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Philip Dick e il gioco del labirinto mortale
Un romanzo mai scritto di Philip Dick che si sarebbe dovuto chiamare: "Il nome del gioco è morte". La sua trama costituisce una metafora del conflitto che a breve potrebbe caratterizzare le nostre società. Il romanzo, avrebbe dovuto narrare la contrapposizione tra due filosofie dell'uomo, della "natura umana". La prima è quella che vede l'uomo come un individuo isolato, proteso in una permanente lotta contro i suoi simili per affermarsi e prevalere, l'altra è quella che vede il genere umano come una sorta di unico organismo "poliencefalico" la cui caratteristica principale consiste nel condividere esperienze e conoscenze. Sembra soltanto una versione aggiornata dell'ormai frusta diatriba tra individualismo e collettivismo. La mia opinione è che la posizione di Dick non dovrebbe essere letta in termini così manichei... Continua a leggere→
February 26, 2026
Rizomatica
In dialogo con Alberta Basaglia
LA PREVENZIONE COME ANTIDOTO ALL’INFELICITÀ E IN DIFESA DELLA SALUTE MENTALE Alberta Basaglia è psicologa e da anni lavora sulle tematiche legate al contrasto della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, proponendone anche una lettura per l’infanzia. In particolare, per il Comune di Venezia ha dato vita al Centro Donna/Centro Antiviolenza e ha promosso gli interventi della stessa amministrazione in ambito di politiche giovanili e di pace. È presidente dell’Archivio Basaglia, la cui sede è presso l’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti. Figlia di Franco Basaglia e Franca Ongaro. L’incontro con Alberta Basaglia inizia con molta emozione e curiosità perché il suo spirito pronto, innovativo e libero mi conquista e rimanda qualcosa di preziosamente nuovo e originale. Il pensiero basagliano attraversa il nostro incontro per come utilizziamo le parole e il linguaggio, e nel modo stesso di sentirci vicine: non ci abbandona mai, nemmeno per un attimo, l’idea che sia necessario lottare per i diritti della persona e della collettività. Apriamo così l’intervista, parte di un progetto di ricerca indipendente che tenta di riflettere sul pensiero collettivo e sull’azione che da esso deriva. Ci interroghiamo, in particolare, sugli effetti dell’azione umana e della sua capacità trasformativa. Ci chiediamo se il pensiero-in-azione, fonte di cambiamento, possa agire sulle relazioni e sugli affetti garantendo il bene dell’individuo e dell’intera comunità. Una riflessione, insomma, sullo stato dell’arte dei sentimenti dell’essere umano e del legame sociale. Gentile Alberta Basaglia, vorrei pensare insieme a lei il livello di sofferenza che vivono i giovani nella nostra contemporaneità. Credo che in loro s’incarni, potenzialmente e malgrado tutto, l’eredità del mondo e che abbiano delle responsabilità, di dovere e di diritto, verso un impegno con la vita. I ragazzi e le ragazze, probabilmente, percepiscono la difficoltà di un investimento emotivo su loro stessi e, perciò, la fatica del cambiamento e della crescita diventa, a volte, insostenibile. Il processo trasformativo e lo sviluppo personale, però, sono il fondamento per affrontare il passaggio dalla solitudine e dall’isolamento verso lo stare insieme proprio di una comunità. Mi chiedo, quindi, come avere cura dei giovani e del loro disagio — parola così tanto utilizzata attualmente. Come possono traghettare dal loro mondo interno a quello esterno (e viceversa) senza perdersi troppo oppure sprecare il tempo e la vita? Qual è la strada affinché l’adulto se ne possa occupare in modo preventivo, intraprendendo una via che contrasti l’insidioso timore che pure fa parte della gioventù? Esiste, insomma, la possibilità che l’adulto, e la comunità tutta, possano diventare capaci di contenere il vuoto emotivo e psichico che il ragazzo e la ragazza in crescita vivono e che permea, in qualche modo, l’intera società? Alberta Basaglia è seduta sul divano del suo studio, assume una posizione confortevole e mi rivolge uno sguardo attento e disponibile. Si parla molto di disagio giovanile, ma non assocerei propriamente ai giovani la parola disagio. Soprattutto dopo l’epidemia da Covid si è pensato che fossero venuti alla luce tanti malesseri e problematiche significative prima nascoste e sopite. In realtà credo che lo stare in solitudine abbia fatto sì che i ragazzi si trovassero per la prima volta in contatto con il proprio sé. Fino ad allora, probabilmente, avevano avuto poca esperienza di una relazione intima con se stessi. La clausura e l’isolamento forzato è come se avessero fatto scoprire a tutti noi, all’improvviso, un atteggiamento diverso nei confronti delle cose e del mondo. È come se avessimo scoperto che esiste davvero un bisogno indispensabile di comunità in ciascuno e che questa esigenza, alla fine di quel lungo periodo, come per incanto, sia tornata invisibile. Sembra essere stato un desiderio mai incontrato. Gli adulti se ne sono subito dimenticati assieme a quella volontà di trovare nell’altro speranza per costruire rapporti migliori basati sull’ascolto e sull’empatia. I giovani ricordano di più, dimenticano meno. Il problema può nascere se, durante il nuovo incontro con il proprio sé da parte dei ragazzi, l’ambiente non risponde e il sé dell’adolescente o del giovane non trova così risposta. Rifletterei, perciò, sulla necessità di creare e costruire luoghi di confronto e relazione, dove ragazzi e ragazze possano inventare un modo nuovo di stare insieme e una modalità diversa di convivenza. Piuttosto che parlare di disagio — che, come un’etichetta, rischia di sviluppare nuove malattie — parlerei di volontà di rompere l’ottusità. Il mondo esterno, inteso come l’ambiente che circonda il giovane e la giovane, pare essere basato su una posizione adultocentrica. Viviamo in una società organizzata soprattutto sugli adulti, solitamente maschi, per cui gli altri — bambini, adolescenti e donne — restano soli e senza un canale di sopravvivenza e di possibilità di comunicazione. È una comunità societaria che certamente non rispecchia l’altro nella sua differenza e potenzialità, ma addirittura lo respinge e non lo riconosce. La società e l’ambiente vivono dell’altro-che-non-ascolta e che-non-è-ascoltato. L’altro non incuriosisce e può diventare un ostacolo insormontabile che spinge l’individuo ad atti di rottura reattivi, per annientarlo. Questa violenza aggressiva sembra essere per un giovane un segnale molto forte. Potrebbe essere l’unico modo per poter dimostrare la sua sofferenza e la distanza dal mondo degli adulti. Un mondo che non ascolta e che solamente si aspetta che il giovane sia la sua stessa immagine. Il rischio, altrimenti, è di essere allontanato, abbandonato e “fatto fuori”: è qui che l’atto di violenza tra i giovani può diventare un gesto estremo e profondo di disobbedienza che non ha altro modo, né luogo per essere espressa. Insisto, perciò, che sarebbe significativo e indispensabile avere spazi di incontro di corpi tra corpi, luoghi di aggregazione in cui la realtà reale non si sovrapponga a quella virtuale che ha perso fantasia e immaginazione. Cara Alberta, a questo punto potremmo parlare per un tempo sconfinato grazie ai tanti temi e ai molti stimoli emersi. Mi soffermerei, però, su un argomento molto sentito, quale è la disabilità fisica e mentale e, in particolare, la fragilità psichica delle persone con neurodivergenza in ambito psicologico e sociale, anche psichiatrico. Incontro molti adolescenti e giovani adulti, donne e uomini, con i quali proviamo a confrontarci parlando delle difficoltà dell’assenza di una rete sociale che tenga dentro, in modo da sostenerlo, un pensiero diverso, plurale ed eterogeneo. Mi chiedo come costruire, quindi, una collettività che ha in sé i luoghi dell’avere cura come profondamente inclusivi, in cui l’ambiente non è spaventato dalla diversità e può offrire una possibilità di vita viva a chi è più debole. In questo senso, ricordo con forza e stima la legge 180 del 13 maggio 1978, per cui suo padre ha molto combattuto e per la quale ha lottato fino ad ottenere l’approvazione in Parlamento: una conquista rivoluzionaria. La politica, a volte, sembra abbandonare la speranza e lasciare da solo chi si occupa di questioni così importanti e delicate come la salute mentale ed è difficile, perciò, prendersi cura in modo pieno e completo delle diversità e della sofferenza delle malattie. Il problema è che, molto spesso, si crea uno stigma a causa della tendenza continua a produrre diagnosi, un modo di fare che diventa un segnale di quanto c’è ancora tanto da conquistare nella pratica dei diritti della persona. L’etichetta diagnostica che usiamo verso una persona con la quale non siamo abituati a relazionarci e che non conosciamo ancora nel profondo cancella la possibilità di costruire un vero legame di fiducia con l’altro e con il mondo. Attraverso le categorie diventa difficile chiedersi che cos’è l’aspetto umano che abita ognuno di noi e poter riflettere se è davvero accolta la diversità nelle sue varie forme e come è curata la disabilità quando richiede un’assistenza specifica. Oggi bisognerebbe rifondare un pensiero che sappia stimolare un’azione collettiva che preveda la capacità, da parte di ogni soggetto coinvolto, di mettere in discussione le proprie certezze. Neutralizzare la paura che nutriamo verso la nostra interiorità è il primo passo per rialfabetizzarci a una forma di reale reciprocità, elemento indispensabile per modificare davvero la realtà. CONCLUSIONI Il messaggio di Alberta Basaglia mi attraversa come un auspicio realistico che va verso un senso della cura che si muove per l’umanità dell’uomo e che, a conti fatti, è la capacità stessa dell’essere umano di sognare il proprio sogno, desiderandolo. Poter avanzare, quindi, con coraggio e vitalità nel mondo ci permetterebbe di pensare il dolore elaborandolo e renderebbe inevitabile il superare le perdite, le separazioni e la stanchezza del vivere comune. Durante l’incontro con la Basaglia mi è tornato in mente, più volte, il legame tra pensiero, azione e libertà di Hannah Arendt: “Gli uomini sono liberi nel momento in cui agiscono: essere liberi e agire sono la stessa cosa.” Tante suggestioni sono nate dialogando con Alberta Basaglia e sarebbe necessario approfondirle ancora. Se vorrà, ci vedremo presto. Grazie. Alberta Basaglia nel suo  studio. Antonella Musella
February 13, 2026
Pressenza
La morbida durezza del tatami. Come affrontare la differenza della disabilità
Quando il tatami diventa un luogo di cura, crescita e inclusione per bambini e adolescenti Oggi utilizziamo la giornata internazionale delle persone con disabilità per parlare di un’iniziativa che riflette molto bene l’attività quotidiana del lavoro sul territorio campano, un fare costante e continuo che avvicina la fragilità e le neurodivergenze. In particolare, ci riferiamo al progetto Katautism appena partito all’interno dell’Istituto Comprensivo “De Amicis” a Succivo. Il paese campano accoglie la proposta della Federazione Nazionale Fijlkam (Federazione Italiana Judo Lotta Karate Arti Marziali) e osa un percorso innovativo e sperimentale avvalendosi di interventi psicologici specialistici: la disciplina judoka offre, quindi, alla comunità l’arte di alimentare, all’interno dell’individuo, una mentalità solidale e attenta al senso dell’essere giusti e del diritto alla libera scelta, tenta lo sviluppo della capacità di simbolizzare psichicamente la pratica dello stare in relazione con l’altro, creando, gradualmente e attraverso la guida dei maestri, un cambiamento nell’individuo e nel suo mondo interno, una trasformazione nel suo sé che, ad un certo livello, può definirsi profonda e strutturale. Il judo, in questo senso, ha molti punti in comune con la cura psicologica. La lotta sul tatami, tappeto da combattimento utile come superficie sicura per l’allenamento e le competizioni, è la conquista di un’esperienza di fiducia e di incontro con l’altro e insegna che imparare a cadere può diventare un vissuto di valore. La caduta, cioè, viene colta nel suo significato intrinseco dell’imparare-a-cadere-per-rialzarsi e, in tal senso, l’arte marziale del judo esprime la capacità di sollevarsi dalla caduta attraverso lo sguardo dell’altro avversario che tiene vivo l’atleta messo al tappeto condividendo con lui il vissuto di impotenza, in questo modo lo aiuta in un momento di sconcerto e fragilità. Potremmo pensare che il tatami, come base sufficientemente morbida su cui cadere, esprime la forza, il coraggio e il senso del giusto, insomma, con il judo c’è la possibilità di vivere un’esperienza di morbida durezza, ossimoro che ci porta ad immaginare il rapporto stretto che questa disciplina ha con l’essere umano e la sua comunità. Soprattutto, il progetto mette in evidenza molto bene la forte relazione tra l’Arte Marziale, la Psicologia e la Politica come rete necessaria affinché si possa creare un ambiente stabile, solido e affidabile, fonte di sviluppo e vera crescita nei bambini e negli adolescenti. L’obiettivo è di poter pensare, dentro un microcosmo qual è la scuola, ad esempio il dojo, luogo della “pratica marziale” come crescita e miglioramento personale, una modalità nuova di stare in relazione con l’altro e fare in modo che l’individuo possa esprimere le regole valoriali, apprese nella tecnica judoka, all’interno della società e dell’ambiente in cui vive. Lo scopo più lungimirante è provare a sviluppare, in ciascuno, il senso della cura per l’altro e, contemporaneamente, per sé. Manifestare, insomma, la necessità di proteggere i diritti dei più deboli e sentirne l’impegno e il dovere, e costruire una comunità in cui la vera forza è sentirsi meno spaventati ed esprimere, perciò, la libertà delle differenze nella loro molteplicità. Il progetto ricorda, e sottolinea, che il divertimento e il piacere sono ingredienti fondanti per poter imparare a vivere e a lottare per la conquista del diritto dello stare insieme in pace che non è assenza di conflitti, ma, al contrario, è renderli vivi e animati. Antonella Musella
December 3, 2025
Pressenza
Ripensare l’approccio alla cura
QUANDO IL SISTEMA SANITARIO NON CONCEDE IL GIUSTO TEMPO, SPAZIO E VALORE ALLA RELAZIONE TERAPEUTICA, NEGA ALLA CURA LA SUA ESSENZA PIÙ AUTENTICA, RIDUCENDO LA PERSONA A UN NUMERO E LA GUARIGIONE ALLA MERA SCOMPARSA DEL SINTOMO. PARLARE OGGI DI UMANIZZAZIONE DELLA CURA E DI PSICOLOGIA DI QUARTIERE NON È RETORICA, MA UNA NECESSITÀ. PER DIRLA CON BASAGLIA, “LA SALUTE NON È UN LUSSO, MA UN MODO DI ESSERE NEL MONDO…” Foto di Ferdinando Kaiser -------------------------------------------------------------------------------- La sanità italiana attraversa una fase critica. Interminabili liste d’attesa, personale insufficiente, crescente privatizzazione e una progressiva perdita della dimensione umana della cura sono le avvisaglie più evidenti di un sistema che fatica a mantenere le proprie responsabilità. Dietro ogni prescrizione, ogni diagnosi, ogni intervento terapeutico, c’è una relazione. È proprio quel rapporto – fatto di disponibilità, ascolto e intesa – che consente di cogliere il significato profondo del sintomo e di dare all’approccio di cura una qualità più autentica e completa. In psicologia si afferma spesso che “è la relazione a essere terapeutica” e che in ogni percorso di cura qualunque dolore o sofferenza porta con sé una componente emotiva che deve essere riconosciuta, esplorata e integrata. Oltre la logica del contenimento dei costi Negli ultimi anni la salute è stata raccontata quasi esclusivamente in termini economici: costi da contenere, efficienza da massimizzare, bilanci da far quadrare. Ma una simile narrazione, evidentemente riduttiva, tradisce la natura stessa del servizio di cura. La salute non è un costo, ma un investimento sociale. Ogni risorsa destinata alla promozione del benessere e a un sostegno terapeutico tempestivo produce ritorni concreti in termini di fiducia, coesione, produttività e riduzione delle disuguaglianze. Un esempio può chiarire meglio di molte statistiche. Anna, 44 anni, madre di due figlie, dopo mesi di insonnia e irritabilità crescente, si rivolge finalmente al medico di base. Le viene prescritta una terapia farmacologica, ma non le viene offerto uno spazio per parlare di sé, del peso che la recente separazione e le difficoltà economiche hanno avuto sulla sua vita quotidiana, sul suo modo di sentirsi madre, donna, persona. Dopo qualche settimana Anna sospende i farmaci per conto suo, convinta che “non servano a niente”. Anna non è un caso isolato: è il simbolo di un sistema che cura il sintomo ma non la persona, che troppo spesso interviene tardi e in modo superficiale, che risponde con protocolli e prescrizioni dove servirebbero disponibilità e parole capaci di accogliere il disagio, perché possa essere davvero compreso e affrontato. Un dato aiuta a chiarire la portata del problema: secondo una ricerca di Cittadinanzattiva del 2019, il 64,8% delle persone con patologie croniche è lasciato completamente solo, senza alcun tipo di supporto psicologico. Un vuoto che non attenua la sofferenza, ma al contrario la amplifica, incrementando nel tempo i costi socio-assistenziali e sanitari. La salute psichica come termometro sociale La sofferenza psichica è spesso lo specchio di un malessere più ampio, collettivo. Lo si riconosce nei giovani schiacciati dall’incertezza, negli adulti sopraffatti dalla precarietà lavorativa, negli anziani isolati da una solitudine esistenziale che li rende invisibili. Eppure, la salute psicologica continua a essere considerata un settore “secondario”, quasi fosse un lusso per chi ha tempo e risorse da dedicarvi. Nulla di più lontano dalla realtà. Investire nel benessere psichico significa in realtà rafforzare il tessuto umano, interpersonale e sociale. Vuol dire riconoscere che non esiste salute del corpo senza salute psicologica, né benessere individuale senza equilibrio sociale. Significa comprendere che prevenire il disagio oggi riduce i costi sanitari e complessivi di domani. La relazione terapeutica come spazio di umanità L’esperienza clinica insegna che nessun modello teorico, per quanto sofisticato, può sostituire la vitale presenza di un autentico rapporto fra individui, come quello fra terapeuta e paziente. Un colloquio psicologico non giudicante, che non semplifica e non riduce la persona al sintomo o al substrato biologico che lo genera, è già di per sé un atto terapeutico. Anche il tempo offerto, la considerazione profonda e l’accoglienza delle peculiarità di ciascuno sono elementi che, nel loro insieme, rendono un supporto o una terapia realmente efficace. Quando il sistema sanitario non concede il giusto tempo, spazio e valore alla relazione terapeutica, nega alla cura la sua essenza più autentica, riducendo la persona a un numero e la guarigione alla mera scomparsa del sintomo. Parlare oggi di umanizzazione della cura non è retorica, ma una necessità. L’approccio psicologico non deve restare confinato agli studi specialistici: deve attraversare la cultura, scuola, la famiglia, il lavoro, le istituzioni. Deve diventare un modo di guardare all’essere umano, alle sue fragilità, ai suoi processi di trasformazione e al suo progredire. Promuovere la salute come responsabilità collettiva Un sistema sanitario che funziona realmente è quello che intercetta il disagio prima che diventi emergenza, che offre sostegno prima che la sofferenza diventi persistente, radicata o perfino inguaribile, anche se curabile. Spazi in cui si possa fare psicologia nei quartieri, consultori familiari accessibili, programmi nelle scuole e nei luoghi di lavoro non sono “extra”, ma pilastri di salute pubblica. Restituiscono fiducia, benessere, rafforzano il senso di comunità e la coesione sociale. In una società che tenta di gestire la fragilità con scorciatoie – una pillola per dormire, un rapido consiglio, una diagnosi sbrigativa, un rimedio estemporaneo – la salute e il benessere diventano un atto politico nel senso più profondo: una scelta che riguarda non solo la sorte individuale, ma il destino della collettività. Curare la salute, non solo la malattia Ripensare la cura significa tornare a considerare il benessere e la prosperità come condizioni umane e sociali fondamentali, non come semplici applicazioni tecniche o tecnologiche. Significa ridare centralità alla relazione terapeutica, riconoscere il valore della salute psicofisica e dei rapporti interpersonali, e concepire la sanità non come apparato burocratico, ma come strumento che promuove salute e benessere in modo moderno e profondamente umano. Ogni investimento nella salute delle persone – soprattutto nella sua dimensione psichica – è un investimento nella qualità del vivere insieme, nella capacità di una società di prendersi cura di chi la compone, di non lasciare indietro nessuno. Come scriveva Franco Basaglia, “la salute non è un lusso, ma un modo di essere nel mondo”. E in questo modo di essere, la cura non può che restare un fatto profondamente umano. -------------------------------------------------------------------------------- Cesare Marangiello, psicologo e psicoterapeuta, si occupa di clinica, formazione e riflessione sui temi della salute psichica e della relazione terapeutica. Collabora con diverse testate su questioni psicologiche, educative e culturali. -------------------------------------------------------------------------------- Breve bibliografia * Basaglia, F. (1968). L’istituzione negata. Einaudi. * Borgna, E. (2003). Le intermittenze del cuore. Feltrinelli. * Borgna, E. (2014). La fragilità che è in noi. Einaudi. * Cittadinanzattiva (2019). XIV Rapporto nazionale sulle politiche della cronicità. * Winnicott, D.W. (1965). Sviluppo affettivo e ambiente. Armando. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Ripensare l’approccio alla cura proviene da Comune-info.
October 28, 2025
Comune-info
Individuo, società e svolte autoritarie.
Esistono condizioni psicologiche, familiari, sociali e tecnologiche favorevoli all’instaurarsi di una forma politica autoritaria e totalitaria? Esiste un potenziale fascista in ognuno di noi oppure il “fascismo potenziale” si dà solo in presenza di una determinata struttura di personalità, quella autoritaria studiata dalla scuola di Francoforte nella prima metà del secolo scorso? Un tipo di personalità, quest’ultima, caratterizzata da un insieme di atteggiamenti, credenze e comportamenti che riflettono una forte inclinazione verso l’autorità, la disciplina e il conformismo, insieme a una tendenza a disprezzare o discriminare chi viene percepito come diverso o inferiore. Continua a leggere→
August 13, 2025
Rizomatica
La terapia non ci salverà: verso nuove pratiche di vicinanza
In un tempo di Indicazioni sempre più prescrittive, questo testo propone una pedagogia rizomatica, ispirata a Deleuze, Guattari e Nishitani. Non necessariamente un… L'articolo La terapia non ci salverà: verso nuove pratiche di vicinanza sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
July 14, 2025
L'INDISCRETO
[entropia massima] AntropoLogica
Puntata 28 di EM, sesta del ciclo AntropoLogica, parliamo di Salute mentale delle persone e delle famiglie migranti e lo facciamo in uno dei più importanti centri europei di psicologia e psichiatria transculturale, l'Ospedale Avicenne. Ne discutiamo con Thierry Baubet e Marie-Caroline Saglio.
June 30, 2025
Radio Onda Rossa
Narrazioni su Diario di Città: “Voci da Piazza Tasso” a partire dalla morte di Ciro e Marco
Appuntamento con Diario di Città – la trasmissione radio e podcast dedicata alle storie, i temi e le voci della città nascosta.  “Voci da piazza Tasso”: un viaggio nelle relazioni, tra il dramma e la poesia che prova a trasformare … Leggi tutto L'articolo Narrazioni su Diario di Città: “Voci da Piazza Tasso” a partire dalla morte di Ciro e Marco sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Narrazioni su Diario di Città: “Pace, Libertà e lotta di classe”
Appuntamento con Diario di Città – la trasmissione radio e podcast dedicata alle storie, i temi e le voci della città nascosta.  Ora e Sempre, permettiamoci di Sognare: Pace, Libertà e lotta di classe: Valter Albericci (Emergency) introduce la puntata, … Leggi tutto L'articolo Narrazioni su Diario di Città: “Pace, Libertà e lotta di classe” sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.