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Roma, dispiegamento di mezzi militari in stazione: dissuasione e/o deterrenza?
Ieri, sabato 21 febbraio, in Piazza dei Cinquecento (Stazione Termini di Roma), già massacrata dai bandoni dei lavori di restauro (corrono i soldi del PNRR, si rinnovano gli appalti e si manovrano le “mazzette”) sostavano i Felini Militari fino all’incrocio con via Giolitti. I passanti spesso si arrestavano nel fiume ininterrotto della folla abituale, e fioccavano i commenti: “Ma che succede, che so’ ‘sti cosi?” “Papà sono carrarmati di guerra?” “Ah sordato, sei granne e grosso perché non vai a lavorà?” (azzarda una signora di corsa, il soldato sorride imbarazzato). Mi avvicino ad altri due militari, che dal viso sembrano adolescenti, e chiedo con finta ingenuità se è successo qualcosa che giustifica tale dispiegamento. “Signora, ma non lo sa? Siamo di Strade Sicure!” Ribatto che la loro presenza mi inquieta, molto più del tizio che osserva con interesse il mio zainetto. Si stringe nelle spalle. Sì, credo che ci sia solo da abituarsi all’obbedienza, al rispetto per la divisa, alla paura scambiata per protezione. Mentre siamo in attesa che scatti anche il bavaglio alla magistratura, purtroppo ultimo baluardo della democrazia, nell’assenza della politica.    Come si evince dai siti dell’esercito e delle sue riviste, dal 2024 l’operazione Strade Sicure ci protegge dalla delinquenza, comune e politica (clicca qui per i riferimenti e anche qui). Il passo, secondo Carlo Nordio eMatteo Piantedosi, è brevissimo, siamo tutti potenziali rei, se transitiamo per strada senza fare shopping o se sostiamo in una piazza per manifestarci, come prevede la costituzione. Chi vive in un quartiere di Roma, classificato da ordinanza prefettizia come Zona Rossa, ad alto rischio di turbolenze di ogni tipo, deve convivere con le gazzelle agli angoli delle strade, osservare il fermo per controlli a ogni persona leggermente colorata. Ma da due anni, anche grazie alla continua approvazione di decreti securitari, l’attività di prevenzione (?) del crimine si è intensificata con la presenza massiccia dell’esercito. Del resto, qualche tempo fa, su Il Fatto Quotidiano, apparivano lettere inviate dalle organizzazioni sindacali dei poliziotti al Ministro (clicca qui), in cui si lamentava la mancanza di uomini e mezzi. Non era chiaro, almeno a me, se chiedevano una maggior efficienza per una maggiore efficacia contro i manifestanti (il caso di Askatasuna, a Torino), o se, come dovrebbe accadere in uno stato democratico, per consentire pacifiche manifestazioni e per garantire operazioni di polizia non in stato di guerra. Insomma, né il Cile di Pinochet, né l’Argentina di Videla. Comunque sia, se fino a un paio di anni fa si vedevano le bianche tendostrutture, le camionette, le transenne contenitive di fronte ai ministeri o alle abitazioni di persone esposte, oggi la “deterrenza” è affidata ai Puma 4×4 o 6×6, pensati per azioni a “bassa intensità”. Dunque, non si alzano le torrette per sparare sulla folla e non si schiacciano i ladruncoli sotto le ruote? No, più subdolamente ci aiutano ad abituarci alla presenza aggressiva di questi mezzi nel normale traffico urbano. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Incutere timore per sentirsi al sicuro: un’illusione mortifera
> «Per essere temuti, occorre essere potenti. E per essere potenti in questo > mondo così brutale, occorre essere più veloci e dimostrarsi più forti». Con > queste parole, pronunciate da Emmanuel Macron in occasione del discorso > prenatalizio alle forze armate, il presidente della Repubblica francese > trasmette sì un messaggio di sostegno ai militari, ma soprattutto ribadisce > una visione del mondo ormai obsoleta, profondamente radicata nell’immaginario > guerrafondaio degli Stati moderni: quella per cui la sicurezza si fonda sulla > potenza distruttrice accumulata e sulla capacità di colpire più velocemente > l’avversario, due elementi che servono a incutere timore al nemico. Una storia già nota. Da diversi secoli, infatti, costituisce le fondamenta del pensiero strategico delle potenze militari: incutere timore per sentirsi al sicuro. Accumulare strumenti militari per dissuadere l’avversario. Accelerare per non essere superati. Ma questa logica, presentata come “realismo”, merita di essere indagata per quello che è realmente: una spirale che non fa altro che generare violenza, che contribuisce meno a prevenire la guerra di quanto non la renda sempre più probabile. E questo perché, contrariamente a quanto afferma il Presidente della Repubblica francese, voler essere temuti non equivale a voler essere rispettati. Il timore non genera stabilità né tantomeno fiducia, ma paura, sfiducia e non fa altro che preparare allo scontro. Un mondo in cui ogni potenza cerca di essere più veloce e più forte dell’altra non è un mondo più sicuro; è un mondo messo sotto scacco in modo permanente, in cui l’escalation diventa normalità e l’errore, l’incidente o la cattiva interpretazione possono condurre a conseguenze irreversibili. La storia militare è piena di esempi in cui la corsa alla potenza invece di dissuadere ha condotto alla catastrofe. Nel 1914, per esempio, la paura di essere battuti sul tempo portò gli Stati europei più importanti a privilegiare l’attacco rapido e massivo, rendendo la guerra non solo possibile, ma anche inevitabile. Questa filosofia strategica condivisa ha trasformato la paura del ritardo in motore della catastrofe. E l’orribile risultato è sotto gli occhi di tutti. In tempi più recenti abbiamo la minaccia nucleare, spesso presentata come garanzia di pace, ma che in realtà si basa sulla minaccia di una distruzione di massa, ovvero sulla possibilità reale dell’annientamento. Possiamo davvero considerare questa una politica di sicurezza? Affermando che «il mondo è brutale», il discorso presidenziale avalla questa brutalità come un danno imprescindibile, quasi naturale. Trasforma uno status del mondo storicamente prodotto dalle rivalità tra potenze, dalle logiche imperiali, dalle illegalità di massa, dalle economie militarizzate in fatalità, alla quale non possiamo fare altro che adattarci. Orbene, spesso quello che la politica chiama «realtà» altro non è che quello che lei stessa contribuisce a creare. Essere «più veloci e più forti» non è una strategia neutra. È una scelta politica che porta con sé tutta una serie di conseguenze. Vuol dire decidere di investire in modo massiccio sulle capacità militari a discapito di altre forme di sicurezza. Vuol dire convogliare colossali risorse verso l’armamento invece che verso la prevenzione dei conflitti, la diplomazia, la giustizia sociale, la resilienza delle società. E, soprattutto, vuol dire rafforzare il concetto secondo cui la violenza armata resta, in ultima istanza, l’arbitro supremo dei rapporti internazionali. Da parte nostra, siamo convinti che la sicurezza reale delle popolazioni dipenda meno dal timore ispirato e più dalla capacità di ridurre le cause strutturali della violenza: le illegalità, le umiliazioni, le dominazioni, le logiche predatorie dell’economia e le eredità coloniali ancora irrisolte. In altre parole, essere potenti significa investire nella cooperazione piuttosto che nella competizione armata. Vuol dire rafforzare il diritto internazionale invece di limitarlo; e ancora, vuol dire sviluppare abilità civili di prevenzione, di mediazione e di resistenza civile, invece di affidarsi sempre di più alla dissuasione e alla minaccia. A forza di voler incutere timore, gli Stati finiscono per non essere più compresi, e ancora meno ascoltati. E a forza di «essere più veloci e più forti», perdono di vista la meta verso la quale tendono. La vera questione politica non è di sapere come vincere la prossima guerra (nella quale tutti saranno perdenti!), ma come uscire da questo mondo reso brutale proprio da coloro che pretendono di metterlo in sicurezza. La priorità dovrebbe essere quella di cambiare paradigma di sicurezza, ma per questo bisogna avere il coraggio di abbandonare le illusioni letali degli Stati, che hanno come principali vittime sempre i popoli. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL FRANCESE DI ADA DE MICHELI. Alain Refalo
January 26, 2026
Pressenza
Chi sta mettendo “zizzania” dentro e intorno la Flotilla?
Il più insidioso è decisamente Open, la testata online fondata da Enrico Mentana, la quale scrive che “venti persone hanno abbandonato la missione, la metà italiani”. Inutile dire che l’articolo di Open è stato rilanciato da tutti i siti e i profili social di destra, sionisti o ostili alla Flotilla […] L'articolo Chi sta mettendo “zizzania” dentro e intorno la Flotilla? su Contropiano.
September 28, 2025
Contropiano