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Inps: i salari ancora lontani dal recuperare l’inflazione
I salari degli italiani continuano a rincorrere il costo della vita, ma non riescono a recuperare l’inflazione. È quanto emerge dall’Analisi della dinamica retributiva dei lavoratori dipendenti in Italia, presentata giovedì 15 gennaio dal Coordinamento generale Statistico attuariale e dalla direzione centrale Studi e ricerche dell’Inps. Secondo il rapporto, tra […] L'articolo Inps: i salari ancora lontani dal recuperare l’inflazione su Contropiano.
Donne e giovani in pensione sempre più tardi
Nel nostro Paese quasi un lavoratore su tre pur lavorando non riesce a farsi riconoscere un anno pieno di contributi, a causa di contratti brevi, part-time involontari e salari troppo bassi. I lavoratori con retribuzioni inferiori ai 15.000 euro annui rappresentano oltre un terzo del totale dei dipendenti del settore privato (circa 6,1 milioni di persone, pari al 34,6%). Si tratta di lavoratrici e lavoratori che, per livello di reddito e intensità lavorativa, non riescono a raggiungere una piena copertura contributiva annuale, con impatti diretti sul diritto futuro alla pensione. In particolare, le due fasce più basse (fino a 9.999 euro annui) includono oltre 4,1 milioni di lavoratori che non solo non raggiungono la soglia necessaria a una vita lavorativa dignitosa, ma spesso non maturano nemmeno 12 mesi utili ai fini dell’anzianità contributiva, poiché i periodi di lavoro non coprono l’intero anno. Un lavoratore su tre percepisce meno di 15.000 € all’anno e quasi il 60% resta al di sotto della soglia dei 25.000 € annui, evidenziando come una parte significativa del lavoro rischi di non garantire una vita dignitosa né una pensione adeguata. E’ quanto si legge nell’Analisi “L’impatto dell’aumento dei requisiti pensionistici sui redditi bassi” dell’Osservatorio Previdenza della CGIL. E ad essere maggiormente penalizzati sono i giovani e le donne. La condizione retributiva dei giovani rappresenta infatti uno degli elementi più critici del mercato del lavoro italiano. L’ingresso avviene sempre più spesso attraverso contratti brevi, stagionali o con orari ridotti – in larga parte part-time involontario – che comportano fin da subito salari molto bassi e un numero limitato di mesi lavorati nel corso dell’anno. Le retribuzioni medie annue dei giovani fino ai 24 anni risultano particolarmente contenute: i lavoratori fino a 19 anni percepiscono in media 4.374 euro, equivalenti a pochi mesi di lavoro effettivo, mentre nella fascia 20–24 anni si raggiungono 11.882 euro, un importo ancora insufficiente a garantire un anno pieno di contribuzione utile ai fini previdenziali. Si tratta di una condizione di forte vulnerabilità che si manifesta fin dall’inizio della carriera e che rischia di tradursi, nel tempo, in una difficoltà strutturale nel costruire una pensione adeguata e nel maturare i requisiti minimi necessari all’accesso alla pensione stessa. La dimensione di genere rappresenta, inoltre, uno dei principali fattori di vulnerabilità economica nel mercato del lavoro italiano. La disuguaglianza retributiva non è un fenomeno residuale, ma il risultato di condizioni strutturali che incidono sui salari e, di conseguenza, sulla costruzione dei diritti previdenziali nel corso della vita lavorativa. Le lavoratrici sono maggiormente occupate in posizioni a basso valore aggiunto, con contratti più precari, orari ridotti e carriere più discontinue rispetto agli uomini. La diffusione del part-time involontario, che interessa in modo marcato la componente femminile, amplifica queste criticità: meno ore lavorate (o certificate) significano retribuzioni annue più basse, minore intensità contributiva e un rischio elevato di non riuscire a maturare i requisiti per la pensione. “Come rilevato dall’Osservatorio INPS sulle retribuzioni 2024, si legge nel Report della CGIL, le lavoratrici dipendenti del settore privato percepiscono in media 19.833 euro annui, contro i 27.967 euro degli uomini: una differenza di oltre 8.000 euro corrispondente a un gap retributivo di circa –29% a sfavore delle donne. Questa disparità non è spiegabile soltanto dalle diverse qualifiche o inquadramenti professionali: essa è fortemente correlata alla maggior incidenza del part-time, spesso involontario: 49% delle lavoratrici ha avuto almeno un rapporto part-time nell’anno, contro 21% dei lavoratori uomini.” La distribuzione per tipologia di orario rivela poi una forte asimmetria di genere nel mercato del lavoro italiano: le donne rappresentano appena il 32% dei lavoratori a tempo pieno, ma diventano maggioranza assoluta in tutte le forme di part-time, 67% nel part-time orizzontale, 63% nel part-time verticale e 71% nelle modalità miste. Questa concentrazione femminile nel lavoro a orario ridotto non è il riflesso di una scelta libera, ma di un’organizzazione del mercato del lavoro e delle responsabilità di cura ancora fortemente squilibrata. Ne deriva un effetto diretto sui percorsi retributivi e previdenziali: il part-time comporta retribuzioni annue significativamente inferiori e una minor copertura contributiva, che si traduce in carriere più brevi o incomplete. In sostanza, la diversa distribuzione delle opportunità lavorative tra uomini e donne determina una penalizzazione strutturale che agisce oggi sul salario e domani sulla pensione, alimentando un gender pension gap destinato ad ampliarsi con l’avanzare dell’età lavorativa. Infine, la ricerca dell’Osservatorio Previdenza della CGIL mette in evidenza come il meccanismo di adeguamento automatico dei requisiti pensionistici all’aspettativa di vita non sia un elemento neutro. Al contrario, rischia di aggravare la condizione di vulnerabilità previdenziale di milioni di persone che già oggi vivono un pregresso economico e contributivo debole Qui il Report della CGIL su “L’impatto dell’aumento dei requisiti pensionistici sui redditi bassi”: https://files.cgil.it/version/c:NWJmYmEyMGQtOWEwYy00:MGNiNmI1MDItYzhkYi00/Analisi%20Osseravtorio%20PrevidenzaCGIL_L%E2%80%99impatto%20dell%E2%80%99aumento%20dei%20requisiti%20pensionistici%20sui%20redditi%20bassi.pdf. Giovanni Caprio
Dati Inps: gli operai, sottopagati, rimangono la spina dorsale del paese
Il 18 novembre l’Inps ha pubblicato l’Osservatorio sui lavoratori dipendenti del settore privato – non agricolo, esclusi i lavoratori domestici – con i dati aggiornati allo scorso anno. Si tratta di un’analisi che ha censito la situazione di 17,7 milioni di lavoratori (in leggero aumento rispetto al 2023), tra i […] L'articolo Dati Inps: gli operai, sottopagati, rimangono la spina dorsale del paese su Contropiano.
Legge di Bilancio 2026-2028 | La manovra della stabilità: quando il rigore diventa la sola politica – di Roberto Romano e Andrea Fumagalli
Con l’approvazione della Legge di Bilancio 2026-2028, il governo italiano ha scelto di non scegliere, adeguandosi ai dettami e ai vincoli imposti dal nuovo Patto di Stabilità e Crescita europeo. Si conferma così la linea di questo governo impavido: una linea fondata su grandi proclami ideologici (tutto va bene!) e promesse di riforme strutturali [...]
Divario di genere: l’Italia resta distante dall’Europa e non percepisce il problema
Nel nostro Paese il 58% delle donne e il 43,6% degli uomini ritengono che le donne siano trattate meno equamente in assunzioni, retribuzioni e promozioni; nella media europea questa percezione si attesta su valori pari al 64,1 % della popolazione femminile e al 50% circa di quella maschile, mentre in Paesi come la Svezia e la Francia raggiunge valori pari a circa l’80% delle donne e circa il 65% degli uomini. In Italia, la percezione cresce all’aumentare del livello di istruzione ed è più elevata nelle Regioni del Nord rispetto al resto del territorio. Meno consapevoli sono complessivamente gli uomini, soprattutto under 30, e le classi di età anziane. Si tratta di alcune delle evidenze che emergono dall’undicesimo round della European Social Survey, un’indagine statistica comparata, che sulla base dei dati disponibili a maggio 2025, ha visto la partecipazione di oltre 40.000 persone – di cui 2.865 in Italia – di età pari o superiore 15 anni, residenti in 24 Paesi europei (non solo membri dell’Unione Europea). II Rapporto nazionale sul Round 11 realizzato dall’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche (INAPP) approfondisce, in una prospettiva comparata europea, i temi della partecipazione al mercato del lavoro, l’uso del tempo, le determinanti del benessere, della soddisfazione e della fiducia, le prospettive valoriali, utilizzando la dimensione di genere come chiave di lettura trasversale. Circa le differenze retributive, a livello di media europea oltre il 65% delle donne ed il 56% degli uomini ritiene molto positivo per l’andamento dell’economia nazionale che donne e uomini ricevano pari retribuzione per lo stesso lavoro. In Paesi come l’Islanda, la Svezia o la Spagna, questo principio raccoglie il consenso di oltre l’80% delle donne e di oltre il 70% degli uomini, mentre in Italia questa opinione è condivisa da quasi il 60% delle donne e il 50 % degli uomini. Rispetto all’effettiva presenza dei gender gap sul lavoro in Italia, misurati da Eurostat al 43%, il 19,2% degli uomini e il 14,5% delle donne ritiene che tali gap siano solo un fenomeno limitato e sporadico. Donne e uomini presentano anche notevoli differenze nell’uso del tempo. Nel nostro Paese, a prestare assistenza e cura non retribuita a un familiare, amico o conoscente è circa il 24% della popolazione di 15 anni e più. In questa quota le donne caregiver sono il 10% in più degli uomini, valore più alto, insieme a Polonia e Slovenia, tra tutti i Paesi europei considerati. Tale percentuale si amplia quando l’onere della cura supera le 10 ore settimanali ed arriva al 42% circa (contro la media europea del 28% circa). Il carico di cura per le donne cresce progressivamente con l’età: si passa dalla generazione sandwich over 40, che gestisce simultaneamente bambini ed anziani, alla fascia di passaggio tra la terza e la quarta età (tra i 60 e i 74 anni, ove gli uomini caregiver sono circa il 18% e le donne caregiver il 38%). In termini di benessere complessivo, oltre la metà dei Paesi si dichiara “soddisfatto della propria vita”. In Italia, lo sono il 38,2 % degli uomini contro il 34,5% delle donne, mentre l’insoddisfazione è prevalentemente femminile e si amplifica con l’avanzare dell’età. Il Rapporto evidenzia la distanza tra le reali criticità di genere del nostro Paese e la consapevolezza della loro esistenza da parte della popolazione. “La componente femminile, in particolare quando in età da lavoro, rappresenta la principale risorsa strategica per far crescere l’occupazione nel nostro Paese”, ha commentato Natale Forlani,  Presidente dell’INAPP. “Molte ricerche in materia confermano l’importanza dei servizi di conciliazione tra i carichi lavorativi e quelli familiari, per consentire alle donne di partecipare al mercato del lavoro e per favorire la crescita del comparto dei servizi alle persone, che negli altri Paesi europei attira una quota rilevante di domanda di lavoro qualificato. È intenzione del nostro Istituto costruire un modello di valutazione dell’efficacia delle politiche in un’ottica di genere per stimolare gli interventi nell’ambito delle politiche del lavoro, della conciliazione e della formazione, al fine di ridurre i divari esistenti.” Qui per approfondire: https://oa.inapp.gov.it/server/api/core/bitstreams/dc9d4757-1cbb-46ec-8a57-6392b31dd824/content Giovanni Caprio