Dentro e fuori i confini. La violenza come sicurezza e lo stato d’emergenza permanente
(disegno di otarebill)
L’arresto di Mohammed Hannoun e di altre otto persone solidali con la Palestina
non rappresenta un episodio isolato, né una deviazione imprevista del sistema
giudiziario italiano. È un evento che chiarisce la direttrice intrapresa dallo
Stato non solo nei confronti del movimento palestinese, ma anche delle altre
forme di dissenso che provano a mettere in discussione i fragili equilibri e le
tendenze dell’ordine geopolitico attuale. Sono arresti, peraltro, coerenti con
la consolidata traiettoria di subordinazione dell’Italia – non certo una novità
di questo governo, ma caratteristica dell’intero establishment politico – alle
politiche israeliane di criminalizzazione e disumanizzazione dei palestinesi, e
in continuità con il processo in corso contro Anan Yaeesh, Ali
Irar e Mansour Doghmosh, detenuti da oltre due anni sulla base di accuse di
terrorismo formulate da Israele.
La continuità tra questi casi non è un dettaglio tecnico: rivela la scelta
politica di sostenere attivamente un sistema di oppressione che oltrepassa il
contesto palestinese e affonda le proprie radici nella storia del Nord globale,
nelle sue relazioni imperiali e nei meccanismi di disciplinamento sociale. I più
recenti interventi repressivi in Italia (il processo in corso contro i tre
palestinesi, la tentata espulsione dell’Imam di Torino, l’arresto di Ahmad
Salem, la criminalizzazione delle proteste contro La Stampa, la chiusura del
centro sociale Askatasuna, il decreto Delrio) si inseriscono in una strategia
transnazionale riconoscibile. In Germania, Francia, Regno Unito e Stati Uniti
osserviamo da mesi un uso crescente e convergente degli strumenti giudiziari e
amministrativi contro attivisti palestinesi e contro i movimenti solidali con la
Palestina. Tuttavia, non si tratta di un fenomeno recente: affonda le proprie
radici nella storia stessa dello Stato moderno, che ricorre alla forza quando
non è più in grado di governare o contenere il dissenso. È in questo contesto
che gli eventi italiani vanno analizzati.
Non è necessario soffermarsi sulla fragilità dell’impianto accusatorio nei
confronti dei cosiddetti “colpevoli di Palestina”, né sulla sua evidente natura
politica, rivelata non solo dall’assenza di rigore investigativo, ma anche
dall’approccio apertamente orientalista e islamofobo ormai istituzionalizzato. È
invece importante evidenziare il significato politico del ruolo svolto da
Israele nella costruzione dell’accusa, dal momento che il materiale probatorio è
prodotto quasi integralmente dai suoi apparati.
Non siamo di fronte a una semplice collaborazione giudiziaria, ma a un processo
di delega di una funzione sovrana a uno stato straniero. È Israele a determinare
la definizione di “terrorista”, quali relazioni risultino sospette e quali
parole siano da considerare come una minaccia; L’Italia recepisce queste
definizioni e le fa proprie, talvolta in evidente contraddizione con le
normative nazionali e internazionali, attribuendo loro valore processuale e
applicandole sul proprio territorio.
Questo dato non è rilevante perché presuppone un’autonomia violata del potere
giudiziario – che è parte integrante dell’apparato statale e dei suoi interessi
politici – ma perché smaschera la finzione della separazione dei poteri e
dell’indipendenza decisionale. Quando l’ingerenza coloniale diventa così
visibile, quando le relazioni tra i livelli differenti delle catene di comando
non possono essere dissimulate, emerge una frattura che rivela la struttura
gerarchica dell’ordine internazionale e l’intreccio dei meccanismi statali che
lo compongono.
Gli arresti e la repressione generalizzata in Italia e nel resto d’Europa non
sono semplicemente una “stretta a destra”, ma manifestazione delle pratiche di
gestione di questa fase storica da parte di un ordine internazionale fondato
sull’imperialismo. Nonostante la retorica della svolta postcoloniale del secondo
dopoguerra, i rapporti tra il Nord globale e gli stati “non allineati” sono
rimasti definiti sulla base dell’uso della forza e sulla violazione sistematica
delle sovranità. L’aggressione statunitense contro il Venezuela – con il
sequestro e il processo farsa al presidente Maduro – è solo l’ultimo esempio di
questa strategia, già evidente con i vari colpi di stato, i cambi di regime
forzati, l’attacco e l’occupazione di Afghanistan e Iraq dell’ultimo trentennio.
In questo scacchiere Israele occupa una posizione tutt’altro che secondaria.
Israele, infatti, non esporta semplicemente intelligence o cooperazione
militare: esporta un modello coloniale di gestione del dissenso fondato sulla
criminalizzazione preventiva, sull’equiparazione tra solidarietà politica e
minaccia alla sicurezza, e sull’impiego sistematico di narrative orientaliste e
razziste che vengono universalizzate tramite il diritto e le legislazioni che le
incorporano, come nel caso del decreto Delrio.
La capacità israeliana di orientare la narrativa giudiziaria e mediatica europea
non deriva da una coercizione esplicita, ma dall’allineamento volontario degli
stati europei, che interiorizzano queste categorie in quanto funzionali alla
stabilizzazione del proprio assetto interno. Gli stati del Nord globale non
subiscono il modello repressivo israeliano: lo adottano e lo integrano,
riconoscendovi un repertorio efficace di controllo sociale e contenimento del
dissenso.
Questa dinamica rinvia a un nodo teorico cruciale: il ruolo attribuito al
diritto e l’illusione che questo possa operare come garante per il mantenimento
degli equilibri interni ed esterni, nonché per la limitazione del ricorso alla
violenza. È necessaria una critica radicale di queste strutture istituzionali e
legislative (e discorsive) che dissimulano rapporti di forza radicalmente
ineguali in un’apparente condizione di democrazia e parità di diritti. Benjamin
scrive che lo stato di emergenza in cui viviamo non è l’eccezione ma la regola,
una verità che l’ordine politico si adopera a occultare. La prepotenza
imperialista viene presentata come un’eccezione, come un’anomalia temporanea
dovuta al presentarsi di condizioni straordinarie, in un sistema che
pretenderebbe di garantire giustizia universale e tutela dei diritti,
esattamente come avviene con le politiche di repressione domestiche. L’omicidio
di Renee Nicole Good da parte di un agente Ice negli Stati Uniti è stato
trattato come un episodio isolato e giustificabile, narrato attraverso paradigmi
di eccezionalità, come se non ci fosse continuità e sistematicità nelle pratiche
violente della polizia americana, che solo pochi anni fa uccideva nella stessa
città George Floyd, e continua ad attuare azioni repressive verso studenti e
gruppi razzializzati spesso incarcerati e deportati.
Collocare l’intensificarsi dei provvedimenti repressivi dentro un quadro
giuridico ordinario non solo legittima la coercizione del dissenso, ma rende
egemoniche e indiscutibili le politiche autoritarie dei singoli governi,
cercando di far “digerire” le più evidenti forzature del sistema imperialista
come deviazioni destinate a essere riassorbite in un presunto equilibrio
internazionale. Lungi dal costituire un argine alla violenza e all’ingiustizia,
il progressivo rinnovamento degli ordinamenti giudiziari diventa lo strumento
attraverso cui la violenza viene ridefinita come sicurezza, e normalizzata nei
meccanismi di governo.
La questione non è più domandarsi perché lo Stato reprima con più o meno
intensità in un determinato momento, ma interrogarsi su quali implicazioni
questa repressione abbia per chi si organizza politicamente: quali margini di
contraddizione si aprono, quali illusioni devono essere decostruite e quali
strategie riformulate. Se la repressione è un indicatore della crisi del
sistema, è proprio in quella crisi che si colloca lo spazio della possibilità
politica.
Per Gramsci “la crisi consiste nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può
nascere; in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”.
Anche nella crisi che attraversiamo appare evidente come i poteri, incapaci di
produrre consenso, abbiano abbandonato la mediazione e governino apertamente
attraverso la coercizione. Gli arresti degli ultimi mesi, la chiusura degli
spazi sociali, le intimidazioni nelle università, la censura crescente
testimoniano questa traiettoria.
La questione palestinese ha avuto, negli ultimi due anni, la capacità di
destabilizzare, almeno in parte, il discorso ufficiale dell’Occidente. Ha
riaperto ferite coloniali che si credevano chiuse, ha esposto la complicità
delle democrazie liberali e smascherato la loro natura oppressiva, ha mostrato
la strumentalità del paradigma dei diritti umani, ha riportato al centro
categorie – colonialismo, resistenza, liberazione, imperialismo – che erano
state marginalizzate. Il sistema reagisce tentando di impedire che la
solidarietà si possa trasformare in coscienza politica salda e organizzata.
Questa fase va attraversata cercando di non rimanere schiacciati. La retorica
del rispetto dei diritti umani è ormai uno strumento difensivo buono solo per
quelle aree politiche che lo utilizzano per nascondere le proprie complicità; lo
spontaneismo delle recenti mobilitazioni di piazza ha mostrato di non avere
sufficiente capacità di riproduzione politica; il sentimentalismo della
solidarietà occasionale è buono per i mercanti delle organizzazioni
internazionali e gli enti del terzo settore. Ciò che serve è organizzazione
politica: un lavoro costante di produzione di senso, di costruzione di legami e
di continuità tra i momenti alti e quelli bassi della mobilitazione. Un lessico
capace di sottrarsi all’umanitarismo strumentale e di riportare al centro la
dimensione storica e politica della questione palestinese, così come delle altre
questioni internazionali. Un’analisi in grado di individuare le connessioni
concrete tra ciò che avviene nei singoli paesi e l’evolversi dell’ordine
globale.
Conoscere il sistema almeno quanto esso conosce sé stesso è indispensabile. Rosa
Luxemburg avvertiva che “le sconfitte, se comprese fino in fondo, rappresentano
la scuola più feconda dei movimenti rivoluzionari”, perché obbligano a
confrontarsi con la realtà, a confrontarsi con i rapporti di forza, a
distinguere desideri e possibilità, a uscire dalle illusioni paralizzanti. Ciò
che sta accadendo per opera dei governi e dei tribunali di mezza Europa, e degli
Stati Uniti e in tanti altri posti del mondo “democratico” costringe a una
chiarezza di visioni e di intenti: trasformare la fase repressiva da spazio di
paralisi a momento di riorientamento strategico. Decostruire la narrazione, non
farsi ingabbiare nella dicotomia “umanitario-terrorista”, non permettere che sia
la criminalizzazione selettiva a stabilire i confini del discorso. (mjriam abu
samra)