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Il Re è nudo, l’autunno si fa primavera: un laboratorio di lotta per la città
Condividiamo la riflessione di alcuni spazi sociali romani sulle mobilitazioni primaverili e sulle prospettive di lotta locali e nazionali che si aprono in questo momento storico. La due giorni No Kings del 27 e 28 marzo ci consegna una fotografia in movimento dalla quale è imprescindibile iniziare la nostra riflessione: la partecipazione di decine di migliaia di persone, ben al di là delle seppur numerose realtà promotrici, continua a segnalare una disponibilità di massa alla mobilitazione e la richiesta di un’apertura di spazi di lotta attraversabili e inclusivi. E’ emersa prepotentemente la connessione con le piazza autunnali contro il Genocidio in Palestina, che per prima hanno iniziato a mettere in crisi la narrazione del governo Meloni: le parole d’ordine del “Blocchiamo tutto”, la capacità di tenere insieme il rifiuto della guerra, l’economia bellica e la torsione autoritaria del governo Meloni hanno messo in luce forza e intelligenza collettiva che oggi occorre radicare nei territori. Non meno importante la dimensione transnazionale della giornata del 28 marzo, che ha visto milioni di persone scendere in piazza in tutto il mondo, negli Stati Uniti come a Londra, a Roma come a Niscemi, dove il movimento NO MUOS si oppone alla colonizzazione militare mentre la città resiste al disastro idrogeologico. > La Palestina globale ci ha fatto intravedere l’alba di un nuovo > internazionalismo che nasce dalla solidarietà intersezionale di quelle > molteplici resistenze unite dalla consapevolezza che nessuna sarà libera fino > a che tutte non saranno libere. La mobilitazione della Global Sumud Flottilla, nel suo viaggio verso Gaza, ci ha insegnato che è possibile tornare ad incidere materialmente nello scenario mortifero del presente. Da allora siamo diventate Equipaggi di Terra, da allora pratichiamo il metodo Flottilla “when governments fail, people sail”. Il filo che unisce le piazze dell’autunno contro il Genocidio, le maree del movimento transfemminista dell’8 marzo, la sonora vittoria del No al referendum, fino alla manifestazione No Kings, disegna un orizzonte di possibilità che vogliamo cogliere a pieno, rifiutando facili scorciatoie e coazioni a ripetere. La scommessa vinta del 28 marzo ci spinge ad affrontare con più forza le questioni che abbiamo davanti e i limiti che collettivamente continuiamo ad incontrare: continuità, radicamento territoriale, rottura dei perimetri identitari, moltiplicazione e diffusione di pratiche e forme di lotta, tessitura e costruzione di convergenze delle lotte che vadano oltre la generica unità di intenti o la costruzione di “cartelli di scopo”, capaci invece di costruire mobilitazione costante sul terreno del salario, del reddito, del welfare, dei diritti, contro l’economia di guerra e del genocidio. > Per queste ragioni siamo convinti che a partire dalla nostra città sia utile > scommettere su processi di contaminazione e sperimentazione larghi e > includenti ma anche riconoscibili e permanenti, in grado di tradurre i tanti > NO in un piano di continuità di lotta. Percorsi in grado non solo di opporsi alle guerre e alle loro infrastrutture economiche e ideologiche, ma anche di contrastare i riflessi del conflitto interno che viene mosso nei nostri quartieri: l’attacco agli spazi sociali e alle forme di socialità, mutualismo e cooperazione che continuano ad essere un ostacolo al disegno del governo Meloni; la chiusura autoritaria degli spazi di dissenso e i meccanismi normativi ed etero normativi che puntano a silenziare ogni opposizione sociale; il saccheggio delle città da parte dei grandi capitali, attraverso la speculazione e la rendita. Su queste tre questioni, pensiamo sia possibile costruire il programma minimo necessario per andare oltre i “NO” e su cui condensare nuove alleanze e nuovi momenti di lotta . Foto manifestazione 28 marzo Roma, Luca Greco Già nelle prossime settimane saranno tante e diverse le occasioni per approfondire questi ragionamenti e sperimentare insieme: la battaglia vitale contro il DDL Buongiorno; la prossima partenza di una nuova e più grande Flottilla verso Gaza; il 25 aprile di chi ancora oggi coltiva resistenza e pratica antifascismo; il Primo maggio da risignificare come giornata di lotta contro guerre e precarietà, in difesa degli spazi sociali e della “città pubblica”. Occasioni preziose che meritano lo sforzo di liberarci di posture egemoniche, tatticismi, ritualità stanche e abitudini rassicuranti per mescolarci, contaminarci, decolonizzarci, intersezionalmente, intergenerazionalmente. Occasioni preziose per continuare a costruire collettivamente gli strumenti, le pratiche, l’immaginario e i linguaggi con cui mettersi a disposizione, in modo sempre più efficace, delle lotte e del desiderio di trasformazione radicale. Ancora in cammino, in tante e tanti, per cercare l’autunno in una primavera di liberazione. La copertina è di Luca Greco per Dinamopress SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il Re è nudo, l’autunno si fa primavera: un laboratorio di lotta per la città proviene da DINAMOpress.
April 4, 2026
DINAMOpress
L’onda lunga delle moltitudini d’autunno
Quanti padri ha la vittoria referendaria registratasi a ridosso di quest’inizio di primavera? Simbolicamente, in uno con l’immaginario della bella stagione, sembra rifiorire la speranza di una nuova rinascita della gloriosa sinistra istituzionale: è come se si riaprisse la gara del riscatto. Dopo aver arrancato sulle impervie salite, pare che la squadra sia già pronta sulla linea di partenza per l’avvio dell’ultima tappa, al termine della quale sarà definita la redde rationem elettoralistica tra le maglie nere – fino a ieri in fuga al comando della corsa – e le maglie biancorosate inseguitrice, oggi rinvigorite dall’aggancio della testa del gruppone,  pronte a loro volta a lanciare la lunga volata per il rush finale, augurandosi di sferrare il colpo di reni del velocista di razza per tagliare la linea del traguardo per l’agognata conquista della corona d’alloro. A chiusura dei seggi si sono aperti gli schermi televisivi, dove impazzavano i soliti talk show per seguire lo spoglio referendario, nei quali i dibattiti si facevano sempre più frementi man mano che il risultato delineava con maggior chiarezza l’esito finale. Mentre nell’incertezza iniziale degli instant poll  i convenuti rimaneva saggiamente abbottonati dentro gentili schermaglie di intrattenimento. Con la acclarata e sorprendente vittoria dei NO si apriva, senza più esitazione alcuna, il caravanserraglio del mainstream politicista: qualche intervista raggranellata qui e là fra i colonnelli degli schieramenti avversi, in attesa delle conferenze-stampa dei leader politici (eccezion fatta per la Meloni a cui – come ben sappiamo – gli incontri con la stampa fanno venire l’orticaria. Così, bontà sua, ci ha omaggiato di un riflessivo video francescano). Ma il maggiore interesse era rivolto innanzitutto ai leader usciti sul carro vincente, inseguiti spasmodicamente anche dai commentatori in studio al fine di carpire le mosse successive, non solo in relazione alla batosta del governo (dimissioni subito o galleggiamento?), ma specificamente in relazione alla “leadership carismatica” da assumere alla guida del “campo largo”, per il quale c’è chi ritiene necessario stabilire prima metodo e merito e chi, invece, caldeggia subito l’indizione delle primarie, con un programma concordato dalle forze del centrosinistra. Si badi bene, non dalle forze vincitrici nella tornata referendaria, sapendo bene che tali non possono proclamarsi, avendo o sostenuto direttamente il campo avverso del SI ovvero optato per una astensione farlocca, che mascherava una sostanziale convergenza con lo schieramento governativo. Per fortuna che il loro elettorato ha votato in massa per il NO, dimostrando la loro inconsistenza progettuale e quanto effettivamente pesano sul corpo elettorale questi capipartito e capicorrente pseudodemocratici e progressisti. L’agenda sostanzialmente era cambiata, consumato il rito del suffragio il discorso veniva proiettato tutto sulla prospettiva delle politiche del 2027, immaginando – da ora sino ad allora – una lunghissima cavalcata elettoralistica, su cui bisognerà attrezzarsi da subito per definire i palinsesti mediatici. Ecco perché tutti incalzano sulla necessità della figura guida: mentre dal lato dell’attuale compagine governativa il campione della giostra è già saldo in sella, dal lato del “campo largo” le manovre sono tutte da definire non solo metodologicamente. Ovviamente – come abbiamo detto – c’è chi spinge l’acceleratore per definire immediatamente il demiurgo da contrapporre nel singolar certame. D’altro canto  sarà cura del prescelto, come un primus inter pares, di mettere in fila col bilanciere i desiderata delle singole forze alleate quale programma di coalizione: come sempre si tratta di una sorta di canovaccio il più possibile general-generico, per dare spazio poi al più becero “realismo esecutivistico”, da cui emerge l’autoreferenzialità del ceto politico a dispetto di ciò di quel che gli elettori avevano creduto nell’esperire nel segreto dell’urna l’atto formale del mandato. Per fortuna che in questa cornice mediatica irreggimentata, in cui – in nome del cinico realismo della competizione politicista – la ruffianeria e la partigianeria prezzolata non mancano, esistono ancora attenti osservatori di provata onestà intellettuale che riflettono e si interrogano sui fatti senza manipolazioni di sorta. Ora nel caso del referendum di questi giorni – fuori dalle canoniche analisi statistiche sui flussi registratisi a seguito del voto (una messe infinita di dati percentuali che ognuno stiracchia a proprio uso e consumo, anche per il solo piacere di aggiungere un qualche tassello sopra altri) – solo in pochi hanno davvero fatto il tentativo di interrogarsi sul perché il dato di affluenza sia cresciuto (e non ripetiamo i raffronti con europee e politiche, così come non citeremo alcun dato che si conosca già) in modo così esponenziale oltre ogni aspettativa: un dato decisivo su cui si è giocata la schiacciante sconfitta, al di là d’ogni prevedibile misura, del governo in carica. Allora quali sono stati nella sostanza i fattori determinanti del risultato referendario, con i quali si possa sviluppare una chiave di lettura politica seria, fuori dalla pantomima politique politicienne di chi vorrebbe riconquistare la scena, magari con il gradito accompagnamento della fanfara al suon di compiacenti massmediatiche orchestrine? Innanzitutto la partecipazione oceanica della generazione Gaza, la quale – così come aveva già fatto nelle manifestazioni autunnali – anche adesso ha fatto valere il proprio peso politico nella vittoria del NO: quella stessa marea di giovani che nessuno aveva visto arrivare nelle passate giornate d’autunno, riversatasi nelle piazza italiane a centinaia di migliaia di migliaia, così come aveva fatto precedentemente dentro quella moltitudine è stata oggi nelle urne la vera protagonista politica trainante che ha determinato la differenza tra gli schieramenti. In quella moltitudine ribelle abbiamo visto questa generazione di giovanissimi (cresciuta avendo chiaro il rifiuto del genocidio perpetrato in quel di Gaza e contro i massacri generati dalle guerre) debuttare nel ciclo delle ultime manifestazioni di massa, dentro le quali  non hanno avuto difficoltà ad incrociare e fondersi con assoluta naturalezza con le altre generazioni viciniore, quelle che hanno già maturato sulle loro spalle un po’ più di attivismo politico. Stiamo parlando di quei giovani organizzati nell’ossatura reticolare dei collettivi studenteschi ed universitari, che attraversano i vecchi e nuovi centri sociali autogestiti, che si impegnano nelle reti di sostegno solidale a fianco degli sfrattati e dei tanti subalterni emarginati, che costituiscono la base dei Comitati spontanei della cittadinanza in lotta per la difesa dei territori e del paesaggio (NoTav e No Ponte in testa). Orbene, questo straordinario fondersi delle nuove generazioni, in un comune protagonismo politico, ci indica la strada costituente verso cui incardinare il processo ri/fondativo dell’attivismo sociale autonomo dal basso, aperto ed espansivo, dentro il quale sperimentare forme comuni di socializzazione solidale per un nuovo mondo possibile. Se questa nostra caratterizzazione del movimento è corretta, possiamo dire che chi oggi si intesta il merito della sconfitta del governo postfascista, in vista di un ribaltamento istituzionale del quadro politico, farebbe bene a non confidare più tanto sull’onda lunga dell’autunno antagonista che ha aiutato il travolgimento del risultato referendario. E’ soltanto una pia illusione pensare di capitalizzare sui movimenti per raggiungere con successo un esito elettorale. Non è cercando di svuotarne l’orizzontalità con cui essi si esprimono né tanto meno pensando di accattivarsi la loro attenzione perché s’è avuta la furbizia di inserire – come specchio per le allodole – qualche titolatura a carattere cubitale nella lista della spesa calderone programmatico, credendo così di averne soddisfatto le loro attese. Certo i nuovi movimenti hanno mostrato tutta la loro saggezza, sapendo anche utilizzare all’occorrenza il campo più opportuno per esprimere la loro volontà comune, come nel caso istituzionale in questione sulla contesa referendaria. Ma diciamocelo chiaramente: quanto ha influito sul voto in sé il quesito sulla giustizia? Noi pensiamo, dal lato della moltitudine antagonista, molto poco. Il vero quesito per essa era il giudizio sul governo. Nel merito: le leggi securitarie, la cancellazione di enormi fette di spesa sociale con particolare accanimento sulla sanità pubblica, il caro-vita sempre più insostenibile, lo sfruttamento dei lavoratori con salari da fame e precariato diffuso con forti penalizzazioni in capo a giovani e donne, l’emarginazione sociale con sacche enormi di esclusione che vede anche ampie fasce di ceto medio scivolare lungo le discese vie dell’impoverimento. In particolare i morsi del depauperamento sociale si sono fatti sentire in modo eclatante soprattutto al sud, dove da decenni gli obiettivi di sostegno allo sviluppo per il mezzogiorno – a parte il breve ciclo di vigenza del reddito di cittadinanza, misura che aveva fatto tirare un sospiro di sollievo a migliaia di famiglie e all’economia meridionale – sono scomparsi del tutto dall’agenda della politica economica. Un obiettivo scomparso perfino dai radar dei fondi strutturali comunitari e non solo per assecondare il razzismo leghista, bensì anche a causa dell’intesa trasversale del “partito del nord”, quello dell’autonomia differenziata, un fronte spesso guidato dai sindaci-PD. Ora se il lungo retroterra – dentro cui si sono mossi i governi politici e “tecnici” (col determinante supporto del centrosinistra) – è questo, ci chiediamo: con quale credenziali si possono immaginare aperture di confronto per una “maggioranza referendaria” con le soggettività che hanno regalato – su un bel piatto d’argento – alle principali opposizioni istituzionali una vittoria così schiacciante? Questo è un problema che ricade specificatamente in capo al partito democratico di Elly Schlein. E il dichiararsi ostinatamente “unitaria” rispetto al campo largo solleva ulteriori dubbi, in primo luogo perché obiettivamente nel perimetro politico siffatto – se si volesse aprire un dialogo con la generazioni Gaza – sono assolutamente incompatibili, seppur marginali, le forze centriste (comprendendo fra esse anche le fronde interne al PD); basti riflettere sulla posizione assunta da esse (e con quali risultati) sul tema referendario, collocate decisamente con lo schieramento di destra. Senza considerare che il fronte centrista, in virtù della irriducibile posizione à la guerre comme à la guerre, si colloca agli antipodi della moltitudine recatasi ai seggi lo scorso 22 marzo. Così siamo venuti al fondo della questione. Non è l’esortazione paternalistica “a continuare a dare una mano” con la partecipazione al campo largo, pronti a raccogliere le specifiche problematiche giovanili per tradurle in programmicchio elettorale, augurandosi di coinvolgere l’elettorato giovanile che col suo voto assicurerebbero la vittoria alle prossime elezioni politiche. Non è neanche l’invito a sedersi ai tavoli d’ascolto per redigere, successivamente, con le altre forze del campo largo, un accrocco d’accordo. Chi vuole veramente richiamare l’attenzione della moltitudine scesa in piazza nelle scorse mobilitazioni autunnali, non deve chiedere di interloquire con essa. Deve soltanto recepirne l’agenda, quella espressa in modo chiaro e netto dalle enormi masse di partecipanti che sfilarono per le strade delle città italiane. Solo con quel programma – per la Pace senza se e senza ma. Contro il riarmo e l’abiura della guerra – si potrà non solo sognare, bensì vincere davvero, ricacciando indietro la destra e lo stato di polizia, rilanciando un nuovo stato sociale, di cui la società contemporanea richiede la immediata attuazione. Ne avranno mai il coraggio i “nostri eroi”? Toni Casano
March 29, 2026
Pressenza
Dalle Flottiglie alle nostre strade: invertire la rotta della guerra
Pubblichiamo il testo di Equipaggi di Terra che convoca una Agorà pubblica per mercoledì 18 marzo alle 18.00 a Piramide. La guerra non è solo distruzione di territori e predazione di beni e ricchezze; è un meccanismo che mangia tutto. È fatta di bombe, ma anche di paura. Paura per la vita, paura di vedere sparire le proprie libertà e i propri diritti sociali. Avere paura è normale, è un sentimento sano, ma il rischio è lasciarsi pietrificare e restare isolati In questi mesi, chi ha scelto la pratica della Flottilla ci ha mostrato come si affronta questo buio: non negandolo, ma attraversandolo insieme, affermando una idea di alternativa alla legge del più forte, un’idea che si basa sul principio di solidarietà e giustizia, in cui nessuna vita può e deve essere spezzata in nome della corsa all’accaparramento delle risorse che le tecno-oligarchie del mondo stanno praticando. Oggi il progetto coloniale, a Gaza come in Cisgiordania non si ferma, e anzi avanza fino al Libano, le persone continuano ad essere sterminate ogni giorno da coloni e IDF. Nuovi fronti, in barba al defunto diritto internazionale, vengono aperti da Cuba al Venezuela fino all’Iran dove la popolazione iraniana è schiacciata tra le bombe israeliane e statunitensi e la riorganizzazione di un regime teocratico, con l’ombra minacciosa del ritorno dello Scià. La violenza scatenata dall’alleanza assassina Usa/Israele è tale da aver costretto perfino la loro stessa macchina propagandistica ad abbandonare la consueta narrativa del pretesto a cui siamo abituatx: quello della falsa simmetria tra aggressore e aggredito. In questa fase brutale dell’imperialismo occidentale, la superiorità militare e il raggiungimento degli obiettivi bellici sono ormai diventati apertamente l’unico metro con cui giudicano il proprio operato, normalizzando e rivendicando i gravissimi crimini di guerra e gli attacchi contro le popolazioni civili che stanno perpetrando. Anche qui da noi, sebbene il governo provi a dissimulare, la guerra è presente: lo è nel sostegno logistico alle operazioni militari in corso tramite l’utilizzo delle basi sul nostro territorio, nella conversione in ottica di guerra della nostra economia e sulla continua erosione di risorse, nel progetto di trasformazione dello Stato in forma autoritaria e liberticida e che vedrà il prossimo Referendum sulla giustizia come importante banco di prova. Tutto questo gela il sangue, ma abbiamo bisogno di riprendere a respirare. > Le prossime flottiglie in partenza ci dicono che è possibile non abbandonarsi > alla paura, praticare un’alternativa a guerra, devastazione, povertà; sono > l’occasione per uscire dall’apnea. Riaffermare il metodo della Flottilla > significa costruire una opportunità per uscire dall’angolo e rilanciare i > percorsi di lotta. Scegliamo la data della chiusura della campagna per il NO al Referendum sulla giustizia a cui abbiamo aderito contro il progetto autoritario di una magistratura sottoposta al potere politico della maggioranza, per lanciare la partecipazione degli Equipaggi di Terra al corteo nazionale del 28 marzo contro i Re e le loro guerre. Sono questi i primi passaggi in cui rilanciare quell’incrocio di storie, pratiche, parole d’ordine che hanno reso formidabili le mobilitazioni dello scorso autunno, in grado di rimandare al mittente quella sensazione di paura e irrilevanza in cui volevano relegarci. Per tutte queste ragioni, in collegamento con le nuove Flottille di mare che si preparano per nuove partenze, torniamo in una delle piazze simbolo che abbiamo invaso e bloccato ad inizio autunno. vogliamo anche da terra riunirci come equipaggi di una flotta. Dai diversi quartieri della città, come singole soggettività, collettivi, comitati, associazioni, reti e realtà politiche, sociali e sindacali: per tornare ad essere tutte insieme, ognuna con la propria imbarcazione, equipaggi che navigano fianco a fianco, con una rotta comune contro Genocidio, guerra e riarmo sempre con Gaza, la Palestina e tutte le vittime dell’ingiustizia globale bene davanti agli occhi e piantate nel cuore. Continuiamo a navigare insieme, per contatti: equipaggiditerra_roma@autistici.org La copertina è di Marta D’Avanzo (Dinamopress), e ritrae la manifestazione del 4 ottobre 2025 SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Dalle Flottiglie alle nostre strade: invertire la rotta della guerra proviene da DINAMOpress.
March 16, 2026
DINAMOpress
L’Università nel movimento della guerra
Per introdurre la tematica anche a chi non abbia seguito la vicenda, proviamo a dare un breve contesto dei fatti, nonostante il nostro interesse non sia quello di fare una ricostruzione, peraltro già compiuta altrove, ma di fare il punto su cosa questo evento ci consegna. Il 29 novembre, il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Carmine Masiello, si è lamentato pubblicamente di un corso triennale di Filosofia negato dal dipartimento competente di UniBo. Il corso, che era stato pensato su misura per 15/20 allievi ufficiali dell’Accademia militare di Modena, scatenando in risposta una mobilitazione contro la militarizzazione del sapere e degli spazi universitari, è stato infine valutato insostenibile per il dipartimento. È dalle polemiche di Masiello che il governo si è fatto giustiziere di questa causa, denunciando la negazione del corso come un «un gesto lesivo dei doveri costituzionali che fondano l’autonomia dell’Università», nelle parole di Meloni. Se scriviamo questo articolo è perché ci teniamo a entrare nel dibattito, tentando di potenziare la voce di chi lotta negli atenei del Paese, contro la voce già troppo amplificata del governo. Pertanto, esprimiamo vicinanza e solidarietà allə studentə e precarə bolognesi che si stanno mobilitando e che il 9 dicembre tengono un’Assemblea di Ateneo, alle 19:00 al 38 di Via Zamboni. QUALE AUTONOMIA? Rispetto a quanto accaduto, ci chiediamo innanzitutto “perché?”. Perché il Governo monta una questione mediatica attorno alla decisione di una singola Università? Perché lo fa mentre l’inflazione cresce e i salari hanno sempre minor potere di acquisto? Il nostro, sia chiaro, non vuole essere benaltrismo. Infatti, se da una parte crediamo che questa sia l’ennesima polemica strumentale a spostare l’attenzione, riteniamo che il punto non è tanto quale questione scegliere di attenzionare, ma come la si affronta. In questo senso, non è assolutamente una polemica slegata dai temi che ci interessa rimangano al centro dell’attenzione, tutt’altro. Ci stupiamo che Meloni parli di lesione all’autonomia universitaria e ci chiediamo di quale autonomia lei stia parlando. È forse rispettare l’autonomia universitaria entrare a gamba tesa sulla decisione di uno specifico dipartimento di un’Università? Crediamo proprio di no, e che Meloni e Bernini giochino a mistificare concetti – come quello di autonomia – che a loro proprio non vanno giù. Ciò che questo evento dimostra è che il governo ha un interesse preoccupante nel controllare ciò che accade nel mondo accademico e che anzi l’attacco all’autonomia lo stanno compiendo loro. di Luca Mangiacotti È stato di recente reso noto, infatti, il contenuto del disegno di riforma della governance universitaria prodotto dalla commissione presieduta da Galli della Loggia, che prevede di inserire un rappresentante del ministero all’interno dei Consigli di Amministrazione degli Atenei. Sulla stessa scia, anche l’ANVUR, entità già non poco problematica, verrebbe reindirizzata ai diktat governativi. Infine, come i collettivi universitari del nord-est hanno evidenziato, il DdL Gasparri e ora anche il DdL Del Rio, adottando la controversa definizione di antisemitismo dell’IHRA, propongono un controllo serrato e punitivo nei luoghi della formazione, depotenziando il movimento di solidarietà con la Palestina. Ben lontani dall’autonomia, allora, l’Università va sempre più in direzione di un’orbanizzazione. Dunque, Meloni e Bernini non apprezzano la scelta autonoma e legittima di un’università che, insieme alle mobilitazioni studentesche, impedisce che un’istituzione militare condizioni l’offerta formativa. Forse è proprio questo il problema per il governo? DE BELLO ACCADEMICO Tra le considerazioni, infatti, che possiamo fare di questo evento, c’è sicuramente quella legata alla militarizzazione degli spazi del sapere, e della società nel suo complesso. Al di là delle polemiche montate sui social o a mezzo stampa, il succo di questa vicenda è che il governo ha un’evidente passione nel settore militare, nel legittimarlo e soprattutto nel renderlo pervasivo in ogni ambito sociale. Non capiremmo altrimenti perché insistere così tanto, se non ci fosse un certo immaginario, accompagnato in questi giorni dalla proposta di legge di Crosetto sulla reintroduzione della leva e da mesi di annunci di piani di riarmo e di ingenti spese militari. È, inoltre, interessante notare come la militarizzazione delle Università, che spesso pervade il mondo della ricerca, sia per lo più associata alle materie STEM. In questo senso, il caso di Bologna è paradigmatico non solo per la postura del governo, ma anche per il tentativo di associarsi a un dipartimento umanistico. A dimostrazione che tutti i nostri saperi sono spendibili per la guerra. Un altro campanello d’allarme è dato dai legami sempre più stretti che gli atenei potrebbero tenere con le vicine basi militari, trasformando a chiazze le università in continuazioni della caserma. Lo pensiamo scrivendo da una città con una base militare, che pianifica di allargarsi sul territorio, e da un’Università che già intrattiene rapporti con l’Accademia di Livorno e con il Genio navale. di Luca Mangiacotti GIÙ LE MANI DALL’UNIVERSITÀ! Un’altra possibilità, che abbiamo denunciato nelle ultime mobilitazioni insieme all’Assemblea Precaria di Pisa, è quella di un finanziamento pubblico con una più o meno esplicita finalità militare. Diciamo questo leggendo il nuovo piano Horizon, che introduce la “defence industry” tra i campi su cui fare ricerca. Ma, tornando ancora sul caso di Bologna, Bernini ha affermato che «il corso si farà». Ci chiediamo come e con quali soldi, visto il definanziamento strutturale dell’Università pubblica (132 milioni è il taglio ai fondi di finanziamento ordinario di quest’anno). In questo senso, consideriamo i tagli come strumentali per impoverire gli Atenei e chi li attraversa, ma soprattutto per renderli più ricattabili e controllabili. > Una manovra a tenaglia si sta abbattendo sull’Università: da un lato i tagli, > o eventualmente una rifinalizzazione dei finanziamenti, dall’altro una serie > di riforme che aumentano il controllo e la repressione. In questo modo la > formazione accademica cade nel movimento della guerra. Tutto ciò non sta accadendo esclusivamente al mondo universitario: in generale, le finanziarie di questi anni, compresa quella attualmente in discussione, fanno il paio con i decreti legge liberticidi. Per questo motivo, ci sembra che l’Università sia lo specchio del paese, e per questo crediamo che l’Università sia un valido terreno di conflitto contro il governo. Nella condizione studentesca e precaria si intrecciano tutte le contraddizioni che abbiamo argomentato, ma anche molte altre di cui possiamo fare solo un accenno. Pensiamo al diritto allo studio, all’inaccessibilità a borse di studio e alloggi, ai contratti e ai carichi di lavoro. Per concludere, vediamo come auspicabile e necessario un confronto nazionale tra studentə e precarə, che possa aprire una mobilitazione contro l’orbanizzazione dell’Università, difendendo non quel che già esiste, ma per costruire il nuovo. A partire da un dato di fatto urgente: chi sta in Università è sfruttatə, e oggi viene sfruttatə per la guerra e il genocidio. La copertina è di Ugo_05 (Flickr). Nell’immagine la bandiera dell’Accademia militare italiana con “scorta d’onore” SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo L’Università nel movimento della guerra proviene da DINAMOpress.
December 9, 2025
DINAMOpress
Il desiderio di movimento contro i Re e le loro Guerre
In Italia, per la prima volta dopo anni, un movimento ampio e popolare ha scosso la politica e le istituzioni fino alle fondamenta, incrinando la rassegnazione. Con la Flotilla si è sentita un’aria nuova: un soffio potente, moltitudinario, capace di attraversare confini e piazze. La Palestina ci ha mostrato, più di ogni altra fase storica, di cosa sono capaci il capitale, il patriarcato, la nazione, la religione: macerie e devastazione. > Tutte le guerre in corso stanno trasformando il capitale, spingendolo verso la > corsa agli armamenti, modificando economie e destini, compreso quello > dell’Europa. Oggi infatti è questo il volto dell’Europa: armi e controllo, mentre ogni visione ecologica e sociale viene rimossa. Ma la guerra in Palestina è andata oltre, mostrando non solo la lunga storia di oppressione e ribellione, ma anche il presente e il futuro possibile del pianeta. Se quella vista a Gaza è la misura dell’annientamento che si può raggiungere su questa Terra, a essa vogliamo contrapporre un desiderio di vita diverso. Questo desiderio di vita ha attraversato le maree degli ultimi anni, da quelle climatiche a quelle trans-femministe, e tutto possiamo dire fuorché sia sopito dopo le straordinarie piazze di settembre e ottobre. Le complicità del governo italiano – e di tanti altri – con il sistema che sostiene il genocidio e il colonialismo d’insediamento ci mostrano chiaramente contro cosa e chi lottare e che non siamo soli. Hanno dichiarato una tregua, ma se i governi restano gli stessi, chi può credere alla durata delle tregue e delle paci? E soprattutto chi può credere a una “pace” armata durante la quale si continua a utilizzare la fame come arma di morte, durante la quale apartheid, violenza coloniale e normalizzazione del genocidio si rafforzano unitamente a chi ha reso possibile tutto questo? La domanda non riguarda solo la Palestina ma anche noi che abbiamo – per quanto ancora? — il privilegio di lottare. Le cronache di questi giorni ci mostrano come il governo Meloni vuole imporre la sua finanziaria di guerra: sfratti eseguiti con violenza brutale, polizia a garantire l’agibilità politica dei neofascisti fuori le scuole, università messe sotto controllo governativo, mentre la precarietà e la compressione salariale acuiscono la ricattabilità. Nella pausa delle mobilitazioni di questi giorni abbiamo visto il colpo di coda di forme di squadrismo e della stretta repressiva, di cui il DL Sicurezza è l’espressione massima. > Ecco la svolta autoritaria e la democrazia di guerra già all’opera. La domanda > che ci deve assillare allora è: come si fa a fare come la Flotilla ogni > giorno? Come facciamo a mettere in pratica la speranza, a incarnare una > possibilità? A diventare un attore collettivo in grado di cambiare le cose? Come costruiamo dunque mobilitazioni grandi ed efficaci, ora che lo sciopero – convergente – è tornato a essere uno degli strumenti più importanti nelle nostre mani? Senza alcun determinismo pensiamo che per tutti gli scioperi dell’autunno, e oltre, il tema sia la generalizzazione che parte dalle città, dai territori, dalle tante contraddizioni e dalle tensioni sociali internazionali e del paese. Abbiamo scritto questa lettera per aprire uno spazio di possibilità. Per questo proponiamo di incontrarci in assemblea a Roma il 15 novembre. Se dall’assemblea nascerà davvero un rilancio in avanti, non saremo più solo queste e questi, ma molte e molti di più — con un metodo organizzativo tutto da inventare, ma con la convergenza e l’ambizione di dare forma a grandi progetti comuni. Proprio perché la crisi è sistemica, noi non siamo per un nuovo governo, siamo per un mondo nuovo. Al contempo è innegabile il ruolo del governo Meloni nel costituire una triangolazione nera con Trump e Netanyahu, pronta ad annichilire ogni movimento sociale. Condividiamo una prima idea da discutere insieme: stare all’interno di una processualità già in corso, che incrocia le piazze climatiche, transfemministe e degli scioperi per arrivare a opporci a una legge di bilancio fondata sulla guerra, il militarismo e lo sfruttamento. Il governo Meloni siede allo stesso tavolo dei nuovi autonominati “Re” perciò, per tutte le ragioni esposte, tutte e tutti noi abbiamo il diritto di affermare che il “re è nudo” e vogliamo avere il nostro No Kings Day: non si tratta di mutuare esattamente le caratteristiche del movimento statunitense, né di regalare alla figura di Meloni una centralità personale che del resto non le riconosciamo. Si tratta di continuare ad affiancare al generale il generalizzato, all’internazionale il “qui e ora” e di dare alla lotta tappe convergenti e generalizzanti. Di costruire insieme la risposta alla svolta autoritaria italiana, all’economia di guerra e allo sfruttamento per aprire un orizzonte nuovo. Per questo ci diamo come arco temporale le prime due settimane di dicembre per una giornata che possa segnare la storia d’Italia e d’Europa, per un continente di pace, ecologico e non più complice del sistema di morte. ***Primi firmatari: Giorgina Levi (Global Movement to Gaza), Maria Elena Delia (Global Movement to Gaza), Dario Salvetti (Collettivo di Fabbrica Ex Gkn), Raffaella Bolini (Arci Nazionale), Christopher Ceresi (Municipi Sociali Bologna), Francesca Caigo (Centri Sociali del Nord Est), Valentina D’Amore (Csa Astra/ Brancaleone), Marino Bisso (Rete No Bavaglio), Elena Mazzoni (Rete dei Numeri Pari), Demetrio Marra (Csa Lambretta, Anita Giudice (Laboratorio Sociale Alessandria), Marco Bersani (Attac Italia), Francesco Paone (Spazi sociali Reggio Emilia), Nicola Scotto (Laboratorio Insurgencia – Napoli), Roberto Musacchio (Transform Italia), Flavia Roma (Esc Atelier Autogestito), Angela Bitetti (Casale Garibaldi), Thomas Müntzer (Communia), Alberto Campailla (Nonna Roma) La copertina è di Marta D’Avanzo SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il desiderio di movimento contro i Re e le loro Guerre proviene da DINAMOpress.
November 5, 2025
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Nel movimento dello sciopero: un invito alla discussione
RESET Against the War – Rete per lo sciopero sociale ecotransfemminista contro la guerra ha lanciato prima dell’estate una giornata di discussione per l’11 ottobre, a partire dall’evocazione della parola d’ordine dello sciopero sociale europeo contro la guerra e il riarmo. A distanza di mesi, la giornata si colloca oggi in una fase molto diversa: il movimento dello sciopero contro la guerra si è manifestato in Italia trovando nel rifiuto del genocidio a Gaza il suo innesco. Questo movimento ha mostrato la sua forza con le grandi giornate di blocco del 22 settembre e 3 ottobre e le decine di manifestazioni di massa che hanno attraversato numerose città, non solo in Italia, fino all’immenso corteo del 4 ottobre a Roma. Di fronte a questi eventi e alle possibilità impreviste che aprono, abbiamo ritenuto necessario ripensare il programma dell’11 ottobre. Mettiamo a disposizione la giornata per un momento di discussione/assemblea pubblica e aperta, per ragionare insieme su composizione, impatto e prospettive del movimento contro il genocidio e la guerra. Per dare spazio a questa discussione abbiamo riorganizzato la giornata. NUOVO PROGRAMMA DELLA GIORNATA DI DISCUSSIONE Ore 11: Presentazione RESET e discussione introduttiva RESET… per stare dentro il movimento contro il genocidio e la guerra: temi, organizzazione, prospettive Il percorso RESET nasce a settembre 2024 con l’obiettivo di elaborare discorsi e prospettive per opporsi collettivamente alla guerra, partendo dalla consapevolezza che questa oggi ridefinisce strutturalmente le condizioni di vita e lavoro, di sfruttamento e oppressione, e il quadro in cui prendono corpo le lotte di donne, migranti, operai, precari, studenti e persone LGBTQ+. L’obiettivo era superare i blocchi che negli anni scorsi hanno impedito la comunicazione politica necessaria a creare le condizioni per organizzare l’opposizione alla guerra, imporre la sua fine, fermare il genocidio, individuando nel processo dello sciopero una sfida e una possibilità. Ora che questo movimento è esploso in modo dirompente e a tratti imprevisto, siamo convinti e convinte che sia ancora più urgente trovare prospettive e linguaggi comuni in grado di alimentare la forza che abbiamo visto esprimersi nelle scorse settimane. In questa prima plenaria introduttiva vogliamo allora chiederci come costruire collettivamente un metodo, individuare delle priorità in grado di mantenere aperto quel processo di convergenza reale che si è dato nelle piazze in queste settimane, senza richiuderci in identitarismi e frammentazioni tra strutture organizzate, rendendo il confronto politico una parte viva del processo di mobilitazione, senza separarlo dalle pratiche di lotta e iniziativa. Ore 13.00: pranzo Ore 15: assemblea pubblica Percorsi di lotta e sciopero sociale europeo contro la guerra Le grandi giornate di lotta per Gaza e la Flotilla, in Italia, in Europa e nel mondo, hanno mostrato la forza di un movimento reale di rifiuto del genocidio e della guerra. Lo sciopero ha dato consistenza al blocco reclamato solo poche settimane fa dai portuali di Genova, travolgendo le tradizionali modalità di azione dei sindacati. Questo emergente movimento dello sciopero ha, in modi diversi, articolato un’ampia opposizione politica che dal genocidio si estende a ciò che la guerra impone. Lo sciopero per Gaza ha creato le condizioni affinché lotte frammentate ma diffuse trovassero una convergenza reale: quelle delle insegnanti contro il patriarcato, l’autoritarismo e il militarismo che danno forma ai programmi scolastici; quelle dei precari contro il modo in cui la guerra trasforma le condizioni della ricerca e dei suoi finanziamenti; quelle di lavoratrici e lavoratori che dalle fabbriche alla sanità non accettano di doversi sacrificare per il riarmo; quelle transfemministe e antirazziste che quotidianamente sfidano la violenza che la guerra legittima apertamente. Questa convergenza deve essere consolidata, allargata e approfondita sul piano tanto nazionale quanto transnazionale. Farci carico di questa sfida è necessario, perché questi giorni hanno dimostrato che lo sciopero può essere non solo una pratica di interruzione e blocco, ma anche un processo di organizzazione collettiva: un metodo per tenere insieme il rifiuto del genocidio, della guerra e la costruzione di un’alternativa. Con questa assemblea, aperta a singoli/e, reti collettivi e realtà organizzate, sindacati e delegate/i intendiamo discutere delle prospettive in campo a partire da alcune domande: Come gli scioperi di questi giorni hanno investito i luoghi di lavoro – dalle fabbriche alle scuole, dagli ospedali alle università – e che impatto hanno avuto sui  sindacati e i movimenti organizzati? In che modo lo sciopero è riuscito a unire il rifiuto del genocidio e l’opposizione ai tagli alla spesa pubblica e all’impoverimento dei salari causati dal riarmo? Che cosa è necessario fare per rendere possibile questo collegamento? In che modo il riarmo europeo sta ridefinendo la produzione industriale, la ricerca scientifica e tecnologica, la transizione ecologica e digitale? Che forme di conflitto possiamo costruire nei luoghi dove queste politiche si concretizzano – università, centri di ricerca, fabbriche, istituzioni pubbliche – per smascherarne la logica bellica e produttivista? Come queste diverse forme di conflitto possono continuare ad alimentarsi a vicenda tramite il processo dello sciopero? In che modo lo sciopero contro guerra e genocidio può unire pratiche, soggetti e percorsi diversi facendo comunicare le molte forme di opposizione alle politiche patriarcali, razziste, militariste e autoritarie in tutti i luoghi della produzione e riproduzione sociale? Come possiamo immaginare forme di sciopero a partire dal superamento divisione tradizionale tra mondo del lavoro e movimenti sociali, innovando schemi organizzativi per produrre convergenze reali tra lotte diverse? Il movimento dello sciopero, in forme e tempi diversi nei vari paesi – da Parigi a Barcellona, da Berlino a Amsterdam, da Istanbul a Londra – sta costringendo sindacati e strutture organizzate ad ascoltare la stessa urgenza: dare forza a un rifiuto collettivo della guerra e del genocidio. Come possiamo, da dentro questo movimento dello sciopero, rendere il carattere transnazionale delle mobilitazioni una forza organizzativa reale, capace di durare nel tempo attraversando confini nazionali e strutture sindacali? E come possiamo costruire connessioni con i contesti dove, invece, l’opposizione alla guerra non ha ancora trovato forme esplicite di espressione? Per aiutarci ad organizzare al meglio la giornata, iscriversi tramite questo FORM. Leggi qui lo Statement finale della due giorni organizzata dalla rete Reset Against the War lo scorso marzo a Roma. SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Nel movimento dello sciopero: un invito alla discussione proviene da DINAMOpress.
October 9, 2025
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Riaprire GKN: una rotta per equipaggi di terra
Le piazze oceaniche di queste settimane contro il genocidio e in solidarietà alla Flotilla hanno finalmente innescato un processo di rottura delle politiche di morte, di cui il governo italiano è attivamente complice. Questo processo non può esaurirsi, ma deve anzi permanere e articolarsi con le altre lotte sociali nel nostro Paese, per trarne forza e far dilagare la capacità mobilitativa. È in questa cornice che pensiamo si debba inserire la chiamata del Collettivo di Fabbrica ex-GKN per il corteo del 18 ottobre a Firenze. > L’esperienza della fabbrica socialmente integrata non è solo una lotta per la > dignità del lavoro, ma anche per un’alternativa a un sistema produttivo che > trae profitti dal genocidio. Un punto di rottura di questa filiera di morte, > di cui già i blocchi e gli scioperi generali ci hanno mostrato l’importanza > per il sostegno al popolo palestinese. La speculazione finanziaria e immobiliare, le politiche ecocide, la deindustrializzazione che lascia spazio alla riconversione bellica delle produzioni sono processi legati a doppio filo alla stessa base che sostiene il genocidio. È questa la realtà di stabilimenti come la Beko di Siena, dove Leonardo S.p.A è pronta a intervenire sulla crisi occupazionale al prezzo di una conversione bellica dello stabilimento. Per questo, domandarsi cosa si produce e per chi, trovare un’alternativa a questo presente di morte, è oggi più che mai imporre il primato della vita contro i profitti della guerra. È questa urgenza che il Collettivo di Fabbrica ex-GKN è riuscito a imporre nel discorso pubblico. di Andrea Tedone LO STATO DELLA VERTENZA Quattro anni di vertenza e lotta sociale per la reindustrializzazione non sono bastati a rompere il muro di gomma di padronato e istituzioni. Una vertenza che si vuole far chiudere senza alternative, in quello che potrebbe diventare un ennesimo esempio della speculazione immobiliare e finanziaria. Nel 2021 a Campi Bisenzio sembrava ripetersi una storia paradigmatica di capitalismo all’italiana: l’ex FIAT, diventata azienda committente di semiassi per Stellantis, chiusa col pretesto della transizione ecologica. Un piano del capitale come tanti, che però si è scontrato con l’ostinazione del collettivo operaio a non voler subire il licenziamento e farsi invece protagonista di una vera transizione ecologica, dal basso. Nonostante un piano di reindustrializzazione per la produzione di cargo-bike e pannelli fotovoltaici, scritto col supporto di ricercatorə solidali e l’approvazione di una legge regionale per consorzi industriali, le istituzioni impongono ancora un’attesa logorante. Il consorzio che si è costituito a luglio potrebbe rilevare lo stabilimento e far partire la produzione, ma le tempistiche non sono obbligate e un’ennesima posticipazione sarebbe insostenibile per la reindustrializzazione, le vite degli operai e la lotta in sé. Il timore è che l’urgenza della sua attivazione si disperda nell’agone delle vicine elezioni regionali, dilatando ancora i tempi di attuazione del piano industriale. Per questo la ex-GKN non è mai stata tanto vicina al successo e alla sconfitta nello stesso momento. Il corteo del 18 ottobre, a elezioni regionali ormai alle spalle, esigerà risposte definitive sullo stabilimento e sul consorzio. Serve quindi spingere ancora il Collettivo di Fabbrica oltre l’immobilismo delle istituzioni, perché questa vittoria dà forza al movimento nel suo complesso e una vittoria del movimento dà forza a ogni lotta particolare. PER TUTTO, PER ALTRO, PER QUESTO Il Collettivo ha definito il 18 ottobre come la data del per tutto, per altro, per questo. Ha invertito l’ordine di due anni fa, quando questa particolare vertenza era diventata un punto di ricaduta del movimento, convergendo con varie altre lotte per mettere in discussione il generale (un tutto). Oggi sono il genocidio e il riarmo a imporsi necessariamente come raccordo delle varie lotte particolari (il tutto). Tra i tanti (altri) punti di rottura da aprire, il particolare della ex-GKN è uno di questi. La fabbrica socialmente integrata, con l’accento posto su cosa e come si produce, può essere un modello largamente replicabile e alternativo agli interessi del comparto bellico che permea sempre più settori della società. Come in fabbrica, anche in università è necessario chiedersi che ricerca si conduce, per chi, con quali mezzi: ricercatorə solidali si sono messə a disposizione della vertenza ex-GKN e dei suoi piani industriali, aprendo così lo spazio a un’idea di università come motore di interesse collettivo. E se da un lato l’università diventa sempre più dipendente da finanziamenti di aziende belliche e inquinanti, il conseguente smantellamento della spesa pubblica a favore del riarmo ha già fatto perdere il posto di lavoro a questə stessə ricercatorə e con loro a moltə altrə colleghə. > La lotta ex-Gkn ha permesso inoltre di riprendere parola sulla crisi > eco-climatica da una prospettiva di classe, in una fase in cui questa è > drammaticamente scomparsa dalle rivendicazioni di piazza, nonostante continui > ad aggravarsi, ed è impugnata soltanto pretestuosamente dalla destra fascista > trumpiana in chiave negazionista. Il piano di reindustrializzazione della ex-GKN è un’alternativa alla dipendenza dal combustibile fossile, pretesto e obiettivo dei conflitti, una soluzione alla crisi produttiva e un passo avanti verso la democrazia energetica. Mettere a terra la transizione ecologica, dal basso, è oggi più che mai la nostra comune priorità. Per questo la lotta della ex-GKN è l’occasione di ricomporre sempre più lotte in aderenza al tutto di genocidio e riarmo. Riaprire la fabbrica significa riaprire un orizzonte di possibilità per disertare la guerra oltre il solo piano di movimento e per costruire l’alternativa tramite la transizione ecologica dal basso. La possibilità di vedere altre vertenze simili nei prossimi anni nel nostro Paese non può prescindere del tutto da questa vittoria. Per questo tuttə noi ci dobbiamo assumere la responsabilità del 18 ottobre: della vittoria, così come dell’eventuale sconfitta di questa vertenza. Deve essere la convergenza politica e umana larghissima che in questi anni si è stretta attorno alla fabbrica di sogni a dare la spallata finale all’immobilismo delle istituzioni. Tocca a tuttə noi, il 18 ottobre a Firenze, riaprire la nuova GKN. La copertina è di Andrea Tedone SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Riaprire GKN: una rotta per equipaggi di terra proviene da DINAMOpress.
October 9, 2025
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