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L’arte di stare insieme
-------------------------------------------------------------------------------- Transizioni fest 2026 -------------------------------------------------------------------------------- C’è un momento, in ogni assemblea, in ogni collettivo, che si ripete quasi identico. Qualcuno alza la voce per farsi sentire sopra le altre. Qualcun altro resta in silenzio fino alla fine, non perché non abbia nulla da dire, ma perché ha già imparato che difficilmente troverà lo spazio per farlo. Alla fine si decide, si vota, magari ci si applaude anche. Ma chi è rimasto in silenzio esce da quella stanza con la stessa solitudine con cui c’era entrato. Quella scena non riguarda soltanto un’assemblea. Racconta il nostro tempo. Quando diciamo di voler cambiare il mondo immaginiamo quasi sempre un punto d’arrivo: una società più giusta, diritti riconosciuti, ingiustizie riparate. Pensiamo molto meno al cammino che conduce fin lì. Eppure è proprio nel modo in cui percorriamo quella strada che si decide una parte essenziale del risultato. Ho visto troppe volte, in associazioni e collettivi che si battono per cause giuste, riprodursi le stesse dinamiche che diciamo di voler combattere fuori: chi prende sempre la parola e chi non riesce mai a trovarla; chi decide per tutti, convinto di vedere più lontano degli altri; chi liquida ogni obiezione come un intralcio invece che come un contributo. Si desidera costruire un mondo comune, ma non si sa ancora abitare il piccolo spazio comune della stanza in cui ci si ritrova ogni settimana. Forse è questa la contraddizione più difficile da riconoscere. Abbiamo imparato a misurare la politica dai risultati, quasi mai dalla qualità delle relazioni che quei risultati rendono possibili. Eppure ogni vittoria ottenuta lasciando qualcuno ai margini porta con sé una sconfitta nascosta. Se una decisione nasce dall’esclusione, dalla fretta o dalla prevaricazione, il terreno su cui si costruisce resta fragile. Non è un problema che riguarda soltanto i movimenti o le associazioni. È il riflesso di una cultura che attraversa tutta la società. Viviamo in un tempo che premia la velocità più della comprensione, l’affermazione più dell’ascolto, lo scontro più del confronto. Le piazze virtuali in cui ci muoviamo annullano la pazienza dell’attesa e la compresenza fisica, spingendoci all’istantaneità della reazione prima ancora della riflessione; la politica trasforma il dissenso in un conflitto permanente; il dibattito pubblico sembra preferire chi alza la voce a chi prova a tessere un dialogo. Poco alla volta rischiamo di perdere l’abitudine più difficile: restare nella relazione anche quando non siamo d’accordo. Così la democrazia si impoverisce, non solo nelle istituzioni, ma anche nei luoghi della vita quotidiana. Forse, allora, il cambiamento comincia da gesti che sembrano piccoli e che invece sono profondamente politici. Il primo è la pazienza. Non quella della rassegnazione, ma quella che sa rispettare i tempi delle persone. Le convinzioni non maturano per imposizione e nessuna coscienza cambia perché è stata umiliata. Chi lotta per la giustizia sente spesso che il tempo stringe, e non ha torto. Ma accelerare sempre significa quasi inevitabilmente lasciare qualcuno indietro. La pazienza non rallenta il cambiamento: gli permette di mettere radici. Poi c’è il silenzio. Non il silenzio dell’invisibilità e della rinuncia, di chi non parla perché sa di non essere ascoltato, un vuoto che ferisce. Esiste invece un altro silenzio, più raro: un silenzio ospitale e generativo. È il silenzio di chi sceglie attivamente di attendere e fare un passo indietro per lasciare spazio a un’altra voce. È un gesto di fiducia. Significa credere che ci sarà tempo anche per le proprie parole e che nessuno verrà dimenticato. È un silenzio pieno, che non prepara la replica ma accoglie ciò che l’altro sta cercando di dire. Da qui può nascere l’ascolto. Non quello che aspetta il proprio turno per rispondere, ma quello che si lascia sorprendere. Ascoltare davvero significa accettare la propria vulnerabilità: il rischio che l’altro possa modificare qualcosa dentro di noi, incrinando le nostre certezze. Spesso la politica interpreta il cambio di idea come una debolezza, mentre lasciarsi fecondare dal pensiero altrui è la massima forza democratica. È ciò che impedisce a una comunità di trasformarsi in un coro che ripete sempre la stessa voce. Pazienza, silenzio e ascolto non sono virtù private. Sono il tessuto stesso della vita democratica. Un mondo comune non si fonda su un programma, per quanto giusto, ma sulla capacità di abitare la stessa stanza anche nel disaccordo. Di concedersi il tempo di capire prima ancora di convincere. Forse è da qui che può cominciare una rivoluzione. Non da un gesto eroico, ma da qualcosa di infinitamente più semplice e più difficile: tornare in quella stanza e restarci abbastanza a lungo perché anche l’ultima voce, quella che sembrava destinata a rimanere in silenzio, trovi finalmente lo spazio per essere ascoltata. Perché la democrazia non si costruisce soltanto nelle istituzioni o nelle urne. Comincia ogni volta che impariamo a fare spazio a una voce che non è la nostra. Il modo in cui ci ascoltiamo oggi è già il mondo che stiamo costruendo per domani. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’arte di stare insieme proviene da Comune-info.
June 27, 2026
Comune-info
La guerra al violino
Perchè i talebani distruggono gli strumenti musicali. di Giovanni Carbone Innanzitutto è meglio che faccia una piccola ammissione di colpevolezza, reciti un mea culpa per un veniale peccato da ragazzo, quindi assai in ritardo: c’era, a quel tempo, l’usanza di molti di andarsene, nelle calde serate d’estate – ma anche una giovane primavera bastava, eravamo giovani allora, meno afflitti dalle
Un foglio di carta
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- John Berger ha scritto che, nel dialogo, ognuno può diventare “un foglio di carta” su cui l’altro deposita i suoi pensieri. Un’immagine semplice e radicale, che affida alla parola una responsabilità: quella di aprire uno spazio, non di occuparlo. Diventare “carta” significa accettare di sospendere il proprio punto di vista, di non sovrapporre subito le proprie ragioni a ciò che l’altro sta cercando di dire. Significa farsi foglio bianco, pronto ad accogliere parole che parlano di vissuti, emozioni, idee, conflitti. È un gesto che richiede tempo e pazienza, la stessa di cui parlava Anna Frank quando scriveva che “la carta è più paziente degli uomini”. Ma quella pazienza non riguarda solo le relazioni personali. È una condizione della democrazia. Senza ascolto, senza la disponibilità a diventare “carta” per la parola dell’altro, la democrazia si svuota e resta solo la forza: la voce che sovrasta, lo slogan che chiude, la decisione che non ammette replica. Viviamo in un tempo in cui il dialogo viene spesso sostituito dalla contrapposizione permanente. Le parole non cercano più di incontrare, ma di colpire; non aprono spazi comuni, li presidiano. In questo clima, la vera pace appare sempre più fragile, perché non nasce mai dall’imposizione, ma dalla capacità di riconoscere l’altro come interlocutore, non come nemico da ridurre al silenzio. Quando nessuno è disposto a farsi “carta”, il conflitto diventa assoluto e la violenza sembra l’unico linguaggio possibile. Eppure la pace comincia proprio lì: nel gesto minimo e difficile di chi ascolta senza prevaricare, di chi accoglie la parola altrui senza trasformarla subito in un bersaglio. Anche la scrittura nasce da questo stesso impulso. Chi scrive lo fa per essere letto, spinto — come ricorda Berger — da un desiderio di ospitalità verso lettori reali o immaginari. Se questo impulso viene meno, la scrittura si riduce a monologo e il pensiero smette di circolare. È così forse che dovremmo immaginare oggi il compito della parola, nella vita pubblica come in quella privata: farsi spazio di incontro, terreno condiviso, possibilità di pace. Quando ad esempio affidiamo i nostri pensieri alle pagine di Comune, spero che qualcuno li accolga con pazienza e, se lo vorrà, rimandi indietro ciò che quelle parole hanno smosso in lui o in lei. Non per avere ragione, ma per continuare a costruire, insieme, un mondo abitabile. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un foglio di carta proviene da Comune-info.
January 9, 2026
Comune-info
La ribellione chiamata ascolto
ETICHETTARE E SOPRATTUTTO DISUMANIZZARE SONO AZIONI COMPIUTE ATTRAVERSO IL LINGUAGGIO. QUELLI CHE SONO IN ALTO LO SANNO BENE: LE PAROLE NON DESCRIVONO IL MONDO, SERVONO A CREARLO, SERVONO ANCHE A COSTRUIRE CONSENSO ATTRAVERSO LA PAURA. DEL RESTO, HA SPIEGATO HANNAH ARENDT, OGNI POTERE AUTORITARIO HA BISOGNO DI TRASFORMARE GRUPPI UMANI IN BERSAGLI. PER QUESTO OGGI CHI DIFENDE LA FLOTILLA È DEFINITO “TERRORISTA” E I CORPI CHE PROTESTANO NELLE STRADE VENGONO RIDOTTI A RUMORE. ROMPERE CON LA CULTURA POLITICA DI QUELLI CHE SONO IN ALTO SIGNIFICA ALLORA NON REPLICARE LA LORO GRAMMATICA. SIGNIFICA DARE SPAZIO A UNA PAROLA CHE NON CANCELLA LA COMPLESSITÀ E CHE DICE IL CONFLITTO SENZA DISUMANIZZARE. MA VUOL DIRE PRIMA DI TUTTO FARE OVUNQUE ESERCIZIO DI ASCOLTO VERO. “È UN LAVORO PAZIENTE, LENTO, SPESSO INVISIBILE, MA ESSENZIALE…”, SCRIVE EMILIA DE RIENZO Napoli, 22 settembre. Foto di Ferdinando Kaiser -------------------------------------------------------------------------------- Quando un politico definisce qualcuno “clandestino”, “parassita” o “buonista”, non sta semplicemente descrivendo il mondo: lo sta creando. È questo l’insegnamento centrale della teoria degli atti linguistici di John Austin: certe parole non rappresentano la realtà, la fanno. Promettere, condannare, etichettare — e soprattutto disumanizzare — sono azioni compiute attraverso il linguaggio. E quel linguaggio, poco a poco, diventa pensiero comune. La cattiveria politica, oggi, è precisamente questo: un atto performativo che trasforma esseri umani in categorie, semina diffidenza, autorizza violenza. Non è rabbia spontanea, è calcolo. Serve a costruire consenso attraverso la paura (leggi anche questo articolo di Marco Revell, La paura), a dividere il corpo sociale in “noi” e “loro”, a indicare un nemico che semplifichi l’angoscia collettiva. A dominare è a imporre il proprio pensiero. Un pensiero rigido, senza se e senza ma. La parola ha potere simbolico Le radici filosofiche di un fenomeno attuale Hannah Arendt, l’aveva analizzato. In Le origini del totalitarismo, ha mostrato che ogni potere autoritario ha bisogno di trasformare gruppi umani in bersagli. L’odio politico è un collante più potente della speranza per masse disorientate. Quando la politica diventa teatro dell’odio, rinuncia al pensiero. George Orwell lo ha reso narrativa in 1984: chi controlla il linguaggio controlla il pensiero. Pierre Bourdieu ha dato a questo intuito dignità sociologica, mostrando che la parola ha potere simbolico: ferisce, esclude, stabilisce gerarchie. Judith Butler, invece, ha parlato di hate speech: parole che non descrivono ma fanno male, rendendo chi le subisce “vulnerabile nel linguaggio stesso”. La realtà capovolta Un esempio lampante di come la cattiveria politica riscriva la realtà si manifesta nei discorsi sulle recenti manifestazioni e sulla Flottilla umanitaria. Chi denuncia violenze, occupazioni o genocidi viene dipinto come minaccia, estremista, persino “terrorista”. Al contrario, chi perpetra efferatezze non viene condannato, è reso parte di un ordine che non si discute. Le manifestazioni non vengono raccontate come gesti a favore della giustizia, ma come atti contro qualcosa, contro l’ordine, contro la sicurezza, contro “noi”. I corpi che protestano vengono ridotti a rumore, a urlo privo di argomenti, a disordine da contenere. Si cancella la motivazione, si distorce il senso, si nega la dignità del dissenso. È qui che la cattiveria politica mostra il suo potere più profondo: non si limita a ferire, ma confonde, spaventa, capovolge. Trasforma la denuncia in pericolo, la solidarietà in sospetto, la richiesta di diritti in minaccia da punire e sanzionare. Non è solo linguaggio violento, è una macchina che produce ingiustizia e la fa apparire normale. Il problema è che il linguaggio dell’odio non resta confinato. Sui social, nei talk show, nelle piazze digitali, diventa contagioso. La cattiveria politica è un linguaggio che fa, e chi lo usa, anche solo per reagire, ne porta il segno. Una parola che dice il conflitto senza disumanizzare Chi sceglie un linguaggio diverso può sembrare debole, poco incisivo, incapace di “bucare lo schermo”. Ma quella calma e quella misura, in realtà, non sono segno di debolezza: sono resistenza alla violenza simbolica. La politica, se vuole restare democratica, deve tornare a essere cura della parola, una parola che non ferisce, che non cancella la complessità, che dice il conflitto senza disumanizzare. E noi, in basso, possiamo e dobbiamo fare la nostra parte. Non basta delegare: bisogna contagiare con la capacità di ascolto, con un dialogo che sappia accogliere le ragioni dell’altro senza annullarle o ridurle a nemico. Ogni conversazione rispettosa, ogni momento in cui ci fermiamo a capire invece di reagire d’impulso, diventa un piccolo argine alla logica dell’odio. È un lavoro paziente, lento, spesso invisibile, ma essenziale. Norberto Bobbio individuava proprio qui la differenza tra democrazia e autoritarismo: nel modo in cui si tratta l’avversario. Nella democrazia, l’avversario è qualcuno con cui discutere; nell’autoritarismo, qualcuno da annientare. La democrazia vive di conflitto regolato, non di guerra tra nemici. La cattiveria prospera solo dove le persone smettono di parlare e ascoltare davvero. Recuperare questa pratica quotidiana significa ricostruire uno spazio democratico prima che sia troppo tardi. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La ribellione chiamata ascolto proviene da Comune-info.
October 8, 2025
Comune-info