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“The Sea”, un film poetico per parlare di Palestina e israelizzazione nelle scuole
A Santa Caterina allo Jonio (clicca qui per i riferimenti) abbiamo visto “The sea“, il film del regista israeliano Shai Carmeli-Pollak, presente alla proiezione: non potevamo lasciarci sfuggire l’occasione di intervistarlo. Il film, tanto premiato, (con i cosiddetti “Oscar” israeliani), quanto osteggiato e anche platealmente boicottato dai vertici dell’establishment israeliano, è stato prodotto dal palestinese Baher Agbariya. Negli ultimi tre anni, ad ogni evento culturale sul dramma palestinese, durante le conversazioni in attesa del “ciack” d’inizio, mi capita spesso, parlando come testimone della mia esperienza nella Global Sumud Flotilla, di dover svicolare tra un «però si sapeva che ci sarebbe stato l’assalto e le violenze da parte dell’IDF! Che cosa vi aspettavate» e altri interrogativi similari. D’altra parte, subito dopo, sempre tra questi dubbi, si inserisce immancabilmente, la frase un po’ auto-consolatoria o, meglio assolutoria: «là c’è un genocidio in corso e qui, ci siamo noi, impotenti… ma che fare?». Ebbene, bombardati in tempo reale, come mai nella storia, da immagini cruente e reali provenienti costantemente dal “fronte” del genocidio in corso, forse la poeticità di un film come “The sea“, in classe, può essere d’aiuto, per fare qualcosa di altrettanto importante con i nostri studenti e le nostre studentesse rispetto all’attivismo da “prima linea” e ad alto rischio. Il ruolo degli insegnanti di fronte a ciò che l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università definisce ormai da tempo “israelizzazione” della società, può essere cruciale nel presentare alle giovani e giovanissime generazioni, il fulcro di un dramma atroce, entrando se possibile empaticamente in alcune dimensioni della vita quotidiana che sono sicuramente più vicine alle loro corde, ma al tempo stesso lontane dalla crudeltà di immagini, con sangue e distruzione, per le quali, per i motivi di cui sopra, è sempre in agguato, purtroppo, una cinica assuefazione. Abbiamo quindi chiesto al regista, proprio come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, facendo riferimento anche all’uso didattico che facciamo del film “Innocence” del suo collega Guy Davidi, di darci qualche consiglio specifico. «È assolutamente necessario – ha esordito Carmeli-Pollak senza troppe esitazioni – che l’insegnante spieghi ai propri studenti e alle proprie studentesse la complicata evoluzione storica e geopolitica dei territori occupati. I ragazzi e le ragazze devono sapere come si è evoluta la situazione e solo dopo entrare nella storia raccontata nel film: un ragazzo che vuole a tutti i costi, semplicemente, vedere il mare. Il maggior numero di persone deve essere a conoscenza di quello che sta accadendo, in modo tale da aumentare il livello di consapevolezza generalizzato fino al punto che ciò possa creare una tale pressione dall’esterno, dal maggior numero di Paesi nel mondo, da obbligare Israele a fermarsi. Solo una forte pressione dall’esterno potrà fermare Israele in quello che sta compiendo». Le parole di Shai Carmeli-Pollak, confermano, quindi, che il livello di militarizzazione della società israeliana è totale: inquinando la cultura, l’educazione e i mass media, fino a creare un intricato reticolo di relazioni sociali, tra il mondo militare e “civile” includendovi anche l’apparato bellico-industriale, indispensabile per ogni cittadino ebreo per essere veramente incluso socialmente, la società israeliana, così militarizzata, risulta in questo modo “facilmente” mobilitabile contro il nemico palestinese. Il sistema delle “porte girevoli” tra apparato industriale bellico, università e centri di ricerca, fino alle industrie civili, è così ben oliato da consentire una sinergia micidiale. Nel film possiamo, quindi, soffermarci su alcune modalità con cui si sviluppa la militarizzazione di una società come ad esempio la sua “normalizzazione” fin dentro la vita quotidiana. Il regista, ad esempio, spesso si sofferma con alcuni brevi fermi immagine su ragazzi e ragazze, giovanissime, in tenuta mimetica e con il mitra a tracolla; si sofferma sui controlli pervasivi dei documenti o delle borse, sempre alla presenza dei militari. La crudeltà di questa militarizzazione viene poi magistralmente sottolineata dal regista anche con poche sequenze, per nulla cruente, ma al tempo stesso potentemente violente: una di queste vede il papà, finalmente accanto al figlio dopo la fuga rocambolesca verso il mare, con le braccia e il volto rivolti verso il muro perché in fase di identificazione di polizia, appoggiare affettuosamente la mano sulla spalla del figlio. Non c’è più la rabbia di poco prima per quella “disobbedienza”, ma solo amore e la consapevolezza di essere accomunati dallo stesso destino. Il poliziotto stacca con decisione quella mano dalla spalla e ordina, a papà e figlio, di distanziarsi l’un l’altro ancora di più. Tornando poi al quesito iniziale circa la nostra percezione di impotenza cui però, ad onor del vero, va aggiunta anche l’inerzia di tutto l’Occidente, ad esclusione di una ristretta minoranza della società, anche qui il regista, con poche immagini rende bene l’idea: dal lato opposto della strada dove si verificava il fermo di polizia, con papà e figlio i corpi rivolti verso il muro e le braccia in alto, per un gruppo di avventori di un bar il tempo per un attimo si era sospeso e i loro volti erano rimasti fissi, immobili, rivolti alla scena in atto. Non appena la volante porta via, come dei criminali papà e figlio, la scena riprende il suo “normale” movimento e in quell’attimo la cameriera chiede: «chi ha ordinato il cappuccino?». Gli spunti didattici, come in “Innocence“, peraltro ben conosciuto dal regista che ha accennato ad un sorriso mentre lo citavo, sono numerosissimi e non vogliamo qui didascalicamente elencarli sia per non intaccarne la poeticità sia per invogliarne alla visione tutti gli insegnanti e non. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle Scuole e delle Università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Israelizzazione politico-culturale e repressione. Il disegno di legge per il contrasto all’antisemitismo
PREMESSA Il disegno di legge approvato il 4 marzo 2026 dal Senato, con il titolo Disposizioni per il contrasto all’antisemitismo e per l’adozione della definizione operativa di antisemitismo, sarà probabilmente licenziato a settembre dalla Camera dei deputati. È stato reso noto che la Commissione Affari Costituzionali della Camera ha negato le richieste di approfondire il testo con audizioni di esperti e la legge appare così di fatto blindata. In un precedente articolo datato 29 ottobre 2025, Il disegno di legge Gasparri: Hasbara e israelizzazione per la assimilazione delle coscienze e la repressione del dissenso[1], si era brevemente analizzata l’ambigua definizione IHRA di antisemitismo[2] e ripercorso le tappe internazionali e nazionali che hanno portato alla sua adozione in Italia (2020), a cui hanno fatto seguito la prima Strategia Nazionale di lotta all’antisemitismo (2021)[3], le Linee guida per la scuola (2021)[4], la seconda Strategia Nazionale (2025)[5] e infine il DDL Gasparri. Tutte tappe di un percorso che hanno condotto alla progressiva scomparsa dal discorso sull’antisemitismo della matrice di stampo nazifascista[6] a favore di un approccio securitario[7] che attribuisce all’antisemitismo la matrice islamica e quella dei movimenti a sostegno della Palestina. Non erano stati esaminati, in quell’articolo, i DDL 1004 e 1575, precedentemente presentati da parlamentari della Lega e di Italia Viva, perché interessava approfondire il DDL Gasparri, particolarmente punitivo nei confronti dei movimenti studenteschi che si erano mobilitati con le intifade della prima metà del 2025, poi seguite dell’esplosione autunnale del Blocchiamo tutto. Ora, in una sorta di sequel di quell’articolo, si vorrebbe, tornando un poco indietro, analizzare e confrontare i diversi disegni di legge, al fine di mostrare come il testo definitivo approvato dal Senato, benché vada sotto il nome del senatore Massimiliano Romeo (Lega), sia stato in realtà determinato nei suoi contenuti da Fratelli d’Italia, che ha legittimato e conferito pieni poteri al Coordinatore della Strategia nazionale e al suo gruppo tecnico di lavoro (vedi di seguito), evitando così ulteriori passaggi legislativi (proposti in altri disegni di legge) e rendendo del tutto opaco il concreto contrasto all’antisemitismo, in quanto le azioni vengono decise e attuate da un soggetto che risponde esclusivamente alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, da cui è nominato ed è sottratto a ogni forma di controllo democratico. La trattazione del percorso del disegno di legge richiede di esaminare passaggi tecnici, che si cercherà di rendere comprensibili, al fine di contrastare, a nostra volta, il progetto liberticida e filoisraeliano del governo, volto a costruire e reprimere dissenzienti e migranti come nemici interni[8]. LA DEFINIZIONE IHRA COME ISRAELIZZAZIONE POLITICO CULTURALE Il disegno di legge in approvazione consta di due parti principali: l’approvazione per legge della definizione IHRA e la legittimazione della Strategia nazionale di contrasto all’antisemitismo e del gruppo tecnico di lavoro come soggetto attuatore delle azioni di contrasto all’antisemitismo. La definizione IHRA, è importante sottolinearlo, pur essendo stata concepita come giuridicamente non vincolante (non-legally binding working definition), verrà statuita per la prima volta come norma di legge proprio in Italia, in quanto gli altri Paesi che l’hanno adottata si sono serviti di specifici strumenti normativi (mozioni, regolamenti, ecc.), mentre il nostro Paese sarà il primo ad inserirla in un testo legislativo. Fino a circa un anno fa la definizione IHRA era scarsamente presente nel dibattito politico italiano. Una breve ricognizione negli archivi dei quotidiani online mostra che si iniziò a parlarne nel 2020, in coincidenza con la sua approvazione da parte dell’Italia. Rimase poi sottotraccia fino a che il Senato, nell’agosto 2025, inserì nei lavori della Commissione Affari Costituzionali i primi due disegni di legge di contrasto all’antisemitismo, la cui discussione iniziò infatti in settembre. Da quel momento il dibattito che ha segnato il corso dei lavori parlamentari (sia durante le audizioni degli esperti favorevoli alla legge sia negli interventi in aula) è stato farraginoso, ripetitivo, inquietante. Ma non è stato capace di entrare nel merito delle questioni se non in modo generico e approssimativo. L’allarme per l’aumento degli episodi di antisemitismo in Italia è stato enfatizzato pressoché all’unanimità, basandosi esclusivamente sui dati del Centro di Documentazione Ebraica (CDEC), che già li cataloga sulla base della definizione IHRA e dei suoi esempi. In questa lettura, le condizioni di vita degli ebrei italiani sembrano sotto minaccia continua, riproducendo un cliché tipicamente israeliano. L’antisemitismo è descritto come una patologia clinica, un virus, un cancro da estirpare, addirittura il male assoluto, e la legge in approvazione come un’arma indispensabile per contrastarlo. La veemenza magniloquente di molti politici ed esperti su questi aspetti assume la valenza di una vera e propria produzione di panico morale[9]. Del genocidio dei palestinesi non si fa menzione, ma si ricorda il 7 ottobre 2023 come attacco terroristico o come pogrom che ha fatto impennare l’antisemitismo. Non si tratta, secondo molti, di proibire le critiche a Israele, ma di garantire il suo “diritto all’esistenza”. Tra i più significativi e citati è infatti il settimo esempio della definizione IHRA che considera antisemita «negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo». Il riferimento è certamente alla risoluzione ONU 3379 del 1975 che dichiarò che «il sionismo è una forma di razzismo e di discriminazione razziale». La risoluzione 3379 fu abolita nel 1991, nel contesto delle trattative per gli accordi di Oslo, ma evidentemente ancora oggi si sente il bisogno di silenziarne la potente eco. Il senatore Gasparri e altri condensano questo esempio con l’espressione «negazione del diritto all’esistenza dello Stato di Israele», che talvolta è menzionata in equivalenza con il concetto di «autodeterminazione». Va detto che questo criterio di identificazione dell’antisemitismo è compreso anche nella Jerusalem Declaration on antisemitism, redatta da studiosi internazionali nel 2021 con il fine esplicito di rispondere alla dichiarazione IHRA, troppo ambigua e confusa, e pertanto controproducente nella lotta contro l’antisemitismo[10]. Entrambe le espressioni (autodeterminazione e diritto all’esistenza) sono contemplate nel sistema legislativo italiano, in particolare nella Legge fondamentale della Knesset[11]. La Repubblica italiana introduce dunque nel proprio ordinamento una normativa della legislazione israeliana relativa alla politica interna di quel Paese. La stereotipia, l’assenza di profondità dei discorsi politici sulla definizione IHRA, e sul “nuovo antisemitismo”, riflettono il fatto che il suo linguaggio e le sue logiche non appartengono alla cultura politica italiana, non sono sedimentate nella coscienza collettiva, in quanto appartengono alla cultura politica israeliana da cui derivano. La definizione con i suoi esempi, innegabilmente di difficile comprensione e interpretazione, si servono di formule attentamente limate e affinate per esprimere in modo apparentemente neutro il punto di vista di Israele e delle lobby di pressione ebraiche, ma sono estranee, nei loro sottotesti impliciti, all’opinione pubblica italiana e agli stessi rappresentanti politici, i quali infatti manifestano non poche difficoltà ad entrare nel merito e in molti casi giungono a trattare il contrasto all’antisemitismo con gli stessi toni dell’ennesimo decreto sicurezza. Questa forma di israelizzazione politico culturale ha radici lontane in quanto prodotto di una sapiente e incalzante Hasbara israeliana che dagli anni Settanta negli Stati Uniti e in Israele ha identificato il “nuovo antisemitismo” con l’antisionismo e con la critica alle politiche di Israele considerato come “ebreo collettivo”[12]. Dalla fine degli anni Novanta questa strategia politico discorsiva è stata perseguita tenacemente e con pressioni diplomatiche costanti dalla destra del Likud e dallo stesso Netanyahu ed è giunta a compimento con la definizione IHRA (2016), recepita dal Parlamento europeo nel 2017 e dal Consiglio dell’Unione Europea nel 2018, che a sua volta ha esortato i Paesi membri ad adottarla. Nel marzo 2023, durante la visita di Netanyahu in Italia, Giorgia Meloni si è fatta garante dell’intensificazione della lotta contro l’antisemitismo, certamente senza immaginare che la famosa inchiesta di «Fanpage» del 2024 avrebbe smascherato l’antisemitismo e il razzismo di Gioventù nazionale, l’organizzazione giovanile del suo partito[13]. In Italia, come ha mostrato Amedeo Rossi, le accuse di antisemitismo, soprattutto alla cultura politica di sinistra, ma anche a intellettuali come Primo Levi (sic!), Hannah Arendt, Edgar Morin, Zygmunt Bauman (“ebrei rinnegati” come molti altri), hanno trovato voce da parte di storici e giornalisti soprattutto dopo il 2013, dando vita a una pubblicistica dai toni più o meno polemici che, pur rimanendo in circuiti ristretti, ha preparato il terreno alla svolta semantica attuale[14]. Nei lavori parlamentari vi sono state tuttavia voci critiche, seppur inascoltate: nelle audizioni in qualità di esperte/i Anna Foa, Nicola Perugini, Simon Levis Sullam, Carlotta Ferrara degli Uberti, Simone Oggionni hanno affrontato in modo complesso la questione ed escluso l’opportunità di legiferare sulla definizione di antisemitismo. In particolare, Anna Foa ha esplicitamente affermato che: «Oggi, in questo diverso contesto, lo stesso far propria la dichiarazione IHRA assume la valenza di una appoggio alla politica del governo israeliano […] vuol dire praticamente aderire in pieno senza remore alla politica del governo di Netanyahu, alla sua guerra contro tutti i palestinesi e al progetto di rendere la grande Israele priva di palestinesi […] Non c’è bisogno di normative che rischiano di trasformarsi in leggi liberticide»[15]. Foa insiste sulla confusione indotta dal dibattito attuale nella nozione di antisemitismo, che dovrebbe essere liberata da ogni uso strumentale e propagandistico «per evitare che sia travolta dalla storia recente». Nicola Perugini, docente di Relazioni internazionali all’Università di Edimburgo, ha affermato senza mezzi termini come la definizione IHRA sia «una definizione politica e culturale sviluppata grazie all’azione congiunta di governi e di gruppi di pressione pro-Israele. Israele stesso ha esercitato una pressione diplomatica sistematica affinché la definizione venisse adottata da quanti più stati e istituzioni possibili. Il risultato è che un organismo nato per la memoria dell’Olocausto si è trasformato in uno strumento di diplomazia politica contribuendo a promuovere non solo la lotta contro l’antisemitismo, ma anche una specifica agenda politica di stato»[16]. In sostanza, con la approvazione della definizione IHRA, l’Italia fa propria l’“agenda politica di stato” israeliana. I SEI DISEGNI DI LEGGE CHE ACCOLGONO LA DEFINIZIONE IHRA Il primo disegno di legge (n. 1004) era stato presentato il 30 gennaio 2024 dai senatori Massimiliano Romeo, Daisy Pirovano e Giorgio Maria Bergesio (Lega per Salvini Premier) con il titolo Disposizioni per l’adozione della definizione operativa di antisemitismo nonché per il contrasto agli atti di antisemitismo. Insieme con la definizione IHRA, il testo proponeva alcune misure da adottare con decreto della Presidenza del Consiglio dei ministri, in particolare: la creazione di una banca dati sull’antisemitismo, la formazione per Forze di polizia e per docenti, l’elaborazione di linee guida per le scuole, l’educazione interculturale nell’educazione civica, controlli su internet, campagne di informazione sui canali televisivi e in occasioni di manifestazioni sportive. Il disegno di legge era connotato dall’art. 3, nel quale si richiamava la normativa del regio decreto del 18 giugno 1931, art. 18, cioè una legge fascista sulle manifestazioni e riunioni pubbliche, per la quale il questore «per ragioni di ordine pubblico, di moralità o di sanità pubblica, può impedire che la riunione abbia luogo». Su questa base giuridica, «in caso di valutazione di grave rischio potenziale» per uso di simboli, slogan, messaggi o altri atti antisemiti ai sensi della dichiarazione IHRA, si legittimava il diniego alla autorizzazione riunioni o manifestazioni pubbliche. Gli echi di una tale proposta, che rimandano direttamente alla legislazione del ventennio, rimangono inquietanti, anche se l’art. 3 verrà poi rimosso dal testo definitivo approvato in Senato, mentre altri articoli verranno invece conservati. Il DDL Romeo rimase in attesa fino a che l’8 luglio 2025 venne presentato dal senatore Oscar Scalfarotto (Italia Viva) il disegno di legge n. 1575 (Disposizioni per l’adozione della definizione operativa di antisemitismo) praticamente identico al precedente, incluso l’art. 3 sul diniego all’autorizzazione di manifestazioni: quale sia stato l’intento di una tale replica non è dato sapere. Nell’agosto 2025, dopo i lunghi mesi di mobilitazioni studentesche per la Palestina, il senatore Gasparri presentava il suo disegno di legge (n. 1627), Disposizioni per il contrasto all’antisemitismo e per l’adozione della definizione operativa di antisemitismo, incentrato, non a caso, sul mondo dell’istruzione – scuole e università – e sulla conseguente necessità di prevenire e segnalare da parte dei/delle docenti gli episodi di antisemitismo sulla base della definizione IHRA. Ma, soprattutto, il DDL Gasparri era caratterizzato dalla proposta (art. 4) di pene detentive fino a sei anni per i colpevoli di “antisemitismo” sulla base dell’art. 604bis del Codice penale[17], integrato con il reato di negazione «del diritto all’esistenza dello Stato di Israele» o l’auspicio della sua «distruzione» Aggravante, che poteva aumentare della metà la pena, era considerato «l’uso, in qualsiasi forma, di segni, simboli, oggetti, immagini o riproduzioni che esprimano, direttamente o indirettamente, pregiudizio, odio, avversione, ostilità, lotta, discriminazione o violenza contro gli ebrei, la negazione della Shoah o del diritto all’esistenza dello Stato di Israele». Questo disegno di legge, molto duro e repressivo, cominciò a suscitare dibattito e preoccupazione tra i gruppi e i movimenti della società civile mobilitata per Gaza e per la Palestina. Sorprendentemente, in questi primi tre disegni di legge non erano menzionate né la prima (2021) né la seconda (2025) Strategia nazionale di contrasto all’antisemitismo, il cui coordinatore, nominato nel gennaio 2024, è tutt’oggi il generale di corpo d’armata dei Carabinieri, Pasquale Angelosanto, dal 2017 al 2023 comandante del Reparto Operativo Speciale dei Carabinieri con competenze sulla criminalità organizzata e sul terrorismo. Per coadiuvarne l’operato, nel settembre 2024 era stato nominato il Gruppo tecnico di lavoro per l’aggiornamento della Strategia nazionale di lotta all’antisemitismo che recentemente Ugo Giannangeli, in un incontro online, ha definito una vera e propria Task force, e la cui composizione è importante da considerare. Ne fanno parte infatti tre tipologie di componenti: 1. rappresentanti di ministeri e uffici governativi; 2. rappresentanti delle comunità e associazioni ebraiche; 3. alcuni studiosi, intellettuali o giornalisti[18]. Questa Task force ha rielaborato e pubblicato la corposissima Seconda Strategia nazionale, strutturata in ben 68 azioni, fondata sulla definizione IHRA e sui dati raccolti dal CDEC, che cala definitivamente l’oblio sull’antisemitismo di matrice fascista, circoscrivendo il pericolo antisemita e la minaccia al diritto all’esistenza “dello stato ebraico” a una questione di sicurezza e ordine pubblico, cioè ai movimenti a favore della Palestina[19] e a un imprecisato quanto stereotipato mondo islamico. Nonostante il fatto che le proposte contenute nei primi tre disegni di legge fossero già ampiamente previste nella Strategia nazionale, quest’ultima compare per la prima volta nel disegno di legge 1722, presentato dal senatore PD Graziano Delrio e dalla senatrice PD Simona Malpezzi il 20 novembre 2025, poi condiviso da un buon numero di parlamentari oltre che da Carlo Calenda di Azione[20], che si intitola infatti Disposizioni per la prevenzione e il contrasto dell’antisemitismo e per il rafforzamento della Strategia nazionale per la lotta contro l’antisemitismo nonché delega al Governo in materia di contenuti antisemiti diffusi sulle piattaforme on line. Il testo si contraddistingue per la centralità della dimensione web, in quanto propone di adottare uno o più disegni di legge per regolamentare la adozione della definizione IHRA da parte delle piattaforme e dell’AGCOM (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) e le modalità di azione «in materia di prevenzione, segnalazione, rimozione e sanzione dei contenuti antisemiti diffusi sulle piattaforme online di servizi digitali in lingua italiana» in modo da rafforzare la Strategia nazionale. Non mancano gli articoli dedicati a scuola e università, in particolare il monitoraggio delle azioni di prevenzione e contrasto all’antisemitismo in ambito scolastico e universitario, «in conformità con quanto previsto dalla Strategia nazionale». Il riferimento all’AGCOM sarà recepito nel testo definitivo del disegno di legge e sei senatori PD voteranno a favore. Neppure il quinto disegno di legge, n. 1757, presentato il 13 gennaio 2026 dalla senatrice Mariastella Gelmini con Giusy Versace (del gruppo Civici d’Italia-UDC-Noi Moderati-MAIE-Centro Popolare), fa menzione della Strategia nazionale. Gelmini, forse per il suo passato di Ministra dell’Istruzione, dedica interamente il suo progetto di legge alla didattica scolastica e universitaria e alla formazione dei docenti. I vari disegni di legge erano stati assegnati alla Commissione Affari Costituzionali del Senato, che aveva programmato le consuete audizioni di esperti. Tra essi Gadi Luzzatto Voghera, direttore del CDEC e componente del gruppo tecnico della Strategia Nazionale, che, il 15 gennaio, aveva infatti osservato l’inopportunità che gli articoli di legge andassero a sovrapporsi alla strategia nazionale, che da tempo stava già lavorando, e che anzi quest’ultima dovesse essere sostenuta anche finanziariamente. Inaspettatamente, il 20 gennaio 2026, poco più di un mese prima della approvazione in Senato, è arrivato il disegno di legge 1762 dal breve titolo Disposizioni per la prevenzione e il contrasto dell’antisemitismo, firmato dal senatore di Fratelli d’Italia Lucio Malan con diversi parlamentari del suo gruppo[21], che offre pieno riconoscimento e autorevolezza alla Strategia nazionale. Un disegno di legge brevissimo, il cui articolo 1 riprende l’analogo articolo del DDL Romeo e accoglie la definizione IHRA senza esplicitarne i contenuti. L’articolo 2, dal titolo Strategia nazionale per la lotta contro l’antisemitismo, dichiara l’adozione triennale di tale Strategia «su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri, con deliberazione del Consiglio dei ministri» e ne specifica le finalità[22]. L’articolo 3, dal titolo Coordinatore nazionale per la lotta contro l’antisemitismo, affida al Coordinatore, nominato con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, e al suo gruppo tecnico (la cui composizione è dettagliatamente descritta), la predisposizione della Strategia nazionale. Il significato politico del DDL Malan è espresso molto chiaramente al termine della sintetica  presentazione, in cui, dopo un excursus storico approssimativo sulla storia degli ebrei, si afferma: «Con la fondazione, sulla spinta del movimento sionista, dello Stato d’Israele, gli odiatori degli Ebrei hanno trovato un catalizzatore, un bersaglio di ogni iniziativa possibile: dalle risoluzioni delle Nazioni Unite (più numerose contro Israele che contro tutti gli altri Stati sommati) ai boicottaggi»[23]. È evidente che queste espressioni riprendono, semplificandoli brutalmente, gli argomenti della Hasbara israeliana, ma la loro esplicitazione rivela il reale intento del DDL: legittimare Israele e silenziare le denunce del genocidio, dell’apartheid, della appropriazione abusiva di territori in Cisgiordania, dell’occupazione illegale della Palestina, degli interventi militari in Libano e contro l’Iran. In altre parole, lasciare mano libera a Israele nell’area mediorientale e impedire che l’opinione pubblica italiana e le voci della società civile e dei movimenti ne denuncino il carattere genocidario e criminale. IL TESTO DEFINITIVO DEL DISEGNO DI LEGGE Di fatto il DDL Malan costituisce la struttura e la sostanza del disegno di legge che sarà approvato il 4 marzo dal Senato con alcuni emendamenti e specificazioni. I titoli degli articoli del testo definitivo sono infatti: 1. Definizione; 2. Strategia nazionale per la lotta contro l’antisemitismo; 3. Linee di azione per la Strategia nazionale per la lotta contro l’antisemitismo; 4. Coordinatore nazionale per la lotta contro l’antisemitismo; 5. Clausola di invarianza finanziaria. Nell’art. 1, che riproduce quasi integralmente l’analogo articolo del DDL Romeo, vanno segnalati tre emendamenti. Il primo proposto da diversi senatori sostituisce, significativamente, il termine “rifiuta” con il termine “ripudia” (ogni forma di antisemitismo). Il secondo proposto dai senatori di AVS Peppe De Cristofaro, Ilaria Cucchi e Tino Magni riesce a far aggiungere la frase: «ferme restando la libertà di critica politica e di espressione del pensiero e la libertà di riunione e di associazione, nel rispetto dei princìpi costituzionali». Il terzo, presentato dai senatori di Fratelli d’Italia Malan, Lisei e altri, fa aggiungere: «considerata l’unicità storica del fenomeno e delle sue conseguenze», riproducendo un argomento tipico della narrazione sionista. L’articolo 2 riprende alla lettera il DDL Malan, emendato con l’aggiunta di una premessa degli stessi Lisei, Malan e altri di Fratelli d’Italia. L’articolo 3 accoglie, sempre in riferimento alla Strategia nazionale e al suo Coordinatore, alcuni contenuti dell’originario art. 2 del DDL Romeo e, attraverso emendamenti, i contenuti di altri disegni di legge. In particolare, i commi a), sulla creazione di una banca dati[24] e b) sul contrasto all’antisemitismo in rete derivano dal DDL Romeo; il comma c) sulla scuola integra il comma d) del DDL Romeo con gli emendamenti proposti da Gelmini, Gasparri, Occhiuto, Malpezzi, Delrio, Verini, Calenda e altri; il comma d) sull’università è frutto di un emendamento di Gelmini e Delrio; il comma f) sul servizio pubblico televisivo e radiofonico corrisponde al comma g) del DDL Romeo. Si tratta, insomma, un articolo pout pourri, che accontenta i diversi partiti, compresa la cosiddetta “ala riformista del Pd” capitanata da Delrio. L’articolo 4, invece, riproduce quasi integralmente l’art. 3 del DDL Malan, che descrive il modus operandi del Coordinatore e del gruppo tecnico. Risulta dunque evidente che, dopo due anni, l’originario DDL 1004 ha cambiato improvvisamente e radicalmente il proprio orientamento, è diventato un provvedimento sandwich: in mezzo a due articoli (art. 2 e art. 4) pressoché integralmente tratti dal disegno di legge di FdI, che delega ogni potere alla Task force, vi è l’art. 3, che riprende le proposte specifiche dei diversi gruppi collocandole nell’ambito della stessa Strategia nazionale. La scelta politica vincente di FdI, pur sotto copertura, è stata dunque quella di affidare l’applicazione della definizione IHRA e il contrasto dell’antisemitismo, o meglio la repressione dell’antisionismo, il silenziamento dei movimenti contro il genocidio in Palestina e il panico morale antislamico, a un gruppo operativo sottratto a ogni ulteriore regolamentazione e a ogni controllo parlamentare. Il testo di legge approvato dal Senato ha certamente eliminato gli aspetti più palesemente vessatori e punitivi, contenuti nei progetti di Romeo e Gasparri, ma ha privilegiato la discrezionalità e l’opacità delle azioni “di contrasto” all’antisemitismo, che potranno essere indirizzate ad libitum nei confronti di coloro che la Task force riterrà disturbanti. La Task force rappresenta plasticamente l’alleanza tra gli attori politici che con questo disegno di legge hanno trovato una convergenza sui loro interessi specifici: le comunità e associazioni ebraiche confermano il loro ruolo di cinghia di trasmissione politico culturale di Israele nella difesa dalle accuse di genocidio e criminalità, Fratelli d’Italia e il governo hanno uno strumento per la repressione dei movimenti di piazza e del dissenso politico sulla scia dei decreti sicurezza e rinsaldano i rapporti della premier e del suo partito con Netanyahu. Comune a tutti è l’ostilità per il mondo musulmano, palestinese o meno, un’ostilità che va crescendo con il diffondersi del movimento del generale Vannacci e che si ripercuote sulla popolazione migrante facendone un capro espiatorio e un oggetto di pesante strumentalizzazione politica. L’APPROVAZIONE DEL DISEGNO DI LEGGE E LA POSTURA DELL’OPPOSIZIONE Non abbiamo fin qui citato il disegno di legge 1765, Disposizioni per la prevenzione e il contrasto dell’antisemitismo e degli altri atti ed espressioni di odio e di discriminazione razziale, etnica, nazionale o religiosa, presentato il 22 gennaio 2026 da un nutrito drappello di senatrici e senatori PD-IDP capitanato da Andrea Giorgis. Questo gruppo del PD sembra aver preso molto sul serio la tematica dell’antisemitismo, che considera, al pari degli altri componenti della Commissione Affari Costituzionali, un pericoloso fenomeno da contrastare. Redige perciò un corposo disegno di legge caratterizzato da una definizione che riecheggia la Jerusalem Declaration, estesa a ogni tipo di discriminazione che propone una serie di dettagliatissime normative relative alla scuola, alla creazione di un Osservatorio antisemitismo, al mondo dei media e del web, alla formazione del personale delle pubbliche amministrazioni e altro, prevedendo addirittura un fondo di dieci milioni di euro per l’attuazione della legge. Tanto zelo nei confronti delle proposte liberticide della maggioranza appare del tutto fuori luogo in un contesto in cui le intenzioni erano molto chiare, anche se solo talvolta dichiarate. Assumere anche da parte dell’opposizione la postura degli imprenditori del panico morale edulcorando i contenuti con una spruzzata di liberalismo innocuo e un po’ patetico non serve certo a contrastare la deriva autoritaria con cui il disegno di legge approvato prosegue la costruzione del nemico interno sulla scia degli altri decreti sicurezza. Infatti, Gasparri, nel suo intervento in aula del 4 marzo, è stato molto esplicito: la legge serve per tutelare lo Stato di Israele, in particolare con gli esempi 2 e 7 della dichiarazione IHRA[25].  Egli dichiara di aver “rinunciato” alle sanzioni penali previste nel suo disegno di legge per chi auspica la distruzione dello stato di Israele o nega il suo diritto all’esistenza perché tali sanzioni «sono presenti nella legge Mancino e nell’articolo 604-bis del Codice penale. Le avrei volute rinforzare; non le rinforziamo, ci sono»[26]. Dunque, la penalizzazione è possibile e prevista. Ovviamente sarebbe stata necessaria una totale e tenace opposizione da parte di tutti i partiti non governativi, una opposizione che coinvolgesse la società civile e criticasse con argomenti irrefutabili la definizione IHRA come esito di una pluridecennale Hasbara, mettendone in evidenza lo strumentale uso politico della destra italiana e israeliana, ma di fatto il disegno di legge ha raggiunto un consenso trasversale. Il gruppo dei “riformisti del PD” (sei senatori) ha votato a favore[27], oltre ad aver collaborato al testo, e il resto del gruppo PD si è astenuto. Solo il M5S e ASV hanno votato contro. Il 4 marzo il disegno di legge è stato approvato con il voto favorevole di tutti gli altri partiti[28]. È ben vero che nella discussione finale il senatore Roberto Cataldi (M5S) ha esordito dicendo che «questo provvedimento non è nato in memoria della Shoah e neppure per contrastare l’antisemitismo. È nato per silenziare il dissenso nelle piazze, per vietare le manifestazioni per la pace in Palestina»[29] e che la senatrice Alessandra Maiorino (M5S) ha affermato che «il vostro intento è sempre stato uno solo: dare copertura politica alla destra israeliana di cui siete amici e che avete sostenuto in ogni modo con la propaganda e con le azioni», mentre il senatore De Cristofaro (AVS) ha evidenziato che «con la definizione IHRA, si fa passare l’idea che il boicottaggio sia antisemita e questo non è accettabile»[30]. Purtroppo, ha avuto buon gioco la senatrice di Fratelli d’Italia Ester Mieli a ricordare che l’adozione della dichiarazione IHRA in Italia era stata sancita nel 2020 dal governo Conte 2 alleato con il PD e fortemente sostenuta da senatori dei due partiti: quindi l’attuale voto contrario o l’astensione rappresentano una contraddizione palese[31]. Ma le contraddizioni si trovano anche in seno alla maggioranza. La legge Mancino (1993), brandita come una clava da Gasparri, rende punibili la propaganda e l’incitamento all’odio razziale ed è stata poi trasferita nell’art. 604bis del Codice penale nel 2018. Proprio la sua abrogazione è stata uno storico cavallo di battaglia della Lega, che nel 2014 aveva raccolto le firme per un referendum abrogativo e nel 2018 ci aveva riprovato per iniziativa del ministro Lorenzo Fontana, suscitando le proteste sdegnate da parte delle comunità ebraiche[32]. In quell’occasione Fratelli d’Italia aveva espresso il suo sostegno a Fontana: «Siamo sempre stati contrari ai reati di opinione perché riteniamo la libertà di espressione sacra e inviolabile», scrivevano sul loro sito[33]. I DISEGNI DI LEGGE E IL MONDO DELLA SCUOLA Per quanto riguarda le scuole, le presentazioni e gli articoli dei disegni di legge appaiono alle/i docenti del tutto lontani dalla realtà, quando non decisamente offensivi. Nessun rappresentante del mondo della scuola è stato audito, a nessun esperto o esperta di scuola è stato richiesto di esprimersi. Le scuole vengono descritte come ricettacoli di razzismo, odio e intolleranza, i docenti sono considerati incapaci di riconoscere e contrastare stereotipi e pregiudizi, di insegnare un pensiero critico, di trasmettere consapevolezza storica, e sembra che non abbiano mai prestato attenzione alla memoria della Shoah né alle discriminazioni razziali. Insomma, degli insipienti che abbisognano di formazione, di linee guida, di interventi culturali che i centri di ricerca e le associazioni ebraiche sapranno certamente assicurare in collaborazione con il MIUR. In realtà sulla base della quotidiana esperienza di coloro che insegnano è da escludere che nelle scuole – dove da decenni si trasmettono anticorpi contro gli orrori delle deportazioni e dei campi di sterminio leggendo Primo Levi, Hannah Arendt, Hannah Frank o Etty Hillesum, dedicando al genocidio ebraico il Giorno della Memoria, andando ad Auschwitz con il Treno della Memoria – si sia intensificato il fenomeno dell’antisemitismo. Molte/i docenti hanno sicuramente una conoscenza storiografica e letteraria di quanto accaduto molto più profonda della leghista Daisy Pirovano che, con un certo fastidio, ha dichiarato di non comprendere perché si accostano sempre gli ebrei e il nazifascismo e ha chiesto di proseguire il dibattito in aula «senza ricordare per l’ennesima volta quello che hanno compiuto i nazifascisti» (sic!)[34]. Per la loro cultura, formazione ed esperienza, le/i docenti sanno riconoscere che cosa siano antisemitismo e genocidio, e sanno insegnarlo. Appaiono dunque paradigmatiche di una politica di palazzo del tutto avulsa dalla vita concreta delle persone le parole del senatore Delrio: «I contesti nell’ambito dei quali sono sempre più evidenti i fenomeni di antisemitismo sono le piattaforme on line e gli ambienti scolastici e universitari, nei quali la diffusione del linguaggio di odio e dell’intolleranza risulta in netta prevalenza rispetto al confronto tra punti di vista differenti». E risulta del tutto propagandistico e vessatorio imporre per legge il monitoraggio degli episodi di antisemitismo nelle scuole e la comunicazione al Coordinatore nazionale per la lotta contro l’antisemitismo delle azioni attuate per contrastare tali fenomeni[35]. La verità è che nello specchio di Gaza si è manifestato agli occhi del mondo non solo il progetto di colonialismo di insediamento che da oltre cento anni ha devastato la società, la cultura, il territorio palestinese, assoggettati con la forza delle armi, della pulizia etnica, dell’oppressione, dell’apartheid, ma anche il volto genocidario del colonialismo europeo di cui la stessa persecuzione nazifascista degli ebrei è stata una criminale conseguenza[36]. Per questo molte e molti docenti si stanno interrogando su nuovi modi e strumenti per insegnare – la storia, la filosofia, le letterature, l’arte, le scienze umane, l’antropologia – si stanno formando sulla prospettiva decoloniale e sulla world history (peraltro già presente in alcuni materiali didattici degli anni Settanta), ripensano la modernità e la nazione, ricercano le parole, i linguaggi, le autrici e gli autori con cui trasmettere contenuti disciplinari innovativi e valori autenticamente democratici: questo è il “pensiero critico”, non certo il “contraddittorio” sterile e polarizzante, che crea, quello sì, stereotipi e pregiudizi, come  fanno le Linee guida di Valditara, secondo il quale “solo l’Occidente” avrebbe una storia[37]. La retorica vischiosa, o meglio la Hasbara, che ha accomunato la quasi totalità dei discorsi degli esponenti politici nelle discussioni sul disegno di legge è penosamente e tristemente lontana dalla profondità storica di questi sguardi e fenomeni così come è del tutto incurante di quell’ampia parte di società italiana che non ha accettato e non accetta di stare in silenzio di fronte al genocidio, che sia in nome della Costituzione, del Vangelo, della giustizia sociale, dell’autodeterminazione dei popoli o di un’etica del riconoscimento. CONCLUSIONE La legge verrà approvata e la violazione della definizione IHRA di antisemitismo sarà considerata punibile sulla base della legge Mancino. Come in Israele, esporre una bandiera della Palestina[38], e come in altri Paesi europei scandire uno slogan come «From the river to the sea Palestine will be free» o parlare di Gaza e di Palestina nelle scuole, potranno venire considerati reati di antisemitismo. Oggi in Italia è impossibile colpire tutte e tutti coloro che si stanno impegnando per denunciare il genocidio, chiedere giustizia per i palestinesi e per esprimere solidarietà nei modi più vari e creativi – non solo docenti, studentesse e studenti (i principali bersagli dei disegni di legge), ma sanitari, lavoratrici e lavoratori portuali, aeroportuali e ferroviari, artisti, scrittrici e scrittori, studiosi, giuristi, giornalisti, associazioni della società civile e centinaia, se non migliaia, di gruppi, collettivi, comitati di attivisti e di cittadine e cittadini. Si potranno realmente censurare o proibire, in nome del “diritto dell’esistenza dello Stato di Israele”, un enorme numero di libri, testi scientifici, ricerche, romanzi, riviste, inchieste, rapporti, convegni, incontri pubblici, opere artistiche, fotografie, film, video, siti, canzoni, performance, mostre su Gaza, sulla storia della Palestina, sul genocidio? Come si potrà sanzionare un intero mondo culturale e politico? La risposta è certamente negativa: la legge servirà piuttosto come intimidazione, perché potrà essere aggiunto il reato di antisemitismo in alcuni casi eclatanti che serviranno di esempio, casi come quelli che già conosciamo: indagini su alcuni docenti, ispezioni nelle scuole, denunce e arresti di palestinesi e musulmani, come Mohammad Hannoun, Anan Yaheesh e Mohamed Shahin. I rappresentanti del governo, degli apparati di pubblica sicurezza e delle associazioni e comunità ebraiche, riunite nella Task force della Strategia Nazionale potranno in assoluta autonomia e discrezionalità decidere quando e come intervenire, quali soggetti perseguire, come già peraltro stanno facendo. Sarà poi la magistratura a decidere la punibilità dei reati. In molti casi tali accuse potranno poi essere archiviate o si areneranno nel nulla, come avvenuto in altri paesi, anche grazie all’intervento della CEDU (Corte Europea dei Diritti dell’Uomo), e in Italia per Shahin, ma si enfatizzeranno i veleni nella sfera pubblica, i sospetti e le delazioni, le accuse, le denigrazioni, le diffamazioni costringendo le/gli accusate/i ad affrontare la mediatica fabbrica del fango o procedimenti giudiziari. Già dal 2020 sono nel mirino organizzazioni come il BDS e Un ponte per, sindacati come la FIOM e partiti politici come Rifondazione comunista. L’Osservatorio antisemitismo e il suo rapporto annuale indicano nuovi soggetti, tra i quali le reti Digiuno per Gaza[39], Sanitari per Gaza[40], ong come Medici senza Frontiere[41], addirittura la rivista online «Tecnica della scuola»[42]. Attualmente grande attenzione viene dedicata agli utenti delle piattaforme online: Facebook e Instagram e TikTok. Che fare, dunque? Non farci intimidire, continuare, come da tre anni stiamo facendo, a scendere nelle piazze, parlare di Palestina a scuola, praticare i boicottaggi, decostruire l’Hasbara e ricostruire la storia con ricerche e argomentazioni scientificamente fondate, organizzare convegni e incontri, sostenere i gazawi e i palestinesi attraverso le associazioni e i progetti umanitari, rafforzare le reti e ricercare convergenze, consapevoli che un movimento così ampio e multiforme non può essere silenziato se è coeso e determinato. Segnali favorevoli alla libertà di pensiero e di opinione cominciano a giungere da paesi in cui la repressione è stata più intensa, soprattutto nelle università. Negli USA l’Università del Minnesota ha risarcito con 250.000 dollari il docente ebreo Raz Segal, licenziato su pressione delle lobby ebraiche nel 2024 per aver definito Gaza «un caso da manuale di genocidio»[43]. In UK una Corte d’appello ha respinto il ricorso dell’Università di Bristol, che aveva licenziato David Miller per le sue idee antisioniste e ha dichiarato che: «È coerente definire “razzista” un’ideologia [il sionismo] che promuove la creazione di uno Stato [in questo caso Israele] per una sola razza [gli ebrei] in un territorio che in precedenza ospitava un gran numero di persone di una razza diversa [i palestinesi]»[44], In Germania una Corte d’Appello ha annullato una precedente sentenza assolvendo l’autrice di un post che paragonava le politiche di Israele a quelle dei nazisti (decimo esempio della dichiarazione IHRA) in quanto opinione non antisemita[45]. Recentissima è la notizia che il Tribunale federale USA ha dato torto alla amministrazione statunitense che aveva accusato di antisemitismo l’università di Harvard, stabilendo che i diritti civili degli studenti ebrei non sono stati violati[46]. Sarà poi necessario un contromonitoraggio costante sul modo in cui l’antisemitismo verrà declinato, sulle attività della Task force, del CDEC e dell’Osservatorio antisemitismo, sui loro linguaggi, narrazioni e obiettivi, per essere pronte/i a riconoscere le dinamiche più o meno occulte della repressione e intervenire in massa, con tutti gli strumenti possibili, come nei casi di Mohamed Shahin, dei docenti del liceo Righi, tra cui Salvatore Bullara, e Massimo Sabbatini, del liceo Vivona[47], di Roma, le cui storie rappresentano modelli vincenti di resistenza anche perché sostenute dalla mobilitazione della società civile, dei giuristi democratici, dei sindacati. Certo, non abbiamo le risorse economiche e le strutture di cui le organizzazioni sioniste dispongono[48], ma possiamo avere la forza della moltitudine che non si piega. Maria Teresa Silvestrini, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Scarica qui il saggio in pdf. Silvestrini, Isrealizzazione e repressioneDownload -------------------------------------------------------------------------------- [1] Cfr. M.T. Silvestrini, in Scuole e università di pace. Fermiamo la follia della guerra, Aracne, Roma 2025, pp. 189-210. Il termine israelizzazione è un neologismo già registrato dal 2018 nell’Enciclopedia Treccani online con questo significato: «Adeguamento ai costumi e agli stili di vita israeliani, anche con riferimento al controllo militare operato dallo Stato d’Israele e ai sistemi di sicurezza da esso messi in atto»; https://www.treccani.it/enciclopedia/israelizzazione_(altro)/#google_vignette. Il termina Hasbara indica la sofistica attività diplomatica e di pubbliche relazioni di Israele, mirata a legittimare a livello internazionale le sue politiche e diffondere, in funzione di propaganda, una immagine positiva del paese; cfr., ad esempio: Shivi Greenfield, Israeli Hasbara: Myths and Facts, 27 dicembre 2012; https://www.molad.org/en/researches/israeli-hasbara-myths-and-facts. Ringrazio per la lettura, il confronto e i preziosi suggerimenti Michele Lucivero, Filippo Osella, Amedeo Rossi, Maurizio Russo e le compagne e i compagni della Scuola per la pace Torino e Piemonte. [2] La definizione dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) recita: «L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto». Ad essa seguono undici esempi orientativi, sette dei quali riguardano Israele; https://holocaustremembrance.com/resources/la-definizione-di-antisemitismo-dellalleanza-internazionale-per-la-memoria-dellolocausto. Per un breve inquadramento critico, si vedano: il dossier di BDS Italia, Combattere l’antisemitismo. Difendere la libertà di espressione (2021): https://bdsitalia.org/images/stories/pdfs/definizione-IHRA-ott-2021.pdf; Amnesty International, Antisemitismo: no all’adozione della definizione dell’IHRA, https://www.amnesty.it/antisemitismo-no-alladozione-della-definizione-dellihra/ (29 gennaio 2026). [3] Strategia nazionale di lotta all’antisemitismo. Rapporto finale, 2021; https://www.governo.it/sites/governo.it/files/documenti/documenti/Presidenza/NoAntisemitismo/StrategiaNazionale/StrategiaNazionaleLottaAntisemitismo_def.pdf. [4] Linee guida sul contrasto all’antisemitismo nella scuola, novembre 2021; https://www.mim.gov.it/documents/20182/6740601/Linee+guida+antisemitismo.pdf. [5] Strategia nazionale per la lotta all’antisemitismo. Edizione 2025; https://www.governo.it/sites/governo.it/files/documenti/documenti/Presidenza/NoAntisemitismo/StrategiaNazionale/Strategia_Nazionale_2025-IT.pdf. [6] L’antisemitismo di matrice fascista continua a essere un fenomeno diffuso, anche se non gli viene dato risalto nella cronaca mediatica e non ha assunto rilievo neppure nel dibattito parlamentare sul contrasto all’antisemitismo. Lo monitora comunque l’Osservatorio antisemitismo. Tra gli episodi recenti, a Savona tre giovani di Terza posizione hanno diffuso online contenuti suprematisti e antisemiti (12 luglio 2026). A Torino dodici  Militanti fascisti dovranno fare lavori socialmente utili e risarcire la Comunità ebraica (14 luglio 2026); tra essi Carlo Vignale, figlio dell’assessore regionale Gian Luca Vignale, ed Enrico Forzese, esponente di primo piano del movimento di Vannacci (cfr. Saluti romani e inni a Hitler, nel covo dei neonazisti anche militari, 7 marzo 2026). [7] Che la Strategia sia centrata sulla sicurezza e l’ordine pubblico, si può leggere anche in un articolo di Adam Smulevich sul sito dell’Osservatorio antisemitismo: Antisemitismo – presentata al Governo la nuova strategia, 20 febbraio 2025; https://www.osservatorioantisemitismo.it/articoli/roma-presentata-al-governo-la-nuova-strategia-per-la-lotta-contro-lantisemitismo-sviluppata-sotto-la-guida-del-coordinatore-nazionale-per-il-contrasto-allodio-antiebraico-il-genera/?hilite=strategia+nazionale. [8] Come nel precedente articolo, non ci si riferisce qui alla lunga storia dell’antisemitismo, del sionismo e dell’antisionismo, ma all’uso politico nel dibattito italiano della definizione di “nuovo antisemitismo” sintetizzata nella definizione IHRA. Cfr. Silvestrini, Il disegno di legge Gasparri, cit., nota 2, p. 190: «Storicamente, con antisemitismo si intende una forma di razzismo: la discriminazione storica e l’esclusione degli ebrei, la privazione del diritto ad avere dei diritti (Hannah Arendt), che ha portato al loro genocidio nei campi di sterminio nazisti. Con sionismo si intende solitamente il movimento, nato in reazione all’antisemitismo, fondato nel 1897 da Theodor Herzl (1860-1904), con il progetto di costituzione di uno Stato nazionale ebraico in Palestina espropriandone ed espellendone i palestinesi (“una terra senza popolo per un popolo senza terra”). L’antisionismo si contrappone all’esclusione sionista, a sua volta razzista, dei palestinesi dal diritto ad avere dei diritti, ed è quindi antirazzista». [9] «Il concetto di panico morale è stato usato per riferirsi alla paura diffusa o esagerata che la cultura o il benessere di una società siano sotto attacco da parte di individui o forze malvagie. Gli imprenditori morali – dai giornalisti ai politici, dagli opinionisti ai legislatori – innescano o guidano un sentimento di panico, spesso con l’introduzione di nuove leggi che aumentano il controllo sociale»; D. Della Porta, Guerra all’antisemitismo? Il panico morale come strumento di repressione politica, Altreconomia, Milano 2024, p. 15. [10] La Dichiarazione di Gerusalemme sull’Antisemitismo, 1° aprile 2021 https://www.assopacepalestina.org/2021/04/01/la-dichiarazione-di-gerusalemme-sullantisemitismo/; Jerusalem Declaration on antisemitism, https://jerusalemdeclaration.org/. [11] D. Zecca, Israele Stato-Nazione del popolo ebraico. L’ebraicità da pretesa normativa a parametro costituzionale, in NOMOS, 3-2019; https://www.nomos-leattualitaneldiritto.it/wp-content/uploads/2020/01/Zecca-3-2019-ver-2.pdf. [12] V. Pisanty, Antisemita. Una parola in ostaggio, Giunti, Firenze 2025, in part. pp. 56-67 su L’invenzione del nuovo antisemitismo; N. Finkelstein, L’industria dell’Olocausto. Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei, Meltemi, Milano 2024 (ed. or. Verso Books, New York 2000). [13] Gioventù meloniana; https://www.fanpage.it/backstair/story/gioventu-meloniana-inchiesta-su-giovani-di-fdi/. [14] A. Rossi, Antisemitismo e antisionismo. Usi e abusi, Edizioni Q, Roma 2025. [15] Roma – Contrasto all’antisemitismo (23.09.25); https://www.youtube.com/watch?v=R97RWz8NByk. [16] Ivi. [17] Propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale etnica e religiosa. [18] Nel settembre 2024 le nomine governative erano così articolate: Presidenza del Consiglio dei ministri (Sabrina Bono); Ufficio per la promozione della parità di trattamento e la rimozione delle discriminazioni fondate sulla razza e sull’origine etnica (UNAR) (Mattia Peradotto); Ministero dell’Università e della Ricerca (Alessandra Servidori, docente universitaria di politiche del Welfare e strumenti contrattuali); Ministero della cultura (Stefano Musco); Ministero per lo Sport e i Giovani (Juri Morico); Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (Andrea Esteban Sama); Ministero dell’istruzione e del Merito (Alessandra Veronese, docente di Storia Medievale,  Università di Pisa); Ministero dell’Interno (Francesca Romano Capaldo, Capo Segreteria dell’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori – OSCAD, presso il Dipartimento della Pubblica sicurezza, Direzione centrale della Polizia criminale). Le comunità e associazioni ebraiche erano rappresentate da Luigi Maccotta, Capo della Delegazione italiana presso l’IHRA; Simonetta Della Seta, componente della Delegazione italiana presso l’IHRA; Noemi Di Segni, Presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane (UCEI); Uriel Perugia, Segretario generale dell’UCEI; Luca Spizzichino, Presidente dell’Unione Giovani Ebrei Italiani – UGEI; Giorgio Sacerdoti, Presidente della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC); Gadi Luzzatto Voghera, Direttore del CDEC. Gli esperti erano Andrea Di Porto, docente emerito di Istituzioni di Diritto Privato alla Sapienza di Roma; Alessandro Saggioro, docente di Religioni antiche e moderne, alla Sapienza di Roma; Andrea Zanotti, docente di Diritto Ecclesiastico e Diritto canonico, Università di Bologna; Claudia Gina Hassan, docente di Sociologia della Comunicazione, Università Roma 2 – Tor Vergata; Paolo Mieli, giornalista, saggista e conduttore televisivo; https://www.governo.it/it/dipartimenti/coordinatore-nazionale-la-lotta-contro-lantisemitismo/noantisemitismo-strategia. [19] «In ambito nazionale, la polarizzazione del dibattito sulle ragioni della crisi mediorientale e delle parti in conflitto ha alimentato le istanze contro l’esistenza stessa dello Stato ebraico, trasversalmente condivise in seno ai circuiti organizzati dell’estremismo politico»; p. 14. [20] Aggiungono le firme i senatori del PD-IDP Alessandro Alfieri, Alfredo Bazoli, Tatjana Rojc, Filippo Sensi, Walter Gerini, Sandra Zampa oltre a Pier Ferdinando Casini (Centristi per l’Europa). Seguono Marco Lombardo, Carlo Calenda (Misto, Azione-Renew Europe) e Luigi Spagnolli (Aut, SVP-PATT, Cb). [21] Esteri Mieli, Marco Scurria, Domenica Spinelli, Marco Lisei, Costanzo Della Porta, Raffaele Speranzon, Andrea De Priamo, Giuliomaria Terzi di Sant’Agata. [22] Le finalità erano così formulate: «a) prevenire e contrastare ogni forma di antisemitismo nonché di odio e discriminazione nei confronti delle persone, delle comunità e delle istituzioni ebraiche; b) promuovere la conoscenza, il rispetto e la valorizzazione della storia, della cultura e della vita ebraiche; c) rafforzare la coesione sociale e assicurare adeguate misure di sicurezza alle comunità ebraiche e ai loro luoghi di aggregazione». [23] Il testo continua così: «L’espressione “non siamo antisemiti, siamo antisionisti” ovvero “siamo contro l’attuale governo d’Israele” spesso è solo un espediente per nascondere il solito antisemitismo. Legittimo criticare il governo di qualsiasi Stato, ma l’accanimento a senso unico su qualunque atto dello Stato ebraico, accompagnato dalla totale indifferenza e a volte dalla solidarietà verso i terroristi o le assai più gravi violazioni perpetrate altrove è verosimile indice di antisemitismo mascherato»; https://www.senato.it/show-doc?leg=19&tipodoc=DDLPRES&id=1492448&idoggetto=0&part=DDLpres_DDLpres1-relpres_relpres1. [24] Rispetto all’originario testo di legge 1004, che proponeva di creare una banca dati, il testo definitivo prevede di utilizzare anche per l’antisemitismo la banca dati del Centro di Elaborazione Dati (CED), presso la direzione centrale della polizia criminale, organo istituito con l’art. 8 della legge 1° aprile 1981, n. 121, Nuovo ordinamento dell’Amministrazione della pubblica sicurezza. [25] Il secondo esempio della definizione IHRA recita: «Fare insinuazioni mendaci, disumanizzanti, demonizzanti o stereotipate degli ebrei come individui o del loro potere come collettività – per esempio, specialmente ma non esclusivamente, il mito del complotto ebraico mondiale o degli ebrei che controllano i mezzi di comunicazione, l’economia, il governo o altre istituzioni all’interno di una società». [26] Legislatura 19ª – Aula – Resoconto stenografico della seduta n. 395 del 04/03/2026; https://www.senato.it/printable/route/sen_showdoc.show_doc_controller_structure?id=1496638&idoggetto=0&leg=19&tipodoc=Resaula&part=doc_dc-ressten_rs-ddltit_rdddddl1004eccaa:2&printable_format=print&legislature=19. [27] Alfredo Bazoli, Pier Ferdinando Casini, Graziano Delrio, Filippo Sensi, Walter Verini, Sandra Zampa. [28] Seduta n. 395 del 4 marzo 2026 – Votazione elettronica; https://www.senato.it/leggi-e-documenti/disegni-di-legge/scheda-ddl/votazione?did=57902&sessionId=395&voteId=2. [29] Legislatura 19ª – Aula – Resoconto stenografico della seduta n. 394 del 03/03/2026 https://www.senato.it/show-doc?leg=19&tipodoc=resaula&id=1496579&idoggetto=0&part=doc_dc-ressten_rs-DDLtit_rdddDDL1004eccaa:3-intervento_cataldim5s. [30] Legislatura 19ª – Aula – Resoconto stenografico della seduta n. 395 del 04/03/2026;  https://www.senato.it/show-doc?leg=19&tipodoc=resaula&id=1496638&idoggetto=0&part=doc_dc-ressten_rs-DDLtit_rdddDDL1004eccaa-intervento_decristofaromistoavs. [31] Ivi. Mieli si riferisce in particolare a una mozione presentata in Senato il 5 febbraio 2020 da parlamentari di centro sinistra e del M5S che accoglieva pienamente la dichiarazione IHRA; https://aic.camera.it/aic/scheda.html?core=aic&numero=1/00212&ramo=S&leg=18. [32] La Lega vuole abolire la legge Mancino sui reati di opinione. Gelo dei Cinque Stelle: “Non si cambia”, La Stampa, 4 agosto 2018, https://www.lastampa.it/politica/2018/08/04/news/la-lega-vuole-abolire-la-legge-mancino-sui-reati-di-opinione-gelo-dei-cinque-stelle-non-si-cambia-1.34036281/. [33] https://www.fratelli-italia.it/mancino-meloni-fdi-favorevole-ad-abrogazione-condividiamo-parole-ministro-fontana/; ultima consultazione 8 agosto 2026. [34] Roma. Contrasto all’antisemitismo. Audizione del 23 settembre 2025, minuto 1.39.00; https://www.youtube.com/watch?v=R97RWz8NByk. [35] Il monitoraggio degli episodi di antisemitismo verrebbe svolto dai tavoli permanenti di cui all’articolo 4, comma 2-bis, della legge 29 maggio 2017, n.71, Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione e il contrasto dei fenomeni del bullismo e del cyberbullismo (https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2017-05-29;71), che prevede l’istituzione in ogni scuola di un tavolo tecnico di monitoraggio. [36] Cfr. M. Meotto, Sguardi coloniali. Il genocidio nella didattica della storia in Scuole e università di pace. Fermiamo la follia della guerra, Aracne, Roma 2025, pp. 155-187, che definisce «il genocidio come un fenomeno strutturale e ricorrente nella modernità, strettamente collegato allo sviluppo dello Stato-Nazione, e come un atto politico in senso proprio» (p. 157). [37] Anche Roberto Vecchioni, cantautore e docente, si è riferito alla tradizione filosofica e letteraria europea in chiave scandalosamente eurocentrica: «Socrate, Spinoza, Cartesio, Hegel, Marx, Shakespeare, Cervantes, Pirandello, Manzoni, Leopardi. Ma gli altri le hanno queste cose?»; cfr. Ferdinando Pastore, L’Europa illuminata e gli altri barbari: l’imbarazzante discorso di Roberto Vecchioni, 16 marzo 2025; https://www.kulturjam.it/costume-e-societa/leuropa-illuminata-e-gli-altri-barbari-limbarazzante-discorso-di-roberto-vecchioni/. [38] Limitazioni israeliane alla bandiera palestinese, ennesimo attacco ai diritti umani, 23 gennaio 2023; https://www.amnesty.it/limitazioni-israeliane-alla-bandiera-palestinese-ennesimo-attacco-ai-diritti-umani/. [39] Toscana, digiuno contro il “sanitaricidio” di Gaza, 24 luglio 2026; https://www.osservatorioantisemitismo.it/articoli/toscana-digiuno-contro-il-sanitaricidio-di-gaza/?hilite=Amnesty. [40] Contrasto all’antisionismo nelle strutture ospedaliere, 6 luglio 2026; https://www.osservatorioantisemitismo.it/articoli/contrasto-allantisionismo-nelle-strutture-ospedaliere/?hilite=Sanitari. [41] Documentare la cultura organizzativa antisemita di Medici Senza Frontiere (MSF), 3 luglio 2026 https://www.osservatorioantisemitismo.it/approfondimenti/documentare-la-cultura-organizzativa-antisemita-di-medici-senza-frontiere-msf/?hilite=3+luglio. [42] Pregiudizi antisionisti di una rivista per la scuola, 20 luglio 2026 https://www.osservatorioantisemitismo.it/articoli/pregiudizi-antisionista-di-una-rivista-per-la-scuola/. [43] Gli revocò l’incarico dopo un articolo su Gaza: università del Minnesota risarcisce con 250mila dollari lo storico del genocidio Raz Segal, Il Fatto Quotidiano, 7 agosto 2026; https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/08/07/raz-segal-risarcimento-universita-minnesota-notizie/8473418/. [44] Areeb Ullah, Una Corte d’appello del Regno Unito conferma che le opinioni antisioniste sono tutelate dalla legge contro la discriminazione; https://zeitun.info/2026/08/06/una-corte-dappello-del-regno-unito-conferma-che-le-opinioni-antisioniste-sono-tutelate-dalla-legge-contro-la-discriminazione/?print=print. [45] Sentenza d’appello in Germania: paragonare Israele al nazismo non è reato, 4 agosto 2026; https://www.ilmitte.com/2026/08/germania-paragonare-israele-nazismo-non-e-reato-sentenza/. [46] Trump perde contro Harvard: il Tribunale federale boccia la causa per antisemitismo, Il Fatto quotidiano, 13 agosto 2026; https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/08/13/trump-harvard-causa-antisemitismo-notizie/8478466/. [47] Sui casi del Righi e del Vivona si veda la conferenza stampa di Stefania Ascari tenuta il 4 agosto alla Camera: https://webtv.camera.it/evento/32139. Cfr. S. Delitala, Il contraddittorio a senso unico: come si censura la Palestina nella scuola, 11 luglio 2026, https://osservatorionomilscuola.com/2026/07/11/contraddittorio-senso-unico-censura-palestina-scuola/; Ead., Liceo Vivona: un’ispezione sul niente, 19 luglio 2026, https://osservatorionomilscuola.com/2026/07/19/liceo-vivona-ispezione-sul-niente-palestina-censura/; M. Bocciano, La lettera del prof su Gaza, l’ispezione che non scopre nulla, la solidarietà: qualcosa non mi torna, Il Fatto Quotidiano, 27 luglio 2026; https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/07/27/prof-gaza-lettera-vivona-ispezione-notizie/8460861/. L’Osservatorio antisemitismo ha stigmatizzato il prof. Sabbatini in due articoli: Saul Meghnagi e Antonella Castelnuovo commentano le considerazioni propal del docente del liceo Vivona, 24 luglio 2026 e Livia Ottolenghi (UCEI), La scuola formi il pensiero critico, non orienti ideologicamente gli studenti, 23 luglio 2026. [48] Non sarà inutile sapere che il Centro di documentazione ebraica contemporanea, con sede a Milano, dove si trovano anche il Memoriale della Shoah e una biblioteca, ha un bilancio preventivo 2026 di 975.146 euro, di cui 500.440 di contributi pubblici. I più significativi derivano dalla legge 155/2009, che destina al Cdec 300.500 euro l’anno, e dal Ministero della cultura che ne destina 153.000 per tre anni. Il Cdec è soggetto alla vigilanza dell’UCEI e fa ovviamente parte del gruppo tecnico della Strategia nazionale; https://www.cdec.it/wp-content/uploads/2026/02/Conto-Economico-Preventivo-2026.pdf. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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No all’arrivo di militari israeliani sulla nostra terra. Neanche come turisti!
Continua in queste settimane la mobilitazione per contestare l’arrivo di cittadini israeliani nel sud della Sardegna tramite voli diretti da Tel Aviv a Elmas. In occasione di arrivi e partenze da e verso Tel Aviv gruppi di manifestanti si sono incontrati all’aeroporto di Elmas (vicino a Cagliari) e con slogan, striscioni, volantinaggi e bandiere palestinesi hanno espresso la loro contrarietà alla presenza di turisti che vengono a passare le vacanze in hotel di lusso e potrebbero essere reduci da operazioni militari che significano fattiva operatività nel genocidio della popolazione palestinese. Analoghe manifestazioni si sono svolte negli aeroporti di Olbia e Alghero. In vario modo si è chiesto che i voli diretti vengano sospesi. Le reazioni di molti passeggeri da e per Tel Aviv sono state di insofferenza o rabbia, con reazioni verbali e gestuali che non hanno intimidito i manifestanti. Neanche le notifiche della questura a carico di cinque di loro (art.18 TULPS) hanno fatto recedere da successive proteste.  L’ultimo intervento in aeroporto, del 23 luglio, è stata una manifestazione insolita, realizzata in forma di concerto: il pianista Peter Waters, artista di grande qualità e fama internazionale, per più di due ore ha suonato il pianoforte a coda sistemato vicino all’ala delle partenze spaziando su un repertorio dalla musica classica al jazz; davanti a lui stava una trentina di manifestanti con bandiere della Palestina e volantini da dare a chi volesse prenderli. Di tanto in tanto Peter cantava “Palestina libera”, a cui si rispondeva “Free free Palestine”, molto semplicemente, ma ciò è bastato per causare svariate reazioni molto infastidite. Oltre che negli hotel di lusso della costa meridionale sarda come Forte Village e Chia Laguna, anche a Cagliari sono ospitati molti turisti israeliani. Infatti un’altra tappa della contestazione il 28 luglio ha preso a riferimento il Palazzo Tirso, un lussuoso hotel situato vicino al porto, e lì davanti con striscioni, bandiere, interventi e volantinaggi si è ribadito che i turisti israeliani non sono graditi perché possono essere complici diretti o indiretti del genocidio in corso in Palestina. Le iniziative sono state promosse dal Comitato sardo di solidarietà con la Palestina, composto da una molteplicità di gruppi (tra cui l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università); a quella pianistica, nel quadro delle iniziative del Giovedì Bianco, ha partecipato anche il Presidio per la Palestina che manifesta tutti i giorni a Cagliari in piazza Yenne portando bandiere, striscioni e materiale informativo sulla situazione dei territori palestinesi occupati, e che il 31 luglio ha visto la partecipazione musicale della Banda Sbandati, con folta presenza di manifestanti.    Del 30 luglio e con le stesse motivazioni è la camminata al Poetto (la spiaggia di Cagliari) – sempre indetta dal Comitato sardo di solidarietà con la Palestina, di un gruppo che portava bandiere palestinesi. Si è così replicata un’iniziativa tenutasi anche l’anno scorso. È stato bello constatare che molta gente ha espresso vicinanza alle motivazioni della manifestazione e interesse per qualche chiarimento. Queste attività di sensibilizzazione e vicinanza con la causa palestinese continueranno nelle prossime settimane portando tra le prime motivazioni la denuncia del genocidio in corso a Gaza e in Cisgiordania, e la viva contrarietà alla presenza di turisti israeliani nella nostra terra, in quanto potenzialmente complici del genocidio.            Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Cagliari -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Il marchio Reggio Emilia e la ricostruzione educativa israeliana
Il 27 luglio scorso Cosimo Pederzoli riporta alla ribalta, tramite un post su Facebook, l’utilizzo del Reggio Emilia Approach negli asili israeliani della Fondazione Sasa Setton, realizzati in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione israeliano. Reggionline riprende la notizia il giorno successivo, sottolineando la posizione di Reggio Children, secondo cui non esiste alcun accordo commerciale o istituzionale diretto con la fondazione. «Israele vuole il Reggio Children Approach nelle colonie illegali», sostiene Pederzoli. Su questo punto non abbiamo conferme. Il programma “Embrace” (poi “Embrace 2.0”), guidato da Sasa Setton, Alumot Or e Center for Jewish Impact in coordinamento con il Ministero dell’Istruzione, riguarda un numero crescente di centri per la prima infanzia (3-6 anni): da 32 (Times of Israel, settembre 2025) a 52 (Center for Jewish Impact, novembre 2025), nella Gaza Envelope, nel Western Negev, a Bat Yam e in cinque località del nord — probabilmente Kiryat Shmona, Metula, Shlomi, o i villaggi del Mateh Asher Regional Council (Ayalon, Aramsha, Hanita, Matzuba, Betzet, Liman, Adamit, Rosh Hanikra) — tutte città e villaggi entro i confini internazionalmente riconosciuti di Israele. I finanziatori sono Bank Hapoalim, Rothman Family Foundation, Segal Family Foundation, Combat Antisemitism Movement, Russian Jewish Congress, San Francisco Federation. Nessuno dei sei enti citati come sostenitori del progetto ha una missione pedagogica. Bank Hapoalim è la principale banca commerciale israeliana. Combat Antisemitism Movement e Russian Jewish Congress sono organizzazioni di advocacy e rappresentanza comunitaria, attive rispettivamente nel lobbying politico internazionale e nel sostegno alle comunità ebraiche di lingua russa. La San Francisco Federation è un ente ombrello di raccolta fondi per cause comunitarie ebraiche nordamericane. Di Rothman Family Foundation e Segal Family Foundation, entrambe fondazioni filantropiche familiari statunitensi, non risultano profili pubblici dettagliati. In nessun caso si tratta di enti con competenza o missione dichiarata in pedagogia dell’infanzia — un dato che solleva la domanda su quale funzione svolga, in questo assetto, un riferimento a un metodo educativo come quello reggiano. Il Reggio Emilia Approach nasce nel secondo dopoguerra nelle campagne intorno a Reggio Emilia, per iniziativa di gruppi di genitori che, usciti dalla Resistenza e dalla distruzione della guerra, costruirono le prime scuole dell’infanzia anche con i materiali recuperati dai residuati bellici. Fu poi sistematizzato dal pedagogista Loris Malaguzzi, che ne fece un progetto pubblico e comunitario: la scuola dell’infanzia come diritto, costruita dal basso, in un territorio che usciva dall’antifascismo e dalla guerra. È su questo schema retorico — “Reggio che si ricostruì dopo la guerra” — che i promotori presentano il programma “Embrace”, nato, a loro dire, per supportare i bambini israeliani del Gaza Envelope nell’elaborazione del trauma del 7 ottobre 2023. Il Reggio Emilia Approach era però già arrivato in Israele dal 1998, quando Naama Zoran — che sarebbe poi stata tra i fondatori del dipartimento 0-3 del Ministero dell’Istruzione israeliano — lo introdusse nel paese. Da almeno il 2018, Zoran organizza inoltre seminari specifici come “Exploring Reggio Through a Jewish Perspective”. Sappiamo che nel sistema educativo israeliano il servizio militare è presentato come nucleo dell’identità nazionale, e l’esercito entra regolarmente nelle scuole di ogni livello. Già negli asili e nelle elementari, i bambini ascoltano racconti sull’eroismo dei caduti, partecipano a visite ai memoriali e vengono coinvolti nella spedizione di pacchi e lettere di sostegno ai soldati al fronte. È possibile che questo approccio propagandistico sia affiancato dal Reggio Emilia Approach, e quanto l’istituzione reggiana è a conoscenza di un eventuale uso distorto del suo progetto educativo? A fronte di queste domande, una prima risposta istituzionale era già arrivata nel settembre 2025. Il 22 settembre Reggio Children e il Comune di Reggio Emilia avevano annunciato l’avvio di una verifica sui rapporti con istituti israeliani o ebraici del network internazionale. Il giorno successivo, una nota di chiarimento precisava che l’organizzazione non ha mai concesso marchi o certificazioni a scuole in nessun paese, Israele incluso, ma confermava che la verifica caso per caso era in corso, insieme al richiamo alla continuità dei progetti sostenuti nel tempo con realtà educative palestinesi. Il Resto del Carlino individuò allora il primo banco di prova concreto di questa policy: lo Study Group “from Jewish Schools”, già in programma per il 12-16 gennaio 2026, co-promosso con Mirrors Way – Israel-Reggio Journey, il referente israeliano ufficiale della rete dal 1998. Lo Study Group si è tenuto regolarmente. E oggi, quasi un anno dopo l’annuncio, Israele risulta ancora presente nel Network Internazionale pubblicato sulla pagina ufficiale di Reggio Children, alla voce “Asia e Oceania” — pagina consultata e archiviata il 29 luglio 2026 (ore 21:04 UTC). Il 28 luglio Reggionline ha riportato, sempre a partire da una denuncia di Pederzoli, la sospensione della collaborazione con una scuola ebraica di Miami Beach. Della notizia non vi è però riscontro sul sito della scuola coinvolta, la Innovative School of Temple Beth Sholom: al 27 gennaio 2026 — mesi dopo l’annuncio — il suo sito e i suoi profili social continuano a definirla “Reggio inspired”, senza alcuna rimozione del riferimento. Non è chiaro, del resto, se un’eventuale sospensione riguardi un rapporto istituzionale diretto o la sola partecipazione a percorsi formativi — distinzione che, secondo quanto dichiarato da Reggio Children, resta comunque permessa a livello individuale, non essendoci un marchio commerciale da revocare. Le decisioni su ulteriori eventuali azioni, ha precisato l’organizzazione, saranno valutate insieme all’Istituzione Scuole e Nidi d’Infanzia del Comune, titolare del marchio. Sul piano politico locale, la vicenda non ha finora prodotto interrogazioni parlamentari né a Camera né a Senato. Il 12 gennaio 2026 il Consiglio comunale di Reggio Emilia ha invece respinto, a larghissima maggioranza, una mozione di Coalizione Civica che chiedeva a Farmacie Comunali Riunite di sospendere i rapporti con la multinazionale israeliana Teva — un dato che aiuta a misurare la distanza tra la dichiarazione di settembre e la prassi politica della città. Per l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università resta dunque aperta la domanda con cui si chiude questa ricostruzione: se un approccio propagandistico attraversa effettivamente il sistema educativo israeliano fin dalla prima infanzia, cosa garantisce che i centri sostenuti da Sasa Setton — costruiti proprio nel linguaggio della pedagogia reggiana — ne restino immuni? E quanto, un anno dopo il primo allarme, l’istituzione reggiana ha davvero verificato l’uso che viene fatto, altrove nel mondo, del proprio nome? Silvia Delitala, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
A Bologna la polizia uccide: l’omicidio di Stato come indice della militarizzazione del nostro Paese
Domenica, in una Bologna avvolta dalla calura un vero e proprio incubo si è materializzato in una mattina di mezza estate. Sarebbe stata tutta un’altra storia se quella chiamata alle forze dell’ordine fosse arrivata da una villa sui colli ed avesse riguardato un italiano benestante che chiedeva aiuto in stato confusionale. Ma nella realtà, quella telefonata è arrivata dal Pilastro e quando la polizia è arrivata lì non ha trovato un ricco italiano, ma Abderrhaim Fakir, un lavoratore marocchino titolare di una ditta di facchinaggio. Fakir aveva perso da pochi mesi la madre, aveva qualche problema burocratico col rinnovo del permesso di soggiorno e, per via di difficoltà che attraversava la sua ditta, aveva licenziato alcuni suoi dipendenti. Questi e chissà quanti altri problemi erano per lui fonte di malessere e forse erano proprio le ragioni che avevano portato allo stato confusionale di domenica mattina, quando di fronte alle sue urla in un garage del Pilastro, qualche vicino si è allarmato forse eccessivamente (Fakir non stava facendo male a nessuno) e ha deciso di chiamare le forze dell’ordine. Una volante è accorsa sul posto insieme ai sanitari in uno di quelli che si denominano interventi congiunti. E come da protocollo per questi casi, i sanitari sono rimasti del tutto inermi: in presenza di un soggetto che dà in escandescenze, le forze dell’ordine agiscono per prime, per “creare le condizioni” per consentire ai sanitari di intervenire. E la polizia è riuscita in questo intento, visto che in poco tempo hanno proceduto con le manovre d’arresto che hanno immobilizzato a terra Fakir. Ma a quel punto non c’era nient’altro da fare per i sanitari, visto che ormai Fakir non respirava più. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università si unisce al dolore dei suoi cari ed esprime tutta la solidarietà possibile nella tragica occasione deĺla sua scomparsa alla giovane età di 43 anni, una vita interrotta a metà da chi avrebbe dovuto tutelarlo e proteggerlo. La nostra comunità si aspetta verità e giustizia su questo caso e su tanti casi simili già avvenuti in precedenza. Non derubrichiamo questo caso a mero incidente, trovando un modo per minimizzare le conseguenze della violenza razzista e classista che caratterizza questo che è un vero e proprio omicidio di Stato. A tal proposito, si segnala una mappa online degli omicidi e degli abusi commessi dalla polizia nel nostro Paese per far comprendere che non si tratta di poche mele marce, ma che è marcio quasi tutto il frutteto. Pensate che dalle prime comunicazioni della Questura filtravano voci tendenti a classificare la vittima come un senza fissa dimora, allo scopo di sminuire le responsabilità ed il peso per la società, arrivando addirittura a provare a dire che quando erano arrivati i poliziotti lo avessero già trovato morto. Già solo queste falsità danno la misura della gravità della situazione e della volontà “politica” di mettere la polvere sotto il tappeto. MA PERCHÉ L’OSSERVATORIO HA DECISO DI PUBBLICARE QUESTO COMUNICATO? COSA HA A CHE VEDERE QUESTO CASO CON LA NOSTRA ATTIVITÀ? Ebbene, questo tragico evento si iscrive a pieno titolo in quel clima di repressione che sta stringendo sempre più in una morsa la libertà degli e delle italiane (nello stesso giorno della morte di Fakir il Ministro degli Interni Piantedosi ha emanato l’ennesimo decreto sicurezza). E la stretta repressiva, soprattutto nelle periferie, nei quartieri popolari e nei confronti dei ceti subalterni e di chi esprime dissenso, è un elemento chiave del fenomeno di militarizzazione della società. Lo avevamo preannunciato anni fa che la militarizzazione dei luoghi dell’istruzione sarebbe stato solo la prima fase di un processo che si sarebbe poi dispiegato e riversato nel resto della società. E a nostro avviso siamo già da circa un anno in quella seconda fase inaugurata col “pacchetto sicurezza”. E, secondo punto che rileviamo come Osservatorio, gli allievi delle Forze dell’Ordine sono formati attraverso un preciso e studiato “sistema educativo” di cui, come ci insegna il Professor Charlie Barnao, questo evento sarebbe una delle naturali conseguenze (vedi qui). È una vergogna che, invece di lavorare per cambiare al più presto tale sistema, si facciano protocolli per invitare queste persone così formate a tenere lezioni di educazione civica nelle nostre scuole. Ma si va anche oltre la mera militarizzazione della società, con una presenza sempre più minacciosa che in taluni casi sembra voler scimmiottare il “modello ICE” degli USA. In realtà, a nostro avviso siamo davanti ad un fenomeno di israelizzazione della nostra società e il modello dell’ordine pubblico in Italia sembra ispirarsi di più alla polizia israeliana, con la quale peraltro si sono avviate profonde collaborazioni su più ambiti, inclusi quelli “formativi” di cui parlavamo. Quello che forse in tanti non sanno infatti è che da diversi anni la polizia di Stato viene addestrata con tecniche israeliane non solo in ambito investigativo, ma anche nell’uso della forza e nelle manovre d’arresto. Per esempio, molte procedure per immobilizzare e atterrare i cittadini malcapitati vengono mutuate in particolare dal Krav Maga, un sistema di combattimento di origine israeliana che trova ampia diffusione nelle forze dell’ordine anche in Italia. E nella fattispecie, la manovra con cui è stato ucciso Fakir riferisce a un gruppo di tecniche come quella in figura. I ragazzi che assistono alla “lezione” sono allievi poliziotti. Alcuni, nella foto, sorridevano (vedere qui per l’originale, ma anche questo articolo è indicativo). Si tratta di manovre molto rischiose per le conseguenze sul sistema respiratorio e su quello cardiaco. Questo perché alcune di esse prevedono il blocco delle arterie carotidi per indurre la perdita di coscienza, blocco che se non rimosso in pochi secondi (si pensi ad esempio a George Floyd negli USA) può portare alla morte della persona bloccata a terra, impossibilitata a respirare. LA RISPOSTA DELLA GENTE COMUNE L’unica luce nel buio della tragica uccisione è la reazione della gente comune, scesa in centinaia già dalla sera di domenica in un presidio organizzato dal basso dai comitati e dalle realtà attivi al Pilastro. Migliaia di cittadine e cittadini si stanno ritrovando mentre scriviamo in Piazza Nettuno a Bologna in un’iniziativa lanciata dal sindaco e raccolta da tante organizzazioni, anche critiche nei confronti della sua Giunta, perché al momento tutte e tutti pretendono verità e giustizia sulla morte di Fakir. Auspici per il futuro: * basta con l’addestramento delle forze dell’ordine attraverso tecniche e manovre che comportano rischi per l’incolumità delle persone e ripensare il modello generale di riferimento per l’addestramento delle forze dell’ordine sulla base del principio primum non nuocere; * nei casi di interventi congiunti dare la priorità ai sanitari nella valutazione del caso per comprendere la priorità dell’emergenza sanitaria (Farik era in evidente stato confusionale); * istruire i sanitari sugli effetti e sui rischi delle manovre affinché possano limitare l’intervento delle forze dell’ordine laddove ravvedano criticità sanitarie (non è possibile che il protocollo preveda che i sanitari debbano astenersi dall’intervenire quando è in gioco la vita di una persona); * non utilizzare le misure di sicurezza per militarizzare ed israelizzare la nostra società, ma solo per tutelare e proteggere i cittadini di ogni quartiere, di ogni etnia e di ogni ceto. Se c’è un senso che possiamo dare alla morte di Fakir, oltre al garantirgli verità e giustizia, è quello di far sì che da questo punto in poi si tracci una linea a chiare lettere: “MAI PIÙ!” Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
L’israelizzazione che reprime anche l’Italia
Il conflitto a Gaza non interroga soltanto il diritto internazionale. Interroga anche le democrazie occidentali, chiamate a scegliere tra tutela dei diritti e il primato della sicurezza. Dalle analisi di Francesca Albanese alla vicenda della Freedom Flottilla, fino alle restrizioni del dissenso in Italia, un viaggio dentro quel paradigma che […] L'articolo L’israelizzazione che reprime anche l’Italia su Contropiano.
July 11, 2026
Contropiano
Vannacci e la militarizzazione della politica nel quadro dell’israelizzazione della società civile italiana
Al di là dello specifico posizionamento politico che il Generale di Divisione dell’Esercito Italiano Roberto Vannacci ha assunto nel panorama ideologico attuale – per nulla originale a dire il vero, dal momento che si tratta del classico armamentario leghista e dell’estrema destra – ciò che dovrebbe far riflettere, invece, in questo preciso momento storico è il fatto che per la prima volta nell’Italia repubblicana un generale dell’esercito, anzi il generale di uno dei reparti più reattivi dell’esercito italiano, come quello dei paracadutisti della Folgore, si metta a capo di un movimento politico e riceva, al tempo stesso, una notevole esposizione mediatica. A dire il vero, l’ingresso di militari graduati in politica non è un fenomeno completamente nuovo. Sicuramente è un tratto distintivo dell’Italia prerepubblicana, in cui le cariche politiche erano appannaggio di classi sociali benestanti e l’ingresso in Parlamento era su base censitaria, per cui non era insolito trovarsi come senatori dei generali oppure dei capi d’armata; tuttavia, il fenomeno dei militari in politica e in Parlamento è tornato in voga con una certa frequenza negli ultimi due decenni. Si potrebbero citare, ad esempio, i nomi di Davide Galantino, Ufficiale dell’Esercito Italiano nato nel 1979, biscegliese e fuciliere assaltatore della Folgore, diventato, di fatto, il primo graduato in servizio ad essere eletto alla Camera dei deputati in un collegio pugliese nel 2018 con il Movimento 5 Stelle, per poi passare l’anno successivo a Fratelli d’Italia. Ma si potrebbe citare anche Silvio Giovine, vicentino e avvocato, Ufficiale della riserva selezionata dell’Esercito eletto alla Camera dei deputati nel 2022 tra le fila di Fratelli d’Italia. Un approfondimento a parte andrebbe fatto per Edmondo Cirielli, laureato in giurisprudenza e generale dell’Arma dei Carabinieri per poi diventare nel 2020 Generale di Brigata. La sua carriera politica inizia come consigliere della regione Campania nel 1995 in quota Alleanza Nazionale e poi prosegue, con la medesima sigla, come deputato alla Camera nel 2001. Ha ricoperto numerosi incarichi politici negli anni, tra cui quello di consigliere della Fondazione Italia USA e membro dell’Assemblea parlamentare della NATO. Al di là delle sue uscite infelici sulla Resistenza italiana e di dichiarazioni fascistoidi, giova ricordare almeno la promozione di due diverse iniziative in Parlamento: la prima risale al 2005 e riguarda la riforma del codice penale in relazione ai termini di prescrizione e alle pene per i reati di associazione mafiosa, quella che viene indicata come legge ex-Cirielli; la seconda, invece, risalente al 2020 riguarda un disegno di legge che introdurrebbe il divieto di costituzione di partiti che «si propongano l’instaurazione di regimi totalitari di ideologia comunista» (sic!). Sintomatica di un determinato modo di pensare la politica è, a nostro avviso, anche la nomina di Sergio Costa nel maggio 2018 nel governo tecnico guidato da Giuseppe Conte a ministro dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare.  Costa era già diventato nel gennaio 2017, con il trasferimento del personale dal Corpo forestale all’Arma dei Carabinieri, Generale di brigata dei Carabinieri Forestali, per poi passare nel 2024 a Generale di corpo d’armata dell’Arma dei Carabinieri. Contestualmente, negli anni successivi la sua carriera politica continua tra le fila del Movimento 5 stelle, guadagnando anche l’elezione a deputato nella tornata del 2022. Tuttavia, un caso come quello di Roberto Vannacci, che, dopo essere stato eletto Europarlamentare nel 2024 come indipendente nelle liste della Lega, si mette a capo di un partito con una esposizione mediatica davvero notevole non si vedeva nella storia italiana dai tempi di Pietro Badoglio, il più clamoroso caso di un militare alla guida del nostro Paese. Partito come tenente colonnello nella Prima guerra mondiale, Badoglio venne nominato senatore nel 1919 per poi diventare nel 1925 Capo di stato maggiore dell’Esercito e nel 1926 Maresciallo d’Italia, carica inventata dal regime fascista di Mussolini. Badoglio si fece strada nelle varie imprese coloniali italiane nel corno d’Africa, in pieno appoggio al Partito fascista, organizzando deportazioni e stermini anche con l’uso di armi chimiche, come testimonia Angelo Del Boca[1]. Nel tentativo di risollevare le sorti dell’Italia, caduta in disgrazia a causa di Mussolini, che di fatto non fu mai un militare in carriera, essendo stato congedato per le ferite riportate nel 1917 per l’esplosione accidentale di un lanciabombe durante un’esercitazione, Badoglio fu nominato capo del governo il 25 luglio 1943 da Vittorio Emanuele III. Vale la pena ricordare, però, che le decisioni più importanti del Paese da quel momento in poi vennero prese, di fatto, all’interno del Consiglio della Corona, presieduto dal sovrano, e composto dallo stesso Badoglio, dal Capo di stato maggiore generale Vittorio Ambrosio, dal Capo di stato maggiore dell’Esercito Mario Roatta e dal Comandante dei servizi segreti Giacomo Carboni. Ora, il senso del richiamo a questa vicenda storica sta nel fatto che l’uscita dal fascismo, che pure aveva cercato di militarizzare il Paese dal basso, segnava un momento di crisi per lo Stato italiano, che non si sarebbe potuto risolvere con un ordinario svolgimento della vita democratica, cioè mediante la politica e la deliberazione, ma necessitava di poteri forti, di “efficienza”, di “decisioni rapide”, “azione”, “evitamento di intoppi burocratici”, circostanza che poteva essere messa in capo esclusivamente agli ambienti militari di alto grado. La militarizzazione della vita politica ha comportato in Italia, ma soprattutto in Germania, il naturale scivolamento della gestione della cosa pubblica verso un modello efficientistico caratterizzato da leadership, management e governance, termine, quest’ultimo, marcatamente diverso da government (nel senso di governo politico), perché comporta la gestione autoritaria, il controllo e l’amministrazione aziendale niente affatto democratica. Eppure, la pratica di militarizzare gli Stati, lo dimostra chiaramente Johann Chapoutot in Nazismo e management[2], ha fatto scuola in Europa, a partire dalla gestione dell’impresa nazista, nell’organizzazione del lavoro, nella mobilitazione delle risorse, nella considerazione dell’estrema sacrificabilità degli esseri umani in qualità di soldati da parte di alti gerarchi. Questo modello di gestione militare dello Stato, che sopravvive abbondantemente al nazismo, anche in Germania, se, da un lato, eleva l’efficienza e l’efficacia tayloristica – aggiungendone la componente autoritaria – a principio ottimale per la vita politica, dall’altro stabilisce, mediante la costruzione di un poderoso universo simbolico militaresco, un pernicioso parallelo tra le regole e le strategie di gestione di una guerra e le regole di amministrazione di uno Stato, generando, surrettiziamente, la fallace consapevolezza di essere sempre in una condizione di emergenza, in uno “stato d’eccezione” per cui solo il militare è capace di sollevare le sorti della politica e della società civile (il richiamo alla gestione dell’emergenza sanitaria del Covid-19 è superflua). In questo quadro va letta e interpretata quella che può essere definita l’israelizzazione montante della società civile italiana nel solco della tradizione storica israeliana. L’eccezionalità della vita politica dello Stato d’Israele, in conflitto perenne con la Palestina e il mondo arabo circostante, ha comportato, sin dalla sua nascita, che la gestione amministrativa fosse affidata perlopiù a ufficiali delle forze armate, se non proprio a paramilitari distintisi in operazioni terroristiche nei primi anni della fondazione sionista d’Israele. Da Benjamin Nethanyauh, passando per Ariel Sharon, Ehud Barak e Yitzhak Rabin, per approdare a Yitzhak Shamir, Menachem Begin, rispettivamente attivi nella Banda Stern e nell’Irgun, la stretta connessione tra apparati militari e gestione dello Stato, accanto alle porte girevoli attivate per ex-militari-politici nelle università e nell’amministrazione di industrie di interesse nazionale è piuttosto evidente. Ed è esattamente in questo quadro che va letto il consenso che giunge da certi ambienti per Roberto Vannacci, nell’illusione che il piglio militare possa finalmente dare corso al programma di remigrazione, sovranismo, conservatorismo razzista e maschilista, che la destra, tra Meloni e Salvini, fatica a realizzare per evidenti ostacoli costituzionali insieme ai capestri delle politiche sovranazionali. Ma ancora più significativa in questo senso è la nomina alla presidenza di Orizzonte Sistemi Navali SpA, partecipata da Fincantieri (51%) e Leonardo (49%), di Enrico Credendino, Capo di Stato Maggiore della Marina Militare. Ecco che il teorema della militarizzazione della società civile in Italia viene a coincidere, dunque, con la proposta di un modello politico-amministrativo – che definiamo israelizzazione – caratterizzato da rigidi apparati di sorveglianza, misure di polizia, provvedimenti repressivi e pratiche di controllo preventivo (basti pensare ai vari decreti sicurezza), iniziative nate per una gestione capillare e securitaria del Paese e per la legittimazione della guerra (neocoloniale) al di fuori del confine territoriale. Michele Lucivero, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università [1] A. Del Boca, I gas di Mussolini. Il fascismo e la guerra d’Etiopia, Roma, Editori riuniti, 1996. [2] J. Chapoutot, Nazismo e management. Liberi di obbedire, Einaudi, Torino 2021. Pubblicato su www.pressenza.it. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Israelizzazione di scuole e università in Italia, scolasticidio in Palestina
La grave crisi del sistema educativo palestinese non sta solo nei 110 studenti e studentesse di Gaza vincitori e vincitrici delle borse  di studio IUPALS per l’Italia, (vedi l’appello del prof. Violante della Statale di Milano (clicca qui), che rischiano di perdere anche il secondo semestre universitario. Nell’intervista a Michele Giorgio su Radio Onda d’Urto per la rubrica settimanale Scuola Resistente, viene denunciata una forte pressione israeliana, soprattutto sull’UNRWA, riguardo ai libri di testo palestinesi, accusati da Israele di promuovere il terrorismo; ciò si traduce in una vera e propria censura con modifiche nei contenuti scolastici, inclusi cambiamenti linguistici, culturali e sui luoghi geografici. Michele Giorgio, inviato a Gerusalemme per il Manifesto è il direttore del noto sito di informazioni Pagine esteri, descrive un fenomeno da più parti definito “scolasticidio”: molte scuole sono state distrutte o danneggiate e quelle rimaste funzionano spesso come rifugi per sfollati, diventando spesso obiettivi militari con danni alle strutture gravissimi. Nei libri scolastici israeliani la storia palestinese è palesemente assente e la situazione si è aggravata dopo l’approvazione della legge fondamentale del 2018 che equipara lo Stato di Israele ad uno stato confessionale tagliando definitivamente qualsiasi Ponte culturale possibile tra ebrei e “non-ebrei”: la disumanizzazione associata alla negazione della specificità etnica palestinese, sono gli altri  tratti distintivi della pulizia etnica che va avanti da 80 anni inserendosi all’interno dei programmi scolastici israeliani.  La situazione attuale viene fatta risalire, quindi, a processi iniziati ben prima del 7 ottobre e riacceleratisi dopo gli accordi di Oslo. A Gerusalemme Est, sotto controllo israeliano, la situazione è paradigmatica: le scuole hanno dovuto adottare programmi e testi conformi al sistema educativo israeliano, mentre crescono le pressioni per estendere questo modello all’intero sistema scolastico palestinese, già colpito da forti tagli ai finanziamenti. Notevoli, inoltre, sono anche le difficoltà pratiche quotidiane: limitazioni agli spostamenti degli insegnanti, stipendi bassi e condizioni lavorative che compromettono la qualità dell’istruzione. La popolazione palestinese ha sempre fatto della qualità e del livello elevato di istruzione diffuso un punto di forza della propria capacità di resistenza alle difficoltà ma in questi ultimi due anni questo modello è seriamente messo in pericolo. Clicca qui per ascoltare la puntata su Radio Onda d’Urto. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
#stopthegenocideingaza🇵🇸 #Israelizzazione e #militarismo - intervista ad Antonio Mazzeo Quanto sta facendo male l'ideolgia sionista ai giovani israeliani? Ne abbiamo parlato con Antonio Mazzeo https://www.youtube.com/watch?v=B9KORcGvzFY
February 24, 2026
Antonio Mazzeo
Ddl Gasparri: hasbara e israelizzazione tra assimilazione delle coscienze e repressione del dissenso
PREMESSA Il disegno di legge Gasparri, ora in corso di esame al Senato, intitolato Disposizioni per il contrasto all’antisemitismo e per l’adozione della definizione operativa di antisemitismo, che equipara antisemitismo, antisionismo e critiche a Israele e commina pene detentive a coloro che, con parole e/o azioni, contravvengono a questa formulazione, è il frutto di una lunga storia che va tenuta presente per comprendere le modalità dell’attuale repressione nei confronti di coloro che, in Italia e nel mondo, manifestano la propria opposizione al genocidio, all’occupazione e all’apartheid in Palestina[1]. In estrema sintesi, si tratta di una controffensiva ideologica sionista, una hasbara[2], le cui radici risalgono alla perdita di credibilità e consenso internazionale del governo di Israele a metà degli anni Settanta, di cui fu espressione la risoluzione ONU 3379 del 1975 che dichiarò che “il sionismo è una forma di razzismo e di discriminazione razziale” [Levy]. La risoluzione 3379 fu poi abolita nel 1991, nel contesto delle trattative per gli accordi di Oslo, ma nel frattempo era cominciato il percorso di ridefinizione concettuale e linguistica dell’antisemitismo, e all’inizio degli anni Duemila il governo israeliano, in particolare il Ministero della Diaspora, si impegnò in una vera e propria “controffensiva coordinata contro l’antisemitismo”, soprattutto quello di matrice arabo islamica, con l’obiettivo di attivare azioni diplomatiche efficaci [Pisanty, 69]. Nel frattempo, nel 1998, era stata fondata l’IHRA, International Holocaust Remembrance Alliance, forum intergovernativo a cui aderiscono oggi 35 paesi, che diventerà l’organismo internazionalmente riconosciuto come la fonte legittima per la attuale definizione di antisemitismo. Nel 2000 la Dichiarazione del Forum di Stoccolma sull’Olocausto, “pianificato e realizzato dai nazisti”, impegnò la comunità internazionale a tenere viva la memoria della Shoah contro ogni negazionismo, a promuoverne lo studio e a commemorarne le vittime. LA DEFINIZIONE DI ANTISEMITISMO DELL’IHRA Circa quindici anni dopo, la responsabilità politica internazionale per la memoria dell’Olocausto sancita a Stoccolma si saldò idealmente con la nuova definizione di antisemitismo, e nel 2016 a Budapest, in una seduta plenaria dell’IHRA, venne approvata la “definizione operativa” non giuridicamente vincolante di antisemitismo: “L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto” [definizione IHRA]. Presentata come una definizione euristica di natura descrittiva, utile per identificare e monitorare il fenomeno dell’antisemitismo, dunque senza implicazioni giuridiche, tale definizione è evidentemente vaga e priva di logica perché si fonda sulla “percezione”, che è una funzione psichica (l’atto del prendere coscienza) e sull’odio, che è una emozione o sentimento. Le azioni, i comportamenti, sono concettualizzati come “manifestazioni verbali e fisiche” di un antisemitismo percettivo ed emotivo. Ne deriva la divaricazione tra l’“antisemitismo” così inteso e la “discriminazione antisemita”, che, come tutte le discriminazioni, è una azione concreta a svantaggio di gruppi sociali o persone, in questo caso gli ebrei, ed è ascrivibile all’antisemitismo storico. In altri termini, il nuovo antisemitismo consisterebbe in percezioni e sentimenti, o stereotipi e pregiudizi, che attengono alla sfera del pensiero e della coscienza individuale, difficili da misurare scientificamente e che di per sé non sono atti concreti di discriminazione. Non è la stessa cosa dire “stereotipo antisemita”, “pregiudizio antisemita” e “antisemitismo”. Come manifestazioni di tali percezioni e sentimenti, i comportamenti normalmente sanzionabili per legge, quali i danni alle cose o alle persone, diventano, da reati comuni, reati di antisemitismo. La vera e propria discriminazione antisemita come azione rivolta alla privazione di diritti per gli ebrei viene del tutto dimenticata e sostituita dal “nuovo antisemitismo”. In teoria non c’era bisogno di alcuna nuova definizione per sanzionare comportamenti dannosi nei confronti di ebrei o anche discriminazioni antisemite nelle legislazioni nazionali. Il punto è che lo scopo ambiguo e recondito della definizione IHRA non era quello di combattere l’antisemitismo in quanto discriminazione, ma quello di silenziare le critiche al governo di Israele, equiparandole a espressioni di antisemitismo: “Le manifestazioni (di antisemitismo) possono avere come obiettivo lo Stato di Israele perché concepito come una collettività ebraica” [definizione IHRA]. Entra in gioco qui il concetto, anch’esso nuovo, di “Ebreo collettivo”, identificato con Israele e particolarmente caro al Likud, che era stato elaborato in parallelo a quello di “nuovo antisemitismo” per agganciare quest’ultimo all’antisemitismo storico [Pisanty, 67-80; Rossi, pp. 43-56]. Per chiarire le eventuali manifestazioni di antisemitismo, la definizione venne corredata dall’IHRA di undici esempi tra i quali sei riguardano esplicitamente lo Stato e il governo di Israele. Due di essi sono particolarmente eloquenti: “Negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo”; “fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti”. Rimandando al lavoro di Valentina Pisanty [pp. 88-100] per l’analisi e il commento puntuale di tali esempi, osserviamo che negli anni seguenti la definizione IHRA venne fatta propria da numerosi documenti internazionali tra cui la Risoluzione del Parlamento europeo (1 giugno 2017) che invitò gli Stati membri ad adottarla e applicarla, sull’esempio del Regno Unito e dell’Austria. Non mancarono forti controversie per le ambiguità della definizione e per il concreto pericolo di censura della vita culturale dei paesi che, come la Germania, la avessero applicata [Della Porta; Antisemitismo in Germania]. L’ADOZIONE ITALIANA DELLA DEFINIZIONE IHRA (2020) E LA PRIMA STRATEGIA NAZIONALE DI LOTTA ALL’ANTISEMITISMO (2021) Il governo italiano adottò ufficialmente la definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA il 17 gennaio 2020 (governo Conte II) nella forma di mozione o atto di indirizzo. Nel documento l’esplicita l’equiparazione di antisemitismo e antisionismo, “inteso quest’ultimo come rifiuto della legittimità dello Stato d’Israele”, si traduce, su richiesta del “Ministro israeliano della sicurezza pubblica e degli affari strategici Gilad Erdan”, nella stigmatizzazione antisemita del movimento BDS e dei suoi sostenitori (“tra cui organizzazioni politiche come Rifondazione Comunista e Comunisti italiani, sindacali come Fiom e Ong come «Un Ponte Per…» e Servizio civile internazionale”), ai quali la Camera si impegnò a non destinare finanziamenti pubblici [XVIII LEGISLATURA, Allegato B]. Colpisce, nella narrativa della mozione, che “tali fenomeni di odio antisemita appaiono come strettamente connessi anche con le recenti e le crescenti tensioni nella Striscia di Gaza”: a quel tempo erano sotto gli occhi del mondo le proteste della Grande Marcia del Ritorno, durate 86 settimane a partire dal 30 marzo 2018, con 234 morti palestinesi, e le denunce dell’ONU e delle organizzazioni umanitarie internazionali sull’impossibilità di vita dignitosa a Gaza. Ma, va notato, Gaza e le sue “tensioni” scompariranno del tutto nei successivi documenti  italiani sull’antisemitismo. L’anno seguente (2021) l’Italia si dotò della prima Strategia nazionale di lotta all’antisemitismo, frutto dell’elaborazione di un “Gruppo tecnico di lavoro per la ricognizione sulla definizione di antisemitismo approvata dall’IHRA” coordinato da Milena Santerini, docente universitaria di Pedagogia all’Università cattolica del Sacro Cuore di Milano e deputata dal 2013 al 2018 nel gruppo Scelta civica di Mario Monti. Benché infarcita di assunti iperbolici e a tratti islamofobi ispirati dalla definizione IHRA e dalla ampia narrazione internazionale di sostegno, la Strategia Nazionale scriveva in premessa che: “Affrontare il tema dell’antisemitismo in Italia comporta la chiara assunzione di responsabilità per l’adozione delle leggi razziste del 1938 di stampo antisemita che hanno segnato una svolta nella storia del nostro Paese” [p. 6]. “Il picco dell’intolleranza” individuato dal Gruppo tecnico concerneva infatti gli attacchi fascisti sui social e l’aggressione di Forza Nuova alla senatrice Liliana Segre, avvenuti nel 2019, a seguito dei quali fu deciso di dotarla di una scorta [p. 9]. Pertanto l’ampliamento delle norme penali raccomandate a governo e parlamento dal Gruppo tecnico riguardava in primo luogo l’apologia del fascismo[3]. E ancora, sottolineava il Gruppo tecnico, i crimini d’odio erano prevalentemente hate speach sui social e dunque si trattava di “imporre ai gestori delle piattaforme social la rimozione dei contenuti d’odio (post, video, immagini)”. Nondimeno compariva, sulla base degli esempi dell’IHRA, l’equiparazione di antisemitismo, antisionismo e critiche politiche a Israele: il “nuovo antisemitismo” ha come “sfondo la demonizzazione di Israele e la delegittimazione della sua esistenza. In questo senso, l’antisemitismo può mascherarsi da antisionismo quando si oppone alla piena esistenza di Israele come nazione libera” [p. 16]. Questo argomento, discutibile e discusso, ma leit motiv della retorica dell’hasbara israeliana, si è rafforzato nella retorica dell’hasbara italiana fino all’attuale ddl Gasparri. LE LINEE GUIDA SUL CONTRASTO ALL’ANTISEMITISMO NELLA SCUOLA (2021) E L’ADOZIONE DELLA DEFINIZIONE IHRA DA PARTE DELL’ORDINE DEI GIORNALISTI (2023) A seguito di questa Strategia, il Ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, indipendente nel governo Draghi, adottò, nel novembre 2021, le Linee guida sul contrasto all’antisemitismo nella scuola, che mantenevano tuttavia un orizzonte più ampio, in quanto consideravano “tutte le forme di razzismo e di discriminazione (…) insieme a tutto ciò che esclude, disprezza e discrimina ogni essere umano, ogni gruppo sociale, ogni minoranza” [p. 3]. Le radici dell’antisemitismo venivano rintracciate, come nella Strategia nazionale, nell’antigiudaismo di matrice cristiana e di matrice islamica, nel neonazismo, nel neofascismo e nel negazionismo della Shoah, nell’odio verso Israele come “Ebreo Collettivo”. Le indicazioni didattiche raccomandavano, piuttosto sorprendentemente, quello che nelle scuole da decenni veniva praticato, e basti ricordare la Giornata della memoria, i Treni della Memoria, le letture di Anna Frank, lo studio di Primo Levi. Nel giugno del 2023, proprio pochi mesi prima del fatidico 7 ottobre, furono Carlo Bartoli, presidente dell’Ordine nazionale dei Giornalisti, e Guido D’Ubaldo, presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, a firmare ufficialmente la loro adesione alla definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA, cioè a decidere di autocensurarsi [De Monticelli]. Il fatto fu immediatamente esaltato nel seminario per giornalisti dal titolo 85 anni dalle leggi razziali: lotta all’antisemitismo nei media italiani (promosso dall’Ambasciata d’Israele in Italia, dall’Ordine dei Giornalisti, dalla Fondazione Museo della Shoah, dalla Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, CDEC, dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, UCEI, dalla Comunità Ebraica di Roma, CER, e trasmesso in diretta su Radio Radicale) [Tagliacozzo], ma per il resto passò quasi sotto silenzio, e può probabilmente essere letto come una delle ragioni dissimulate della continua hasbara dei media mainstream nazionali nei lunghi mesi di stragi e genocidio a Gaza. LA SECONDA STRATEGIA NAZIONALE PER LA LOTTA ALL’ANTISEMITISMO (2025) La strategia discorsiva del governo italiano sull’antisemitismo è decisamente cambiata nel 2025, con la nuova edizione della Strategia nazionale per la lotta all’antisemitismo, il cui Coordinatore nazionale, nominato nel gennaio 2024 dall’attuale governo, è il generale di corpo d’armata dei Carabinieri Pasquale Angelosanto, dal 2017 al 2023 comandante del Reparto Operativo Speciale dei Carabinieri (ROS) con competenze sulla criminalità organizzata e sul terrorismo. Nel nuovo documento l’hasbara italiana si fa evidente: sotto la direzione di un militare, viene eliminato ogni riferimento all’antisemitismo di stampo nazi-fascista, la stessa parola fascismo è espunta, mentre viene data grande enfasi all’aumento dei casi di antisemitismo, che consistono prevalentemente in insulti o diffamazioni personali o sui social e nella negazione della portata della Shoah. Compare invece la parola “sicurezza” riferita agli ebrei italiani, la cui “percezione di minaccia” sarebbe, secondo “i rappresentanti delle comunità e dell’associazionismo ebraici”, tale da impedire loro di esercitare le libertà individuali e la libertà di culto [p.19]. Senza voler entrare in una analisi specifica di questo lungo documento, accenniamo alle cinque linee di azione strategica (con 22 obiettivi e 68 azioni) per il contrasto all’antisemitismo da attuare in stretta sinergia tra apparati dello Stato, Forze Armate, Forze dell’Ordine, associazioni e centri di documentazione ebraica: monitoraggio del fenomeno, formazione, cultura della memoria, garanzia di sicurezza delle comunità ebraiche, comunicazione e dimensione digitale. Al posto del fascismo, scomparso, emerge l’ordine pubblico, in quanto “in particolar modo a partire dal 7 ottobre 2023”, sembrano moltiplicarsi le “manifestazioni contro lo stato di Israele (…) espressioni di messaggi antisemiti o di inneggiamento al terrorismo. Ne sono esempi sventolii di bandiere di Hezbollah, inni ai leader di Hamas, denigrazione di figure simbolo della Shoah (come Anna Frank)” [p. 40]. Si ribadisce l’equivalenza tra antisemitismo e critiche allo Stato israeliano:  “Nel rispetto dei diritti costituzionali di libere manifestazioni e di espressioni del libero pensiero – ivi incluso il diritto di criticare le azioni del governo israeliano – appare evidente come dietro a posizioni antisioniste/anti-israeliane si celino atteggiamenti riconducibili all’antisemitismo”. Come si può evincere da queste brevi note, si tratta di una vera e propria hasbara, che per l’Italia prende forma attraverso la cancellazione di ogni riferimento alla responsabilità del fascismo e del neofascismo nella persecuzione razzista degli ebrei e negli episodi autenticamente antisemiti degli ultimi anni, che pure nel 2021 erano riconosciuti come tali dal Gruppo tecnico, e pertanto indicati come necessari destinatari di sanzione penale. Su questo sfondo assumono così un senso le stupefacenti parole della ministra Roccella, secondo cui le “gite” nei campi di concentramento sarebbero state «incoraggiate e valorizzate» perché avevano come bersaglio «una precisa area (storico-politica): il fascismo»”. Come ha scritto Carlo Greppi, il problema è l’antifascismo, non l’antisemitismo. Ma non basta. Per garantire la sicurezza delle comunità ebraiche, la quarta linea strategica prevede, alla azione 2.2., di “incrementare il presidio delle forze dell’Ordine, quando vengono preannunciate manifestazioni contro lo Stato di Israele, al fine di prevenire o contrastare espressioni antisemite o di incitamento all’odio e/o al terrorismo” [p. 41]. Infine, l’obiettivo 4 della stessa linea strategica si pone esplicitamente il fine di favorire la cooperazione nazionale e internazionale “tra i diversi attori coinvolti nella lotta al terrorismo (…) per condividere informazioni e coordinare le azioni” in particolare “tra gli apparati di intelligence, le forze di polizia e le strutture di sicurezza interna delle comunità ebraiche“. Si giunge a prevedere “tra le possibilità offerte dall’analisi di scenario (la) georeferenziazione grafica degli eventi al fine di localizzarli in maniera puntuale” [p. 25], così come è effettivamente accaduto nel settembre del 2025 da parte del Ministero israeliano per la Diaspora e la lotta all’antisemitismo, che ha schedato le piazze e i gruppi solidali con la Palestina [Rocco]. Considerando lo stretto legame tra le comunità ebraiche italiane e Tel Aviv, si intuisce il diretto intervento del governo israeliano nelle azioni di contrasto all’antisemitismo predisposte in Italia. Coordinata da un esponente delle Forze Armate, la vigente strategia italiana di lotta all’antisemitismo, dunque, riscrive la storia, collocando l’antisemitismo nell’alveo del terrorismo – sia quello internazionale di matrice islamica sia quello evocato nelle nostrane manifestazioni di piazza -, viene militarizzata e diventa una questione di ordine pubblico, adottando linguaggi e pratiche securitarie e rendendo protagoniste le Forze Armate, le Forze di polizia e le comunità ebraiche italiane nella repressione di idee, parole, scritti e manifestazioni di piazza. IL DISEGNO DI LEGGE 1627 DI CONTRASTO ALL’ANTISEMITISMO Sia la Strategia del 2021 sia quella del 2025 fanno riferimento all’art. 604 del codice penale come base normativa per estendere le pene in relazione al reato di antisemitismo. Ma nel 2021 tale estensione si riferiva, come già detto, prevalentemente alla apologia del fascismo e nel documento si metteva l’accento sul fatto che per i casi di “crimine simbolico” dettato dal pregiudizio fosse opportuna una pena “simbolica” di tipo riparativo. Nel 2025 il ricorso all’art. 604 viene esplicitato per i reati online e per “il contenimento e prevenzione dei sempre più frequenti episodi di odio e discriminazione antisemita” [pp. 41-42]. Non mi soffermo sul fatto che entrambe le Strategie nazionali dedichino ampio spazio alla formazione nelle scuole, su cui si erano espresse le Linee guida del Ministero dell’Istruzione nel 2021. La formazione è la sola altra indicazione che, insieme con il riferimento all’art. 604 del Codice penale, viene ripresa dalle Strategie nazionali nel ddl Gasparri, senatore di Forza Italia che, sia detto per inciso, nel 2000 dovette rispondere in Parlamento di commenti antisemiti comparsi sul suo sito “destra.it” [Risoluzione urgente]. Il breve testo di legge, composto di soli quattro articoli, adotta “l’integrale definizione operativa”[4] di antisemitismo dell’IHRA (art. 1), senza neppure riportarla, e la traduce in reato (art. 4), aggiungendo all’art. 604bis del Codice penale (Propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale etnica e religiosa), che prevede pene detentive fino a sei anni, “la propaganda, l’istigazione o l’incitamento (che) si fondano, in tutto o in parte, sull’ostilità, sull’avversione, sulla denigrazione, sulla discriminazione, sulla lotta o sulla violenza contro gli ebrei, i loro beni e pertinenze, anche di carattere religioso o culturale, nonché sulla negazione della Shoah o del diritto all’esistenza dello Stato di Israele o sulla sua distruzione”. Aggravante è considerato “l’uso, in qualsiasi forma, di segni, simboli, oggetti, immagini o riproduzioni che esprimano, direttamente o indirettamente, pregiudizio, odio, avversione, ostilità, lotta, discriminazione o violenza contro gli ebrei, la negazione della Shoah o del diritto all’esistenza dello Stato di Israele”. L’art. 2 del ddl prescrive corsi di formazione “specificamente dedicati allo studio della cultura ebraica e israeliana”, rivolti, non a caso, a docenti, militari, forze dell’ordine e magistrati. L’art. 3 individua nelle scuole e nelle università pericolosi semenzai di razzismo e antisemitismo, comminando sanzioni e provvedimenti disciplinari alle/i docenti che non li prevengano e segnalino. L’”antisemitismo”, equiparato all’antisionismo e alla critica a Israele, diventa così la clava per colpire i movimenti che nelle università e nelle scuole hanno manifestato un radicale dissenso nei due lunghi anni di guerra contro Gaza e di colonizzazione violenta e inarrestabile della Cisgiordania reclamando autodeterminazione, libertà e giustizia per il popolo palestinese. Dalla hasbara in versione italiana, cioè l’oscuramento delle responsabilità del fascismo, si passa alla vendetta e punizione, cioè alla israelizzazione, per coloro che sono scesi in piazza sventolando bandiere palestinesi, con slogan come: “Palestina libera dal fiume fino al mare”, che hanno occupato università e scuole, che stanno progettando didattica decoloniale. Già solo quello slogan o una carta geografica della Palestina su una t-shirt o su un cartello possono essere intesi come propaganda che nega il diritto all’esistenza di Israele o allude alla sua “distruzione”, dunque punibili per legge. Che oggi, come un tempo, gli eredi dei fascisti al governo, si schierino dalla parte del genocidio non stupisce. Oggi, come i loro omologhi di destra in Occidente, ne ottengono in cambio la cancellazione dalla narrazione e dal discorso pubblico delle responsabilità dei loro antenati politici nel genocidio perpetrato nei campi di distruzione nazista e l’accentuazione dell’enfasi su discorsi islamofobi che stigmatizzano le persone migranti. Possono così rivendicare, anche grazie a intellettuali e media mainstrem, un’immagine ripulita dall’antisemitismo che storicamente li connota e nel frattempo colpire la dissidenza e i gruppi di immigrati musulmani legittimando i discorsi di odio, razzismo e xenofobia che caratterizzano le loro politiche. LE PIAZZE D’AUTUNNO, LA REPRESSIONE DEL DISSENSO E GLI ANTICORPI COSTITUZIONALI Essendo stato presentato in Parlamento il 6 agosto 2025, il ddl non aveva ancora potuto tener conto dell’impatto delle manifestazioni di massa che hanno connotato l’”autunno caldo” italiano del 2025: i suoi obiettivi erano “i propal”, per due anni stigmatizzati come eversivi ed emarginati come minoranze antagoniste, e gli immigrati arabi, oggetto della propaganda di “sostituzione etnica” e squalificati come “cultura della maranza”. Ma in settembre le scuole, dove appunto da decenni si legge il Diario di Anna Frank e si studia Primo Levi, i luoghi di lavoro, le organizzazioni politiche e sindacali, le molteplici associazioni e articolazioni della società civile, sono esplose in un’unica grande protesta, per denunciare nelle piazze i crimini dell’occupazione, dell’apartheid e del genocidio. Dunque non solo gruppi radicali di “propal”, ma un numero enorme di persone e gruppi, con presidi, cortei, blocchi di autostrade, porti e aeroporti, cene di solidarietà, spettacoli teatrali, mostre, conferenze, convegni, canzoni, libri, riviste, articoli, fotografie, post, reels, film e video dovrebbero essere accusati di reati di antisemitismo in quanto Israele, implicitamente o esplicitamente, viene considerato uno Stato genocidario e razzista, responsabile di crimini contro i diritti umani e il diritto internazionale che dovrebbero essere sottoposti al giudizio delle corti internazionali. Di fronte a una ampia parte del paese schierata contro le politiche di Israele, la approvazione del ddl Gasparri non può che passare attraverso la quotidiana esasperazione della polarizzazione, con continue esternazioni di politici e intellettuali amplificate dai media (come nel caso del convegno su La storia stravolta e il futuro da ricostruire), shitstorm sui social, e plurime intimidazioni di gruppi neofascisti presso le scuole, tra cui il recente e gravissimo episodio di aggressione al Liceo Einstein di Torino. Di fronte a una opposizione di massa, è evidente che il ddl ha sia uno scopo punitivo, mirato a colpire direttamente e selettivamente i gruppi e le/i militanti più impegnate/i, sia uno scopo intimidatorio, rivolto a coloro che, in particolare nelle scuole, nelle università e nei luoghi di cultura, interpretano criticamente la storia di Israele dalle sue origini a oggi. Nella sua stessa sbrigativa formulazione, il ddl mostra dunque intenti che, come in altri paesi europei, poco hanno a che fare con il contrasto all’antisemitismo, e che mirano piuttosto alla repressione del dissenso, al silenziamento delle piazze e alla censura culturale. Nella Germania studiata da Donatella Della Porta, l’uso repressivo della definizione IHRA è stato, con le parole di Nancy Fraser, citate dalla stessa Della Porta, “un modo per mettere a tacere le persone con il pretesto di difendere gli ebrei” [Della Porta, 39]: intellettuali, artisti, accademici progressisti sono stati messi al bando per le loro critiche a Israele nonostante fossero notoriamente impegnati contro il razzismo e alcuni fossero ebrei con storie familiari di Olocausto. E non a tutti è noto che la nuova legge tedesca sulla cittadinanza (2024) impone a chi la richiede “di dichiarare la propria fede nel diritto d’esistenza d’Israele” [Pisanty, 23]. Anche nel Regno Unito, dove la definizione IHRA è stata adottata nel 2016, e dove alle università è stato imposto di adottarla nel 2020, l’impatto ha comportato la limitazione del pensiero critico, della libertà accademica di ricerca e insegnamento e della possibilità di affrontare scientificamente temi legati alla storia di Israele e della Palestina. Infatti nei 40 casi di antisemitismo denunciati dal 2017 al 2022 le accuse sono state considerate prive di fondamento (a parte due casi non ancora passati in giudicato nel 2023) e non hanno portato a sanzioni disciplinari, ma “esiste un rischio molto concreto che questo clima induca docenti e studenti all’autocensura preventiva” [Ferrara degli Uberti]. Il ddl presenta tuttavia evidenti profili di incostituzionalità, in quanto lesivo del “diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” (art. 21 della Costituzione), e, anche se il governo ha i voti in Parlamento per farlo approvare, e la Corte costituzionale ha tempi lunghi di intervento, questo rimane un argomento decisivo su cui fare leva per mobilitare l’opinione pubblica e l’opposizione politica. In altri termini, la Costituzione rappresenta ancora un forte anticorpo democratico a garanzia della libertà di espressione. Inoltre, allo stato attuale della ricerca, non risulta che altri paesi europei abbiano approvato leggi organiche come quella proposta in Italia per rendere punibile penalmente il reato di antisemitismo. Come già accennato, nei singoli stati (Gran Bretagna, Francia, Germania, Austria) sono state bensì intraprese diverse “vie legali” per rendere efficace la definizione IHRA attraverso misure restrittive e censure alle critiche a Israele, ma a livello europeo, in particolare presso la Commissione e la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), permangono riserve in merito alla violazione della libertà di espressione di tali misure [Corsalini]. ISRAELIZZAZIONE DELLA SOCIETÀ O PALESTINIZZAZIONE DEL MONDO Conculcare la libertà di pensiero, di parola e di espressione, criminalizzare arbitrariamente civili per idee e opinioni, infliggere pene detentive sproporzionate, mettere sotto controllo ideologico la scuola e la società, attribuire ai militari funzioni di natura politica e di controllo sociale come presupposti ed esiti della “lotta all’antisemitismo”, sono tutte pratiche tipiche che si osservano nell’occupazione in Palestina, forme di israelizzazione della società, insieme con l’hasbara che manipola la realtà in modo strumentale e mira ad assimilare le percezioni e le emozioni, cioè le coscienze. Significativo che anche il documento di Rearm Europe, all’art. 164, ritenga necessario “sviluppare una comprensione condivisa e un allineamento delle percezioni delle minacce in tutta Europa e (…) creare una nozione globale di difesa europea”. La politica di assimilazione delle coscienze, di “allineamento delle percezioni”, è comune a ogni hasbara, sia quella militarista sia quella sionista. Con l’espressione “israelizzazione della società”, concetto da verificare e sviluppare in campo scientifico, abbiamo voluto qui indicare non solo il controllo militare del territorio e della società, ma, in sintesi, l’insieme delle tecniche di governo che si avvalgono di precise forme di sorveglianza tecnologica e repressione, di separazione, espropriazione, espulsione e persecuzione di gruppi sociali, di riconfigurazione degli spazi e delle infrastrutture, di cancellazione culturale, di narrazione strumentale e di delegittimazione politica di gruppi dissenzienti, che sono evidenti anche nella nostra società. La sociologa brasiliana Berenice Bento usa invece l’espressione “palestinizzazione del mondo”, introdotta dal regista palestinese Elia Suleiman, per indicare, sulla scorta di Achille Mbembe, la forma di necropotere collaudata in Palestina, ma estesa al mondo, cioè “il processo articolato a livello globale in cui la violenza contro i movimenti sociali è direttamente ispirata dalla colonizzazione israeliana”. La stessa autrice introduce però anche un altro significato della “palestinizzazione del mondo”, e con questo vogliamo concludere: “Se Israele è il laboratorio della morte, esiste un contro-movimento, ispirato dalla resistenza palestinese, in cui pulsa e pulsa il desiderio di vita. Ispirati dal popolo palestinese, anche noi stiamo palestinizzando il mondo, perché abbiamo imparato che lotta e vita sono sinonimi, sono termini intercambiabili. La questione palestinese è diventata un fatto sociale e politico globale ineludibile” [Bento]. FONTI Sito dell’IHRA: https://holocaustremembrance.com/ Definizione di antisemitismo dell’IHRA con esempi, https://holocaustremembrance.com/resources/la-definizione-di-antisemitismo-dellalleanza-internazionale-per-la-memoria-dellolocausto Dichiarazione del Foro Internazionale Di Stoccolma sull’Olocausto, gennaio 2000, https://archivio.pubblica.istruzione.it/shoah-itfitalia/allegati/stoccolma_it.pdf Combating anti-semitism.European Parliament resolution of 1 June 2017 on combating anti-Semitism, https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-8-2017-0243_EN.pdf XVIII LEGISLATURA, Allegato B, Seduta di Venerdì 17 gennaio 2020, ATTI DI INDIRIZZO, https://www.camera.it/leg18/410?idSeduta=290&tipo=atti_indirizzo_controllo Strategia nazionale di lotta all’antisemitismo. Presidenza del Consiglio. Gruppo tecnico di lavoro per la ricognizione sulla definizione di antisemitismo approvata dall’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance). Rapporto finale, 2021, https://www.governo.it/sites/governo.it/files/documenti/documenti/Presidenza/NoAntisemitismo/StrategiaNazionale/StrategiaNazionaleLottaAntisemitismo_def.pdf Linee guida sul contrasto all’antisemitismo nella scuola, novembre 2021. Ministero dell’Istruzione. Testo elaborato dal Comitato paritetico MI-PdCM- UCEI sotto la guida della Coordinatrice Nazionale per la lotta all’antisemitismo nell’ambito del Protocollo tra MI, Coordinatrice e UCEI, https://www.mim.gov.it/documents/20182/6740601/Linee+guida+antisemitismo.pdf Strategia nazionale per la lotta all’antisemitismo, Presidenza del Consiglio dei Ministri. Coordinatore nazionale per la lotta contro l’antisemitismo. Edizione 2025, https://www.governo.it/sites/governo.it/files/documenti/documenti/Presidenza/NoAntisemitismo/StrategiaNazionale/Strategia_Nazionale_2025-IT.pdf Disegno di legge n. 1627, Senato della Repubblica. Legislatura 19°, https://www.senato.it/show-doc?leg=19&tipodoc=DDLPRES&id=1473422&idoggetto=0&part=ddlpres_ddlpres1-articolato_articolato1 Risoluzione del Parlamento europeo del 2 aprile 2025 sull’attuazione della politica di sicurezza e di difesa comune – relazione annuale 2024, https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-10-2025-0058_IT.html Informativa urgente del Governo sull’aggressione al professor Luis Marsiglia, Camera dei Deputati, Seduta n. 777 del 26/9/2000, https://legislature.camera.it/_dati/leg13/lavori/stenografici/sed777/s020.htm BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA Antisemitismo in Germania. Accolta una norma controversa, 8 novembre 2024,  https://www.rsi.ch/info/mondo/Antisemitismo-in-Germania-accolta-una-norma-controversa–2342436.html Berenice Bento, Palestinização do mundo, https://berenicebento.com/2024/05/palestinizacao-do-mundo/ Matteo Corsalini, Pensiero e retropensiero. Limiti e legittimità della critica antisionismo al vaglio della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, in “Stato, Chiese e pluralismo confessionale”, Rivista telematica, fascicolo n. 18 del 2023, https://riviste.unimi.it/index.php/statoechiese/article/view/22278 Roberta De Monticelli, Su Israele l’Ordine dei Giornalisti si autocensura, 15/7/2023, https://www.assopacepalestina.org/2023/07/15/su-israele-lordine-dei-giornalisti-si-autocensura/ Donatella Della Porta, Guerra all’antisemitismo? Il panico morale come strumento di repressione politica, Altreconomia, Milano, 2024. Carlotta Ferrara degli Uberti, Antisemitismo, la definizione dell’Ihra limita il pensiero critico, 14 settembre 2023, https://ilmanifesto.it/antisemitismo-la-definizione-dellihra-limita-il-pensiero-critico Carlo Greppi, Gite ad Auschwitz. 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Sarah Tagliacozzo, I giornalisti e l’antisemitismo nei media italiani, 21-06-2023, https://www.shalom.it/italia/i-giornalisti-e-la-antisemitismo-nei-media-italiani-b1132491/ -------------------------------------------------------------------------------- [1] Non ci si riferisce qui alla lunga storia dell’antisemitismo, del sionismo e dell’antisionismo, ma a quella della definizione del “nuovo antisemitismo” degli ultimi decenni. Storicamente, con antisemitismo si intende una forma di razzismo: la discriminazione storica e l’esclusione degli ebrei, la privazione del diritto ad avere dei diritti (Hannah Arendt), che ha portato al loro genocidio nei campi di sterminio nazisti. Con sionismo si intende solitamente il movimento, nato in reazione all’antisemitismo, fondato nel 1897 da Theodor Herzl (1860-1904), con il progetto di costituzione di uno Stato nazionale ebraico in Palestina espropriandone ed espellendone i palestinesi (“una terra senza popolo per un popolo senza terra”). L’antisionismo si contrappone all’esclusione sionista, a sua volta razzista, dei palestinesi dal diritto ad avere dei diritti, ed è quindi antirazzista. [2] Con hasbara si intende la propaganda israeliana e la sofisticata attività di pubbliche relazioni mirata a legittimare a livello internazionale le politiche di Israele e diffondere una immagine positiva del paese. [3] Si suggeriva infatti di: “Ampliare l’ambito di rilevanza penale e le misure sanzionatorie delle condotte di apologia del fascismo. Sanzionare sia la propaganda attiva diretta dei contenuti del partito fascista o nazionalsocialista (produzione, distribuzione, diffusione o vendita di materiale propagandistico, immagini, oggettistica, gadgets, simboli) sia i comportamenti pubblici (simboli e gestualità)”, p. 20. [4] Con “integrale definizione operativa” si intende che sono adottati anche gli undici esempi, come confermato nel testo di presentazione del disegno di legge: “Il presente disegno di legge (…) è finalizzato ad adottare legislativamente la definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA, declinando, sulla scia delle esemplificazioni formulate dalla stessa organizzazione, una serie di manifestazioni di antisemitismo che si traducono in fattispecie di reato punibili a norma della legislazione vigente”. Silvestrini, Ddl GasparriDownload Maria Teresa Silvestrini, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università e Scuola per la pace Torino e Piemonte