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Elezioni in Colombia: tra incertezza e speranza
Gustavo Petro è il primo presidente di sinistra in oltre due secoli di storia repubblicana della Colombia. Eletto il 19 giugno 2022 e, nonostante la ferrea opposizione delle maggioranze in parlamento e persino dei magistrati delle alte corti, è riuscito a lasciare il segno con misure come il salario vitale, il rafforzamento dell’istruzione pubblica, cifre record nella consegna di terreni alle famiglie contadine, miglioramenti nella sanità preventiva, salario dignitoso per i militari di truppa, la crescita del turismo e il rafforzamento delle relazioni internazionali nella logica della cooperazione sud-sud. Secondo la società Cifras y Conceptos, il gradimento di Petro è del 45%, il più alto nella storia recente del Paese latinoamericano per un presidente in procinto di concludere il proprio mandato. Il prossimo 31 maggio si terranno le elezioni presidenziali in Colombia; sebbene ci siano 14 candidati e candidate in lizza, sono tre quelli che, secondo l’ultimo sondaggio sulle intenzioni di voto condotto dalla società Invamer, sembrano guidare la lista dei favoriti: Paloma Valencia, del partito Centro Democrático, il cui leader massimo è l’ex presidente Álvaro Uribe, ha il 19,8%; Abelardo de la Espriella, del movimento Defensores de la Patria, ha il 21,5%; mentre Iván Cepeda, del Pacto Histórico, il partito del presidente Petro, conta il 44,3% delle preferenze elettorali. Ciò significa che nemmeno unendo la candidata della destra con quella dell’estrema destra si riuscirebbe a eguagliare Cepeda. Il centro dello spettro politico è stato drammaticamente indebolito dalla crescente polarizzazione del Paese. Nel caso in cui nessun candidato raggiungesse il 50% dei voti, i due candidati più votati andrebbero a un secondo e definitivo turno, che si terrà il prossimo 21 giugno. La scelta dei candidati alla vicepresidenza da parte dei candidati citati ha anche smosso le dinamiche politiche. Mentre Valencia e De la Espriella hanno optato rispettivamente per Juan Daniel Oviedo e José Manuel Restrepo, tecnici con ampia esperienza nella funzione pubblica, Cepeda ha scelto Ayda Quilqüé, leader indigena del popolo Nasa la cui forza risiede più nell’accompagnamento dei processi popolari che nell’esercizio di cariche statali. Le ultime settimane sono state particolarmente violente: le fazioni dissidenti delle FARC, guidate da Iván Mordisco, hanno compiuto circa 30 attentati nei dipartimenti di Cauca e Valle del Cauca, colpendo gravemente la popolazione civile. Il 7 giugno 2025, il precandidato di destra Miguel Uribe Turbay è stato assassinato a Bogotà; sebbene le indagini abbiano permesso la rapida cattura dell’autore materiale e dei suoi complici logistici, non vi è ancora certezza sull’identità dei mandanti del crimine. Sebbene non sia stato dimostrato che l’omicidio di Uribe Turbay sia direttamente collegato all’attuale campagna presidenziale, esso è stato utilizzato da settori della destra per incolpare il governo Petro e quindi screditare la campagna del Pacto Histórico. Sia Valencia che De la Espriella pongono l’accento sul rafforzamento della sicurezza nel Paese, accusando la Paz Total, l’iniziativa di negoziazione promossa da Petro, di essere un fallimento che ha permesso la crescita di gruppi armati al di fuori della legge. Da parte sua, Cepeda promette la continuità delle riforme sociali dell’attuale governo e propone una rivoluzione etica che contrasti gli storici livelli di corruzione che minano le istituzioni in Colombia. In materia di relazioni internazionali, sia Valencia che De la Espriella sono favorevoli al rafforzamento dei rapporti con gli Stati Uniti e Israele, mentre Cepeda, in sintonia con l’attuale politica di Petro, insiste nel condannare il genocidio in Palestina e nell’ampliare le relazioni politiche, economiche e militari con paesi di diverse latitudini e non solo con la potenza del nord. L’incertezza riguardo a eventuali ingerenze del governo Trump, di paesi vicini come l’Ecuador di Noboa, l’aumento della violenza politica e i dubbi sulla gestione imparziale del processo elettorale da parte della Registraduría Nacional, accompagnano il percorso verso le elezioni del prossimo presidente della Colombia, giustamente definita «il paese della bellezza». Rubén Darío Pardo Santamaría Rete Italiana di Soliedarietá Colombia Vive! Docente Trabajo Social, Universidad del Quindío, Colombia Redacción Colombia
May 27, 2026
Pressenza
Dibattito tecnico in Perù: i partiti all’altezza delle aspettative sociali?
A sole due settimane dal ballottaggio, domenica 24 il Giurì Nazionale Elettorale (JNE) ha organizzato un dibattito tecnico tra i team di esperti dei due partiti qualificatisi al ballottaggio: Juntos por el Perú (con il candidato Roberto Sánchez) e Fuerza Popular (con Keiko Fujimori). L’incontro ha permesso di conoscere entrambe le proposte, presentate nei seguenti ambiti: istituzioni democratiche, gioventù e sport, agricoltura, infrastrutture, economia e sanità. Entrambi i team si sono confrontati non solo con proposte, ma anche con accuse di responsabilità per l’attuale crisi. Da un lato, Fuerza Popular (FP) ha accusato il proprio omologo di “generare disordine”; a sua volta, Juntos por el Perú (JP) ha ricordato che “negli ultimi 10 anni Fuerza Popular ha guidato il governo e ha provocato la crisi che il Paese sta vivendo oggi”. Ecco le principali proposte: Nel blocco Riforma dello Stato, Sinesio López (JP) ha sottolineato la necessità dell’indipendenza dei poteri e della partecipazione della società civile, mentre Vladimiro Huaroc (FP) ha proposto una riforma dello Stato attraverso la digitalizzazione. Nel blocco Gioventù e Sport, Ernesto Zunini (JP) ha sottolineato la creazione del programma “Mi primera chamba” che andrà a beneficio di oltre 100 giovani che riceveranno un importo in denaro per la loro formazione accreditata, mentre Rosangella Barbarán (FP) ha proposto corsi di formazione e capitale di avviamento per i giovani. Nel blocco Agricoltura e Ambiente, César Milton Guarniz (JP) ha proposto il «programma nazionale per le risorse idriche» a garanzia della sicurezza idrica, oltre al «programma per le dighe dell’Altopiano andino»; Marco Antonio Vinelli (FP) ha invece sottolineato la necessità di rilanciare il Pronamachcs e di avviare lavori di riforestazione, soprattutto nelle zone di testa dei bacini idrografici. Per quanto riguarda le infrastrutture, l’esperto Gustavo Guerra García (JP) ha proposto il collegamento tra i porti di Chancay e Callao con Pucallpa, mentre Carlos Neuhaus ha sottolineato l’importanza delle infrastrutture di prevenzione. Nel blocco Economia, Pedro Francke (JP) ha proposto l’abrogazione delle otto leggi pro-crimine e finanziamenti per le famiglie imprenditrici; a sua volta, Luis Carranza (FP) ha sottolineato l’importanza degli investimenti pubblici e degli incentivi agli investimenti privati. Nel blocco Sanità, invece, gli esperti Hernando Cevallos (JP) e José Recoba (FP) hanno affrontato ancora una volta le riforme nel settore sanitario volte a garantire un’assistenza di qualità. Il prossimo dibattito presidenziale si terrà tra i due candidati domenica 31 maggio alle 20:00 a Lima. La popolazione attende con trepidazione di sapere quale candidato si impegnerà con determinazione a risolvere le questioni fondamentali: il ripristino dello Stato di diritto, l’indipendenza dei poteri, l’abrogazione delle leggi pro-crimine (per la sicurezza dei cittadini) e di protezione dell’ambiente (Legge Antiforesta), l’istruzione inclusiva e altre. È possibile visualizzare il dibattito tecnico al seguente link del JNE: https://www.youtube.com/watch?v=Z5Fgj8EDpCI Redacción Perú
May 27, 2026
Pressenza
Sulla richiesta di consultazione di iscritte/i a Rifondazione
Per completezza di informazione, dopo l’articolo di qualche giorno fa sulla consultazione interna tra gli iscritti a Rifondazione pubblichiamo l’opinione di Maurizio Acerbo al riguardo. Giovedì è stata consegnata da una delegazione composta da Fabrizio Baggi, Eliana Ferrari, Paolo Ferrero, Ezio Locatelli, Vito Meloni e Matteo Tarenghi la richiesta di consultazione interna e le firme nazionalmente raccolte su uno specifico quesito. È stato dalla stessa delegazione inviato agli organi di informazione un comunicato stampa per darne notizia. La segreteria nazionale esaminerà la richiesta pervenuta nella prossima riunione per quanto di sua competenza. La lettura del testo su cui sono state raccolte le firme e del comunicato stampa diffuso dai promotori merita intanto alcune considerazioni. 1) La consultazione delle iscritte e degli iscritti era già prevista nel documento di cui ero primo firmatario approvato al congresso. Non era invece citata nel documento dei promotori della raccolta firme. Anzi, in un video di Paolo Ferrero si affermava che “chi prende un voto in più decide la linea”. 2) Il documento approvato nell’ultima riunione del Comitato Politico Nazionale (CPN) “Per un fronte costituzionale, democratico e antifascista” ha già stabilito di procedere alla consultazione, definendone i tempi nei termini previsti dal congresso, cioè prima delle prossime elezioni politiche nel momento in cui sarà possibile avanzare una proposta definita (al momento non sappiamo neanche con quale legge elettorale si voterà): A partire dalla nostra proposta di lavorare per un Fronte democratico per la Costituzione e dalla iniziativa politica e sociale che svilupperemo nei prossimi mesi, su tutti i terreni, gli iscritti e le iscritte del PRC saranno chiamati a pronunciarsi sulle modalità di presentazione elettorale. Questo impegno, assunto nel documento politico del Congresso proposto dalla maggioranza, sarà concretizzato quando sarà certa la legge elettorale e la proposta definita dal CPN sulla base del lavoro svolto sulla linea indicata. Dato che la consultazione non può avere lo scopo di rimettere in discussione l’esito del Congresso, ma la valutazione di una proposta concreta, in parte condizionate dalla legge elettorale e dal contesto politico, esso sarà fissato due o tre mesi prima della scadenza elettorale prevista, al momento, per l’autunno del 2027. 3) Il comunicato stampa e il testo della raccolta firme sono palesemente contraddittori. Da un lato si sostiene che “La richiesta di consultazione si è resa necessaria per superare lo stallo dovuto all’assenza di una chiara indicazione sulla collocazione di Rifondazione alle prossime elezioni politiche”. Dall’altro si sostiene che saremmo “di fronte a un radicale cambio di linea”. Quindi la linea e “l’indirizzo politico chiaro” evidentemente ci sono, anche se non sono quelli che auspicano le/i promotori. 4) Per giustificare la necessità di anticipare una consultazione già decisa il comunicato stampa distorce la proposta politica decisa dal CPN e, con sprezzo del ridicolo, afferma che essa contraddice il documento congressuale approvato dal congresso. L’artificio è una frase estrapolata in cui avevamo scritto che: “…non si pone quindi il tema di un nostro ingresso nel centrosinistra o nel cosiddetto campo largo, sia perché esso così com’è non è in grado di rappresentare un argine alla destra, sia perché stante la nostra debolezza saremmo sostanzialmente ininfluenti”. Basta leggere il documento del CPN per accorgersi che non contraddice questa affermazione, anzi la ribadisce: “Non si tratta per noi di aderire a qualcosa di già costituito, perché oggi è sentimento diffuso che ancora non si sia delineato un progetto adeguato a garantire la sconfitta della destra (…) Non si tratta per Rifondazione Comunista di aderire al “campo largo” e al centrosinistra”. Infatti non abbiamo proposto quella che viene definita “alleanza con il PD e il campo largo” ma un “fronte costituzionale, democratico e antifascista” che potrebbe concretizzarsi in un accordo tecnico che consenta di sommare i voti per cacciare i fascioleghisti dal governo, mantenendo la nostra autonomia nelle forme possibili sulla base della legge elettorale. Il fronte politico e sociale che si oppone alle destre dovrebbe assumere come propria agenda un programma di attuazione della Costituzione, ma non ci facciamo illusioni sulla possibilità che si possa andare oltre la condivisione di alcuni punti pur importanti. Proprio per questo non abbiamo deciso di entrare nel campo largo o nella coalizione con vincoli di governo o di organica alleanza come ai tempi dell’Unione, ma di trovare qualche forma di desistenza. Come dimostrano la nostra campagna per la patrimoniale, il nostro impegno pacifista, l’articolazione delle nostre scelte nelle elezioni amministrative, lavoriamo come soggetto politico autonomo perché si determinino le condizioni per cacciare i fascioleghisti dal governo, ponendo la necessità di una discontinuità programmatica anche rispetto ai governi del Pd e ‘tecnici’. Insomma, il partito sta procedendo dentro la linea decisa dal congresso e non ha alcuna subalternità verso il campo largo di cui confermiamo le criticità, ma anche gli elementi di cambiamento rispetto all’orientamento aggressivamente neoliberista e bellicista che ci aveva portato alla rottura col centrosinistra. Semplicemente il nostro partito cerca di “fare politica di massa” e interloquire innanzitutto con milioni di persone che come noi vogliono cacciare i fascioleghisti dal governo e al tempo stesso chiedono una politica di pace e giustizia sociale. 5) Il comunicato stampa afferma che “a livello di gruppi dirigenti si è in presenza di una spaccatura politica” e che quindi “dare la parola alle iscritte e agli iscritti… è la maniera migliore per superare le attuali divisioni del gruppo dirigente”. Segnalo che proprio nel documento approvato dal congresso avevo scritto, proponendo la consultazione prima dei passaggi elettorali, che una maggiore partecipazione diretta della base è la nostra risposta al correntismo che ha tanto funestato la storia del nostro partito. La richiesta di consultazione entro giugno appare invece ora un modo per proseguire un congresso che si è concluso con un risultato negativo per la corrente che ha promosso la raccolta delle firme e che cerca in tal modo di rovesciarne l’esito. È sicuro che il partito uscirebbe di nuovo spaccato, dato che la spaccatura è causata dalla permanente contrapposizione frontale che le/i promotori della consultazione portano avanti senza un minuto di pausa da quando NON hanno ottenuto la maggioranza nel congresso nel quale avevano imposto una conta che pensavano di vincere. 6) Il comunicato stampa sostiene che se la consultazione si tenesse a ridosso della campagna elettorale, come deciso dal congresso e dal CPN, sarebbe una “presa in giro”. È evidente la volontà di promuovere la coalizione con Pap e altri soggetti al di fuori dai poli e di lavorare per tempo in questa direzione. Si tratta della linea che le/gli iscritte/i NON hanno approvato al congresso. Quindi è doveroso che la segreteria, il CPN e tutto il partito lavorino per l’attuazione della linea che è democraticamente prevalsa nel congresso e che al termine del percorso la sottopongano a verifica di iscritte/i. Non si tratta dunque di una “presa in giro” – espressione alquanto offensiva – ma di rispetto delle decisioni collettivamente assunte. 7) Se volevano evitare la spaccatura e soprattutto “ridare la parola a iscritte/i” i gruppi dirigenti delle federazioni e dei comitati regionali dove è prevalso il documento 2 avrebbero dovuto almeno convocare gli attivi sulla proposta politica approvata dal CPN, consentendo di confrontarsi con la segreteria nazionale. Nonostante la convocazione degli attivi con la segreteria nazionale sia stata deliberata dal CPN, questi gruppi dirigenti non li hanno finora organizzati. In compenso a iscritte/i hanno dato la loro interpretazione della linea che non condividono e gli hanno chiesto di sottoscrivere la richiesta di consultazione. Per essere il partito che per primo propose i bilanci partecipativi è davvero un modo originale di praticare la partecipazione informata e consapevole. Da tempo è in atto una pratica di balcanizzazione del partito che ostacola una corretta dialettica democratica e cristallizza il dibattito interno. 8) Nella richiesta di referendum interno si criticano gli accordi unitari fatti in alcune regioni perché sarebbero stati contrari ai nostri programmi. Si tratta di un’evidente mancanza di rispetto verso i comitati regionali di Calabria, Veneto e Marche, che hanno concordato sui temi di competenza delle regioni obiettivi avanzati. In Puglia, dove c’era una posizione critica verso il candidato presidente, si è fatto un accordo con il M5S per sostenere candidature indipendenti a noi vicine, tra cui un medico palestinese che si è iscritto al partito. Prendo atto comunque che i sostenitori del doc.2 non reiterano la tesi settaria che anche in tutti i Comuni non si debbano fare “a priori” accordi. Almeno su questo vuol dire che hanno accettato la posizione proposta dalla maggioranza del CPN e poi confermata dal congresso. 9) Non posso tacere il grave danno d’immagine e politico prodotto al partito, a prescindere dalle posizioni sostenute, da una lotta interna portata avanti attraverso una voluta permanente polarizzazione, la frequente distorsione delle proposte della maggioranza, la delegittimazione che è arrivata fino al mancato riconoscimento del risultato del congresso. Da comunista democratico penso che sia diritto di militanti e dirigenti esprimere in forme pubbliche le proprie posizioni, però colpisce che si sia deciso di fare un comunicato stampa con toni molto duri alla vigilia delle elezioni amministrative e proprio mentre si sta lanciando la campagna ‘Un per cento equo’. Non è un caso che il quotidiano Il Manifesto, nel dare conto del comunicato scriva: “Il rischio, confortato dal fatto che le due fazioni quasi non si parlano, è che lo scontro sia il preludio di una scissione. L’ennesima a sinistra.” Spero che le/i compagne/i riflettano sulle modalità con cui da anni portano avanti la loro battaglia di corrente.   Maurizio Acerbo
May 17, 2026
Pressenza
BULGARIA: VITTORIA NETTA DI RUMEN RADEV. CROLLANO CONSERVATORI E PARTITI DI ESTREMA DESTRA
L’ex presidente bulgaro Rumen Radev ha conquistato il primo posto alle elezioni parlamentari con il 44,58% dei voti. Quelle di domenica 19 aprile sono state le ottave elezioni anticipate nel paese nel giro di appena cinque anni L’ultimo governo a cadere era stato quello Zhelyazkov dopo le oceaniche proteste di piazza del dicembre 2025. Secondo i dati non ancora definitivi ma ormai sicuri, questo risultato conferisce alla coalizione “Bulgaria Progressista” di Radev la maggioranza assoluta di almeno 132 seggi nel parlamento di 240 seggi. Radev, che ha guidato il Paese dal 2017 al 2026, si è dimesso a gennaio per candidarsi alle elezioni parlamentari, e la sua vittoria rimescola le carte per la formazione del governo. Quello di Radev, è il risultato elettorale più chiaro da molti anni, caratterizzati da instabilità e governi eterogenei ma dominati dai conservatori del Gerb, guidato da Boyko Borissov, per un decennio dominus della politica bulgara e grande sconfitto nel voto di ieri. Il Gerb-Udf, che nelle ultime sette elezioni dal 2021 galleggiava fra il 22% e il 26%, ieri è crollato al 13,5%. Cinque in tutto i partiti che hanno superato la soglia di sbarramento del 4%: oltre a ‘Bulgaria Progressista’ e Gerb-Udf, sono entrati in parlamento anche i liberaldemocratici europeisti di ‘Continuare il Cambiamento – Bulgaria Democratica’, rimasti più o meno stabili attorno al 12,8%, il partito della minoranza turca ‘Movimento per i Ditritti e la Libertà’ (Aps), alleati del Gerb, che avevano il 17% circa nel 2024 ma poi si sono divisi e ora hanno totalizzato il 6,6% e i nazionalisti di estrema destra e populisti di ‘Vazrazhdane’ (Rinascita), crollati anch’essi dal 13-14% delle consultazioni precedenti al 4,3%. Sono invece rimasti fuori i socialisti (Bsp), oscillanti fra il 15% e il 6,5% nelle ultime sette tornate elettorali, rimasti al 3,1%. Le considerazioni di Francesco Martino Osservatorio Balcani Caucaso Ascolta o scarica 
April 20, 2026
Radio Onda d`Urto
IRAQ: LE ELEZIONI POLITICHE TRA CORRUZIONE, INFLUENZE ESTERNE E RASSEGNAZIONE. “L’UNICA SPERANZA È UNA NUOVA MOBILITAZIONE DI PIAZZA DEI GIOVANI”
L’11 novembre 2025 si sono svolte le elezioni politiche in Iraq. Si tratta della settimana tornata elettorale dalla caduta del regime di Saddam Hussein in seguito all’invasione del Paese da parte degli Usa. Da allora è stato costruito un sistema elettorale fragile, spesso alle prese con casi di corruzione e fortemente influenzato dalle divisioni culturali, nazionali e religiose. Gli elettori erano chiamati a scegliere tra oltre 7.700 candidati per occupare i 329 seggi del Consiglio dei rappresentanti, cioè il parlamento iracheno. Le elezioni cadevano in un momento storico di grande tensione e cambiamento di una serie di equilibri nella regione mediorientale. Lo stesso Iraq – che non è stato coinvolto nell’ondata di guerre e bombardamenti che l’esercito israeliano ha portato in tutta l’area dopo il 7 ottobre 2023 – è in realtà da anni diviso tra la dipendenza politica, economica e militare dagli Stati Uniti d’America e l’influenza iraniana, esercitata da Teheran tramite la presenza di proprie milizie in Iraq, accordi economici e il supporto a partiti sciiti iracheni. La stessa coalizione del premier uscente Mohammed Shia al Sudani non è gradita agli Usa perché considerata troppo vicina alle milizie sciite filo-iraniane. Al Sudani, però, punta alla rielezione e la sua coalizione “Ricostruzione e sviluppo” ha vinto le elezioni a livello nazionale. Gli altri grandi partiti confermati da questa tornata elettorale sono il blocco sciita “Tasmeem” di Asaad al-Eidani, che prevale nell’area di Bassora, e i partiti che si spartiscono da vent’anni la regione del Kurdistan iracheno: da una parte il Partito Democratico del Kurdistan, legato alla famiglia Barzani, che si conferma a Erbil, Duhok e Ninive, dall’altro il Partito dell’Unione Patriottica del Kurdistan, legato alla famiglia Talabani, che si conferma a Sulaymaniyah e Kirkuk. La formazione di un nuovo governo dovrà passare per una lunga trattativa. Dopo le elezioni del 2021 i negoziati tra le forze politiche per il nuovo esecutivo durarono più di un anno. Al Sudani ha dichiarato di voler tenere in considerazione la volontà di tutte le forze politiche che di fatto si spartiscono il paese e le sue risorse, in particolare quelle petrolifere, con il pretesto delle divisioni settarie. Il premier uscente ha dichiarato di voler considerare anche il partito dell’influente leader sciita Moqtada Sadr, che ha invitato a boicottare questa tornata elettorale. Al Sudani, inoltre, è intenzionato a mantenere il difficile equilibrio tra i due alleati Usa e Iran. L’affluenza ufficiale è stata piuttosto alta: il 56% degli elettori contro il 41% delle elezioni del 2021, che avevano segnato il record negativo. “Il sistema elettorale adottato per queste elezioni è fatto per favorire i potenti, i grandi partiti, e penalizzare quelli più piccoli. Per questo in molti, dal partito sciita di Sadr fino alle persone di sinistra, hanno boicottato queste elezioni”, commenta su Radio Onda d’Urto l’attivista iracheno per i diritti umani Ismaeel Dawood. “L’affluenza al 56% è irrealistica, per gonfiare questo dato sono stati presi in considerazione coloro che hanno rinnovato la tessere elettorale, non tutti i 25 milioni di aventi diritto al voto”, ha aggiunto Dawood ai nostri microfoni. Per quanto riguarda la situazione economica e sociale, “grazie ai soldi del petrolio e alla corruzione è in corso una campagna enorme di ricostruzione del paese“, spiega Ismaeel Dawood. “Allo stesso tempo, stiamo assistendo a un processo di privatizzazione che avanza in tutti i settori e alla creazione di un sistema nel quale le persone comuni non hanno davvero un ruolo, soprattutto i giovani. Inoltre, manca uno stato di diritto che sia in grado di proteggere le persone”, aggiunge l’attivista per i diritti umani ai nostri microfoni. “Il futuro del Paese – conclude Ismaeel Dawood – appare più caotico che mai. Ancora una volta, l’unica speranza del popolo iracheno è la piazza. Come per la rivolta del 2019, l’unica soluzione possibile, soprattutto per i giovani, sembra essere la mobilitazione sociale“. L’intervista di Radio Onda d’Urto all’attivista iracheno Ismaeel Dawood. Ascolta o scarica.
November 23, 2025
Radio Onda d`Urto
Vittoria del partito ANO alle elezioni politiche in Repubblica Ceca
Si sono svolte in questo finesettimana le elezioni politiche in Repubblica Ceca. L’affluenza alle urne è stata molto alta rispetto alle elezioni precedenti: il 70% degli aventi diritto. Ha vinto il partito ANO di Andrej Babiš, che ha ottenuto la maggioranza relativa con il 35% dei voti. I partiti della coalizione di governo uscente, nel complesso, non superano il 43% (SPOLU 23%, STAN 11%, Pirati 9%). Altri due partiti considerati “populisti”, SPD  8% e Motoristé il 7%. Tutte queste forze politiche, se usiamo le vecchie categorie di destra e sinistra, si collocano a destra. Restano invece escluse dal Parlamento la socialdemocrazia e il partito comunista, che si erano presentati insieme in una lista comune e non hanno superato la soglia di sbarramento del 5%. La formazione del nuovo governo appare complessa: la coalizione uscente non raggiunge il 50% e il partito di Babiš è costretto a cercare alleanze difficili con SPD e  Motoristé. Per comprendere meglio questa situazione, è necessario considerare il contesto generale. In Repubblica Ceca si diffonde da tempo un profondo malcontento verso le politiche di Bruxelles, accusate di spingere al riarmo invece di investire nella sanità, nell’istruzione, nel lavoro e nella cultura. L’aumento del prezzo dell’energia grava su industrie e famiglie, e – come nel resto d’Europa – molti cittadini faticano ad arrivare a fine mese. I partiti di governo, consapevoli della sicura sconfitta, hanno condotto una violenta campagna psicologica contro l’opposizione. Il messaggio era semplice: “se non votate per noi, perderemo la libertà e torneremo sotto l’influenza russa”. Questi slogan hanno riattivato nella popolazione la paura del bolscevismo e delle dittature. È stata organizzata anche una grande manifestazione “contro gli estremismi e per la democrazia”. Probabilmente anche per effetto di questa campagna, i partiti di sinistra non sono riusciti a superare la soglia del 5%. Babiš, industriale famoso come il “Berlusconi Ceco”,  certamente non è un politico di sinistra, né filo-russo. Tuttavia, il timore diffuso era quello di una sua possibile alleanza con forze anti-Bruxelles. A sostenere questa campagna è intervenuto anche il presidente della Repubblica, Petr Pavel – ex generale della NATO – che già prima del voto aveva espresso pubblicamente i suoi dubbi sul concedere un mandato a Babiš. È probabile che questa pressione mediatica abbia scoraggiato anche molti attivisti e pacifisti, che – nel timore di favorire “gli estremismi” – hanno finito per votare i partiti di governo (nonostante il loro sostegno incondizionato a Israele) o si sono astenuti dal votare la coalizione socialisti-comunisti. Al momento è difficile fare previsioni sulla formazione del nuovo governo: molto dipenderà dalle scelte del presidente Pavel, che chiederà “garanzie” a Babiš prima di dargli il mandato. Una possibilità è un governo di minoranza guidato da ANO con l’appoggio di SPD e  Motoristé. La sensazione generale è che nessun partito rappresenti davvero una via d’uscita dal tunnel in cui si trovano oggi l’Europa e la Repubblica Ceca. La maggioranza della popolazione vota il “meno peggio”, in un sistema che somiglia sempre più a una democrazia solo formale, dove i governi invece di rappresentare la volontà dei cittadini impiegano energie e risorse per convincere i cittadini di ciò che dovrebbero pensare e volere. In realtà, la maggioranza delle persone chiede la fine del massacro dei bambini in Palestina, una soluzione diplomatica al conflitto in Ucraina e investimenti nella salute, nel lavoro e nella cultura. I governi, al contrario, continuano a terrorizzare le popolazioni, cercando di far credere che guerra, scontro e violenza siano le uniche strade percorribili. Forse l’uscita dal tunnel non si trova più nei meccanismi della democrazia formale, ma in quei segnali di risveglio che stanno emergendo in tutta Europa – e in particolare in Italia – non solo nelle piazze, ma anche nelle coscienze delle persone. Gerardo Femina
October 4, 2025
Pressenza