identità, la loro ragione d’essere consistono nella loro capacità di dominare gli altri. Affinché ciò cambi i maschi devono criticare e mettere in discussione il dominio maschile sul pianeta, sugli uomini meno potenti, sulle donne e sui bambini”. Quello della pace è un lavoro che comincia da noi: a volte, è sempre esperienza personale, decostruendo il maschile che c’è in noi e cercando di renderlo più umano e più di cura per tutta l’umanità. Paolo Mazzinghi
October 26, 2025
Pressenza