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Dodici Paesi occidentali vietano i prodotti delle colonie israeliane: l’Italia non c’è
Sono Canada, Danimarca, Finlandia, Francia, Islanda, Irlanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Spagna, Svezia e Regno Unito i dodici paesi che oggi, 8 settembre, hanno confermato l’intenzione di introdurre restrizioni nazionali contro il commercio di merci provenienti dagli insediamenti illegali in Cisgiordania. In una dichiarazione congiunta, i dodici ministri degli Esteri dichiarano di star «valutando attivamente le misure, in conformità con le rispettive procedure nazionali». Una decisione che arriva in colpevole ritardo, ma potenzialmente importante sia politicamente sia per colpire economicamente l’occupazione illegale e sistematiche delle terre palestinesi da parte di Israele. Il motivo sta nei crescenti attacchi da parte dei coloni israeliani contro i villaggi palestinesi nei territori occupati illegalmente nonostante il cessate il fuoco di ottobre 2025, una data che ha portato a una pace sistematicamente violata da Israele. Tra i Paesi che hanno deciso di agire, ancora una volta, non c’è l’Italia. Il governo Meloni non ha ufficialmente preso posizione, collocandosi nuovamente, di fatto, tra i principali fiancheggiatori europei del governo israeliano insieme alla Germania. I coloni israeliani, le loro azioni e gli insediamenti in Cisgiordania sono stati a più riprese dichiarati illegali ai sensi del diritto internazionale. L’ultima risoluzione dell’ONU ribadiva il concetto che «il trasferimento, da parte della potenza occupante, di parte della propria popolazione civile nel territorio che occupa costituisce una violazione della Quarta Convenzione di Ginevra» . Ancora una volta però, il Governo italiano non fa parte dei paesi europei che decidono di agire, seppur tardivamente e in maniera timida, per cercare di sanzionare le colonie israeliane. L’Italia, pur avendo sempre condannato a parole le azioni israeliane a Gaza e in Libano, risulta il paese europeo che nei fatti è il meno risoluto di tutti. L’ultimo tentativo di azione risale al 9 giugno 2026 quando la Procura di Roma avviò delle indagini a carico del ministro-colono israeliano Ben Gvir nell’ambito dell’inchiesta sugli abusi inflitti agli attivisti della Global Sumud Flotilla sequestrati da Israele in acque internazionali. Ne seguì uno scambio di battute con il nostro ministero degli Esteri, nella persona di Antonio Tajani. Parole dure che nemmeno allora furono sufficienti a far aggregare l’Italia ai paesi occidentali oggi impegnati, un po’ più apertamente, a colpire il commercio con gli insediamenti. Le merci tradizionalmente esportate dagli insediamenti illegali nei territori palestinesi spaziano dalla frutta ai vini. Un rapporto di Global Echo, che si basa sull’analisi di quasi 6.000 esportazioni agricole verso l’Europa, mette in luce il meccanismo attraverso il quale i prodotti agricoli realizzati negli insediamenti israeliani illegali vengono regolarmente importati in Europa come made in Israel. Il rapporto rileva che 1 spedizione su 6 (17,2 per cento) proveniva da insediamenti illegali. Per quanto riguarda in particolare le spedizioni verso l’UE, la percentuale sale a 1 su 5 (19,2 per cento). Ma causa del diffuso occultamento dell’origine, la reale portata del fenomeno tra le esportazioni agricole è probabilmente più elevata. Nella dichiarazione l’appello al governo di Israele è di «fermare immediatamente l’espansione degli insediamenti e dei poteri amministrativi civili, garantire che i coloni responsabili delle violenze rispondano delle loro azioni e indagare sulle accuse mosse contro le forze israeliane». I dodici paesi si impegnano anche a proteggere la soluzione dei due Stati (cioè uno Stato palestinese su Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est) e ad agire per una pace giusta e duratura sulla base dei principi della Dichiarazione di New York adottata un anno fa, il documento finale della conferenza ONU copresieduta da Francia e Arabia Saudita che fissa una tabella di marcia verso uno Stato palestinese sovrano accanto a Israele e che l’Assemblea generale ha fatto proprio il 12 settembre 2025 con 142 voti a favore e 10 contrari, fra cui quelli di Israele e Stati Uniti. Su quella base i dodici si dichiarano contrari a ogni azione equivalente all’annessione della terra palestinese e al trasferimento forzato della popolazione. Il testo indica anche come inaccettabile la pubblicazione dei bandi per progetti di insediamento e registra un secondo livello di impegno: Regno Unito, Francia e Canada salutano le misure già adottate da Irlanda, Spagna, Paesi Bassi, Norvegia e Belgio. The post Dodici Paesi occidentali vietano i prodotti delle colonie israeliane: l’Italia non c’è appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 8, 2026
L'INDIPENDENTE
Israele rilancia la colonizzazione di massa della Cisgiordania: 4 Paesi UE chiedono lo stop
Il Ministero dell’Edilizia israeliano ha pubblicato un bando di gara per la costruzione di oltre 1.200 unità abitative nell’area di Gerusalemme. Il bando rientra nel maxi-piano di insediamento E1, che prevede la costruzione di oltre 3.000 unità abitative tra Gerusalemme Est e la colonia di Maale Adumim che spaccherebbero a metà la Cisgiordania. Per la sua portata, il progetto è da anni fortemente contestato dalla comunità internazionale, che anche questa volta ha espresso la propria opposizione al suo avanzamento. Italia, Francia, Germania e Regno Unito hanno diffuso una dichiarazione congiunta, successivamente sottoscritta anche da Paesi Bassi, Canada e Norvegia. «Il diritto internazionale è chiaro: gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sono illegali», si legge nel documento. Parole forti a cui tuttavia non sono seguite misure concrete per fermare l’espansione degli insediamenti. Per ora, Francia e Regno Unito sono stati gli unici a prospettare sanzioni, minacciandole contro chiunque «partecipi all’espansione illegale degli insediamenti». «Per la prima volta, lo Stato invita gli appaltatori a presentare proposte per la costruzione nel distruttivo insediamento E1». Così la ONG israeliana Peace Now ha commentato il nuovo passo avanti compiuto dalle autorità israeliane verso la realizzazione del piano di insediamento E1. Il bando consente di presentare proposte per la costruzione di 1.234 unità abitative, sulle circa 3.400 previste complessivamente nell’area. «Si tratta di una transizione da piani e dichiarazioni a una fase pratica sulla via della realizzazione del piano», denuncia Peace Now. «Nel pieno della campagna elettorale, il governo sta cercando di trasformare in realtà la visione di annessione della destra dei coloni e di legare le mani al prossimo governo». Le aziende avranno tempo fino al 19 ottobre, otto giorni prima delle elezioni, per presentare i propri progetti nell’ambito del piano E1. Il piano di insediamento E1 (sigla che sta per East 1) prevede la costruzione di 3.412 abitazioni all’interno di un’area di 12mila dunam (corrispondenti a 12 chilometri quadrati) a nord e a ovest della strada che collega Gerusalemme a Maale Adumim (a 6km da Gerusalemme), una delle colonie più estese e popolate della Cisgiordania. Il progetto prevede l’edificazione di tre quartieri residenziali e aree destinate a commercio, industria e alberghi. L’area designata collegherebbe giuridicamente e urbanisticamente la parte orientale di Gerusalemme a Maale Adumim, isolando i quartieri palestinesi di Gerusalemme Est dalle aree della Cisgiordania non occupate, e separando di fatto Betlemme, la stessa Gerusalemme Est e Ramallah. La zona interessata è abitata da 18 comunità beduine che rischierebbero di venire sfollate. Finora sono stati pianificati due quartieri residenziali, dove Israele costruirebbe le oltre 3.000 abitazioni in programma; il terzo quartiere residenziale, che collegherebbe gli altri insediamenti a Gerusalemme, e la zona commerciale-industriale sono congelati per motivi urbanistici. Il bando aperto da Israele riguarda uno dei due quartieri previsti dal piano. E1 fu formalizzato nel 1994 come ampliamento della municipalità di Maale Adumim, amministrativamente riconosciuta come città a partire dal 1991. La pianificazione proseguì a singhiozzi per oltre vent’anni: nonostante la costruzione di qualche infrastruttura minore e la sporadica elaborazione di piani di realizzazione, il progetto rimase sostanzialmente congelato fino al 2012 a causa della forte opposizione internazionale. A dicembre di quell’anno, il governo Netanyahu diede istruzioni per la pubblicazione ufficiale dei due quartieri residenziali per la revisione pubblica, ma le proteste portarono a un nuovo arresto delle procedure. Alla vigilia delle elezioni del 2020, lo stesso Netanyahu riavviò formalmente il processo pubblicando i piani per la fase di consultazione. Nell’ottobre del 2021, sotto il governo Bennett‑Lapid, si tennero due audizioni pubbliche, ma la terza udienza, prevista a gennaio 2022, fu rinviata su pressione statunitense. Nel 2023, il sesto governo Netanyahu (che seguì all’esecutivo Bennett-Lapid) rilanciò nuovamente il piano tentando di convocare la terza audizione. Le udienze furono nuovamente rinviate, ma dopo l’escalation del 7 ottobre il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich rilanciò con forza il progetto. Lo scorso anno, il governo Netanyahu lo ha nuovamente approvato. L’obiettivo dichiarato è impedire la nascita di uno Stato palestinese. Lo ha ribadito lo stesso Smotrich in una dichiarazione con cui ha contestato la minaccia di provvedimenti annunciata dal Regno Unito. Londra, insieme ad altre capitali europee, ha condannato la nuova spinta alla realizzazione del piano, limitandosi tuttavia a prospettare possibili sanzioni contro individui non meglio specificati che promuovono la colonizzazione della Cisgiordania; anche il Canada e le Nazioni Unite hanno condannato l’avanzamento del piano. Da anni la comunità internazionale tenta di frenare l’espansione degli insediamenti israeliani attraverso pressioni diplomatiche e minacce di sanzioni, ma dal 7 ottobre queste iniziative non sembrano aver scoraggiato le politiche israeliane. Oltre a E1, infatti, Israele sta portando avanti numerosi altri progetti volti a riconoscere o ampliare le colonie in Cisgiordania. Proprio all’inizio di agosto, l’Autorità fondiaria israeliana ha lanciato una nuova gara d’appalto per la costruzione di 627 alloggi nella colonia di Kochav Yaakov, situata nel Governatorato di Ramallah e Al-Bireh. Anche questo progetto, come E1, assume particolare rilevanza per la sua posizione tra la parte settentrionale di Gerusalemme e le città di Ramallah e Al-Bireh. La costruzione delle nuove abitazioni, infatti, «amplierà l’impronta urbana della colonia» e «rafforzerà i suoi collegamenti con la rete circostante di colonie e strade», aggravando «la separazione tra Gerusalemme e i suoi dintorni palestinesi da un lato, e il Governatorato di Ramallah e Al-Bireh dall’altro». The post Israele rilancia la colonizzazione di massa della Cisgiordania: 4 Paesi UE chiedono lo stop appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 21, 2026
L'INDIPENDENTE
A Grosseto un’azienda israeliana sta cercando di accaparrarsi il business dell’agrivoltaico
Più di 36mila pannelli, oltre 30 ettari di terreno e opere di rete per una produzione di oltre 19 megawatt. È questo il progetto per la costruzione dell’impianto agrivoltaico “Ribolla”, situato nel comune di Roccastrada, in provincia di Grosseto. Il progetto interessa un’area situata nel Parco Nazionale delle Colline Metallifere ed è portato avanti da SPV Energy 3, azienda con zero dipendenti e un capitale sociale di 2.500 euro. Dietro di essa si trova Shikun & Binui, colosso internazionale delle infrastrutture, del settore immobiliare e dell’energia, che collabora direttamente con l’esercito israeliano e genera profitti nei Territori Palestinesi Occupati. I cittadini si sono mobilitati contro la realizzazione del progetto, dando vita al collettivo “Diritti in Palestina” e lanciando una raccolta firme che ha quasi raggiunto le 5.000 adesioni. «Il collettivo “Diritti in Palestina” si è costituito quando alcuni di noi sono venuti a conoscenza del procedimento amministrativo in atto, da parte della Regione Toscana, per la concessione dell’autorizzazione all’azienda SPV Energy 3 Srl per la realizzazione dell’impianto agrivoltaico denominato “Ribolla”, situato nel comune di Roccastrada, in zona Vallone, e, in misura minore, nel comune di Grosseto». Inizia così il comunicato con cui il collettivo “Diritti in Palestina” prova a fare luce sul progetto Ribolla. L’area interessata, spiega Alessandra a L’Indipendente, si trova all’interno del Parco Nazionale delle Colline Metallifere, un sito non protetto ma «di rilevanza storica», poiché fu teatro del disastro minerario di Ribolla del 1954, quando un’esplosione avvenuta a 260 metri di profondità, nel pozzo Camorra, causò la morte di 43 minatori. Il progetto ha già ottenuto un primo via libera nell’ambito delle autorizzazioni ambientali. «A ottobre», ci spiega Alessandra, «si terrà la conferenza dei servizi», il tradizionale tavolo di confronto tra le istituzioni, e, se il progetto non dovesse essere fermato, «entro dicembre o gennaio dovrebbe arrivare l’autorizzazione». A far scattare il campanello d’allarme tra i residenti è stato il proliferare di progetti legati alle rinnovabili in Italia, tema a cui L’Indipendente ha dedicato un articolo: molti di essi sono infatti «presentati da aziende israeliane segnalate nel rapporto annuale della Commissione ONU sui diritti umani come implicate, in vari modi, nell’occupazione illegale dei territori della Cisgiordania e di Gaza». È bastato poco per notare che SPV Energy 3 Srl aveva qualcosa che non andava: l’azienda è infatti priva di dipendenti e dotata di un capitale sociale a dir poco irrisorio. Essa, approfondisce il collettivo, «è posseduta al 100% da Shikun & Binui Energy Europe B.V., con sede legale ad Amsterdam (Paesi Bassi), a sua volta controllata dall’israeliana Shikun & Binui». Di qui la mobilitazione: Shikun & Binui è infatti inserita nel database di Who Profits, centro di ricerca indipendente sulle aziende coinvolte nell’occupazione israeliana in Palestina e in Siria; l’azienda, si legge nella pagina a essa dedicata, «ha un ruolo significativo nella costruzione e nell’espansione degli insediamenti e delle infrastrutture di occupazione nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est» e ha «partecipato alla costruzione della barriera che circonda la Striscia di Gaza assediata». Verificata la posizione dell’azienda, gli attivisti hanno incontrato il sindaco di Roccastrada, che si è schierato dalla loro parte; hanno inoltre lanciato una raccolta firme con lo slogan «Impediamo la colonizzazione della Maremma», raccogliendo quasi 5.000 adesioni. Nel corso di questo mese, anticipa Alessandra a L’Indipendente, hanno intenzione di organizzare una manifestazione per contestare il progetto. Non si tratta di una vuota presa di posizione: «Siamo ben consapevoli del fatto che far valere le risoluzioni ONU in merito alle violazioni dei diritti umani perpetrate da Israele non abbia effetto legalmente vincolante, così come quanto dichiarato dalla Corte internazionale di giustizia e dalla Commissione d’inchiesta dell’ONU sulla Palestina, istituita nel 2021», spiegano gli attivisti. «Tuttavia, mettono gli amministratori di fronte alla responsabilità di consentire a un’azienda, la cui eticità è pari a zero, di lucrare sfruttando il nostro territorio con la scusa, perché altro non è, delle energie rinnovabili». Il caso, contesta il collettivo, «rientra pienamente nella casistica delineata dalla risoluzione ONU del 18 settembre 2024, che obbliga i soggetti terzi a non sostenere la situazione in atto nei territori della Palestina occupata, specificando che ciò coinvolge anche “le relazioni economiche, commerciali e finanziarie”». The post A Grosseto un’azienda israeliana sta cercando di accaparrarsi il business dell’agrivoltaico appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 17, 2026
L'INDIPENDENTE
Palestina: racconti dalla Cisgiordania occupata
Di ritorno da un Viaggio in Cisgiordania, una compagna ed un compagno, ci raccontano di come la situazione sia al limite della vivibilità, della crisi economica, della violenza dei coloni, di un territorio occupato e devastato da nuove costruzioni che servono a spostare velocemente le merci prodotte nelle colonie ed imprigionare la popolazione palestinese nelle città e nei villaggi senza possibilità di spostamenti. Raccontano della ricchezza degli incontri che hanno avuto con le realtà dei Comitati Popolari, della capacità di resistenza quotidiana e delle richieste fatte; come dare voce alle diverse campagne, da quella internazionale per la protezione della popolazione civile palestinese " FAZ3A", ai gemellaggi, alla rottura degli accordi commerciali, fra i primi quello tra Mekorot ed Acea, ma anche promuovere la possibilità per artist*, musicist*, sportiv*, student* di avere visti per portare in prima persona la loro voce e le loro esperienze.
September 24, 2025
Radio Onda Rossa