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CNDDDU: promuovere un modello integrato di prevenzione dei conflitti
Intervenendo in merito alla morte di Abderrahim Fakir e all’intervento di contrasto alla criminalità giovanile effettuato dalla Polizia di Stato simultaneamente in 44 province italiane, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani propone l’elaborazione di un Protocollo nazionale per l’educazione alla gestione democratica dei conflitti. Il CNDDU esprime profondo cordoglio per la morte di Abderrahim Fakir e manifesta sincera vicinanza ai suoi familiari, che hanno rivolto alla comunità una richiesta fondata sui valori essenziali di ogni democrazia: verità, giustizia e dignità. Gli episodi verificatisi successivamente durante la manifestazione di Bologna, caratterizzati da scontri, danneggiamenti e violenze nei confronti delle forze dell’ordine e del patrimonio pubblico, impongono una riflessione che vada oltre la cronaca e le inevitabili contrapposizioni politiche. Il dolore di una famiglia, il diritto dei cittadini a manifestare pacificamente, il dovere delle istituzioni di garantire la sicurezza e il rispetto della legalità appartengono tutti allo stesso orizzonte costituzionale e non possono essere posti in alternativa tra loro. La tutela dei diritti umani non può essere selettiva. Essa riguarda la persona sottoposta a un intervento delle autorità, i cittadini che esercitano pacificamente il diritto di manifestazione, gli operatori delle forze dell’ordine chiamati a garantire la sicurezza collettiva, il personale sanitario impegnato nei soccorsi, i commercianti e tutti coloro che subiscono le conseguenze della violenza. Ogni aggressione, indipendentemente da chi la compia, rappresenta una lesione della convivenza democratica. Per questo motivo il CNDDU richiama con fermezza il principio di responsabilità istituzionale e civile. In uno Stato di diritto l’accertamento delle eventuali responsabilità appartiene esclusivamente agli organi competenti, ai quali spetta il compito di ricostruire i fatti con imparzialità, trasparenza e rigore. Allo stesso tempo, nessuna forma di protesta può giustificare comportamenti che trasformino il dissenso in violenza, poiché la violenza priva la comunità della possibilità di costruire soluzioni condivise. L’accaduto evidenzia la necessità di un’evoluzione culturale del concetto stesso di sicurezza. La sicurezza non coincide esclusivamente con il mantenimento dell’ordine pubblico, così come i diritti umani non possono essere interpretati esclusivamente come tutela individuale. Entrambi costituiscono beni pubblici, strettamente interdipendenti, che si rafforzano reciprocamente quando vengono perseguiti attraverso istituzioni trasparenti, cittadini responsabili e comunità educate al dialogo. Le società democratiche sono oggi chiamate a confrontarsi con fenomeni sempre più complessi: fragilità sociali, disagio psicologico, marginalità, diffusione dell’odio online, polarizzazione del dibattito pubblico e crescente difficoltà nella gestione dei conflitti collettivi. Rispondere a tali trasformazioni richiede un’innovazione che non sia soltanto tecnologica, ma soprattutto organizzativa, educativa e culturale. Il CNDDU ritiene necessario promuovere un modello integrato di prevenzione dei conflitti fondato sulla collaborazione tra istituzioni scolastiche, università, forze dell’ordine, magistratura, servizi sanitari, enti locali e realtà del Terzo settore. La gestione delle situazioni più complesse dovrebbe valorizzare équipe multidisciplinari capaci di integrare competenze giuridiche, psicologiche, sanitarie e sociali, affinché l’intervento pubblico sia sempre più efficace, proporzionato e rispettoso della dignità di ogni persona. Parallelamente, le innovazioni tecnologiche possono contribuire a rafforzare il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni. Sistemi di documentazione delle operazioni, protocolli digitali condivisi, procedure verificabili e strumenti di monitoraggio indipendente, nel pieno rispetto delle garanzie costituzionali e della normativa sulla protezione dei dati personali, possono aumentare la trasparenza, tutelare gli operatori e offrire ai cittadini maggiori garanzie di imparzialità. La tecnologia, tuttavia, rappresenta soltanto uno strumento: senza una solida cultura dei diritti e della responsabilità rischia di non produrre alcun cambiamento significativo. L’innovazione più importante resta quella educativa. La scuola è chiamata a sviluppare nei giovani competenze che vadano oltre la conoscenza delle norme: capacità di dialogo, gestione non violenta dei conflitti, educazione alla cittadinanza digitale, pensiero critico, rispetto delle istituzioni democratiche e consapevolezza che ogni diritto comporta anche un corrispondente dovere nei confronti della collettività. Una società che investe nell’educazione riduce le occasioni di conflitto e rafforza la qualità della propria democrazia. Per tali ragioni il CNDDU propone l’avvio di un Protocollo nazionale per l’educazione alla gestione democratica dei conflitti, promosso congiuntamente dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, dal Ministero dell’Interno, dal Ministero della Salute, dalle Università e dagli enti del Terzo settore, con l’obiettivo di diffondere pratiche di prevenzione, mediazione, cultura costituzionale e rispetto reciproco nei contesti scolastici e sociali. Investire nella prevenzione significa ridurre il rischio che il conflitto degeneri in violenza e rafforzare il legame di fiducia tra cittadini e istituzioni. La qualità di una democrazia non si misura dall’assenza dei conflitti, ma dalla capacità di affrontarli senza rinunciare ai principi dello Stato di diritto. La morte di una persona richiede verità e giustizia; gli episodi di violenza richiedono una ferma riaffermazione della legalità; la crescente polarizzazione impone un rinnovato investimento nell’educazione civica e nei diritti umani. Non esistono diritti senza responsabilità, né sicurezza senza libertà. Quando la dignità della persona, la trasparenza delle istituzioni e il rispetto della legge procedono insieme, la democrazia si rafforza e diventa capace di trasformare anche le sue prove più difficili in occasioni di crescita civile. È questa la prospettiva che il CNDDU ritiene indispensabile promuovere nelle scuole e nella società italiana. Il CNDDU esprime il proprio apprezzamento nei confronti della Polizia di Stato per la rilevante operazione di contrasto alla criminalità giovanile che ha interessato 44 province italiane, coinvolgendo oltre 1.000 operatori, e ha portato all’arresto di centinaia di persone, tra maggiorenni e minorenni, responsabili di reati contro la persona, il patrimonio e la sicurezza pubblica, consentito il sequestro di ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti, armi da fuoco, armi bianche, denaro di provenienza illecita e beni oggetto di ricettazione e fatto emergere un dato che merita una particolare attenzione: l’esistenza di quasi un migliaio di profili social utilizzati per diffondere messaggi di odio, di esaltazione della violenza e di legittimazione dell’uso delle armi. Siamo di fronte a un’operazione che testimonia l’efficacia dell’azione dello Stato nel presidiare la legalità, ma che, nello stesso tempo, restituisce l’immagine di un fenomeno assai più complesso della mera devianza minorile. Sarebbe infatti un errore confinare questi dati nella sola dimensione della cronaca giudiziaria. Quando un numero così elevato di adolescenti e giovani entra in contatto con circuiti criminali, quando i luoghi della socializzazione diventano spazi di reclutamento e quando i social network si trasformano in amplificatori della cultura della sopraffazione, il problema non riguarda esclusivamente la sicurezza pubblica: riguarda la qualità del progetto educativo di un Paese. Negli ultimi anni il dibattito sulla criminalità minorile si è concentrato prevalentemente sulle risposte repressive. È una prospettiva inevitabile, perché lo Stato ha il dovere di tutelare i cittadini e di riaffermare il primato della legge. Tuttavia, limitare l’analisi alla repressione significa intervenire quando il processo di costruzione della devianza è già compiuto. Una politica realmente lungimirante dovrebbe interrogarsi su ciò che precede il reato, su quel lento percorso attraverso il quale alcuni giovani arrivano a considerare la violenza una forma di linguaggio, il gruppo criminale una comunità di appartenenza e l’illegalità una modalità ordinaria di affermazione personale. La questione, pertanto, non è soltanto giuridica o criminologica. È profondamente educativa. Ogni società trasmette alle nuove generazioni un sistema di significati attraverso il quale interpretare il mondo, costruire relazioni e orientare le proprie scelte. Quando questo processo si indebolisce, altri modelli occupano lo spazio lasciato libero. La criminalità organizzata, le baby gang, le comunità virtuali fondate sull’odio e sulla violenza riescono ad attrarre perché offrono ciò che ogni adolescente ricerca: riconoscimento, identità, appartenenza, visibilità. Il problema, allora, non consiste soltanto nel contrastare tali organizzazioni, ma nel comprendere perché esse risultino, per alcuni giovani, più persuasive delle istituzioni educative. La riflessione pedagogica contemporanea insegna che nessun comportamento può essere modificato esclusivamente attraverso la sanzione. Le regole vengono rispettate stabilmente quando sono comprese, condivise e riconosciute come strumenti di tutela della persona. Se la legge viene percepita soltanto come limite imposto dall’autorità, il rispetto delle norme dipenderà dalla paura del controllo; se, invece, il diritto viene presentato come il fondamento della convivenza democratica e della libertà di ciascuno, allora esso diventa parte integrante della coscienza civile. È proprio questa la sfida che oggi la scuola italiana è chiamata ad affrontare. L’educazione alla legalità non può più essere interpretata come un insieme di iniziative episodiche, affidate alla buona volontà delle singole istituzioni scolastiche o concentrate nelle ricorrenze dedicate alla memoria delle vittime delle mafie. Pur trattandosi di esperienze preziose, esse non bastano più. Le trasformazioni sociali degli ultimi anni impongono un cambio di paradigma. La legalità deve cessare di essere un tema e diventare un metodo educativo; non un progetto, ma una dimensione permanente dell’esperienza scolastica. L’elemento più inquietante emerso dall’operazione della Polizia di Stato riguarda, infatti, la dimensione culturale del fenomeno. I quasi mille profili social individuati dimostrano che la violenza non viene soltanto praticata, ma anche raccontata, condivisa, imitata e, talvolta, perfino ammirata. Gli algoritmi delle piattaforme digitali tendono a moltiplicare la visibilità dei contenuti più estremi, contribuendo a costruire un immaginario nel quale la forza appare sinonimo di autorevolezza e la sopraffazione diventa uno strumento di riconoscimento sociale. Non siamo più soltanto di fronte a comportamenti devianti: siamo di fronte alla progressiva normalizzazione di una cultura nella quale il diritto perde la propria funzione di riferimento etico e civile. È in questo contesto che il CNDDU ritiene indispensabile avviare una riflessione sul ruolo dell’educazione giuridica nella scuola italiana. Per troppo tempo il diritto è stato considerato una disciplina destinata prevalentemente agli indirizzi economici o professionali, quasi che la conoscenza della Costituzione, delle istituzioni democratiche, dei diritti fondamentali e dei doveri di cittadinanza costituisse un sapere specialistico. Oggi questa impostazione mostra tutti i suoi limiti. La complessità della società contemporanea richiede cittadini capaci di comprendere il funzionamento delle istituzioni, di interpretare criticamente l’informazione, di riconoscere le manipolazioni comunicative, di esercitare responsabilmente i propri diritti e di assumere decisioni consapevoli anche negli ambienti digitali. Per queste ragioni il CNDDU rivolge al Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, una proposta che intende superare definitivamente la logica degli interventi occasionali. È necessario avviare un Piano nazionale per la cultura costituzionale e dei diritti umani che riconosca la prevenzione educativa quale componente strutturale delle politiche di sicurezza del Paese. In tale prospettiva, i docenti delle discipline giuridiche ed economiche dovrebbero essere chiamati a svolgere un ruolo stabile nella progettazione educativa degli istituti, coordinando percorsi interdisciplinari dedicati all’educazione costituzionale, ai diritti umani, alla cittadinanza digitale, alla prevenzione della violenza, delle discriminazioni, del bullismo, del cyberbullismo e dei processi di radicalizzazione giovanile. Non si tratta di rivendicare nuovi spazi disciplinari, ma di valorizzare una professionalità già presente nella scuola italiana e troppo spesso sottoutilizzata. Il docente di diritto possiede gli strumenti culturali per trasformare norme apparentemente astratte in occasioni di riflessione critica sulla vita quotidiana, aiutando gli studenti a comprendere il significato concreto della dignità umana, della responsabilità personale, della funzione delle istituzioni e del rapporto inscindibile tra libertà individuale e interesse collettivo. In un tempo caratterizzato da profonde trasformazioni sociali e tecnologiche, questa competenza non rappresenta un sapere settoriale, ma una risorsa strategica per la formazione del cittadino. Il CNDDU ritiene, inoltre, che sia giunto il momento di compiere una scelta culturale coraggiosa: affiancare agli indicatori tradizionali del successo scolastico un nuovo parametro educativo, quello della maturazione della competenza civica e costituzionale degli studenti. Così come il sistema nazionale valuta gli apprendimenti linguistici, matematici e scientifici, appare ormai indispensabile monitorare in modo sistematico anche la capacità delle nuove generazioni di comprendere il significato delle regole democratiche, di esercitare il pensiero critico, di riconoscere i meccanismi della manipolazione e di partecipare responsabilmente alla vita della comunità. La qualità di una democrazia non dipende soltanto dal livello delle competenze professionali dei suoi cittadini, ma dalla loro capacità di vivere la cittadinanza come pratica consapevole. Occorre, infine, liberarsi da un equivoco che ha accompagnato per troppo tempo il dibattito pubblico. La sicurezza non coincide esclusivamente con il controllo del territorio. Una società è realmente sicura quando riesce a ridurre le condizioni culturali che rendono la violenza una possibilità credibile. Le politiche educative devono, pertanto, essere considerate parte integrante delle politiche della sicurezza nazionale. Investire nella scuola significa investire nella tenuta democratica del Paese; investire nella cultura giuridica significa rafforzare gli anticorpi civili della comunità; investire nei docenti di diritto significa dotare la Repubblica di professionisti capaci di tradurre i principi costituzionali in competenze di vita. L’imponente operazione della Polizia di Stato dimostra che le istituzioni possiedono gli strumenti per reprimere i fenomeni criminali. Il compito della scuola è diverso e, per certi aspetti, ancora più impegnativo: impedire che quei fenomeni trovino terreno fertile nelle coscienze delle nuove generazioni. È qui che si gioca la sfida decisiva. Una Repubblica che affida il futuro dei propri giovani alla sola efficacia della risposta penale rinuncia alla propria più alta funzione educativa. Una Repubblica che, invece, riconosce nella scuola il luogo in cui il diritto diventa cultura, la Costituzione esperienza vissuta e i diritti umani criterio quotidiano di convivenza, sceglie di costruire una sicurezza fondata non sull’emergenza, ma sulla maturazione di cittadini capaci di custodire, con consapevolezza, il patrimonio democratico che la Costituzione affida a ciascuno di noi. Romano Pesavento, presidente del CNDDU Redazione Italia
July 21, 2026
Pressenza
L’IIS “da Vinci” di Trapani “ospita” Guardia di Finanza, Carabinieri e Forze Armate
All’Istituto Superiore “Leonardo da Vinci” di Trapani le circolari emanate dalla dirigente per iniziative, con quello che il sito definisce il capitale del territorio, si susseguono giornalmente. Ne segnaliamo tre di marzo (gg. 9 e 10), contrassegnate dai numeri 292/293/296 (qui in ordine di data), rispettivamente dedicate a incontri con la Guardia di Finanza (tema: educazione alla legalità economico-finanziaria), con i Carabinieri (tema: contrasto del bullismo anche cyber) e con il personale militare degli Infoteam delle Forze Armate (tema: orientamento post diploma). Come consuetudine, commentando le notizie che arrivano dai territori all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, dedico uno sguardo al contesto in cui opera la scuola e alle risorse del territorio, considerate il cosiddetto capitale sociale a cui attingere. L’istituto nasce dalla fusione di altre due scuole e la sua offerta formativa consiste in corsi per tecnici del trasporto e della logistica. Settori importanti, considerata la presenza dell’aeroporto, del porto e l’assenza di trasporti su rotaia per collegare la città alla sua provincia e al resto della Sicilia (il treno per Palermo viaggia ancora a scartamento ridotto). Sul sito ufficiale della scuola si legge che la popolazione utente (lo sappiamo: l’istruzione è diventato un servizio a domanda rivolto alla migliore offerta) ammonta a 900 alunni, per lo più pendolari, grazie alle massicce operazioni di dimensionamento degli istituti degli ultimi anni. Con notevoli disagi, l’utenza arriva dalla miriade di piccoli centri e dalle isole Egadi, infatti si fa riferimento alla carenza di trasporti anche in aliscafo. In maggioranza di sesso maschile (si constata con amarezza che la formazione tecnica è considerata dalle ragazze “una cosa da uomini”), sono figli di migrazioni vecchie (dal Nord Africa, Tunisia e Libia in testa) e nuove. Come ormai ovunque, non mancano gli alunni classificati (schedati sotto i diversi acronimi previsti dalla normativa vigente) come affetti da disturbi specifici dell’apprendimento o in condizione di fragilità. Ma, nonostante le condizioni di ingresso non favorevoli, gli alunni – secondo il sondaggio ESCS (Economic, Social and Culture Status gestito da INVALSI) – non se la cavano male. Il loro problema emergerà nel prossimo futuro. Il lavoro è poco, sotto i valori medi nazionali, e dunque le speranze occupazionali sono scarse. Provo allora a dare uno sguardo al capitale sociale offerto dal territorio. Una caratteristica storico-sociale nella zona del trapanese è la costante presenza dei clan mafiosi, due secoli fa con la classica organizzazione terriera (il latifondo gestito, per i proprietari spesso palermitani, dai campieri), oggi legata al traffico della droga, infiltrata nelle poche aziende locali (otto provvedimenti prefettizi nel 2025, ricavo dalla cronaca de Il giornale di Sicilia), presente come colletti bianchi nelle amministrazioni locali (nel 1980 venne ucciso il Sindaco democristiano di Castelvetrano, Vito Lipari, per uno sgarro fra clan, mentre sono all’ordine del giorno i commissariamenti dei consigli comunali). Al di là delle specificità locali, l’Italia è un “paese di evasori, di faccendieri”, e allora – diranno i saggi organizzatori di eventi, meno male che la Guardia di Finanza allerta i giovani (e fa un po’ amaramente sorridere). Il capitale sano da mettere nella catena del valore economico è rappresentato soprattutto dall’Aeroporto di Birgi, gestito dal 1993 dall’Airgest per il trasporto privato. Nato nel 1961 come base militare strategica, intitolato a Vincenzo Florio (famiglia di Marsala, imprenditori multiversatili nell’Ottocento, dalle miniere, all’industria alimentare, al vino, oggi solo dediti all’enologia), mantiene ancora oggi la sua dimensione militare come base NATO (da qui sono partiti nel 2011 i caccia verso la Cirenaica). In seconda battuta troviamo il porto, cuore della città dalla fondazione cartaginese. Sappiamo che organizza il trasporto privato e turistico, ma soprattutto fornisce servizi a varie imprese, tra cui l’ENI. Sulle sue opportunità occupazionali, andrebbe fatto un discorso a parte. Infine, da menzionare il loro potenziale utilizzo da parte della Marina Militare e la Guardia Costiera, soprattutto da quando esiste l’operazione Mediterraneo Sicuro (ex Mare Sicuro) che, dal 2022, ha esteso la vigilanza fino alle coste africane, in contrasto con i flussi migratori, insomma altra attività di legalità militarizzata, tema di sempre più interventi da parte di Forze dell’Ordine e Forze Armate nelle scuole. Fatto questo excursus, vengo quindi alle iniziative promosse dalla Dirigente Scolastica e dal suo staff, quello tradizionale della scuola azienda autonoma, stavolta allargato al docente referente e coadiuvato da un team (altri due) per l’antibullismo. In realtà come si nota leggendo le circolari, la scuola, il suo personale, invitano e offrono ospitalità ai “veri” formatori e orientatori provenienti dai corpi citati su, ciascuno con il suo tema ma accumunati dal medesimo intento – insegnare il rispetto appunto della legalità in tutte le sue forme. Come quella di prevenzione e di lotta verso i reati economico-finanziari (Guardia di Finanza) e quella in rete – ripetutamente trattata dal nostro Osservatorio contro la militarizzazione nelle scuole e nelle università – ormai presa nel confuso nodo del bullismo (Carabinieri). Ma mentre le classi ascoltano gli ospiti e svolgono le prove pratiche (come usi il tuo smartphone?), i veri ospiti sono i docenti. Il personale scolastico, su cui ci ragguaglia il sito istituzionale, è formato da insegnanti stabili, sia come posizione di carriera sia come continuità di sede, dunque dedicati, nonostante le difficoltà del loro lavoro di educatori. Ma nelle ore in cui si fa formazione e orientamento sono vigilanti, un supporto disciplinare ai militari didatti. Quanto all’incontro con Infoteam delle Forze Armate, c’è poco da aggiungere, come molti di noi avevano previsto, l’orientamento è di fatto esternalizzato. Che ci siano ancora collegi docenti che rifiutano gli incontri con le divise e che boccino i progetti di Formazione Scuola Lavoro con aziende implicate nelle forniture di armi, non fa molto testo: il futuro economico è dalla parte della guerra. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
IC Roncade (Treviso), lezione dei carabinieri su bullismo e ciberbullismo
Di recente le due scuole secondarie di primo grado dell’Istituto comprensivo di Roncade in provincia di Treviso hanno incontrato i referenti territoriali del Comando Compagnia Carabinieri di Treviso, per una lezione sulla legalità. Nelle mattine del 25 febbraio e del 4 marzo le classi prime e seconde medie sono state intrattenute dai carabinieri per una sola ora, focus dell’incontro il bullismo e il ciberbullismo. Che sia per fare una lezione di legalità o per portare le classi a visitare le caserme o stimolarle a partecipare a un concorso sulle Vittime del dovere, stanno progressivamente aumentando nelle scuole d’Italia gli appuntamenti tra le forze armate e di polizia da una parte e i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze dall’altra. Una socializzazione univoca e inaccettabile che pretende di essere accolta come normale.  Da tre anni l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università evidenzia l’illegittimità democratica di questa di questa prassi all’interno delle scuole, dal momento che non sono oggetto di discussione e votazione da parte dei Collegi Docenti e dei Consiglio di Classe, oltre che l’inopportunità pedagogica di simili esternalizzazioni di concetti educativi. Il target è la popolazione scolastica di ogni ordine e grado, soffermiamoci quindi su un aspetto metodologico, e cioè su come dovremmo presentare la complessa questione del bullismo a dei/delle dodicenni, a scuola. Non è certo sufficiente una sola ora, e troviamo inadeguato e riduttivo trasmettere solo un messaggio sanzionatorio. La scuola pubblica se non ha già al suo interno le competenze per parlare di bullismo e ciberbullismo deve cercarle tra i professionisti e le professioniste delle scienze umane e sociali, così per contrastare il ciberbullismo dovrebbe collaborare con i professionisti e le professioniste del settore, per un’alfabetizzazione digitale responsabile degli studenti e delle studentesse. Le istituzioni scolastiche e le istituzioni militari sono rette da principi radicalmente diversi. Teniamo fuori dall’orizzonte scolastico ile pratiche disciplinari, di obbedienza, di subordinazione e repressive delle forze armate e degli apparati di polizia, non schiacciamo sul nascere la vitalità mentale degli/delle adolescenti perché sappiano, con noi, leggere il mondo che viviamo e agire secondo empatia e solidarietà, non per paura di una punizione o per deterrenza: questa non è educazione civica!  Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Bullismo e cyberbullismo nei rapporti tra i ragazzi
Le relazioni tra i ragazzi possono essere difficili e non di rado i rapporti risultano caratterizzati da interazioni tra una “vittima” e uno o più “prepotenti”. Si tratta del cosiddetto fenomeno del bullismo, dove la prevaricazione dell’uno, o dei più, sull’altro avviene in maniera intenzionale e persistente nel tempo attraverso atti aggressivi di natura fisica e/o verbale e/o psicologica. L’indagine “Bambini e ragazzi: comportamenti, atteggiamenti e progetti futuri”, condotta dall’ISTAT nel 2023, i cui risultati sono stati resi noti nei giorni scorsi, ha raccolto informazioni sui comportamenti offensivi e aggressivi tra i ragazzi, coinvolgendo un campione di 39.214 individui, rappresentativo dei 5 milioni e 140mila ragazzi di età compresa tra gli 11 e i 19 anni residenti in Italia. Il 68,5% dei ragazzi 11-19enni dichiara di aver subìto, nei 12 mesi precedenti, un qualche episodio offensivo, aggressivo, diffamatorio o di esclusione sia online che offline. Ad avere subìto questi atti più volte al mese è il 21% dei ragazzi; inoltre, per circa l’8% la frequenza è stata quanto meno settimanale. I maschi dichiarano di aver subìto atti di bullismo più delle femmine (21,5% contro 20,5%). La cadenza più che mensile degli eventi vessatori subìti si riscontra soprattutto tra i giovanissimi (ne è stato vittima il 23,7% degli 11-13enni) piuttosto che tra i 14-19enni (19,8%). I ragazzi residenti nel Mezzogiorno che dichiarano di non aver mai subìto, nell’anno precedente, comportamenti offensivi, non rispettosi e/o violenti è più alta rispetto ai ragazzi del Nord-ovest (il 33,5% contro il 29%). Specularmente, spostando l’attenzione su quanti hanno subìto episodi di bullismo, sono le regioni del Nord a presentare le quote maggiori di ragazzi che denunciano di aver subìto una qualche forma di atto vessatorio in maniera continuativa, ossia più volte al mese. Nel dettaglio: gli atti di bullismo hanno interessato il 22,1% dei ragazzi del Nord-est, il 21,6% di quelli del Nord-ovest e il 21% di quelli del Centro; più contenuta la quota tra i giovani residenti nel Mezzogiorno (20%). I maschi sono di solito offesi e insultati, le femmine, invece, sono escluse. Le azioni vessatorie sono tradizionalmente classificate in “dirette” e “indirette”. Il bullismo diretto è caratterizzato da un attacco frontale del bullo verso la vittima; in quello indiretto le azioni vessatorie non sono invece visibili, venendo meno il contatto tra i soggetti. All’interno di questa prima suddivisione è possibile individuare due ulteriori sottocategorie, l’una riferita agli attacchi “verbali”, l’altra agli attacchi “fisici”. Le azioni dirette possono così consistere in “offese” o “minacce/aggressioni fisiche” volte a svilire la vittima provocando in essa sofferenza e vergogna, mentre le azioni indirette sono volte a “diffamare” con pettegolezzi e calunnie o a “escludere” la vittima dal gruppo dei pari. “Di fatto, sottolinea l’ISTAT, sono le azioni dirette, nella forma delle offese e degli insulti, ad essere denunciate più frequentemente dagli 11-19enni. Più della metà dei ragazzi (55,7%) si è sentita, almeno una volta, offesa o insultata nell’anno precedente mentre le minacce e le aggressioni hanno riguardato circa 11 ragazzi su 100. Tra le forme indirette spicca l’esclusione/emarginazione che è avvertita almeno una volta dal 43% dei giovani; la diffamazione ha riguardato, invece, quasi un ragazzo su quattro”. Per quanto riguarda la ripetitività degli atti, le offese e gli insulti sono avvenuti con cadenza più che mensile per oltre il 14% degli 11-19enni, mentre l’esclusione ha coinvolto con frequenza quotidiana oltre un giovane su 10. I maschi vittime di offese continue sono il 16% (contro il 12,3% riscontrato tra le ragazze), mentre le 11-19enni ripetutamente escluse durante l’anno sono il 12,2% (i ragazzi lo sono nell’8,5% dei casi). Il confronto tra gli 11-13enni e i 14-19enni evidenzia altre peculiarità: i primi subiscono maggiormente forme vessatorie di tipo verbale, come le offese e gli insulti sperimentati almeno una volta nell’anno dal 58% di questo collettivo o la diffamazione da oltre uno su quattro. Viceversa, i 14-19enni risultano afflitti soprattutto dai comportamenti di natura fisica: minacce e aggressioni raggiungono l’11,2% del collettivo (contro il 10% riscontrato tra gli 11-13enni), mentre atteggiamenti di esclusione colpiscono una quota del 43,4% (contro il 42,3% tra gli 11-13enni). Relativamente al cyberbullismo, per il 9% dei maschi l’oltraggio online è ripetuto nel tempo. L’essere connessi oggi rappresenta un’esperienza connaturata alla quotidianità e gli adolescenti sono i maggiori fruitori di questa tecnologia: oltre il 90% dei giovani 11-19enni ha dichiarato di trascorrere almeno un paio di ore al giorno su internet. Il cyberbullismo è una particolare forma di bullismo che si avvale delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (invio di messaggi offensivi, insulti o di foto umilianti tramite sms, e-mail, chat o social network) per molestare una persona per un periodo più o meno lungo. Un aspetto che differenzia il cyberbullismo dal bullismo offline (cioè in presenza) consiste nell’assenza, nel momento in cui avviene l’oltraggio, di un contatto faccia a faccia tra vittima e aggressore. Tuttavia, non si può escludere che gli atti oltraggiosi online precedano, o siano preceduti, da quelli offline. L’Istat certifica come il 30,1% degli 11-19enni abbia dichiarato di aver subìto atti vessatori sia offline sia online. Ad essere stato vittima di atti esclusivamente online è il 3,8% dei ragazzi. Da ciò deriva che i ragazzi che hanno dichiarato di aver subìto, nel corso del 2023, un qualche comportamento oltraggioso online ammontano a circa il 34%: decisamente più i maschi che le femmine, con una differenza di 7 punti percentuali. “I dati sul bullismo e il cyberbullismo tra i giovani presentati da ISTAT presentano un fenomeno allarmante, ma parziale. La rilevazione, infatti, si riferisce al 2023, ma è evidente che sono in fortissimo aumento tutte le forme di cyberbullismo e di violenza digitale in rete. Tutto questo, rende lo scenario molto più complicato rispetto a quello analizzato dal report, dal momento che si assiste ad un forte spostamento del fenomeno sul digitale, ha dichiarato Ernesto Caffo, Presidente di Telefono Azzurro. Occorre considerare che molto dipende dalle capacità di rilevazione che vengono attivate. Ci sono contesti, infatti, dove la paura di segnalare episodi di bullismo è ancora molto alta. Di conseguenza esistono fenomeni sommersi e nascosti che fanno fatica a trovare riscontro nei numeri”. Le segnalazioni arrivate alla linea d’ascolto del 114– Emergenza Infanzia, il servizio di pubblica utilità istituto e promosso dal Dipartimento per le Politiche della Famiglia – Presidenza del Consiglio dei Ministri e gestito da Telefono Azzurro, evidenziano infatti come soltanto nel 2024, siano stati gestiti ben 104 casi di bullismo e 14 casi di cyberbullismo. Tra i minori coinvolti i più piccoli avevano soltanto 5 anni, con una maggioranza di richieste d’aiuto arrivate dal Lazio, Toscana, Sicilia e Veneto. Qui il Report: Bullismo-e-cyberbullismo-nei-rapporti-tra-i-ragazzi.   Giovanni Caprio
June 28, 2025
Pressenza
Bullismo, cyberbullismo e violenza di genere, Carabinieri in cattedra a Pachino(SR)
Bullismo, cyberbullismo, uso inconsapevole e imprudente dei social network e i rischi connessi alla pubblicazione di foto e dati sensibili, questi alcuni dei temi affrontati mercoledì 9 aprile scorso con studentesse e studenti delle seconde e terze classi dell’I.S. “M. Bartolo” e delle classi quinte della Scuola Primaria Verga “S. Mallia” di Pachino (SR), in cattedra i Carabinieri della Stazione di Pachino(SR) che hanno completato la “speciale lezione” accompagnando gli alunni e alunne delle scuole primarie a conoscere e salire bordo delle gazzelle in dotazione all’Arma “e provare le diverse strumentazioni di cui sono dotate”. Oltre al bullismo e cyberbullismo con studentesse e studenti di Pachino si è inoltre affrontato il tema della violenza di genere focalizzato con la distribuzione di un “Violenzametro”, “..un segnalibro realizzato dall’Arma dei Carabinieri per stimolare e diffondere una maggiore consapevolezza sui segnali di rischio e sui comportamenti che possano nascondere i sintomi di una relazione tossica”. Ancora una volta accogliamo una delle numerose segnalazioni giunte da tutta Italia in merito ad attività svolte da militari all’interno delle scuole di ogni ordine e grado, personale in divisa che sostituisce gli e le insegnanti e in molti casi anche altri esperte/i esterni in discipline specifiche quali l’ambito medico, psicologico, pedagogico, legale, o di prima accoglienza come il personale dei centri antiviolenza. Anche in questo caso, come già accaduto in molte altre iniziative organizzate e proposte a scuola con le medesime modalità ci chiediamo quale possa essere il valore aggiunto di un approccio prettamente e formalmente di tipo repressivo, quale è senza dubbio quello fornito da personale militare o delle forze dell’ordine su tematiche così delicate. D’altra parte appare ormai acclarato, studi scientifici lo confermano, che il contrasto a fenomeni come bullismo, cyberbullismo e violenza di genere ma anche l’educazione ad un uso più consapevole della dimensione on line nella nostra vita debbano essere compresi ed affrontati fornendo a ragazze e ragazzi non soltanto nozioni tecniche e statistiche ma chiavi di lettura decisamente più centrate sull’essere umano e sul riconoscimento di sentimenti, pulsioni, stati d’animo che tali accadimenti sono destinati a scatenare. In altre parole un lavoro di sensibilizzazione e prevenzione che parta dagli effetti, troppo spesso deleteri, generati da situazioni di abuso e violenza di ogni tipo, in ambito virtuale così come nella vita reale, per avviare nelle nuove generazioni un necessario cambiamento culturale. Nella fattispecie l’incontro in questione si inquadra nell’ambito del progetto di diffusione della cultura della legalità tra i giovani, promosso dal Comando Generale dell’Arma in collaborazione con il MIUR.Un legame sin troppo stretto e, come dicevamo, dal dubbio valore didattico quello tra i due dicasteri (Istruzione e Difesa), pesantemente stigmatizzato dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università che da tre anni a questa parte raccoglie e denuncia, facendole emergere, le centinaia di segnalazioni pervenute su innumerevoli modalità di propaganda militarista diffusa nelle scuole pubbliche di ogni ordine e grado e nelle università italiane. Parliamo di protocolli d’intesa tra uffici scolastici provinciali, regionali e forze armate o forze dell’ordine, corsi di formazione di ogni tipo e sui temi più disparati tenuti da personale militare, merchandising con gadgets militari ed infine ma non ultime per pervasività, offerte formative per ragazze e ragazzi delle superiori di orientamento alla carriera militare. Ad accomunare tutte queste attività, come dimostra l’evoluzione dei conflitti di ogni epoca, il tentativo di normalizzazione e diffusione di una “cultura della difesa” secondo la quale l’altro da se viene visto non come risorsa ma come nemico di cui diffidare e persino temere, peggio ancora se straniero. È veramente questo il messaggio che vogliamo infondere nei futuri cittadini e cittadine del nostro Paese? Un messaggio dedito alla ricerca della performance a tutti i costi, in un ambiente che seleziona le menti più brillanti lasciando indietro chi non regge il passo, privilegiando la competizione fine a se stessa? La nostra risposta è un secco NO. Ribadiamo con forza il valore educativo-formativo della scuola, non solo come fornitrice di contenuti/competenze ma come agente di cambiamento nella crescita culturale e sociale di chi la frequenta, un cambiamento orientato alla formazione di menti critiche e divergenti, in un ambiente che non lasci indietro nessun3 e che si orienti verso valori di pace e non violenza.