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Pensare contro se stessi – di Tiziana Villani
Pubblichiamo su Effimera l'introduzione tratta dal libro di Tiziana Villani, Territori dell'infanzia. Sovvertire l'immaginario del presente, Ortothes, Napoli 2025 * * * * * In alcune fasi della vita, della storia che si attraversano e dalle quali siamo attraversati, occorre a un certo punto fermarsi e riflettere sui modi e gli strumenti attraverso i [...]
February 12, 2026
Effimera
Educazione affettiva: una necessità per restare umani
Azur del mare, Boom Boom Bunny e l’arte come spazio educativo Nel mio percorso tra arte, diritti e pace ho incontrato un progetto curato da Simone Tansini. Un lavoro che intreccia editoria, teatro, musica e formazione e che prende forma anche in due libri illustrati: Boom Boom Bunny e Azur del mare. Non si tratta semplicemente di due volumi, ma di due corpi narrativi inseriti in un progetto più ampio. Storie che non si accontentano della pagina, ma cercano altre strade per continuare a vivere, attraversando linguaggi diversi e generando esperienze condivise. Boom Boom Bunny, scritto da Simone Tansini e illustrato da Silvio Boselli, racconta l’incontro tra le coscienze di due bambine lontane. Una vive in un paese in guerra, l’altra in una città europea. A unirle è Boom Boom, un coniglio di pezza che sembra attraversare distanze, luoghi e confini. Il libro pone una domanda semplice e radicale: e se ogni cosa fosse collegata? Ogni persona, ogni luogo, ogni esperienza? Azur del mare, scritto da Leili Maria Kalamian, illustrato ancora da Silvio Boselli e curato da Simone Tansini, nasce invece da una ferita reale: il naufragio di Cutro del 2023. Ma sceglie di non fermarsi alla cronaca. Il mare diventa confine e porta insieme, soglia che separa e che può trasformare. Una donna che guarda il mare viene cambiata per sempre da ciò che le onde le restituiscono. La realtà è il punto di partenza, ma il racconto prende la via simbolica, dove rivoluzione e accoglienza, silenzio e canto, pianto e speranza convivono. Le tavole di Silvio Boselli aggiungono ai racconti una bellezza silenziosa. Il suo tratto, delicato e insieme inquieto, tiene dentro la stessa immagine infanzia e ferita, leggerezza e vertigine. Boom Boom Bunny lavora sulla connessione, Azur del mare sulla ferita. Entrambi però si muovono nella stessa direzione: portare il lettore in un territorio emotivo più che informativo. Accade nelle immagini, nei silenzi, negli sguardi. Accade quando i morti non sono numeri, ma assenze che interrogano. Quando l’accoglienza non è un concetto, ma un gesto. Quando la speranza non è retorica, ma responsabilità. Le pagine che accompagnano Azur del mare parlano di ascoltare, affiancare, consolare, curare. Parlano di donne che esercitano una particolare forma di maternità che è l’accoglienza. Parlano di umanità che resiste. Qui non si educa spiegando. Si educa mettendo in relazione. Non è un caso che Azur del mare sia diventato anche laboratorio teatrale, spettacolo e percorso con adolescenti. In questo progetto il teatro non è messa in scena, ma spazio educativo. Un luogo in cui la storia non si osserva soltanto, ma si attraversa. Nei testi nati dal lavoro con i ragazzi, la parola “confine” si moltiplica. Diventa gabbia, protezione, paura, incontro, possibilità di vedere l’altro. Non sono definizioni. Sono pensieri in formazione. Più che a un’età precisa, Boom Boom Bunny e Azur del mare sembrano rivolgersi a una relazione. A bambini e ragazzi accompagnati. Ad adulti disposti a non proteggere dal dolore, ma ad abitarlo insieme. Sono libri che chiedono tempo, ascolto e presenza. Trovano nel teatro, nei laboratori e nella comunità una prosecuzione naturale. Parti di un progetto più ampio che tenta linguaggi diversi per raggiungere lo stesso punto: l’umano. C’è una frase che sembra custodire il senso profondo di questo lavoro: Che sia concesso ai bambini. Che sia concesso a noi, che bambini non siamo più, di avere sempre a cuore le umane cose. Forse è qui il centro di tutto. Non parlare dell’infanzia, ma difenderne lo sguardo. Quello capace di lasciarsi scompigliare dalle onde, di vedere nel confine una soglia, di riconoscere nell’altro non una distanza, ma una possibilità. A partire da questo lavoro, ho scelto di fare alcune domande per continuare la riflessione con Simone Tansini. 1. Simone, tu vieni dalla musica e dal teatro, curi progetti formativi e culturali legati all’infanzia e all’adolescenza e, dentro questo percorso, sono nati anche Boom Boom Bunny e Azur del mare. Che tipo di ricerca stai portando avanti attraverso questi lavori? La cosa che mi affascina maggiormente e che perseguo da più anni è la commistione tra linguaggi artistici e comunicativi. Credo fortemente nelle contaminazioni tra i generi, perché permettono di scoprire connessioni inattese. Questo pensiero nasce dalla musica e si è sviluppato nel tempo attraverso la letteratura, il teatro e l’editoria. Ho pubblicato graphic novel dedicate a rivisitazioni moderne di opere liriche e persino un gioco da tavolo incentrato sul mondo del teatro d’opera. Con gli anni ho sentito sempre più forte la necessità di portare le competenze maturate verso temi sociali. Avverto il bisogno di dare un senso umano al mio agire, non solo un senso artistico. Questo non significa fare arte superficiale, ma esattamente il contrario: fare arte dove c’è più bisogno di bellezza e di profondità di pensiero. 2. Nei tuoi libri non si spiegano temi sociali o affettivi: si raccontano, si mostrano, si mettono in scena. Perché senti che queste questioni chiedono una forma narrativa e non discorsiva? Credo che questo dipenda dalla mia formazione musicale e teatrale. La maschera del teatro e l’introspezione del personaggio permettono di arrivare al cuore delle persone lasciando a ciascuno il proprio percorso. Quando vediamo un film o un’opera, ognuno ne ha una percezione diversa. Io non voglio spiegare i temi sociali che mi toccano. Li trascrivo e li affido alla sensibilità di chi entra in contatto con essi. Questo atto creativo è un po’ come affidare un messaggio in bottiglia al mare. 3. In un tempo in cui si discute molto di educazione affettiva, credi che la scuola abbia bisogno anche di spazi non disciplinari, dove lavorare su emozioni, relazione, conflitto e cura? Negli ultimi anni lavoro sia come docente interno alla scuola sia come esperto esterno su molti progetti che vanno dallo sviluppo dell’espressività all’educazione affettiva, dalla lotta alla dispersione scolastica alla musica e al teatro nei contesti di fragilità sociale. La scuola ha bisogno di momenti di riflessione e di spazi di confronto non giudicante, non soggetti a valutazione. I ragazzi hanno un forte bisogno di adulti con cui confrontarsi alla pari, in luoghi di reale condivisione delle conoscenze. Ci sono scuole che operano già in questa direzione ed è importante che sia così. 4. Azur del mare è diventato anche laboratorio teatrale e spettacolo. Cosa cambia quando una storia passa dalla pagina al corpo? La magia accade quando i ragazzi diventano protagonisti e mettono in gioco il proprio bagaglio esperienziale su temi inattesi. Quando ho iniziato a costruire lo spettacolo di Azur del mare non ho spiegato subito tutta la trama ai giovani interpreti. All’inizio non pensavano di far parte di una storia così toccante. Ci sono entrati poco alla volta e hanno sentito crescere la responsabilità di ciò che stavano facendo. 5. Quando lavori con bambini e ragazzi su temi così duri, che cosa impari tu da loro? Osservo sempre i ragazzi con grande attenzione, cercando di cogliere anche le sfumature più nascoste. Quando riesco a entrare in contatto profondo con loro mi sento arricchito emotivamente, come se vivessi anche le loro storie. I bambini mi insegnano soprattutto la loro enorme capacità di adattamento. Vivono tutto con intensità, con ingenuità e strumenti propri, ma anche con una sorprendente capacità di trovare strategie per stare nel mondo che li circonda. 6. Viviamo un tempo in cui infanzia, guerra, confini e paure collettive sono di nuovo centrali. Che responsabilità pensi abbia oggi l’arte, soprattutto quando incontra i giovani? L’arte ha una responsabilità enorme perché parla direttamente alle coscienze e alle sensibilità delle persone. Ancora più grande è la responsabilità di chi dell’arte diventa tramite. L’arte deve essere al servizio della società che racconta ed educa. Tra i progetti che mi stanno dando maggiore soddisfazione ci sono Campus Teatro, una sfida artistico-didattica del Teatro Municipale di Piacenza, e Il Canto della Terra. Linguaggi di vita e solidarietà, un progetto che attraversa teatro, musica, fotografia, cinema e filosofia, nel segno di una socialità viva e multiforme. In questi giorni, mentre questo articolo prendeva forma, Simone Tansini ha avviato un corso di canto e lettura interpretata all’interno del carcere di Piacenza. Un’esperienza che lui stesso racconta come attraversata da inattesi “fotogrammi di felicità”, capaci di restituire senso e umanità anche in contesti complessi. Parallelamente continuano a svilupparsi percorsi come Campus Teatro e Il Canto della Terra, progetto sempre più trasversale che intreccia linguaggi artistici diversi e apre nuove possibilità di relazione. Segni concreti di un lavoro che non resta sulla carta, ma continua ad accadere, incontrare, trasformare. Un ringraziamento a Simone Tansini per la disponibilità, la generosità delle risposte e per il lavoro che continua a intrecciare arte, educazione e responsabilità umana, dentro e fuori i contesti più fragili. Un percorso che può offrire spunti preziosi a educatori, insegnanti e operatori culturali che lavorano con l’infanzia e l’adolescenza, alla ricerca di linguaggi capaci di attraversare emozioni, relazioni e cura.                               Lucia Montanaro
January 30, 2026
Pressenza
Impatto della guerra sull’infanzia: didattica per la scuola primaria
Gianluca Gabrielli è figura nota a chi frequenta il sito dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. È autore di numerosi testi e articoli di pedagogia e didattica, sulla valutazione standardizzata e le mosse contrastive per riuscire a “farne a meno”, sul militarismo che sta di nuovo asfissiando le aule scolastiche. Gabrielli anima, inoltre, un blog che ospita contributi sui suddetti temi, «Per chi suona la campanella». Il titolo ripropone quello di una raccolta di racconti pubblicata anni fa: memorie personali autentiche, passate alla lente della favola che spesso riveste di un’aura nostalgica, ma anche angosciante, i nostri ricordi (AAVV, Quando suona la campanella. Racconti di scuola Manifestolibri, Roma, 2006). Maestro e Storico: metto in questo ordine le attività di Gianluca Gabrielli perché entrambe sono annodate e costituiscono quella che è la sua personalità di uomo e di professionista. L’esercizio dell’arte e della professione docente conferisce accenti importanti e, potremmo dire, riorganizza i suoi studi storici. La storia dell’Infanzia nel Novecento, nello specifico durante il periodo fascista, accende nella sua didattica quotidiana una particolare attenzione verso quei bambini e bambine che, in una classe multietnica, gli effetti delle guerre li hanno sulla pelle. Effetti del vecchio e nuovo colonialismo, espresso di recente in toni elogiativi nelle pagine del testo Nuove Indicazioni Nazionali per il Curricolo del Primo Ciclo dell’Istruzione (MIM, 2025), sul quale invito a leggere il parere del Consiglio di Stato, assai negativo rispetto,  non solo ai contenuti, ma alla maldestra forma (09/09/2025 n. 829). Se sulla genericità del concetto di bambino e bambina, fuori da contesti storici, di etnia, di classe, su queste pagine si è già detto, proponiamo una piccola riflessione sulla locuzione-triade “bambini, donne, anziani”. Utilizzata nelle operazioni di salvataggio, sottolineata come aggravante nelle operazioni di violenza bellica condotte contro la popolazione civile, la locuzione, oltre l’uso quasi banalizzato, rinvia al nodo della cura della vita, al suo esordio, al nascere e alla sua fine. Di questo nodo il cardine è la donna che tale funzione di cura continua a esercitare, spesso in forma esclusiva, malgrado la presunta fine delle forme più escludenti del Patriarcato. Dare la vita e vederla perdersi in una trincea, in un bombardamento e, come ha scritto un narratore spagnolo rispetto alla Guerra Civile, en las casas vacias, le case svuotate, denudate dalla guerra. Casa che è anche la Terra Madre, come sa Gianluca che di educazione ecologica si occupa, nell’atto unico dell’educare. L’articolo che proponiamo è complesso, la bibliografia rende ragione degli approfondimenti. Si tratta, a un tempo, di  un contributo per tutti e di una messe di suggerimenti didattici per insegnanti, non solo di primaria, come si può vedere dall’indice dei capitoli: https://www.novecento.org/storia-e-didattica/didattica-in-classe/prima-dellarticolo-11-dalleducazione- -del-fascismo-al-ripudio-della-guerra-della-nostra-costituzione-7094/#proposta. Attendiamo la pubblicazione dell’ultima fatica di Gianluca Gabrielli, Storia attiva per la scuola primaria. Percorsi esperienziali per scoprire il passato in modo attivo e coinvolgente per i tipi della Erickson. Per l’autore ogni traccia è degna di esser esplorata, discussa, di ogni reperto si può raccontare la memoria e inserirlo nel percorso della Storia ufficiale. Sul tema relativo a infanzia e guerra preme rimandare alla lettura del numero doppio nn 56/57 12/2025 Guerra all’Infanzia, pubblicato dal Dipartimento di Studi Storici e Linguistici dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Sottolineo soprattutto l’importanza dei primi quattro interventi e il contributo della nostra Cristiana Ronchieri disponibili a questo link sul nostro sito. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
L’infanzia sotto assedio, l’infanzia protetta: un ponte fotografico tra Gaza e Napoli
Ci sono immagini che non chiedono di essere guardate in fretta. Chiedono attenzione. Presenza. Responsabilità. Between Gaza and Naples. A Childhood Story è una di queste. Il progetto nasce dall’incontro tra due fotografi e due luoghi lontani: Gaza e Napoli. A realizzarlo sono Mahmoud Abu Al-Qaraya, fotografo di Gaza, e Raffaele Annunziata, fotografo e artista napoletano. Attraverso fotografie parallele raccontano la quotidianità di due bambine: Soso, che cresce sotto assedio a Gaza, e Dede, che vive la sua infanzia a Napoli. Le immagini non cercano l’eccezionale, ma l’ordinario. I gesti semplici, i tempi lenti, la vita che scorre. Ed è proprio in questa semplicità che il progetto trova la sua forza. Fare colazione, giocare, stare in casa, affacciarsi, dormire. Azioni che altrove appaiono naturali e che, sotto assedio, diventano fragili. Precari equilibri. Diritti messi in discussione. La guerra non è quasi mai mostrata direttamente, ma è ovunque. Sta negli spazi, nei corpi, nei silenzi, nella luce. Sta soprattutto in ciò che può venire meno da un momento all’altro. Le fotografie non cercano lo shock visivo. Lavorano piuttosto su un piano più profondo, mostrando ciò che resiste: la normalità come atto di coraggio, l’infanzia come spazio violato ma non cancellato, la vita quotidiana come luogo in cui i diritti umani dovrebbero essere più evidenti e risultano invece più drammaticamente negati. Napoli e Gaza non vengono poste in contrapposizione, ma in relazione. Due città di mare, due infanzie immerse in condizioni radicalmente diverse, unite però dagli stessi bisogni fondamentali: protezione, cura, gioco, futuro. Between Gaza and Naples. A Childhood Story non è solo un progetto fotografico. È un ponte narrativo ed etico. Un tentativo di restituire volto e tempo a ciò che rischia di essere ridotto a cronaca. Le immagini non chiedono di essere consumate, ma attraversate. Accanto al lavoro artistico, il progetto sostiene anche una campagna concreta a supporto di Mahmoud Abu Al-Qaraya e della sua famiglia, oggi sfollati a Gaza. Un elemento che rafforza ulteriormente il senso di questo lavoro: non raccontare da lontano, ma restare in relazione. È in questo spazio che abbiamo incontrato Raffaele Annunziata e, attraverso di lui, Mahmoud Abu Al-Qaraya. Nell’intervista che segue, le loro voci si incontrano per raccontare dall’interno la nascita e il senso di Between Gaza and Naples. A Childhood Story. Guardando oggi queste immagini, viene naturale pensare che, se fossero scattate adesso, sarebbero forse più scure, più invernali, più fragili. Non sappiamo se in questo momento Soso abbia un tetto, se abbia freddo, dove dorma. Sappiamo invece che Dede è nella sua casa, dentro una quotidianità protetta. È in questa distanza concreta che le fotografie continuano a parlarci. E ci ricordano che ogni infanzia, oggi, non chiede solo di essere raccontata. Chiede di essere difesa. Abbiamo raccolto le voci di Raffaele Annunziata e Mahmoud Abu Al-Qaraya in un’intervista a due voci, lasciando che il dialogo tra Napoli e Gaza proseguisse anche nelle parole. Ne emerge un racconto che parla di fotografia, ma soprattutto di relazione, responsabilità e infanzia. Come è nato Between Gaza and Naples. A Childhood Story e come si è costruito l’incontro e il dialogo tra voi? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Questo progetto è nato da un desiderio autentico di creare un dialogo umano che andasse oltre la geografia, l’assedio e i confini. Non è iniziato come un progetto pianificato, ma piuttosto come un bisogno di connettersi e di comprendere. Attraverso immagini, conversazioni e momenti condivisi, ha lentamente preso forma un ponte tra due luoghi molto diversi, uniti dall’infanzia come linguaggio comune. Il dialogo non è stato solo artistico o tecnico, ma profondamente umano. Raffaele Annunziata: Mi sono imbattuto per la prima volta nelle foto di Mahmoud a fine agosto, quando già stavo collaborando con altri ragazzi palestinesi. Sono rimasto impressionato dalla bellezza delle sue foto e gli ho scritto per dirgli che ammiravo il suo lavoro. Di lì è partito un dialogo, prima tra fotografi e poi tra amici, quali siamo diventati, che ci ha portato a elaborare il nostro primo progetto fotografico Between Gaza and Naples. A Childhood Story. Che cosa rappresenta oggi per voi questo progetto, dopo il percorso che ha già compiuto? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Oggi questo progetto rappresenta molto più di una serie di fotografie. È la prova che la connessione umana è ancora possibile, anche nelle condizioni più dure. È diventato parte della mia memoria personale e della mia vita quotidiana, uno spazio sicuro in cui torno per ricordarmi perché continuo a credere nelle immagini e nel loro potere di avvicinare le persone, invece di separarle. Raffaele Annunziata: La dimostrazione che singole persone possono dare un aiuto concreto ad altre singole persone, nei momenti di bisogno. Senza intermediari, senza interessi, senza secondi fini. La restituzione alla fotografia di una valenza politica, umanitaria e concreta. Che responsabilità sentite quando scegliete di raccontare l’infanzia attraverso le vostre immagini? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Sento una responsabilità molto profonda, perché l’infanzia non è solo un soggetto visivo, ma vite reali. Cerco sempre di essere onesto e di non sfruttare mai il dolore o l’innocenza. La mia responsabilità è proteggere queste storie dalla semplificazione o dalla distorsione e presentare l’infanzia con dignità e complessità, esattamente per ciò che è, non per come il mondo si aspetta o vuole vederla. Raffaele Annunziata: Io ho scelto di fotografare direttamente mia figlia Dede, per restituire un racconto quanto più reale possibile. Un modello non avrebbe mai avuto la stessa spontaneità di mia figlia quando si sveglia al mattino. Questo mi ha fatto sentire la responsabilità di un padre che sceglie di pubblicare delle foto di sua figlia, di renderla protagonista di una storia che poi è diventata pubblica. Dede è stata ben felice di aiutarci in questa storia e siamo felici di averlo fatto. Mahmoud, puoi raccontarci in che condizioni stai vivendo oggi e cosa significa continuare a fotografare a Gaza in questo momento? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Oggi vivo a Gaza in condizioni estremamente difficili e instabili, dove non esiste una vera sicurezza e non esiste una vita normale. Ho perso la mia casa e gran parte della mia attrezzatura di lavoro, ma non ho perso il desiderio di raccontare la nostra storia. Continuare a fotografare qui non è solo una scelta professionale, è un atto di sopravvivenza e di resistenza. La macchina fotografica è diventata il mio modo di dire: siamo qui, e siamo ancora vivi, continuiamo a sognare, nonostante tutto. Quali sono state le difficoltà più grandi che hai affrontato nella realizzazione delle immagini di questo progetto? Mahmoud Abu Al-Qaraya: La parte più difficile è stata fotografare nella paura costante: paura per me stesso, per i bambini che fotografo e per i loro momenti fragili. Ci sono state anche forti limitazioni negli spostamenti, mancanza di elettricità, blackout di internet e la perdita dell’attrezzatura. Ma la sfida più grande è sempre stata il peso psicologico: documentare l’infanzia sapendo che in ogni momento tutto può essere portato via. Cosa significa per te fotografare Soso e l’infanzia mentre distruzione e instabilità circondano tutto? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Fotografare Soso è un tentativo di proteggere l’infanzia dall’essere dimenticata. Lei non è solo un simbolo, ma una bambina reale che vive le sue giornate tra il gioco e la paura, tra le risate e domande difficili. Quando la fotografo, sento di aggrapparmi a un frammento puro di vita, cercando di dire che l’infanzia a Gaza non è solo vittimismo, ma uno spirito che continua a resistere e a respirare. Qual è oggi il tuo rapporto con questo progetto? È solo un lavoro o è diventato qualcos’altro? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Questo progetto non è più solo un lavoro artistico. È diventato una relazione umana e una responsabilità morale. Fa parte della mia vita quotidiana e della mia memoria personale. Mi sento legato a questo progetto prima come essere umano che come fotografo, perché porta con sé storie reali di bambini che conosco e tra i quali vivo. Cosa vorresti che il mondo capisse guardando le tue fotografie? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Vorrei che il mondo vedesse oltre la distruzione e oltre i titoli politici, per vedere l’essere umano, il bambino e la piccola vita quotidiana che lotta per continuare. Le mie immagini non chiedono pietà, ma comprensione e riconoscimento della nostra umanità e del nostro diritto a una vita normale e sicura. Per quanto puoi dirci, come sta oggi Soso e quanto è importante per te continuare a seguirla e a raccontare la sua infanzia? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Soso è ancora una bambina che cerca di vivere la sua infanzia in condizioni dure, crescendo più in fretta di quanto dovrebbe. Seguirla è estremamente importante per me, perché è un promemoria costante che l’infanzia non è un momento fugace, ma un percorso che deve essere protetto. Continuare a raccontare la sua storia è un impegno per fare in modo che la sua vita non venga ridotta a una sola immagine o a un momento di dolore, ma venga narrata come una vita piena e in continuo divenire. In che modo questo progetto si inserisce nel tuo percorso personale e artistico, e cosa ha aggiunto al tuo modo di intendere la fotografia? Raffaele Annunziata: Between Gaza and Naples. A Childhood Story per me rappresenta un continuo di ciò che ho sempre fatto: raccontare attraverso la fotografia semplicemente la realtà, senza mezzi termini, senza finzione. Ho realizzato documentari e reportage fotografici da quando avevo diciotto anni e gli studi di cinema mi hanno portato ad approfondire questi ambiti. Per me la fotografia ha valore solo se ha un impatto concreto sulla realtà, altrimenti è un mero esercizio estetico, che rispetto ma non mi interessa. Com’è stato lavorare in relazione con un fotografo che vive sotto assedio, e cosa ha cambiato in te, come autore e come persona? Raffaele Annunziata: Quello che accade a Gaza da due anni è per me moralmente inaccettabile. In quanto essere umano ho scelto di non restare indifferente di fronte a un genocidio compiuto sotto i nostri occhi, che si è materializzato in tempo reale sui nostri schermi, attraverso i racconti dei palestinesi. Loro sono degli eroi. Mahmoud e Soso sono degli eroi. Guardando Gaza da Napoli, hai scoperto qualcosa di nuovo sulla tua città o sul modo in cui racconti l’infanzia? Raffaele Annunziata: Guardare Soso costretta ad abbandonare la sua casa e fuggire verso il sud di Gaza è stata per me un’esperienza tristissima. Eppure quella bimba continuava a sorridere, a vivere ogni giorno la sua infanzia fatta di bombardamenti, piedi scalzi, traslochi forzati, giornate senza mangiare, tende che volano via, freddo che non si può riscaldare in nessun modo. Chi cresce nel nostro ovattato Occidente capitalista, i nostri bambini, ignora cosa siano la fame, la sofferenza, il desiderio di un pasto caldo, la felicità per un giocattolo nuovo. Guardare i palestinesi dovrebbe insegnarci a rispettare la vita privilegiata che viviamo ogni giorno, in quanto persone fortunate. Che tipo di cammino immagini per questo progetto? In quali spazi, contesti o luoghi senti che questo lavoro dovrebbe arrivare? Raffaele Annunziata: Ad oggi abbiamo portato il progetto in spazi che riflettono il senso profondo di ciò che abbiamo fatto, come l’ex OPG Je so’ pazzo a Napoli, Can Batlló a Barcellona, Scomodo a Milano, l’Asilo a Napoli e tanti altri. Vorremmo continuare a raccontare questa storia e contiamo di farlo in altre realtà importanti nei prossimi mesi. Nel frattempo stiamo sviluppando altri due reportage fotografici, sempre Between Gaza and Naples. Cosa speri che resti a chi guarda queste fotografie? Raffaele Annunziata: Ho visto alcune persone guardare le foto e iniziare a piangere d’istinto. Ho visto altre persone passarci accanto disinteressate. Le foto provocano qualcosa soltanto in chi è disposto a guardarle, in chi riesce a decifrarne i codici, che nel nostro caso non sono così espliciti, perché non abbiamo voluto spettacolarizzare in nessun modo l’infanzia delle protagoniste. Cerchiamo sguardi disposti a capire cosa c’è dietro, cosa c’era prima e cosa non c’è ora. Se lo capisci, dovrebbe restarti addosso una profonda tristezza. E la voglia di cambiare l’attuale stato delle cose. Se doveste racchiudere questo progetto in una sola frase, quale sarebbe? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Tra Gaza e Napoli c’è una storia di infanzia che si racconta da due città. Un’infanzia sotto la guerra e un’infanzia nella pace, unite da un solo cuore umano. Raffaele Annunziata: Un giorno Soso e Dede si incontreranno. Ringraziamo Mahmoud Abu Al-Qaraya e Raffaele Annunziata per il tempo, le parole e le immagini che ci hanno affidato. Between Gaza and Naples. A Childhood Story Reportage fotografico di Raffaele Annunziata e Mahmoud Abu Al-Qaraya Una selezione di immagini dal progetto fotografico. Video del progetto Between Gaza and Naples. A Childhood Story. Due sguardi, due città, due infanzie in dialogo:  https://drive.google.com/file/d/1o6wKkB3PfRFiGDHB_mG2XRcBfDKx5YuO/view?usp=sharing   Lucia Montanaro
January 16, 2026
Pressenza
Dal caffè sospeso al giocattolo sospeso: Napoli e l’Italia unite da un gesto di solidarietà
A Napoli la solidarietà non è mai stata un concetto astratto. È un modo di vivere, una forma di cura reciproca che nasce dal basso e attraversa i secoli. La tradizione del caffè sospeso racconta proprio questo: chi poteva permetterselo lasciava pagato un caffè in più, destinato a chi non avrebbe potuto ordinarlo. Un gesto anonimo ma profondissimo, capace di ricordare che la comunità viene prima delle difficoltà individuali. È da questa cultura che, nel 2016, il Comune di Napoli trae ispirazione per una nuova forma di solidarietà: il Giocattolo Sospeso. Se un caffè può regalare un momento di calore a un adulto, un giocattolo può regalare un sorriso a un bambino che vive una condizione di fragilità economica. Nasce così un’iniziativa che, anno dopo anno, diventa un appuntamento atteso da molte famiglie e un simbolo della città durante il periodo natalizio. Anche per il 2025 il Comune rinnova il progetto, attivo dal 6 dicembre al 6 gennaio. Chi desidera partecipare può recarsi in uno dei negozi aderenti e acquistare un gioco da lasciare in sospeso. Sarà poi la rete del volontariato cittadino a distribuire i doni alle bambine e ai bambini che vivono situazioni di difficoltà. Per molte famiglie questo Natale sarà complesso. L’aumento del costo della vita, i redditi insufficienti e le nuove forme di povertà emerse negli ultimi anni fanno sì che un semplice giocattolo possa rappresentare molto più di un regalo. Secondo gli ultimi dati Istat, più di un milione e trecentomila minori vivono oggi in Italia in condizioni di povertà assoluta. Nel Mezzogiorno la situazione è ancora più grave e coinvolge una percentuale crescente di famiglie con figli. La povertà minorile non riguarda solo il reddito, ma limita l’accesso a opportunità educative, culturali e ricreative. Durante il periodo natalizio questa mancanza si traduce spesso nell’assenza di un dono, di un momento di gioia da condividere. Il Giocattolo Sospeso non risolve le cause strutturali delle disuguaglianze, ma rappresenta una risposta immediata, concreta e umana. È la forma più semplice e più autentica con cui una città decide di non lasciare indietro i più piccoli. Negli ultimi anni l’intuizione napoletana ha ispirato progetti analoghi in molte altre regioni italiane. Grazie al lavoro di Assogiocattoli e della campagna Gioco per Sempre, il Giocattolo Sospeso è oggi una pratica nazionale, con centinaia di punti vendita coinvolti e una rete di associazioni che si occupa della distribuzione dei doni. Da Napoli a Palermo, da Torino a Bari, il gesto di lasciare un regalo in sospeso è diventato parte di un movimento culturale che unisce le persone attorno all’idea che il gioco sia un diritto e non un privilegio. A incoraggiare la cittadinanza a contribuire è l’Assessora ai Giovani e al Lavoro, Chiara Marciani, che sottolinea il valore dell’iniziativa con queste parole: «Giocattolo Sospeso è l’iniziativa del Comune di Napoli che vuole aiutare, grazie a una raccolta di giocattoli, i bambini e le bambine che vivono un momento di difficoltà. Insieme alle associazioni, alle parrocchie e ai volontari, a breve inizieremo a distribuire i giocattoli, ma per farlo abbiamo bisogno di raccoglierli. Grazie alle cartolibrerie, ai negozi e ai giocattolai che hanno aderito alla nostra iniziativa, possiamo contribuire a questa raccolta e chiediamo il vostro aiuto. Grazie per quello che farete, per gli acquisti che farete e buon Natale a tutti». Le sue parole ricordano che ogni gesto, anche minimo, può diventare fondamentale per costruire una città più giusta e più attenta ai bisogni dei bambini. Negozi aderenti al Giocattolo Sospeso 2025 – Napoli Cartolibreria Gianfranco Lieto, Viale Augusto 43/51 Fanta Universe, Via San Biagio dei Librai 65 Junior Giocattoli, Via Maurizio Piscicelli 25 La Girandola Srl, Via Toledo 400 La Girandola Giocattoli, Via Edoardo Nicolardi 158/162 Leonetti Giocattoli, Via Toledo 350/351 Libreria Mancini, Via Nuova Poggioreale 11 Natullo Toys (tre sedi): Via A. Ranieri 51, Corso Garibaldi 301, Via Nazionale 52 Toys Fate e Folletti Srls, Via Pasquale del Torto 45 IoCiSto – Libreria, Via Domenico Cimarosa 20 Il Fuori Orario, Via Girolamo Giusso 11 G. Guerretta Srl, Corso Ponticelli 23H Raffaello Srl, Via Michelangelo 80 Lucia Montanaro
December 10, 2025
Pressenza
Comune-info: Infanzia e ipocrisia adulta
DI RENATA PULEO SU COMUNE-INFO DEL 25 NOVEMBRE 2025 Ospitiamo sul nostro sito l’articolo scritto da Renata Puleo pubblicato su Comune-info il 25 novembre 2025 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo. «Mi preme riflettere su altri due aspetti di questa opacità, fra loro connessi, l’educazione alla guerra e quella all’obbedienza come valore assoluto, entrambe una ferita inferta al diritto all’infanzia e alla crescita serena. Sul primo tema già in molti si sono espressi, soprattutto all’interno dell’Osservatorio contro la Militarizzazione nelle Scuole e nelle Università. La documentazione sulla costante presenza dei militari dei diversi corpi in funzione di informatori, addestratori, formatori è voluminosa e in costante aggiornamento…continua a leggere su www.comune-info.net.
Lettera Garante dell’infanzia, Villaggio Esercito viola principi tutela dei bambini
Leggiamo con sollievo la pronta risposta della Garante nazionale per l’Infanzia e l’Adolescenza alla lettera aperta a lei rivolta dalla rete 10 100 1000 Piazze di Donne per la Pace.  Oggetto della interlocuzione è la qualità educativa del Villaggio dell’Esercito allestito il mese ottobre scorso in una delle piazze centrali di Palermo. Nella lettera viene espressa la profonda preoccupazione rispetto alla diffusione, nel linguaggio pubblico e nelle pratiche educative, di modelli e messaggi che tendono a normalizzare la guerra e a legittimare il militarismo come orizzonte culturale anche per le bambine e i bambini. E viene chiesto che l’allestimento venga riconosciuto nella sua gravità simbolica, e in aperto contrasto con la tutela dei diritti dell’infanzia. L’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza Marina Terragni ha risposto ed espresso tutta la sua preoccupazione per l’iniziativa. «La nostra Costituzione sancisce all’articolo 11 che L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. La stessa Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza invita a promuovere tra i minori una cultura di pace, affermando il rispetto dei popoli e la prevenzione dei conflitti. Iniziative come quella palermitana rischiano pertanto di violare inderogabili principi elevati a tutela di bambini e adolescenti». Terragni annuncia altresì che sta per avviare una consultazione pubblica rivolta a ragazze e ragazzi tra i 14 e i 18 anni proprio allo scopo di sondare le loro percezioni e i loro vissuti riguardo alla guerra e ai conflitti – sentimenti ancora poco esplorati, benché il tema sia di drammatica attualità – al fine di offrire alle istituzioni utili elementi di riflessione. Da parte nostra, come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, in prossimità della kermesse dell’Esercito Italiano a Palermo abbiamo chiesto all’Ufficio Scolastico Regionale della Sicilia e ai dirigenti scolastici di non sponsorizzare questo evento, e alle/ ai docenti di non rendersi disponibili ad accompagnare nessun/a studente.  Come Osservatorio sono già tre anni che denunciamo e osteggiamo la contaminazione dell’apparato mediatico della Difesa a danno della scuola e della società civile. Iniziative che non hanno alcuna ricaduta educativo-pedagogica se non quella di “normalizzare” la guerra e l’uso della forza, oltre a tentare di reclutare giovani nelle Forze Armate presentata come una “sicura” opportunità di lavoro. Speriamo la dichiarazione della Garante nazionale Terragni stimoli una attenzione nuova anche da parte di tutte le USR di Italia, leggi qui la lettera: Lettera aperta alla Garante dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
Scuola dell’infanzia a Milano con Carabinieri per infondere la “cultura della sicurezza”
L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università denuncia da tempo la crescente presenza dei militari nella società civile e nelle scuole, ma anche il tentativo attraverso questa, di subordinare totalmente la società civile alla Difesa militare e alla “cultura della sicurezza”, anziché all’educazione civica. Questo programma di soggezione politica e cognitiva interessa purtroppo anche bambini e bambine molto piccoli/e. Così, pochi giorni fa la visita fatta da alcuni agenti dell’Arma dei Carabinieri in una scuola dell’infanzia di Milano per “avvicinare bambini e bambine ai valori della legalità e della sicurezza“. Posto che i bambini e le bambine di quella età non distinguono ancora il bene dal male, e che verso gli adulti hanno una soggezione che possiamo definire mitica, consideriamo un abuso infrangere la distanza che insiste per forza di cose tra infanzia e autorità armata.  Sui social della scuola l’iniziativa è stata presentata con toni entusiastici e come occasione di apprendimento. Chiaramente noi non siamo dello stesso avviso per fondate ragioni pedagogiche e di psicologia dello sviluppo. Quale obiettivo intendono raggiungere le FFAA e dell’Ordine con la loro mostra nelle nostre vite quotidiane? Perché cercano così tante occasioni di incontro con la società civile, e in particolare con le nuove generazioni?  Noi diciamo esplicitamente che non c’è nulla di scontato, di ovvio e di naturale nella presenza dei militari nelle scuole. Al contrario si tratta di un fenomeno storico, documentabile attraverso il nostro sito e i Programmi di Comunicazione del Ministero della Difesa, di cui si può avere lucida coscienza comprendendone la nocività e reversibilità, e che si debba agire di conseguenza. Vale la pena ricordare che le espressioni ossimoriche “Cultura della sicurezza” e “Cultura della difesa” sono costrutti ideologici, già ampiamente utilizzati alla vigilia della Prima guerra mondiale, strumentali alla corsa al riarmo.  Qui alcuni scatti dell’iniziativa. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
Sulle montagne del Piemonte la polizia insegna alle scuole dell’infanzia il controllo delle frontiere
A Robilante, località di tradizione occitana in provincia di Cuneo, quasi al confine con la Francia, le maestre della scuola per l’infanzia hanno condotto i bambini e le bambine a fare le/gli “agenti per un giorno” per imparare dalla polizia di frontiera di Limone Piemonte e di Borgo San Dalmazzo come si controllano i confini. La militarizzazione dell’infanzia incrocia dunque la questione delle migrazioni e per questo abbiamo chiesto alla sociologa Maria Perino, di OnBorders e ADL Zavidovici, di analizzare il comunicato della Questura di Cuneo del 23 maggio 2025, “Agenti per un giorno”: avventura e scoperta con la polizia di frontiera, ripreso da diversi quotidiani locali. «Il comunicato in questione è esemplare e inquietante: le categorie interpretative usate per descrivere i fenomeni migratori, la connessione tra sicurezza e migrazioni, la presenza della polizia nelle scuole – già dell’infanzia – presentata come forza rassicurante ed educativa, sono date per scontate, pensiero dominante indiscutibile. Si racconta dell’esperienza dei bambini che hanno partecipato alle giornate organizzate dagli agenti del Settore della Polizia di Frontiera di Limone Piemonte “all’insegna della scoperta e dell’entusiasmo”. Il quadro interpretativo e le modalità comunicative (un “linguaggio semplice e coinvolgente” adatto alla loro età) richiedono attenzione. Il testo, che riporta le posizioni degli agenti di polizia e presumibilmente di molti insegnanti, infatti: * Sottolinea che si è trattato di un’esperienza tra “avventura e scoperta”, enfatizzando il fascino degli strumenti della polizia presentati in forma di gioco. * Condivide l’immagine del “confine” come “soglia di casa” per accedere alla quale “occorre chiedere permesso”.  E la polizia, “proprio come mamma e papà” fanno riguardo alla casa, controlla chi entra nel “nostro paese”. La similitudine paternalistica e la funzione di maternage della polizia forniscono una interpretazione delle società in cui il territorio è “proprietà” dei cittadini – ed è implicito il fatto che si è tali per origine, “sangue”, o per “concessione” – che possono “tollerare” ingressi di “altri” a certe condizioni. Con l’ulteriore problema di collocarvi le persone che nascono in Italia e sono “straniere”, come sicuramente alcuni dei bambini presenti all’iniziativa * Connette le migrazioni al tema della sicurezza. Lo spostarsi non appare come normale, ma un movimento minaccioso per l’isomorfismo tra territorio, stato, “popolo”. Il primo confine è quello tra “noi” e “loro”, di difficile definizione, ma molto evocativo.  * Implicitamente richiama la dicotomia tra l’immigrato bisognoso che viene “accolto” e l’immigrato minaccioso da respingere come categoria risolutiva per descrivere le migrazioni. * Sostiene che l’ascolto dei racconti degli agenti è stato occasione di imparare “il rispetto delle regole e della collaborazione”. Infatti “l’iniziativa si inserisce in un più ampio progetto volto a promuovere la cultura della legalità e la conoscenza delle istituzioni tra le nuove generazioni, sottolineando l’importanza della collaborazione tra la Polizia di Stato e le scuole del territorio”. Grande lavoro per gli insegnanti. Il breve comunicato può infatti essere letto come esempio del “banale” nazionalismo, militarizzato e integrato continuamente nel senso comune da meccanismi istituzionali, il che di fatto lo rende meno messo in discussione e quindi molto più forte. Fornire “altre lenti” per guardare e stare nella realtà è difficile e urgente». Maria Perino, OnBorders e ADL Zavidovici
Aeronautica militare nei libri per l’infanzia…e al Parlamento chiede più risorse
Il 28 marzo di due anni fa l’Aeronautica militare italiana celebrava il suo centenario e l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università è stato testimone della macchinosa campagna pubblicitaria che fuori e dentro le scuole ha imposto un passato di gloria e ha proiettato verso un futuro di avventure aerospaziali. Ci chiediamo, tra le altre cose: sarà per questo che nel 2023 Elon Musk figurò tra i partecipanti del forum politico Atreju? Oltre alle proficue collaborazioni con il mondo industriale e della ricerca accademica, l’aeronautica militare è entrata nel mondo dell’editoria per bambini. Era infatti presente al Salone del Libro di Torino con libri di ogni formato e tipo, storie a fumetti e anche libri accessibili a bambini con difficoltà di lettura, quindi stampati in braille nero e con scritte in rilievo. Alle sue riviste specialistiche e collane per adulti si aggiungono quindi storie di velivoli, di battaglie aeree, di personaggi noti e meno noti destinate a lettori molto piccoli di età. Ci sembra utile ricordare anche lo spot tv del piccolo Ruggero (Roger) trasmesso in quei mesi proprio per celebrare il centenario dell’aeronautica militare. Con una imbarazzante fusione di riferimenti militari in un quadretto romantico e sottofondo musicale adrenalinico, viene presentata la storia di un bambino che vuole diventare pilota di aerei e che una volta adulto accoglie una giovane ragazza con lo stesso sogno ad una mostra sulla tecnologia del volo.  Mentre tutto questo veniva portato al pubblico, il Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Luca Goretti riferiva in Parlamento sulla costosa ma mirabile dotazione di strumenti aeronautici militari italiani sui quali non possiamo permetterci di arretrare: il velivolo di addestramento T-346 autentico fiore all’occhiello dell’ingegneria aerospaziale nazionale, la nostra partecipazione al programma internazionale JSF (Join Strike Fighter) che ci permette di avere nostri F-35, la sorveglianza dei cieli europei in perfetta sincronia con oltre 100 velivoli dell’alleanza atlantica sul fianco orientale della NATO,  velivoli per il rifornimento in volo, velivoli a pilotaggio remoto. Con tutta l’autorità possibile invitata i ministri a salvaguardare questi risultati, e incrementarli in tempi rapidi.  Questo spirito di governo ci atterrisce, ecco perché denunciamo come sospetta la presenza delle Forze Armate non solo nelle scuole, ma anche negli ambienti ricreativi per bambini, e denunciamo come pericolosi i contenuti che inneggiano alle guerre e al valore militare. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università tenta con il suo lavoro di interporsi tra le emittenti di propaganda e il pubblico disattento o poco informato. Vediamo intellettuali embedded e rappresentanti di governo sminuire e infantilizzare anche le contestazioni più argomentate. Ma l’opinione pubblica è contraria alla guerra e con tenacia continua a organizzare presidi per la pace, in numerose città, e questo ci conforta. Continueremo a scrivere e denunciare i piccoli e grandi segni del processo di militarizzazione della società in atto.  Scriveteci a osservatorionomili@gmail.com per segnalare eventi che vedano la cultura militare entrare negli spazi dell’infanzia e della formazione, seguite i nostri social Facebook, Instagram, X, parlate del nostro lavoro ai vostri contatti e il prossimo 16 maggio se siete a Roma venite a trovarci allo Spin Time o seguite su Zoom il nostro convegno nazionale.  Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università