L’Alta Corte del Regno Unito dichiara illegale il divieto verso Palestine Action
Dopo mesi di repressione e migliaia di arresti, la giustizia britannica dichiara
illegale la messa al bando del gruppo: il governo ha usato le leggi
antiterrorismo per colpire la solidarietà con la Palestina.
Nel Regno Unito si apre una crepa nel muro della repressione: l’Alta Corte ha
dichiarato illegale il divieto imposto dal governo britannico a Palestine
Action, annullando la classificazione del gruppo come organizzazione
terroristica. È una sentenza che pesa, perché non riguarda solo
un’organizzazione specifica, ma la deriva securitaria che ha provato a
trasformare la protesta politica in “minaccia alla sicurezza nazionale”.
La messa al bando era stata decisa nel giugno 2025 dalla Ministra
dell’Interno Yvette Cooper, che aveva inserito Palestine Action nel perimetro
delle leggi antiterrorismo, accusando il gruppo di “danni criminali su larga
scala” e di rappresentare una minaccia per la sicurezza. La giustificazione
politica e mediatica era arrivata dopo l’azione contro la base militare RAF
Brize Norton, nel sud dell’Inghilterra: un’incursione dimostrativa, legata alle
proteste contro il genocidio in corso a Gaza, che secondo l’accusa avrebbe
provocato danni per circa 9,3 milioni di dollari a due aerei della base.
Ma ciò che il governo ha tentato di far passare come “terrorismo” era, nella
sostanza, un’operazione di criminalizzazione dell’attivismo: un salto di
categoria che non nasceva da una reale esigenza di sicurezza, bensì dalla
volontà politica di spezzare un movimento che colpiva direttamente i gangli
materiali della complicità britannica con Israele.
La battaglia legale è stata guidata dalla cofondatrice Huda Ammori, che ha
impugnato il provvedimento definendolo “uno degli attacchi più estremi alle
libertà civili nella storia recente del Regno Unito”. Una definizione tutt’altro
che retorica: con il bando, infatti, chiunque fosse stato ritenuto membro o
sostenitore del gruppo avrebbe potuto rischiare fino a 14 anni di carcere. Non
per violenza contro persone, non per attentati, ma per appartenenza politica e
partecipazione a un’organizzazione di protesta.
Già nell’agosto 2025 un giudice dell’Alta Corte aveva riconosciuto la gravità
della questione, concedendo a Palestine Action il permesso di appellarsi:
secondo la corte, la messa al bando costituiva un’interferenza potenzialmente
sproporzionata con gli articoli 10 e 11 della Convenzione europea dei diritti
dell’uomo, che tutelano rispettivamente libertà di espressione e libertà di
riunione pacifica. Il nodo era chiarissimo: un governo può usare la cornice del
terrorismo per colpire la protesta politica? Può annullare il diritto di
organizzarsi e manifestare semplicemente ridefinendo come “terrorismo” ciò che è
dissenso?
La sentenza che annulla il bando risponde: no. E lo fa in modo netto. L’Alta
Corte ha stabilito che la decisione era sproporzionata e che il Ministro
dell’Interno aveva persino violato la propria politica interna. Tradotto: il
governo ha forzato la mano, ha abusato dello strumento più pesante disponibile —
la legislazione antiterrorismo — per ottenere un risultato politico: mettere a
tacere un movimento.
Il dato più inquietante è che, nel frattempo, la repressione è andata avanti
come se il bando fosse un fatto naturale. Dopo la messa al bando, sono state
arrestate più di 2.300 persone. Un numero enorme, che racconta una strategia
precisa: non punire singoli episodi, ma intimidire un’intera area sociale e
politica, rendendo la solidarietà con la Palestina un rischio penale.
Non è un dettaglio marginale. È il cuore della questione: il governo britannico
non stava cercando di “fermare il crimine”, ma di costruire un precedente,
stabilire che in nome della sicurezza lo Stato può schiacciare movimenti
politici scomodi, ridefinendoli come terroristi. È la stessa logica che, in
altri contesti, ha colpito movimenti ecologisti radicali, sindacati combattivi,
gruppi antirazzisti, ma qui l’obiettivo era ancora più specifico: spezzare una
campagna che denunciava e sabotava la complicità occidentale con il genocidio di
Gaza.
Nel frattempo, la repressione giudiziaria ha assunto tratti sempre più
pesanti: detenzione preventiva prolungata, regime da terrorismo, isolamento,
silenzio istituzionale. Una condizione che ha spinto prigionieri legati al
caso Palestine Action a ricorrere perfino allo sciopero della fame, gesto
estremo che mostra quanto la macchina repressiva fosse stata portata fuori
scala.
E qualcosa, lentamente, ha iniziato a incrinarsi anche nei tribunali: all’inizio
di febbraio, il tribunale di Woolwich ha scagionato sei imputati dalle accuse
più gravi. Segnali che, messi insieme alla decisione dell’Alta Corte, delineano
una realtà scomoda per il governo: la narrazione “antiterrorismo” sta cedendo.
La questione, però, non finisce con una sentenza. Resta aperto il problema
politico: cosa succede ora a chi è stato arrestato? Quale risarcimento, quale
riparazione, quale responsabilità istituzionale verrà riconosciuta per
un’operazione repressiva che ha colpito migliaia di persone? E soprattutto:
quanti altri movimenti rischiano, domani, lo stesso trattamento?
Perché questo è il punto più grande, e più grave. Palestine Action non è stata
solo attaccata per ciò che ha fatto, ma per ciò che rappresenta: un attivismo
che non si limita a “sensibilizzare”, ma che mira a interrompere concretamente i
meccanismi materiali della guerra e dell’occupazione. È esattamente questo che
ha fatto paura.
L’Alta Corte, con questa decisione, ha fatto qualcosa che in questi anni accade
sempre più raramente: ha imposto un limite all’arbitrio securitario. Ha
ricordato che la libertà di parola e di riunione non sono concessioni revocabili
quando diventano scomode e ha smascherato il tentativo, profondamente politico,
di usare il terrorismo come etichetta universale per colpire la solidarietà con
la Palestina.
La repressione, però, non si cancella con una firma. Resta nelle vite di chi è
stato arrestato, nelle carriere spezzate, nelle settimane in carcere, nelle
famiglie sotto pressione. Resta nella paura che lo Stato ha provato a inoculare:
l’idea che schierarsi con la Palestina significhi esporsi alla macchina penale.
Per questo la sentenza non è un punto d’arrivo, è un terreno di lotta e
soprattutto è un messaggio chiaro: la solidarietà non è terrorismo. E chi prova
a trasformarla in reato, oggi, lo fa per proteggere l’impunità di un genocidio.
Osservatorio Repressione