Incendi nella Patagonia cilena e responsabilità delle aziende forestali
Tra gennaio e febbraio del 2026, la Patagonia è stata attraversata da una delle
stagioni di incendi più devastanti degli ultimi decenni. Le fiamme hanno colpito
duramente soprattutto il versante argentino, ma si sono estese anche al Cile,
interessando ampie aree del centro-sud, dai territori intorno a Valparaíso fino
alla zona di Temuco.
Questi incendi non sono eventi isolati né casuali: affondano le loro radici in
cause prevalentemente antropiche. Alla base troviamo una combinazione sempre più
evidente di siccità prolungata e aumento delle temperature legato al cambiamento
climatico, a cui si aggiunge l’espansione massiccia delle monoculture forestali,
in particolare di pini ed eucalipti, che oggi occupano milioni di ettari. Un
modello produttivo che, oltre a impoverire la biodiversità, aumenta la
vulnerabilità del territorio al fuoco.
A questo si sommano le responsabilità delle grandi aziende forestali:
l’accaparramento delle terre, la pressione sulle risorse idriche delle comunità
locali e l’assenza di interventi concreti quando gli incendi divampano. Un
quadro che si inserisce in un contesto politico segnato dalle prime riforme del
governo Kast, orientate a favorire l’estrattivismo – minerario e forestale – e a
ridurre le tutele per riserve e parchi naturali, sempre più esposti agli
interessi dei capitali internazionali.
Ne abbiamo parlato con Max Reuca werken (portavoce) della comunità Mapuche Juan
Ignacio Reuca di Puren, Araucania, Chile.