Tag - capre

Prevenire gli incendi usando vacche, capre e asini: l’esperimento della Spagna
A Vincios, comune della Galizia spagnola, un incendio nel 2017 spazzò via ettari di sottobosco e convinse gli abitanti a fare i conti con il passato. Le associazioni che gestiscono collettivamente il territorio hanno rimesso al pascolo la vacca Cachena, la razza bovina più piccola della penisola iberica, insieme a capre e pecore, perché brucassero la vegetazione secca prima che potesse essere arsa dal fuoco. Da allora la pratica si è allargata ad altre regioni spagnole: pastori, sindaci e volontari riportano in campo un metodo vecchio quanto la pastorizia, mentre il Paese esce da un 2025 da record per superficie bruciata e affronta un’estate 2026 con temperature di luglio superiori di oltre 5 gradi rispetto alla media 1961-1990. La Cachena, chiamata localmente “vacca-capra” perché mangia quasi di tutto e si arrampica dove le mandrie più grandi non passano, era quasi scomparsa a causa della piantumazione intensiva di pini ed eucalipti per l’industria del legno, mentre la popolazione rurale migrava verso le città e i terreni restavano incolti. Il risultato è stato un accumulo di sterpaglie e arbusti proprio nella regione che nel 2025 è stata l’epicentro della peggiore stagione di incendi mai registrata in Spagna. Il ritorno della Cachena racconta la scala del fenomeno: il capo di bestiame è passato da circa 400 a 8mila esemplari all’inizio del 2026, mentre anche in Andalusia, Catalogna e Castiglia-La Mancha proprietari terrieri e collettivi scelgono l’allevamento come prevenzione. Le capre restano l’animale più usato: tra i pochi erbivori che si nutrono volentieri di arbusti spinosi e piante secche, il materiale più infiammabile, e per questo creano le fasce tagliafuoco. La tecnica, riconducibile all’agroforestazione, è stata adottata quest’estate anche nelle aree colpite dagli incendi di Ávila e Madrid. Raquel Tejedor, tecnica di ricerca del Centro Tecnologico Forestale della Catalogna, sostiene che questo approccio possa dare un contributo decisivo alla prevenzione degli incendi, soprattutto nelle zone di confine tra pascoli e boschi. La Commissione Europea sostiene progetti simili con i fondi LIFE. Resta un nodo economico: mantenere un gregge costa e non rende granché, così sono le amministrazioni locali a finanziare i pastori, integrando le altre pratiche di gestione del territorio. Accanto a capre e vacche, in Catalogna sono comparsi anche gli asini. Il progetto Burros Bomberos (Asini Pompieri) è nato nel 2013 a Tivissa, Tarragona, quando un incendio minacciò la proprietà del sindaco del paese: da un piccolo gruppo di animali è cresciuto fino a contare centinaia di asini impiegati per tenere puliti boschi e terreni comunali. I sentieri che scavano brucando, secondo i promotori, potrebbero servire ai vigili del fuoco per trascinare le manichette. Nel parco di Doñana, in Andalusia, l’associazione El Burrito Feliz (L’Asinello Felice) porta avanti da un decennio un’iniziativa simile con diciotto asini, i “pompieri erbivori” come li chiama il presidente Luis Manuel Bejarano: lavorano sette ore al giorno da marzo a novembre e, sostiene l’associazione, nella zona non si registra un incendio boschivo da nove anni. In Catalogna la rete Ramats de Foc, della Fondazione Pau Costa con i vigili del fuoco della Generalitat, mette in contatto allevatori e servizi antincendio. Che non si tratti solo di buon senso contadino lo conferma uno studio pubblicato sulla rivista Land che ha analizzato il caso della Sierra de Gata, in Estremadura, dove un incendio nel 2015 bruciò quasi 8mila ettari. Il progetto Mosaico-Extremadura, nato in risposta al rogo, ha coinvolto pastori e agricoltori in 23 interventi su 732 ettari, il 18% zootecnici. Le simulazioni del comportamento del fuoco mostrano che le aree pascolate hanno migliorato la capacità di estinzione dell’incendio nell’84% della superficie analizzata nello scenario più moderato, e nel 76% in quello estremo, soprattutto sui pendii scoscesi dove le capre arrivano dove i mezzi meccanici non passano. In Andalusia il programma RAPCA (Red de Áreas Pasto-Cortafuegos de Andalucía, in italiano Rete di Aree Pascolo-Tagliafuoco dell’Andalusia), coinvolge già 220 pastori su quasi 6mila ettari di fasce tagliafuoco nei boschi pubblici. La pratica non è un’esclusiva iberica. In California, tra Fresno e San Clemente, le capre pascolano il cardo giallo, pianta molto infiammabile; in Italia, sul monte Magnodeno sopra Lecco, i pastori ricevono dal 2023 terreni comunali gratuiti in cambio della pulizia del sottobosco. Il filo che lega queste storie è lo stesso: dove l’uomo ha abbandonato la montagna, il fuoco ha preso il suo posto, e a contenerlo, paradossalmente, non sono i droni o gli elicotteri, ma un gregge che bruca come accadeva prima che venissero inventati gli idranti.   The post Prevenire gli incendi usando vacche, capre e asini: l’esperimento della Spagna appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 5, 2026
L'INDIPENDENTE
Il formaggio di Agitu torna in Africa
Nel 2020 fece clamore il femminicidio di Agitu Ideo Gudeta, imprenditrice agricola e ambientalista di origini etiopi, che in Trentino aveva trovato il luogo per realizzare un’economia sostenibile. Oggi il suo sogno è rinato in Burundi grazie a un’associazione che ha recuperato le attrezzature della pastora per avviare un caseificio gestito da donne. Un’eredità di resistenza che continua oltre i confini. Agitu Ideo Gudeta, una donna originaria dell’Etiopia, è una vittima di femminicidio. Fu assassinata il 29 dicembre 2020 a Frassilongo, un paesino del Trentino, da un pastore ghanese che lei aveva aiutato accogliendolo come collaboratore nella sua azienda agricola. Arrivata in Italia a 18 anni, conseguita la laurea in Sociologia a Trento, era tornata in Etiopia per dedicarsi a progetti di economia sostenibile contro l’inquinamento e la devastazione ambientale. Ma il suo impegno di attivista per i diritti degli allevatori e contro le speculazioni la rese invisa al governo. A rischio di arresto e minacciata di morte, fu costretta a lasciare il Paese natale. Tornò a Trento, e dopo un lungo peregrinare trovò nella Valle dei Mòcheni il luogo ideale per realizzare la sua visione: un’economia agricola sostenibile, in armonia con la natura, basata sull’allevamento della capra pezzata mòchena, razza autoctona dalle elevate capacità produttive. Grazie alle conoscenze apprese dalla nonna e dai pastori a fianco dei quali aveva combattuto in Etiopia, recuperò terreni abbandonati e li trasformò in risorse. Nel suo maso produceva formaggi con metodi tradizionali e li vendeva direttamente, diventando una figura nota nelle valli e nei borghi trentini. Tra questi, Brentonico, tra il Monte Baldo e il Lago di Garda, gemellato con Muyinga in Burundi. Dal Trentino al Burundi Mauro Dossi è stato il sindaco di questo Comune. «Nel 1994 facemmo una scelta famigliare e decidemmo di prendere in affido una ragazzina burundese di 13 anni, Josiane, che stava vivendo l’esperienza drammatica dello scontro fra gli Hutu e i Tutsi», racconta. «Nel 1997 venne ucciso suo padre e decidemmo di accompagnarla in Burundi al suo funerale». Là Doss irimase impressionato dalla situazione sociale che si viveva nel Paese e decise di fare qualcosa. Fondò l’associazione “Il Melograno” (https://www.associazionemelograno.com/, che negli anni costruì orfanotrofi, falegnamerie, officine e laboratori di cucito, con un modello economico in cui il 50% degli utili delle attività commerciali veniva destinato alle scuole materne e agli orfanotrofi. Nel 2007, Il Melograno avviò una cooperativa agricola con dieci donne burundesi, oggi cresciute fino a settanta. Una scelta volutamente femminile in un contesto in cui sono le donne a sostenere la vita quotidiana: lavorano la terra, raccolgono l’acqua, cucinano, crescono i figli e mantengono le abitazioni. Oggi, le socie lavoratrici stanno coinvolgendo i figli, educandoli a non ripetere gli errori dei padri. Grazie al microcredito interno, la cooperativa ha raggiunto l’autosufficienza alimentare, lavorando 6 ettari di terreno, un dato impressionante se si tiene conto che il Burundi è un Paese con una delle più alte densità abitative al mondo (è grande come il Piemonte, ma ci vivono 12 milioni di persone) e la terra è un bene preziosissimo. Casari senza frontiere Il Melograno aiutò la cooperativa con un allevamento di mucche, capre e maiali, e favorì l’adesione a un consorzio per la raccolta e la vendita del latte. Tuttavia, il limitato mercato locale non permetteva di sostenere i costi di produzione, e il trasporto fino alla capitale, distante 170 chilometri, era insostenibile. La soluzione fu la produzione di formaggio, un prodotto più facilmente trasportabile. Molti allevatori burundesi nemmeno sapevano cosa fosse il formaggio, ma accettarono l’idea e avviarono la costruzione di un caseificio. A quel punto sorse però il problema che in Burundi non ci sono attrezzature per i caseifici, anche perché in tutto il Paese ce ne sono solo tre. È allora che Dossi si ricordò di Agitu. «L’avevo conosciuta perché compravo i suoi formaggi», ricorda l’ex sindaco. «Mi venne l’idea di andare a vedere che fine avessero fatto le sue attrezzature. Nel retro del suo laboratorio a Frassilongo trovammo una situazione non idilliaca: l’attrezzatura era su un prato fuori dal caseificio. La esaminammo con un nostro esperto e decidemmo che tutto ciò che era recuperabile lo avremmo recuperato. Con un container la portammo tutta in Burundi. Avremmo potuto prenderla anche da un’altra parte, però aveva un significato prendere proprio quella». Pagina Facebook La capra felice In Trentino si era tentato più volte di riavviare l’attività di Agitu, senza successo. «Abbiamo fatto la proposta all’avvocato Molinari, curatore dei beni della pastora. La proposta fu accettata e quindi abbiamo portato tutto in Burundi. Abbiamo invitato ad andarvi dei nostri casari e abbiamo formato i casari loro. Fra l’altro abbiamo scelto e individuato anche una ragazza, che assomiglia tantissimo ad Agitu. Abbiamo formato lei e un ragazzo. Oggi il caseificio di Muyinga produce formaggio e funziona a pieno regime. Noi sistematicamente andiamo giù ogni sei mesi con dei casari e li aiutiamo a crescere, però loro intanto sono già diventati autonomi: producono il formaggio e lo portano nella capitale. Li abbiamo aiutati a trovare dei canali che consentano loro di venderlo in ristoranti e negozi. Il formaggio ovviamente si chiama “Agitu”». E il sogno non si ferma qui. «Vorremmo portare in Burundi anche il gregge di Agitu, o almeno gli animali sopravvissuti: quattro capre e un caprone», racconta Dossi. L’idea è quella di consolidare la capra mòchena, la razza che Agitu contribuì a salvare dall’estinzione, e far nascere un allevamento gestito dalla cooperativa femminile. Un progetto che chiuderebbe il cerchio, riportando idealmente Agitu nella sua terra. Le difficoltà burocratiche e sanitarie per il trasferimento degli animali rendono questa fase ancora incerta, ma quel che è certo è che, se Agitu avesse avuto la possibilità di ricostruire in Etiopia ciò che aveva realizzato in Trentino, lo avrebbe fatto senza esitazione. Oggi, nel caseificio di Muyinga, una targa in sua memoria sembra dire: “Guarda, tu sei qui. Ti abbiamo riportata in Africa attraverso la tua attrezzatura, in un contesto che avresti di sicuro amato”.   Africa Rivista
October 16, 2025
Pressenza