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La diseguaglianza e la potenza – di Cristina Morini
Cristina Campo scrive che esistono due mondi, lei viene dall’altro. “Mondo celato al mondo”, ecco perché non a tutti e tutte è dato comprendere. “Compenetrato” ma allo steso tempo “ignoto” al mondo. Cosicché per arrivarci davvero bisogna avere il desiderio e il coraggio di farsi attraversare dalla resistenza incarnata da una materia altra[1]. In [...]
March 3, 2026
Effimera
Addio a Teresa De Lauretis, madre della Teoria Queer
Apprendo solo ora della scomparsa, avvenuta il 2 febbraio 2026, della grandissima sociologa, antropologa, semiologa, filosofa ed accademica Teresa De Lauretis. Teresa de Lauretis ( 1938-2026 ), bolognese d’origine e una delle intellettuali più influenti del pensiero femminista del XX e XXI secolo, è morta all’età di 87 anni nella sua residenza di San Francisco, Stati Uniti, secondo il Diario Público. La sua carriera, che ha unito il mondo accademico in Europa e negli Stati Uniti, ha lasciato un segno indelebile nelle discipline umanistiche, articolando un pensiero femminista intersezionale che integrava semiotica e psicoanalisi nello studio del desiderio e del cinema. Teresa De Lauretis si laurea all’Università Bocconi di Milano per poi trasferirsi negli Stati Uniti dove inizia il suo percorso lavorativo di docente e accademica; ha ricevuto la laurea honoris causa in filosofia presso l’Università di Lund in Svezia ed è stata Professoressa Emerita di Storia della Consapevolezza presso l’Università della California, Santa Cruz. Il suo lavoro ha trasformato gli studi di genere, gli studi postcoloniali e l’analisi cinematografica inaugurando il pensiero queer e lasciando un’eredità fondamentale che continua a mettere in discussione le norme su sesso, genere, desiderio e identità. Gli studi a cui si è dedicata includono la semiotica, la psicoanalisi, la critica e teoria letteraria e cinematografica, il femminismo, il lesbismo e le teorie queer, branca di studi che prendono il nome da una formula da lei coniata. Come ha scritto Il manifesto, in un bellissimo articolo di Barbara Bonomi Romagnoli, a darne la notizia della sua scomparsa è stato il collettivo di Asterisco Edizioni che di recente aveva collaborato con lei per la riedizione di “Soggetti Eccentrici” – la cui prima edizione risale al 1999 per Feltrinelli – con introduzione e cura di Elia A.G. Arfini, Olivia Fiorilli e Goffredo Polizzi e, per la prima volta tradotto in italiano, il saggio Teoria Queer: sessualità lesbiche e gay. Un’introduzione, che prende spunto da un convegno organizzato da De Lauretis nel lontano 1990 all’università californiana di Santa Cruz e in cui, per la prima volta, viene usata l’espressione “Teoria Queer”. E’ proprio a lei che dobbiamo per la prima volta l’utilizzo, in ambito accademico, dell’espressione teoria queer per riferirsi alla branca di studi sulla sessualità e sul genere in seguito alle innovazione portate dal femminismo e dai movimenti di liberazione sessuale (gay, lesbico, trans, bisessuale) in ambito sociologico. Secondo un articolo scritto per la rivista Difference, il suo intento era quello di rompere con gli studi tradizionali su gay e lesbiche, ormai “troppo comodamente” integrati nell’ambiente universitario. Fu soltanto dopo la sua coniazione che si aprirono grandi dibattiti a livello multidisciplinare e multidisciplinare – sulla scia dei già noti studi di genere e Women’s Studies – in ambito accademico e politico con il termine queer: grandi filosofe come Judith Butler riutilizzarono l’espressione “teoria queer” per ampliarla ed approfondirla nei campi della sociologia, della filosofia e degli studi di genere; la sociologa Greta Gaard utilizzò gli strumenti della teoria queer in una prospettiva ecofemminista; la teologa femminista argentina Marcella Althaus-Reid (1), esponente della Teologia della Liberazione latinoamericana, negli anni Novanta riprendere il concetto di queer di De Lauretis, dando inizio ad un originale approccio teologico, la queer theology, in cui la tematica della liberazione è declinata nella condizione di discriminazione delle persone LGBTQ; la teologa femminista, monaca benedettina e indipendentista catalana di sinistra Teresa Forcades riprenderà De Lauretis e Althaus Reid, per dare un’ulteriore ed originale interpretazione del concetto di queer in ambito teologico; mentre in Italia l’attivista LGBTQ e filosofa queer di fama internazionale Liana Borghi, scomparsa nel 2021, ha apportato contributi fondamentali alla teoria e alla pratica femminista, lesbica e queer, favorendo in modo decisivo la traduzione e la divulgazione, in Italia, delle opere e del pensiero femminista. Oggi, a proseguire il lavoro svolto, è il filosofo queer Federico Zappino, tra i principali traduttori di Judith Butler in Italia nonchè tra i più grandi esperti del pensiero femminista e materialista di Monique Wittig.     Nonostante il grande apporto culturale ed intellettuale nel dare inizio alla teoria queer, secondo il portale “Género, Estética y Cultura Audiovisual (GECA)” dell’Università Complutense di Madrid, fu la stessa Teresa De Lauretis ad aver abbandonato il termine anni dopo, ritenendo che la parola queer fosse stata assorbita dal mercato e svuotata del suo potenziale politico. De Lauretis fu sempre critica della commercializzazione dei corpi e della strumentalizzazione dei temi della teoria queer da parte della società capitalista attraverso i settori della moda, della pubblicità e del consumismo: settori che hanno sempre avuto il fine di assimilare al sistema corpi e generi potenzialmente rivoluzionari, come potenzialmente rivoluzionario è il desiderio (citando Deleuze) laddove invece non venga mercificato. Cosa è il genere per Teresa De Lauretis? “Il genere non è una proprietà del corpo, ma delle relazioni sociali. (…) Si tratta di rappresentazione e autorappresentazione, un prodotto di diverse tecnologie sociali, discorsi istituzionalizzati, epistemologie e pratiche critiche e quotidiane. (…) La rappresentazione sociale del genere influenza la sua costruzione soggettiva e, allo stesso modo, la rappresentazione soggettiva del genere (o autorappresentazione) influenza la costruzione sociale.” (Lauretis, 1987) Il lavoro di De Lauretis è stato fondamentale nel mettere in discussione l’idea che le categorie di sesso e genere fossero “naturali“. Per capire al meglio questi processi, De Lauretis ha proposto il concetto di “tecnologie di genere“, intendendo il genere come un costrutto sociale prodotto da discorsi culturali. Inoltre, ha sottolineato l’importanza di analizzare insieme sesso, classe, razza e identità sessuale, criticando qualsiasi tentativo di omogeneizzare “moltitudini sessuali”. Secondo De Lauretis, le tecnologie di genere “Costruiscono, riproducono, rafforzano e rielaborano continuamente la “donna” sulla base degli archetipi tradizionali: madre-puttana-vittima-oggetto sessuale, status vicario.” (Lauretis, 1987). Da grande critica dell’essenzialismo di genere – in quanto cuore della cultura patriarcale che concepisce genere e sesso come un unicum che ingabbia “la donna” in un prototipo singolare, unico e sempre definibile – Teresa De Lauretis ha dato una definizione rivoluzionaria del concetto di “donna” nella storia fino ai gironi nostri:  “Si tratta di una costruzione fittizia, una sintesi dei diversi ma coerenti discorsi della cultura occidentale: la “ donna” come ciò-che-non-è-uomo. La donna è un soggetto storico. (Lauretis, 1987).” Definizione che approfondisce ciò che affermava la femminista francese Simone de Beauvoir: “Non si nasce donne, si diventa” (tratta da Il secondo sesso, 1949), teorizzando che la femminilità non è un destino biologico innato, ma una costruzione sociale e culturale imposta dalla società patriarcale. L’identità femminile si determina attraverso l’educazione e la storia, rendendo la donna l’«Altro» rispetto all’uomo.  Criticando fortemente il separatismo femminista in quanto corrente di pensiero che volgeva a ripensare il genere attraverso categorie essenzialiste, De Lauretis preferisce parlare non di “Donna” al singolare, ma di “donne” al plurale, sottolineando ancora una volta un dato incontrovertibile, ovvero che ogni donna, come ogni uomo è attraversato da differenze che li rendono unici. Parlare di donne al posto di donna significa evidenziare come ogni tentativo di incasellare, classificare, categorizzare e definire “la Donna” sia vano perchè le differenze (sesso, classe, razza, identità sessuale, etnia, pensiero politico etc..) ci attraversano. Non esiste una donna uguale ad un’altra, come non esiste un uomo uguale ad un altro. Ecco da qui il concetto di moltitudine e la teorizzazione dei corpi non-conformi, ovvero tutti quei corpi, quelle soggettività diverse che il patriarcato non riconosce e che dunque esclude. Tra le sue opere, alcune tradotte in differenti lingue nel mondo, ricordiamo La sintassi del desiderio: struttura e forme del romanzo sveviano (1976), Alice Doesn’t: Feminism, Semiotics, Cinema (1984), Technologies of Gender: Essays on Theory, Film, and Fiction (1987), The Practice of Love: Lesbian Sexuality and Perverse Desire (1994), Sui generis: scritti di teoria femminista (1996), Soggetti Eccentrici (1999) e Freud’s Drive: Psychoanalysis, Literature and Film (2010). Con Teresa De Lauretis se ne va una delle più importanti pensatrice del Novecento che ha dato una svolta mondiale al femminismo, agli studi di genere, oltre che alla liberazione delle donne e delle soggettività LGBTQ. In tempi di “caccia alle streghe” del fantomatico “gender” e della sparizione progressiva dell’educazione sessuale delle scuole pubbliche a causa della sessuofobia puerile di una destra medievale, il pensiero di Teresa De Lauretis può essere un ottimo stimolo alla conoscenza di noi stessi, di presa di consapevolezza della storia e della realtà per crescere liberi di false definizioni, false concetti con il fine di riprendere in mano la nostra vita a partire da noi stessi.   (1) Marcella Maria Althaus-Reid (Rosario, 1952 – Edimburgo, 20 febbraio 2009) è stata una teologa argentina, impegnata nei movimenti di liberazione femminista e lgbt. Laureata in teologia presso l’Istituto Teologico Ecumenico (ISEDET) di Buenos Aires, è stata tra le prime donne del suo Paese ad accedere ai gradi accademici teologici. Al termine della sua vita, è stata senior lecturer in etica cristiana e docente di Teologia Contestuale nella facoltà di teologia presso il New College di Edimburgo (Scozia). Volendo spogliare la teologia dal corredo di “decenza” e ipocrisia che la rivestiva, ha approfondito le tematiche sulla sessualità e sugli studi di genere, con un approccio ermeneutico biblico di taglio materialista e femminista. Scandalizzò il mondo cattolico per essere autrice di Indecent Theology. Theological Perversions in Sex, Gender and Politics, Londra (2001) e di The Queer God, Londra (2003), pubblicato in italiani con il titolo Il Dio queer, Torino (2014) dala Casa Editrice Claudiana.   LIBRI E PUBBLICAZIONI: LAURETIS, T. (1980). L’immaginazione tecnologica. Macmillan Press, Londra. LAURETIS, T. (1984). Alice non più. Editoriale Catedra. LAURETIS, T. (1987). Tecnologie di genere. Macmillan Press, Londra. LAURETIS, T. (1994). La pratica dell’amore: sessualità lesbica e desiderio perverso. Dibattito femminista, pp. 34-45. LAURETIS, T. (2008). L’unità di Freud: psicoanalisi, letteratura e film.   Per info: https://www.consultacinema.org/2026/02/11/rivendicare-desideri-eccentrici-per-la-teoria-del-cinema-in-memoria-di-teresa-de-lauretis/ https://paroledequeer.blogspot.com/2023/02/cuando-las-lesbianas-no-eramos-mujeres.html > TERESA DE LAURETIS Teresa De Lauretis, Conferencia “Género y Cultura Queer”, Buenos Aires, 29 aprile 2014 Lorenzo Poli
February 11, 2026
Pressenza
“Oppio per Ovidio”. Ventidue donne contaminano “Le metamorfosi” e “Note del guanciale”
Tawada è una scrittrice giapponese che vive in Germania e scrive in due lingue, oscillando tra giapponese e tedesco. Già questa duplicità linguistica è la sua prima forma di metamorfosi. La traduzione di Alessia Torre trae i contorni del suo modo di abitare il mondo. E nel suo scrivere, la lingua stessa diventa corpo: porosa, instabile, in continua trasformazione. Oppio per Ovidio nasce da questo gesto radicale di attraversamento. Tawada prende due testi fondativi della cultura letteraria – le Metamorfosi di Ovidio e le Note del guanciale di Sei Shōnagon – e li fonde, li trasforma in qualcosa che non è più né mito né diario, ma una forma ibrida, liquida, un campo di esperimenti linguistici e sensoriali. Le ventidue donne che abitano queste pagine non sono figure mitologiche nel senso tradizionale: sono fantasmi di divinità reincarnate nel presente, frammenti di corpi che si muovono fra Amburgo e l’altrove, donne che hanno perso e ritrovato se stesse nella memoria del mito. Ciascuna di loro parla, sussurra, si racconta attraverso il corpo, perché per Tawada non esiste pensiero che non sia carnale. Ma il corpo, qui, non è una prigione: è uno strumento di conoscenza. È attraverso il corpo che la parola si fa politica. > Il femminismo di Tawada non urla: respira. È un femminismo di cura, di > trasformazione condivisa, dove le donne non combattono contro il mondo, ma lo > riforgiano attraverso la sensibilità. In questo senso  Oppio per Ovidio  si avvicina profondamente al  transfemminismo contemporaneo, quello che rifiuta le identità rigide, le dicotomie di genere, le forme machiste della ribellione e che invece rivendica il diritto alla metamorfosi, alla fluidità, alla vulnerabilità come forza politica. Quando una delle protagoniste dice che «Semele ha dato via le armi, ma doveva rimanere fiera e sensibile, protestare con veemenza ed esporre tutti gli orifizi», la frase non è solo un paradosso poetico: è un cambio di paradigma. L’arma diventa la pelle, l’apertura, la disponibilità a sentire. La protesta, per Tawada, è l’atto di mostrarsi, di non temere la permeabilità. È una forma di politica che nasce dal corpo e non dalla violenza. Nel mondo di Tawada le donne non cercano di diventare come gli uomini per ottenere potere: lo riscrivono. Si fanno mediatrici di un altro modo di conoscere, un sapere che passa per l’esperienza sensoriale e per la relazione, non per l’imposizione. È un sapere circolare, erotico nel senso più ampio del termine, dove eros non è desiderio sessuale ma tensione vitale, movimento verso l’altro. In questo universo, la metamorfosi non è punizione, ma possibilità. Il corpo che cambia non è un tradimento, ma una nuova grammatica dell’essere. In più punti, le protagoniste mettono in scena un gesto che potremmo chiamare autobattesimo: nominarsi da sole, scegliersi un nome, riconoscere il proprio valore senza bisogno di legittimazione esterna. È un atto simbolico di autonomia, ma anche una forma di resistenza linguistica. Dare un nome è sempre un atto di potere; battezzarsi da sé significa sottrarre il proprio corpo al dominio del linguaggio patriarcale. È un gesto che rimanda alla tradizione mitica (pensiamo a Dafne, che si trasforma per non essere posseduta), ma qui il mutamento non è fuga, è fondazione: una rinascita consapevole. Il corpo, in Oppio per Ovidio, è anche luogo di conflitto. Cambia, si deforma, si dissocia, a volte si rifiuta. Ma non c’è tragedia in questa mutazione: c’è conoscenza. L’accettazione del corpo, la capacità di ascoltarlo e di lasciarlo parlare, diventa un modo per accedere a un sapere che la cultura patriarcale ha sempre disprezzato – il sapere sensoriale, intuitivo, instabile. «Il mio corpo mi parla in una lingua che non ho ancora imparato», sembra dire ogni voce del libro. E nel tentativo di tradurre quel linguaggio, Tawada costruisce una poetica della trasformazione permanente. A un certo punto, la scrittrice rovescia la prospettiva sulla lotta femminista. Non c’è più la guerra contro il maschile, ma la creazione di uno spazio condiviso. La protagonista che cita Semele rifiuta la forza distruttiva, sceglie la forza della sensibilità. È qui che Oppio per Ovidio incontra il transfemminismo: non come teoria accademica, ma come pratica quotidiana del vivere. Il corpo diventa interfaccia politica, la differenza diventa linguaggio, l’empatia diventa strumento di resistenza. La metamorfosi è, in fondo, un atto transfemminista: la capacità di riscrivere continuamente se stesse, di sfidare ogni categoria fissa, ogni narrazione imposta. Ma il libro non parla solo di corpi. Parla anche di potere. In diverse pagine, Tawada rappresenta lo Stato come una figura paterna: autoritaria, distante, apparentemente protettiva. È l’immagine di un Padre-Stato che regola e controlla, che concede libertà solo a condizione di poterle revocare. A questa logica Tawada contrappone una visione radicalmente ecologica e non gerarchica: invita a pensare lo Stato come la pioggia per i contadini. Non bisogna, scrive, credere che la pioggia aiuti di proposito il contadino. La pioggia cade, e basta. È un fenomeno naturale, non un dono. Allo stesso modo, le istituzioni non sono entità benevole, ma sistemi da abitare con consapevolezza critica. Questa analogia spezza il legame paternalistico che regge la nostra idea di potere. Se lo Stato non è padre ma clima, se la politica non è famiglia ma ecosistema, allora il rapporto tra cittadino e autorità non può più essere fondato sulla dipendenza, bensì sull’interdipendenza. Tawada suggerisce che la libertà femminile non può esistere finché si rimane figli di uno Stato-padre. Bisogna diventare contadine del proprio terreno, riconoscere che la pioggia non è un premio ma una condizione: a volte cade, a volte no. > È un modo di restituire al politico una dimensione di realtà, di togliere al > potere la sua aura mistica e restituirlo al mondo fisico, ai corpi che lo > vivono. Allo stesso tempo, le protagoniste del libro riflettono costantemente sulla coscienza. «È forse una scienza condivisa?», si chiedono. La domanda, che suona come un gioco di parole, contiene una verità profonda: la coscienza non è un bene privato, ma un territorio collettivo. Tawada mette in dubbio la concezione occidentale della coscienza come proprietà individuale e la trasforma in un processo relazionale. Le donne del libro sentono e pensano insieme, condividono una sorta di percezione diffusa, come se la loro mente fosse un campo elettrico in cui i pensieri circolano senza confini netti. È una visione profondamente politica: la conoscenza nasce dal contatto, non dall’isolamento. Questa idea di coscienza collettiva si riflette anche nella scrittura stessa. Tawada adotta un punto di vista mobile, spesso in terza persona, ma attraversato da un “io” intermittente. Molte delle protagoniste parlano di sé come se si osservassero da fuori, un gesto che la psicologia cognitiva ha effettivamente riscontrato come tipicamente femminile. In un esperimento noto, quando a uomini e donne viene chiesto di «immaginare una mela», gli uomini tendono a visualizzare solo la mela, mentre molte donne si immaginano se stesse che la mangiano. L’immagine del sé è sempre presente, anche negli atti più semplici. È la traccia di uno sguardo interiorizzato, costruito da secoli di abitudine a essere viste. Tawada traduce questa consapevolezza in una poetica dello sguardo. Le sue donne sanno di essere osservate, ma decidono di deviare lo sguardo, di spezzarlo. «Si impara il timore per il pubblico disprezzo», scrive, riconoscendo come la cultura insegni alle donne a temere non l’errore, ma il giudizio. Di conseguenza, si finisce per non vedere più il mondo per ciò che è, ma solo per ciò che dovrebbe essere: «non vedi affatto l’albero in quanto albero, ma pensi solo a come l’albero dovrebbe essere». In queste frasi si condensa una critica sottile ma ferocemente lucida al modo in cui la società plasma la percezione femminile. Una delle voci del libro dichiara, con pacata determinazione, di non voler più «dover sembrare bella», di non «dover più voler sembrare bella». È una negazione doppia, quasi grammaticale, che si ribella tanto all’obbligo estetico quanto all’obbligo di desiderare quell’obbligo. In un altro passaggio, un’altra donna afferma: «non mi serve il tuo sguardo. Questa è la dichiarazione del velo ambulante». L’immagine è potentissima: il velo non è qui simbolo di oppressione, ma di libertà. È un gesto attivo di sottrazione, una scelta di invisibilità. Il corpo, schermato dallo sguardo altrui, torna a essere proprio. Da questo punto di vista, Oppio per Ovidio è anche una riflessione sulla agency delle parole sul corpo. Tawada mostra come il linguaggio possa costruire o distruggere identità, come ogni parola pronunciata sul corpo sia un atto di potere. Ma il suo modo di reagire non è distruggere il linguaggio, bensì reinventarlo. Le sue protagoniste inventano, smontano, rimontano parole, le piegano, le ibridano. Il libro è pieno di giochi linguistici, di neologismi, di frasi che si aprono su significati inattesi. È come se la lingua stessa fosse sottoposta a una metamorfosi continua, proprio come i corpi che descrive. > In questo senso, la scrittura di Tawada è anche un gesto politico: spezzare la > lingua per farle dire altro, per renderla capace di contenere esperienze che > la grammatica patriarcale aveva escluso. La parola diventa un atto di > guarigione, un modo di restituire senso a ciò che era stato taciuto. L’atto > linguistico è corporeo: ogni frase si muove come un muscolo, si tende, si > ritrae, respira. Contro la cultura della produttività, che misura il valore in termini di utilità e rendimento, Tawada oppone un principio di spreco consapevole. “Posso sprecare il mio tempo se voglio”, dice una delle voci. È una frase di apparente leggerezza, ma è in realtà un’affermazione rivoluzionaria. Rivendicare il diritto di sprecare tempo significa opporsi alla logica capitalista che pretende di trasformare ogni gesto in prestazione, ogni minuto in profitto. In un mondo che ci impone di essere sempre efficienti, la lentezza diventa atto politico, la passività una forma di resistenza. Tawada riscrive così l’etica del lavoro e del corpo: il corpo che non produce, che sogna, che si ferma, diventa un luogo di libertà. Verso la fine del libro, una delle protagoniste pronuncia quella che sembra essere la dichiarazione di poetica di tutto il testo: «Voglio essere storta, irregolare, eccessiva e frivola». È una frase che suona come un manifesto, una celebrazione della dissonanza e dell’imperfezione. Essere “storta” significa rifiutare la linearità del pensiero dominante; essere “irregolare” è rivendicare la complessità dell’esperienza; essere “eccessiva” è sfidare il controllo, e “frivola” è ribaltare il disprezzo maschile verso ciò che è associato al femminile. In quattro aggettivi Tawada concentra la sua filosofia: la libertà è deformità, la misura è schiavitù. In questo senso, Oppio per Ovidio è anche un testo profondamente politico, benché non ideologico. Tawada non costruisce teorie: le fa vivere. Ogni voce del libro è un piccolo esperimento di mondo, una micro-utopia in cui la sensibilità si sostituisce alla forza, la metamorfosi all’identità, la parola al potere. La sua scrittura è radicale proprio perché non si pone come manifesto teorico, ma come esperienza incarnata di libertà. L’intertestualità con Ovidio e Sei Shōnagon non è solo un omaggio letterario, ma una riscrittura di genealogie. Tawada mette in dialogo due tradizioni patriarcali – la mitologia classica e la letteratura di corte – e le sovverte dall’interno. Se Ovidio raccontava metamorfosi imposte dagli dèi, Tawada racconta metamorfosi scelte. Se Sei Shōnagon annotava il mondo da un cuscino, Tawada lascia che le sue donne scrivano dai letti, dalle strade, dai sogni, dalle ferite. Il guanciale non è più un oggetto domestico, ma uno spazio di pensiero, un laboratorio poetico. > Nel libro, la lingua è sempre duplice: si muove fra concretezza e astrazione, > fra descrizione e riflessione. Tawada riesce a tenere insieme la materia del > mondo – il corpo, il sangue, la pelle, l’odore – e l’idea, la teoria, la > coscienza. È una scrittura che unisce filosofia e sensualità, che pensa > attraverso i sensi. Le parole non spiegano: toccano. La fluidità del testo è anche la sua forma politica. Tawada non costruisce una trama, ma una costellazione di voci. Il suo modo di raccontare è anti-lineare, antigerarchico: ogni donna ha lo stesso peso, ogni frammento di storia vale quanto gli altri. È una scrittura democratica nel senso più profondo, perché rifiuta la centralità, il punto di vista unico, la voce dominante. Il lettore è chiamato a spostarsi continuamente, a cambiare prospettiva, a partecipare alla metamorfosi. E proprio questa esperienza di lettura – instabile, sensoriale, vertiginosa – è ciò che rende Oppio per Ovidio un libro necessario. Tawada ci insegna che la trasformazione non è un rischio, ma una forma di conoscenza. Che la fragilità non è debolezza, ma possibilità di contatto. Che il linguaggio, se lo lasci vivere, può ancora guarire. Alla fine del viaggio, resta la sensazione di aver attraversato un sogno lucido, in cui le parole si sono fatte corpo e il corpo si è fatto parola. Le ventidue donne di Tawada non chiedono salvezza, non rivendicano diritti: semplicemente esistono, si raccontano, si reinventano. Sono figure di un mondo che non conosce più confini netti tra maschile e femminile, tra umano e divino, tra reale e immaginario. Sono, in fondo, ciò che tutti potremmo diventare se accettassimo la metamorfosi come destino. Yoko Tawada ci consegna un’opera di rara intensità, che fonde poesia e politica, linguaggio e corpo, Oriente e Occidente, mito e contemporaneità. Oppio per Ovidio è un testo che rifiuta ogni definizione, un invito a pensare e a sentire diversamente. In tempi in cui la parola “identità” è spesso usata per delimitare, per chiudere, Tawada la restituisce al suo senso originario: “identità” come processo, come relazione, come dialogo infinito tra ciò che siamo e ciò che potremmo diventare. Leggere questo libro significa accettare di perdersi, di non capire tutto, di abbandonare il desiderio di chiarezza. È un atto di fiducia nel potere della lingua di aprire spazi di libertà. Tawada non ci dà risposte: ci offre domande che continuano a pulsare dentro di noi, come vene sotto la pelle. Alla fine, la voce collettiva del libro sembra sussurrare una frase semplice e rivoluzionaria: «posso sprecare il mio tempo se voglio». Ed è forse in questa leggerezza che si nasconde la più grande forma di resistenza Immagine di copertina da Wikicommons SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress abbiamo attivato una nuova raccolta fondi diretta. Vi chiediamo di donare tramite paypal direttamente sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo “Oppio per Ovidio”. Ventidue donne contaminano “Le metamorfosi” e “Note del guanciale” proviene da DINAMOpress.
October 17, 2025
DINAMOpress