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Saccheggio della Terra e crisi climatica globale: l’alternativa dai nativi americani
Questa torrida estate del 2026, con temperature medie molto più alte del normale, può essere la prova chiara per tutti che il surriscaldamento del pianeta è un processo in atto e, almeno in parte, irreversibile, paradossalmente proprio mentre si continuano a fare guerre in nome dei combustibili fossili. Il sistema capitalistico globalizzato, attore quasi del tutto incontrastato sulla scena internazionale, continua a colonizzare terre per trarne profitti. Costi quel che costi: l’importante è arraffare la torta. L’esempio più eclatante, ma anche a noi più vicino, è quello del genocidio in atto a Gaza e in tutta la Palestina, ad opera dello Stato di Israele, con il coinvolgimento diretto dell’esercito e dei coloni israeliani, con il coinvolgimento indiretto degli USA e la complicità della maggior parte dei paesi dell’Unione Europea. Ma ci sono molti altri popoli a rischio: dai Saharawi del Sahara Occidentale, schiacciati dall’esercito marocchino, ai kurdi colonizzati da Turchia, Iran, Iraq e Siria, che pure stanno mostrando un nuovo sistema di amministrazione pubblica, basato sulla partecipazione dal basso e in cui le donne sono una nuova voce propulsiva, soprattutto nella regione del Rojava. Senza dimenticarci della resistenza nel Chiapas e di quella del popolo Mapuche in Cile ed Argentina. Oltre a quella di molte etnie minoritarie in Cina, Indocina, Indonesia, Australia ed Oceania. Chi scrive è nato e vive in Sardegna, terra da sempre colonizzata, avvelenata dalla massiccia presenza di basi militari, dalla produzione mortifera di una spregiudicata fabbrica d’armamenti, la RWM, costola della Reinhmetal, dalle mille speculazioni turistiche ed energetiche e costantemente sotto la minaccia del possibile deposito di scorie nucleari. Per me l’identità è importante, viscerale, potremmo dire sacrale ma non deve trasformarsi in nazionalismo, piuttosto ricordare quella vecchia canzone anarchica che diceva “nostra patria è il mondo intero”. Il progetto del massimo controllo e del massimo profitto, non può accordarsi con la situazione demografica ed energetica del mondo attuale. Oltre che essere fritti dal caldo, con conseguenze sempre più catastrofiche per la salute delle persone, saremo sempre più tartassati sul costo dell’energia e su quello degli alimenti. Mentre le banche e i fondi d’investimento lievitano, soprattutto se si tratta di armi, ma anche di energia, il suolo viene divorato dalle ruspe per costruire improbabili gasdotti, o anche per piazzare enormi torri eoliche, o ancora nuovi centri commerciali. In Sardegna la situazione al riguardo è al limite della catastrofe e vacillano le garanzie da parte delle istituzioni, mentre sono solo i comitati, sorti dalla società civile e col sostegno dei sindacati di base, a protestare e a fare controinformazione. Il sistema capitalistico neoliberista globalizzato, va avanti nei propri interessi e produce ricchezza speculativa per pochi, seguendo un modello del lavoro globalizzato verso il basso, ovvero verso minori diritti, minori stipendi, minori garanzie e minore sicurezza. Così vediamo gli incidenti sul lavoro aumentare in modo esponenziale, con sempre più morti. Il ruolo attuale della tecnologia è di primaria importanza, per poter inquadrare meglio la situazione planetaria, perché sono le applicazioni della scienza a divenire trainanti per l’economia e per la politica. Ma poiché le applicazioni tecnologiche sono in mano di potentati economici, non c’è da stupirsi più di tanto sull’inerzia della politica riguardo i problemi derivanti dall’uso violento e di controllo dei social network, o dell’intelligenza artificiale. Il potere politico diviene di fatto marginale, rispetto agli sviluppi tecnologici, telepilotati dal capitalismo digitale, in un connubio scivoloso, spesso in assenza di un’adeguata protezione legale per gli utenti. Ci avviamo dunque verso un dominio incontrastato della tecnologia, guidata da un’economia devastatrice, che mette il profitto davanti anche ai diritti umani e alla protezione dell’ecosistema. Così ripartono i sistemi neo-coloniali da parte soprattutto di Stati Uniti (con l’alleato Israele), Russia e Cina, senza dimenticare la Francia, ma anche con la partecipazione di attori meno di primo piano, come Arabia Saudita, Emirati Arabi e Turchia, che hanno loro interessi soprattutto in Africa. Siamo davanti ad un momento storico complesso, difficile e molto pericoloso, davanti al quale non si può restare indifferenti. In un’idea surreale si potrebbe perfino ipotizzare che l’homo sapiens, invischiato nella palude dell’inquinamento globale, stia meditando di abbreviare la propria agonia con una rapida guerra nucleare. Ma che sapiens! Ma su questa suggestione o, se preferite, su questo tema, mi sembra sia importante ascoltare le riflessioni dei popoli nativi, che ricchi della loro atavica alleanza con la natura, possono indicarci una diversa direzione da percorrere.   “La benedizione per un mondo malato” La prima voce che voglio citare è quella di Jerry Mitchell, un’indiana del Nordamerica, della nazione Penobscot e della tribù Wabanaki, Fondatrice della Land Peace Foundation, un’organizzazione che si occupa della conservazione dello stile di vita e dei diritti dei nativi, nel suo libro “Sacred instructions”, edito in Italia da Multimage, si sofferma ad analizzare il modo di pensare e di relazionarsi tradizionale del suo popolo, basato sull’unione con la natura, l’equilibrio fra i generi, la gestione collettiva della malattia e del conflitto. L’autrice ci spiega il forte legame col passato: “I nostri antenati sapevano come vivere all’interno del regno della creazione attiva e come ispirare la vita a essere. Essi capivano il linguaggio della terra e delle acque. Parlavano alle piante e agli animali. Udivano la tenue voce della creazione e vedevano l’interconnessione tra tutte le cose viventi.” E l’equilibrio fra i generi: “eravamo governati da una struttura equilibrata di capi ereditari e di clan di madri, il maschile e il femminile combinati. Quando sorgevano problemi nella comunità, venivano esposti al clan delle madri che li portava nella capanna. Lì le madri si raccoglievano interiormente per cercare una guida. Pregavano e deliberavano, rimanendo con il problema finché una soluzione fosse chiara.” L’autrice mette poi in evidenza il cambiamento epocale, dovuto alla colonizzazione europea: “un nuovo gruppo di persone venne in questa terra con le sue convinzioni e il suo modo di essere. Questi nuovi arrivati non credevano nell’equilibrio del maschile e del femminile. Avendo perso la visione bilanciata della vita non credevano neanche nella necessità di vivere in modo armonioso con la natura. Anzi credevano di dover esercitare il dominio sul mondo naturale.” La Mitchell si sofferma sugli esiti della sete di conquista e di dominio mostrata dai colonizzatori, che oggi s’espande ovunque: “Per più di diciassette secoli i leader del mondo hanno operato secondo i principi della conquista e del genocidio, secondo la teoria della guerra giusta definita nel quarto secolo. Siamo arrivati a credere che la conquista sia l’ordine naturale delle cose. La troviamo in quasi ogni aspetto delle nostre vite.” Ma esplicita ancora più profondamente, solleticando il palato intellettuale nonviolento: “Noi attacchiamo noi stessi e attacchiamo gli altri. La sola spiegazione per questo comportamento è una sorta di amnesia collettiva. Abbiamo dimenticato che noi siamo loro e loro sono noi, e quando soffre uno soffriamo tutti.” L’autrice mette in risalto la dimensione collettiva che, ovunque sia penetrato il modello del profitto, è stata almeno in buona parte persa. E’ importante mantenere e recuperare quella situazione di comunanza col tutto, legata al rapporto con la terra e l’acqua e alle decisioni collettive, meditate anche a lungo, pur di prendere la via giusta per la comunità. Alla radice della violenza e della sete di conquista c’è l’illusoria separazione dalla natura. “Il mito della separazione è al centro delle bugie con le quali siamo stati nutriti e sostiene tutte le strutture di potere che abbiamo creato”. L’illusione della separazione ha portato all’idea occidentale di individualismo, che “ci porta a credere che il successo sia misurato dalla nostra abilità di passare attraverso ogni ostacolo per ottenere, ad ogni costo, il benessere personale e il riconoscimento delle nostre conquiste. Questa convinzione sostiene il contesto per interminabili cicli di competizione, di giudizio e di condanna. Di conseguenza ci siamo isolati dentro le nostre vite individualizzate, separati gli uni dagli altri, disconnessi dal mondo naturale e spirituale. Abbiamo smesso di curarci l’uno dell’altro; abbiamo dimenticato di appartenere uno all’altro e di essere responsabili del benessere, l’uno dell’altro. Dimenticare questo è diventata una minaccia molto reale alla nostra sopravvivenza come esseri umani.” Esiste un personaggio, nella mitologia di numerose nazioni amerinde, che sembra incarnare il nostro momento storico, quello che in lingua Wabanaki viene denominato Kiwawk, ovvero il “cannibale gigante”. E’ uno spirito cannibale che si nutre di avidità, di eccesso e di consumo incontrollato. Lo spirito dorme in pace nella foresta, fino a che le grida della Madre Terra non lo svegliano. “Madre Terra chiama Kiwawk quando la gente del pianeta inizia a consumare più velocemente di quanto possa produrre e quando è danneggiata più velocemente di quanto possa guarire. Kiwawk culla l’umanità in una danza-trance di consumo insensato. Poi accelera il passo, fino a che la danza diviene frenetica e in ultimo ci fa danzare fino alla nostra distruzione. (…) C’è soltanto una maniera di frenare questa danza con Kiwawk: è rimandarlo a dormire ed è ora che ci svegliamo.” Il kiwawk rappresenta lo scatenamento degli elementi della natura fuori controllo ed il disordine generalizzato tra gli esseri viventi, dovuto al raggiungimento di un punto di non ritorno nella conquista e devastazione dei mari, dei cieli e delle terre emerse. Una speranza ci arriva dalla profezia di Cavallo Pazzo: “sulla sofferenza, oltre la sofferenza, la Nazione Rossa sorgerà ancora e sarà una benedizione per un mondo malato, un mondo pieno di promesse non mantenute, di egoismo e di separazioni; un mondo desideroso di luce, di nuovo. Vedo un tempo di sette generazioni, quando gli esseri umani di tutti i colori si raduneranno sotto il sacro Albero della Vita e la Terra intera diventerà nuovamente un cerchio.”   Una voce mapuche La seconda voce che voglio citare è quella di Carlos Sandino Aucan Melin Vera, un meticcio mapuche pedagogo ed insegnante elementare, che attualmente esercita un dottorato di ricerca presso l’università di Barcellona. Le citazioni che farò si riferiscono all’articolo pubblicato in italiano, su numero 14 della rivista libertaria “Semi sotto la neve.” Carlos ci parla del Wallmapu, il territorio ancestrale del popolo mapuche, situato nel vasto territorio che oggi viene geograficamente identificato come Auracania. Carlos spiega da subito la diversità di visione di questo antico popolo, che ha resistito 600 anni fa agli Inca, 400 anni fa agli spagnoli e da più di 200 anni resiste allo Stato del Cile e alla colonizzazione del territorio. “Abbiamo un modo diverso di comprendere la vita, la natura, il tempo, la comunità e la relazione fra gli esseri viventi. Questa differenza si chiama cosmovisione e per lo Stato rappresenta una minaccia che dev’essere gestita ed eliminata. Per il popolo mapuche la mapu, la terra, non è una risorsa né una proprietà. E’ un’entità viva, una rete di relazioni tra gli esseri umani, gli animali, le piante, l’acqua e le forze spirituali. Questa comprensione non è una metafora. E’ un modo di stare al mondo che ha le sue regole, le sue istituzioni, la sua pedagogia. El Azmapu, l’insieme dei principi che regolano la vita comunitaria, disciplina l’uso del territorio, come si prendono le decisioni collettive: non è folklore, è governo.” I vari governi succedutisi in Cile, con la sola eccezione del breve governo Allende, rovesciato dal colpo di stato del generale Pinochet, hanno proseguito nel processo di colonizzazione della selvaggia Araucania e del suo popolo, sia con un lento etnocidio (non riconoscimento della lingua mapuche, scuole impregnate di storia e cultura cilene, persecuzione delle pratiche esoteriche, superalcolici per annebbiare le menti), che con un vero e proprio genocidio (operazioni militari, distruzione di villaggi, massacri, deportazioni ed imposizione di insediamenti di coloni cileni), anche grazie all’applicazione di una legge antiterrorismo nata durante la dittatura dei generali e che permette perquisizioni e arresti in base a semplici sospetti. Aucan Melin Vera parla della sua esperienza nella scuola elementare, per darci una lettura emblematica di questa sottile forma di colonialismo: “L’ho vissuto da entrambi i lati della cattedra: l’inadeguatezza di vedere che ciò che sei non compare in nessun libro, e poi l’impotenza di non sapere bene cosa fare a questo proposito quando diventi tu quello che insegna. (…) Una maestra che ho conosciuto a La Araucanìa mi raccontò che quando i bambini le parlavano della loro relazione con il nowen – la forza vitale che muove gli esseri- lei non sapeva cosa fare. Non è previsto nel programma di studi, mi disse. Aveva ragione. La colonialità non ha bisogno di cannoni. Basta il programma di studi.” Il mondo mapuche è refrattario alle politiche di modernizzazione, perché teme che nascondano l’obiettivo dell’eliminazione della propria cultura, intimamente connessa col mondo naturale e con l’equilibrio ambientale. L’identità mapuche canta l’armonia con la natura, la stessa che viene ogni giorno negata dal mondo del dominio, della guerra e della conquista, dal mondo sfrenato del massimo profitto, della massima separazione, dagli altri esseri, dalla natura. Dai popoli nativi colonizzati, ridotti in riserve, o in territori costantemente minacciati, la comunità internazionale può forse ricevere la mappa che descrive un’alternativa alla corsa frenetica verso la fine. Carlo Bellisai     Carlo Bellisai
August 14, 2026
Pressenza
Trump ha revocato la protezione alle terre indigene per permettere l’estrazione petrolifera
L’amministrazione Trump ha assestato un altro duro colpo ai diritti dei popoli indigeni e alla tutela ambientale, annunciando una revoca delle protezioni federali su due dei più importanti parchi nazionali e siti sacri dello Utah: il Bears Ears National Monument e il Grand Staircase-Escalante. La regione contiene migliaia di siti archeologici e culturali, tra cui abitazioni nelle rocce, arte rupestre, luoghi cerimoniali e villaggi ancestrali. I cittadini tribali continuano anche a cacciare, raccogliere piante medicinali e condurre pratiche culturali tradizionali in tutta l’area. La decisione riduce la superficie tutelata di oltre il 90%. Non si tratta di un mero riassetto burocratico della gestione territoriale, ma di un vero e proprio atto di aggressione neocoloniale. Smantellando le tutele costruite faticosamente, la Casa Bianca riapre circa due milioni di acri di terre ancestrali native agli appetiti delle corporazioni energetiche, spianando la strada a trivellazioni petrolifere e a massicce campagne di estrazione mineraria.  La superficie protetta nei due siti passerebbe da più di 3 milioni di acri complessivi a circa 300.000 acri complessivi. La mossa, presa lo scorso 13 luglio, ha innescato un’immediata sollevazione delle nazioni indigene, pronte alla battaglia legale per difendere non solo un ecosistema, ma la propria sovranità culturale, spirituale e politica. La decisione di Trump ha portato anche allo scioglimento della Bears Ears National Monument, una commissione di co-gestione che riuniva i rappresentanti di cinque nazioni native (Navajo, Hopi, Ute Indian Tribe, Ute Mountain Ute e Zuni), incaricata di gestire queste aree. Questo modello di governance rappresentava un raro esempio, negli Stati Uniti, di integrazione tra le istituzioni federali e la sovranità indigena, riconoscendo formalmente il diritto dei popoli originari di amministrare i luoghi che abitano da millenni. Cancellare questa commissione con un colpo di spugna significa riportare la gestione di questi territori a un modello di stampo coloniale, fortemente centralizzato, in cui le decisioni che incidono sulle comunità native vengono prese a Washington senza il loro coinvolgimento diretto e in contrasto con i trattati storici vincolanti. I leader nativi, tra cui Georgie Pongyesva (Hopi), Crystalyne Curley, (Navajo Nation Council), Curtis Yanito, (Navajo Nation Council), Gwen Cantsee, (vicepresidente della Ute Mountain Ute Tribe e commissario di Bears Ears) Mikah Kewanimptewa (vicepresidente della tribù Hopi e commissario Bears Ears), Betsy Chapoose (Ute Indian Tribe of Uintah and Ouray Reservation Cultural Rights and Protection Director e commissario Bears Ears), affiancati dal Native American Rights Fund (NARF), hanno condannato l’atto come apertamente illegale e incostituzionale. Per le nazioni indigene, Bears Ears e Grand Staircase-Escalante non sono mai stati semplici appezzamenti di terreno, né mere “risorse” paesaggistiche o rovine archeologiche destinate al turismo. Sono, al contrario, paesaggi intrinsecamente vivi. Come sottolineato dai rappresentanti delle comunità, ogni roccia, canyon e sorgente di queste terre custodisce le preghiere dei loro antenati: sono luoghi sacri in cui si tramandano le memorie storiche e si celebrano le cerimonie.  Come dichiarato da Matthew Campbell, vicedirettore del Native American Rights Fund, l’offensiva legale e politica che le tribù stanno organizzando si preannuncia come una delle più importanti battaglie della nostra epoca. Le cause intentate puntano a dimostrare che il presidente in carica non possiede l’autorità legale per smantellare un monumento nazionale precedentemente istituito ai sensi dell’Antiquities Act del 1906. Al di là del cruciale cavillo giuridico, la sfida che si giocherà nei tribunali rappresenta l’emblema di uno scontro tra due visioni del mondo radicalmente inconciliabili.  Dietro la retorica dello sviluppo economico e della presunta indipendenza energetica, il provvedimento svela l’ennesimo capitolo di una logica estrattiva che subordina sistematicamente i diritti umani, l’autodeterminazione dei popoli e la salvaguardia dell’ambiente al profitto. Le corporazioni del fossile e dell’uranio, da tempo in pressing sulle istituzioni, ottengono un via libera senza precedenti per sfruttare territori un tempo incontaminati. È l’espressione di un modello di sviluppo predatore, che concepisce il pianeta come un serbatoio di risorse e le popolazioni locali come ostacoli da marginalizzare. In questa prospettiva, la lotta per Bears Ears non si limita a rappresentare una questione locale, ma riflette dinamiche più ampie, in cui i i diritti e le terre dei popoli originari vengono minacciati da interessi economici legati allo sfruttamento delle risorse naturali. The post Trump ha revocato la protezione alle terre indigene per permettere l’estrazione petrolifera appeared first on L'INDIPENDENTE.
July 29, 2026
L'INDIPENDENTE
Torino, 16 e 17 maggio: le voci dei Nativi Americani
Due appuntamenti con Mauna Kea e uno con la rivista Tepee Al Salone Internazionale del Libro di Torino trovano spazio la storia, la memoria, la spiritualità e la letteratura dei Nativi Americani. Non come repertorio di immagini consunte, né come folklore destinato a confermare stereotipi duri a morire, ma come materia viva, complessa, ancora capace di interrogare il presente. È
La biografia della donna-medicina ‘scudo’ della resistenza dei nativi americani
Con Madre Rossa • Red Mother, Mauna Kea Edizioni pubblica l’edizione italiana di Red Mother: The Life Story of Pretty-Shield, a Medicine Woman of the Crows (1932) di Frank B. Linderman, testo fondamentale della letteratura nordamericana e documento raro di testimonianza femminile indigena. C’è un gesto che attraversa il tempo più di molte dichiarazioni ufficiali: un pollice premuto sull’inchiostro, un’impronta lasciata su un foglio. È con quell’impronta che Pretty Shield (Bello Scudo), donna Apsáalooke – Crow, affida la propria memoria alla scrittura e compie un atto di sovranità narrativa. Non è folclore: è politica. È il diritto di dire “io” in un secolo che ha spesso negato alle donne indigene la possibilità di essere soggetti della storia, riducendole a figure mute, simboliche, decorative. Nelle pagine di Madre Rossa • Red Mother la storia non resta nei manuali: entra nelle tende, cammina nei villaggi, si posa sui dettagli che fanno un mondo. Pretty Shield racconta l’infanzia, la vita quotidiana, i riti, la maternità, il lutto, il peso delle relazioni comunitarie; ma racconta anche l’onda lunga del conflitto e dello sradicamento, fino agli anni delle guerre delle Pianure e alla battaglia del Little Big Horn — non come leggenda da cartolina, ma come ferita vissuta, che continua a vibrare nella memoria collettiva. Il valore contemporaneo di questo libro è evidente: Pretty Shield mostra come la colonizzazione non sia stata solo occupazione militare o perdita territoriale, ma anche frattura culturale, pressione assimilazionista, riscrittura delle identità. È una storia che parla al presente perché illumina i meccanismi con cui si producono silenzi: chi ha il diritto di raccontare? Chi viene ascoltato? Chi viene trasformato in “oggetto” di narrazione altrui? La sua biografia dialoga con un altro titolo di Frank B. Linderman già in catalogo Mauna Kea, Plenty Coups, Capo dei Crow. La vita di un grande Indiano. Se la figura di Plenty Coups consegna al lettore la voce pubblica e politica della nazione Apsáalooke — il capo chiamato a guidare il suo popolo nel passaggio traumatico verso la riserva e la modernità imposta — Madre Rossa•Red Mother, Pretty Shield, donna-medicina dei Crow ne rappresenta il controcampo necessario: la parte femminile della memoria, la prospettiva domestica e spirituale, la trama invisibile che regge una comunità quando la Storia travolge ogni cosa. Due opere che, lette insieme, compongono un affresco più completo e meno stereotipato del mondo Crow. La nuova edizione è curata da Raffaella Milandri (prefazione, traduzione e note), scrittrice, giornalista e antropologa di formazione impegnata da anni nella difesa dei diritti umani dei Popoli Indigeni e nella decolonizzazione dello sguardo europeo sulle culture native. Milandri è membro adottivo della Crow Nation (Montana) e della Four Winds Cherokee Tribe (Louisiana), un riconoscimento che nasce da un percorso di relazione e collaborazione diretta con le comunità. Il suo apparato critico accompagna il lettore distinguendo con chiarezza la voce di Pretty Shield dalla mediazione di Linderman, offrendo contesto storico, precisione terminologica e strumenti interpretativi utili anche a chi oggi interroga il tema della rappresentazione: non basta “parlare di” un popolo, bisogna interrogarsi su come si parla, con quali fonti, da quale posizione. In un tempo in cui la parola “decolonizzazione” rischia spesso di diventare moda, Madre Rossa•Red Mother propone un gesto concreto: rimettere al centro una testimonianza indigena e femminile, sottraendo la storia delle Pianure alla monocromia dell’epica. È un libro che parla di memoria come resistenza, di identità come continuità, di cultura come relazione. E, soprattutto, ricorda che la cancellazione non avviene solo quando si tolgono le terre, ma anche quando si sottraggono le parole. Firmata con un’impronta del pollice, questa non è una leggenda. È una vita che chiede ascolto — e che, ascoltata, cambia il modo in cui guardiamo il presente. https://www.facebook.com/photo/?fbid=1326189716219406&set=a.618601526978232 Pretty Shield, Crow medicine-woman – Kathryn S Gardiner, 2025 Redazione Italia
February 17, 2026
Pressenza
Amerikan Ice: nel cuore della Bestia
Le “corrispondenze” di Lance Hanson (*) e un ricordo sui piani dell’ Heritage Foundation. L’America sta attualmente vivendo una vera e propria occupazione totale da parte dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement degli Stati Uniti) e di altre agenzie federali del Dipartimento della Sicurezza Interna. L’ICE esiste dal 2003, ma la sua attività e le conseguenti tattiche fasciste si sono intensificate
February 6, 2026
La Bottega del Barbieri
Sui diritti degli Indiani americani
In corrispondenza con noi Sibilla Drisaldi del Healing and Freedom Movement e Donald Hatch, detto Buddy, rappresentante della tribù Cheyenne e Arapaho del Sud Oklahoma.  Figlio di Viola Hatch, una delle più coraggiose e importanti leader dell 'American Indian Movement degli anni settanta, amica e compagna di lotte di Leonard Peltier, Russel Means,Dennis Banks ,Carter Camp, Buddy crebbe a fianco di questi Leaders e fu lui stesso impegnato nel movimento. Oggi ancora protagonista di tante iniziative a sostegno del suo popolo e per i diritti dei nativi americani che ci racconta in questa corrispondenza. 
October 23, 2025
Radio Onda Rossa