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Venezuela: la scommessa dell’amnistia
Il paese cerca di sanare le ferite lasciate dalla violenza, coprendo un arco temporale che va dal 2002 (colpo di Stato contro Chávez) a oggi. di Geraldina Colotti (*) Caracas. Incontrarsi, ascoltarsi, perdonarsi. Il Venezuela bolivariano si trova davanti a una nuova, complessa sfida di elaborazione collettiva dopo il trauma del 3 gennaio. Con l’approvazione della Legge di Amnistia e
Accendiamo la luce su Cuba
Cgil, Anpi, Arci, Nexus e Italia Cuba, rilanciano la campagna “Energia per la vita” che era partita nel settembre dello scorso anno. Articoli di Andrea Mulas, Geraldina Colotti ed una Cronologia del blocco e degli attacchi degli Stati Uniti a Cuba (1961-2025) tradotta in italiano dal Comitato Carlos Fonseca. “L’assalto al cielo” 67 anni dopo. Contro l’assedio Usa di Cuba
February 25, 2026
La Bottega del Barbieri
Venezuela: “Qui non c’è resa, non c’è capitolazione…
… c’è lotta per la pace e il socialismo”. Intervista di Geraldina Colotti al dirigente comunista venezuelano Carolus Wimmer (*) Carolus Wimmer (1948) non è solo un accademico e un politico; è un pilastro dell’internazionalismo militante in Venezuela. Ex deputato ed ex presidente (GPV) al Parlamento Latinoamericano (2005 – 2016), Dirigente della Gioventù Comunista (JCV) (1971 – 1980), Direttore della
February 18, 2026
La Bottega del Barbieri
Venezuela, il sequestro della sovranità e l’etica del possibile
CARACAS – per L’Antidiplomatico – La storia del socialismo è costellata di gesti che definiscono un’epoca. Quando Iosif Stalin rispose alla proposta nazista di scambiare il figlio Yakov con il feldmaresciallo Paulus dicendo: “Non scambierò un soldato con un generale”, egli sigillò l’etica del comunismo del Novecento. Era l’etica del sacrificio assoluto, della sottomissione del legame di sangue alla ferrea disciplina della lotta di classe globale. Era il tempo della “dittatura del proletariato”, dove la sopravvivenza del simbolo contava quanto la tenuta del fronte. Era il tempo di Bertolt Brech, cosciente che chi avrebbe voluto approntare il terreno alla gentilezza non aveva potuto permettersi di essere gentile. Il tempo, poi, di Frantz Fanon, che voleva calare il machete sulla maschera dell’”umanitarismo” coloniale. Brecht vive la crisi del capitalismo tra le due guerre e l’ascesa del nazismo; Fanon vive il tramonto degli imperi coloniali. Due generazioni diverse, ma unite dalla volontà di usare la parola e l’azione per smascherare i meccanismi dell’oppressione, fosse essa di classe o coloniale. Nel film Apocalypse Now, il protagonista Kurtz racconta di quando, come ufficiale statunitense, si recò in un villaggio per vaccinare i bambini contro la poliomielite. Dopo che i medici nordamericani se ne furono andati, un uomo del villaggio corse a richiamarli. Tornando indietro, trovarono un mucchio di piccoli bracci mozzati: i Vietcong erano passati e avevano amputato il braccio a ogni bambino che era stato vaccinato dagli invasori. Quell’atto terribile non era semplice crudeltà, ma un messaggio politico assoluto: “Non vogliamo nulla da voi, nemmeno la salute, se essa è lo strumento della vostra colonizzazione”. Kurtz rimane folgorato dalla “purezza” di quell’odio e dalla volontà d’acciaio di un popolo che preferiva l’automutilazione piuttosto che accettare il “dono” dell’invasore. E il Che Guevara lottò fino alla morte per innescare “uno, cento, mille Vietnam”. Il Socialismo del XXI Secolo, di cui Hugo Chávez è stato il principale architetto, opera invece, fin dal suo inizio, su un terreno ontologicamente diverso. Chi ha appoggiato la rivoluzione bolivariana, e ancor di più quella “dei cittadini” in Ecuador o “degli indigeni” di Evo Morales in Bolivia, sapeva (o avrebbe dovuto sapere) che non stava appoggiando il Vietnam di Ho Chi Minh, né la Cuba di Che Guevara, quella che oggi rivendica di “inviare medici e non bombe”: anche a governi italiani di destra, come abbiamo visto in Italia. Le cose stanno così perché non ci sono state rivoluzioni, o cambi radicali in Europa, e nei paesi capitalisti dove si decide il costo del lavoro e si decidono le guerre imperialiste. E dove ai guerriglieri sconfitti, ma non arresi, viene negato il diritto di parola. In Venezuela, le parole di Brecht o di Fanon offrono ancora gli strumenti per smontare le distorsioni prodotte dalla propaganda odierna e dalla “filosofia del frammento”, ma in un altro contesto storico. Così, l’unione civico-militare di un esercito “pacifico, però armato” viene apparentata alla “guerra di tutto il popolo” di Ho Chi Minh, e il centenario di Frantz Fanon, Malcolm X e Lumumba viene celebrato in nome di un “nuovo umanitarismo”, da imporre più con la forza del progetto trasformativo che con quella della coercizione statale. Equivoco o sfida da cogliere anche per chi, pur guardando in faccia il nemico, pur senza sottrarsi, scommette di non trasformarsi nella bestia che si vuole combattere? Una sfida che, comunque, dovrebbe piacere a chi, in Europa, ha fatto della “non violenza” un principio assoluto. Il pulpito di chi ha guardato in faccia la questione, dal punto più alto e più ostico della lotta di classe in Europa – la lotta armata – non consente di proporre assoluti: né entusiasmi senili per un realismo senza socialismo, né voli pindarici che trasformino gli strumenti in principi, tanto astratti da addormentare o paralizzare. Chi critica da “ultrasinistra” il negoziato per la liberazione di Nicolás Maduro e Cilia Flores, evocando la necessità di una risposta armata definitiva o di un sacrificio estremo (posizione, peraltro, inesistente, in Venezuela, e solo ventilata da fuori), ignora la lezione gramsciana che il chavismo ha fatto propria: la rivoluzione è una guerra di posizione lunga, estenuante, che si gioca dentro e contro le istituzioni borghesi. Smantellare lo Stato borghese dall’interno non significa soccombere ad esso, ma occuparne le crepe per costruire potere popolare, dice la rivoluzione bolivariana. In questa logica, il presidente e la “primera combatiente” non sono solo figure individuali, ma garanti della stabilità istituzionale e della pace. La loro incolumità è la condizione necessaria affinché il processo rivoluzionario non scivoli nel caos sanguinario che l’imperialismo ha già testato in Libia o in Siria. Mentre il comunismo del Novecento operava per rottura violenta, il socialismo bolivariano opera per trasformazione egemonica. La logica di Stalin arrivava a sacrificare il figlio per salvare il principio dell’uguaglianza nel dolore. La logica di Chávez, di Maduro, e ora della presidenta incaricata Delcy Rodriguez è quella di proteggere la leadership per salvare il legame sociale e il diritto alla vita del popolo. La ricerca di un negoziato nel caso del sequestro del 3 gennaio non viene intesa dunque come un cedimento, ma come un atto di maturità politica in un contesto di ricatto inedito. Chi invoca la lotta armata fino all’estremo sacrificio (in casa d’altri), dimentica che l’obiettivo del socialismo bolivariano non è la morte eroica, ma la “suprema felicità sociale”. Il ricatto del sequestro punta, invece, proprio a spingere la Rivoluzione verso un vicolo cieco di violenza che giustificherebbe l’annientamento totale. Serve quindi lucidità per contrastare i fascisti venezuelani scatenati nelle accademie italiane in veste di “difensori della democrazia contro la dittatura”, fiancheggiati da quei presunti “chavisti” che, alleandosi con le destre, hanno contribuito a costruire la narrativa che ha portato all’attacco. Questa strana alleanza punta anche adesso alla destabilizzazione per favorire l’occupazione del paese e imporre l’ordine egemonico nordamericano. Quanti più spazi si riesce a sottrarre al fascismo, è dunque un guadagno per la rivoluzione. Negoziare, peraltro, non significa tradire. La storia è piena di ritirate strategiche che hanno salvato la Rivoluzione: nel 1954, Ho Chi Minh firmò la pace di Ginevra. Accettò la divisione del Vietnam per consolidare il Nord e preparare la vittoria finale, nonostante le critiche dei massimalisti. In questo secolo, nel 2007, l’amnistia di Chávez liberò i golpisti del 2002 per isolare l’ala violenta e rafforzare la legalità rivoluzionaria. E gran parte della guerriglia colombiana accettò il passaggio dalla lotta armata alla lotta politica, anche per preservare la vita delle comunità. E, anche ora, nel parlamento venezuelano si sta discutendo un’amnistia generale proposta dalla presidente incaricata. C’è, invece, una sinistra che sembra amare solo le rivoluzioni sconfitte, i martiri caduti e le bandiere insanguinate. È una sinistra che critica il negoziato perché lo vede come un compromesso, quando in realtà è l’uso tattico (e anche obbligato) della diplomazia di pace (e della diplomazia proletaria, come stanno dicendo gli operai invitando i lavoratori alla solidarietà mondiale) in un momento di asimmetria militare. Contestualizzare e difendere la linea del negoziato significa capire che oggi la resistenza si misura nella capacità di mantenere lo Stato funzionante, di garantire il pane e la salute, e di riportare a casa i leader scelti dal popolo. Il socialismo bolivariano non cerca la gloria del martirio, ma la concretezza della vittoria. Non abbiamo – dice – bisogno di eroi morti, abbiamo bisogno di una rivoluzione viva e capace di farcela da una posizione di dignità, come dimostra la fermezza di Cilia Flores che, pur potendo salvarsi dal sequestro, è rimasta al fianco del compagno e del progetto politico. Come ci ha insegnato Lenin, i comunisti a volte devono passare per porte strette, sapendo che possono perdere qualche piuma e perfino la coda, ma l’importante è non perdere la testa che continua a guardare all’orizzonte. Il mantenimento del potere politico è la precondizione per qualunque trasformazione sociale. Cedere al ricatto dell’imperialismo o scivolare nella provocazione violenta significa consegnare il paese all’occupazione definitiva, e a litanie simili a quelle del “ce lo chiede l’Europa” per imporre la tagliola sui diritti delle classi popolari. Non siamo più, d’altronde, nel cuore del Novecento, ma in un complesso contesto internazionale, governato dai meccanismi del mercato anche ove si disegna la possibilità di un mondo multicentrico e multipolare. E siamo nel pieno di una guerra ibrida, multidimensionale, dove il nemico non cerca solo di conquistare territorio, ma di distorcere la psiche collettiva e l’architettura istituzionale di un popolo attraverso quella “balcanizzazione dei cervelli” che mira a distruggere l’identità nazionale e il consenso internazionale. È ormai chiaro che, dietro le parole d’ordine della “democrazia” e della presunta crociata contro il narcotraffico si cela la Codicia extrapesada, come recita un nostro recente libro sulla relazione fra potere e petrolio in Venezuela: la brama esistente per una risorsa che, pur in via di esaurimento, costituisce l’oggetto di una contesa geopolitica per un modello di sviluppo, quello capitalista, in crisi strutturale e di prospettiva. Questa brama è di natura interna ed esterna. Chi critica oggi la presunta arrendevolezza del Venezuela, ignora che il progetto bolivariano è bersaglio dell’imperialismo perché ha osato mettere il petrolio al servizio dei popoli e non solo dei mercati. Bisogna rispondere per le rime a chi, da una sinistra europea spesso imbelle, critica oggi il processo bolivariano lanciando bordate “puriste”, sospinto dalle “bombe cognitive” chiamate fake-news. Ma cosa hanno fatto questi critici per evitare che le “sanzioni” strangolassero il Venezuela? Dov’erano mentre il blocco finanziario impediva l’acquisto di cibo e medicine? Dov’erano mentre si sequestravano le raffinerie di Citgo e le riserve d’oro del Venezuela a Londra? Sono forse scesi in piazza tutti i giorni per dire “no” all’illegalità di misure coercitive unilaterali contro un paese pacifico o contro il bloqueo a Cuba? No, in molti hanno prima appoggiato l’autoproclamato Juan Guaidó, e poi applaudito al premio Nobel per la pace dato alla trumpista Maria Corina Machado. È troppo facile fare i “puristi” della rivoluzione con il sedere al sicuro nelle democrazie liberali. Dal pulpito di certi bollettini, si critica il negoziato per la liberazione di Nicolás Maduro e Cilia Flores come se fosse un cedimento e non un passaggio obbligato, ma la domanda è brutale: chi è disposto oggi a immolarsi con un fucile in mano, dentro e fuori dal Venezuela? Nessuno di questi critici “radicali” è pronto all’estremo sacrificio, eppure pretendono che il popolo venezuelano scelga il suicidio collettivo per soddisfare il loro narcisismo della sconfitta. E per poi, magari, criticarli in nome della “non violenza”. A chi esige il martirio altrui, risponde un post del rivoluzionario basco Agustín Otxotorena: “Vedo alcuni insultare dalla Spagna Delcy per aver tentato di frenare il saccheggio e la distruzione militare del Venezuela attraverso la diplomazia e l’accordo. Ricordo loro che in Spagna ci sono diverse basi degli Stati Uniti e possono lanciarsi quando vogliono a praticare la lotta armata contro l’esercito nordamericano. Per dare l’esempio rivoluzionario. Insultare, calunniare ed esigere fuoco e morte da una tastiera a 8.000 chilometri di distanza, mentre ti copri con la copertina a casa o ti bevi un vino al bar, definisce te, non il Venezuela, né il chavismo, né Delcy.” Oggi la IA e la manipolazione mediatica agiscono come armi di distrazione di massa e per capovolgere simboli e senso: si sdoganano i fascismi, palesi o mascherati, e si criminalizza la resistenza bolivariana, e quella di classe nei singoli paesi. D’altro canto, secondo le indicazioni lasciate dal presidente Maduro, la classe operaia venezuelana è preparata anche a “bruciare i pozzi”, ma segue la linea del governo: aprire brecce e guadagnare tempo. E così fa il movimento delle donne, che ha lanciato la Brigata internazionale Cilia Flores. Difendere il Venezuela oggi significa difendere il diritto internazionale e la “tenerezza dei popoli”, che non è un sentimento debole, ma la forza di chi non perde la testa mentre attraversa la tempesta. Geraldina Colotti
February 18, 2026
Pressenza
Cuba: la sola rivoluzione davvero nostra…
… non possiamo restare a guardare il tentativo di strangolamento della Casa Bianca. di Luciana Castellina (*) A seguire, articoli di Antoni Kapcia, Roberto Livi, Geraldina Colotti, Claudia Fanti e due appelli per l’isla rebelde. Immagine: Redh Cuba) /Resumen Latinoamericano   La grande corazzata americana, una floating power plant, come scrivono orgogliosi i giornali trumpisti, è ancorata nella baia dell’Avana già
February 18, 2026
La Bottega del Barbieri
Dove va il Venezuela?
di Luis Bonilla-Molina, Geraldina Colotti, Ignacio Ramonet, Anderson Bean, Edgardo Lander, Michela Calculli, redazione Pressenza New York. In coda link ai nostri dossier. A poco più di un mese dal rapimento di Maduro e dai bombardamenti su Caracas, la Bottega dedica un nuovo dossier a quanto sta accadendo in Venezuela, proponendo, come nelle altre circostanze, opinioni assai diverse tra loro. Venezuela:
February 4, 2026
La Bottega del Barbieri
Caracas: fiori d’amnistia contro i droni dell’impero
Caracas (Venezuela) – Esiste una forma di parassitismo intellettuale che fiorisce nei momenti di massima tragedia nazionale. È la postura di chi, protetto da una cattedra o da una vecchia rendita di posizione accademica, si erge ad autorità costituzionale per processare chi, sul campo, deve garantire la sopravvivenza di un popolo. C’è chi ha masticato malamente un po’ di operaismo del secolo scorso, travisandolo, per trasformarlo oggi in un’arma da scagliare contro lo Stato bolivariano proprio mentre questo subisce un’aggressione militare senza precedenti. Capita, così, di leggere articoli dal sapore surreale ad uso e consumo di chi, nel proprio paese, ha visto passare tutti i treni dal buco della serratura, e oggi si affida a chi, stando fuori dal Venezuela, non ha mai neanche provato a governare la sedia su cui sta ben seduto. Si utilizza per questo una tecnica classica: mescolare dati tecnici decontestualizzati con la voce di una presunta “opposizione di sinistra” per dare una parvenza di oggettività a quello che è, in realtà, un sostegno implicito alla strategia di Washington. Il grottesco raggiunge l’apice quando questa presunta “critica antiautoritaria” finisce per trovarsi sotto lo stesso tetto di burocrati esautorati che, pur di mantenere il proprio piccolo potere di apparato, hanno scelto di farsi orientare da un cieco dottrinarismo di marca europea. Vedere chi si professa “di sinistra radicale” allearsi, nei fatti e nelle piazze, con il fascismo di Maria Corina Machado e con gli ultraliberisti che hanno benedetto l’invasione militare e il sequestro del Presidente Maduro, non è più un errore di analisi, ma uno schieramento preciso che chiude un circolo vizioso caro alle “piattaforme girevoli” post-novecentesche. Quali sono, infatti, le “fonti” di cui ci si serve? Spesso si tratta di sigle nate da scissioni o gruppuscoli intellettuali che, pur dichiarandosi di sinistra, hanno assunto posizioni funzionali alla destra nei momenti di massima tensione, puntando sulla critica alla “deriva autoritaria” proprio quando lo Stato è sotto attacco armato, e soprattutto alleandosi con chi è portatore del neoliberismo più sfrenato. Si citano “esperti” che vivono in Europa, noti per una critica “accademica” che da anni converge con le narrazioni del Dipartimento di Stato USA. La loro “difesa della Costituzione” ignora sistematicamente lo stato di necessità e l’aggressione imperialista, riducendo la lotta geopolitica a una questione di “gestione democratica” interna. In barba al tanto decantato “pluralismo”, ci si riferisce esclusivamente a un cartello – tanto minuscolo quanto eterogeneo – che unisce settori del “sindacalismo critico” e gruppi che, pur condannando formalmente l’imperialismo, di fatto si mobilitano contro il governo in coordinamento con le agende di destabilizzazione, chiedendo “transizioni democratiche” proprio mentre il presidente e una deputata della Repubblica, sua moglie, vengono sequestrati da una potenza straniera. Si prende per oro colato la posizione di una micro-frazione del Partito comunista venezuelano, ignorando quella della maggioranza di quello stesso partito, che, con i suoi dirigenti storici, continua a difendere la rivoluzione bolivariana. Il fatto che non abbiano per questo più alcuna base popolare – quella base che vede nell’unità del quadro dirigente e nell’unione civico-militare l’unica garanzia di sopravvivenza della nazione – non viene tenuto in conto: così come non viene considerata sospetta l’eco mediatica che essi ricevono a livello internazionale. Questi critici “critici” non hanno mai accettato nemmeno la Legge Antibloqueo. Ma cosa avrebbero voluto fare? La loro nonviolenza burocratica è solo la maschera di un’impotenza che, incapace di fare la rivoluzione, preferisce consegnare il Paese ai protettorati statunitensi pur di vedere sconfitto il “modello Maduro”. Difendono una sovranità di carta mentre il nemico reale calpesta il suolo venezuelano. La realtà è che non esiste sovranità senza produzione, e non esiste produzione senza la capacità tattica di rompere l’assedio. Certi “articoli” andrebbero visti per quello che sono: un esempio di guerra cognitiva, che impiega termini cari alla sinistra (“sovranità”, “diritti dei lavoratori”, persino “comunismo”) per giustificare il ritorno della Doctrina Monroe. Il fatto che Rubio minacci Delcy Rodríguez di fare “la fine di Maduro” dimostra che la riforma non è un cedimento, ma una mossa tattica che l’impero teme, perché permette a Caracas di avere ossigeno finanziario (i 300 milioni già destinati ai salari) nonostante il sequestro dei suoi leader. L’argomento principale usato dai detrattori della riforma è che essa rappresenti lo smantellamento del modello di sovranità petrolifera di Hugo Chávez. Questa è una lettura superficiale e decontestualizzata, già viziata in partenza al momento dell’approvazione della Legge anti-bloqueo, varata per uscire dall’angolo mefitico in cui era stata chiusa l’economia venezuelana con le “sanzioni”. In realtà, la riforma istituzionalizza i Contratti di Partecipazione Progettuale (Cpp) come risposta pragmatica e necessaria a un regime di sanzioni che impedisce allo Stato di investire direttamente miliardi di dollari. Una porta stretta, certo, un braccio di ferro ingaggiato con la prima potenza mondiale, ma non una svendita. Non è , infatti, un ritorno alla privatizzazione, ma una delega operativa controllata: lo Stato mantiene la proprietà delle riserve e la direzione strategica, mentre il partner privato si assume il rischio e i costi in un momento in cui le casse pubbliche sono colpite dal blocco finanziario. Come prevede la costituzione bolivariana, le leggi non possono essere retroattive e, com’è avvenuto in questo caso con le consultazioni che si sono tenute in tutte le strutture dei lavoratori, è stata approvata da loro, è passata in prima battuta in parlamento, e tornerà di nuovo alle istanze popolari. Per quanto riguarda il cosiddetto modello Chevron e il potere di commercializzazione concesso ai privati, bisogna sottolineare che non si tratta di una rinuncia alla sovranità, ma di un meccanismo di difesa. Consentire ai partner di vendere direttamente la loro quota di produzione, a patto che il prezzo sia superiore a quello ottenuto dalle imprese statali e che i proventi passino per la Banca Centrale del Venezuela, è l’unico modo per rompere l’assedio. Washington può sanzionare l’azienda di Stato Pdvsa, ma ha più difficoltà a bloccare ogni singola transazione di partner internazionali. È una tattica di diversificazione delle rotte commerciali per garantire che il petrolio arrivi sul mercato e i dollari arrivino ai lavoratori venezuelani. Sulla questione della riduzione delle royalties dal 30% al 20% o 15%, certi “articoli” omettono di spiegare che si tratta di una misura flessibile e reversibile. Viene applicata solo quando la redditività di un progetto è messa a rischio dalle condizioni eccezionali imposte dal blocco. È uno strumento di incentivazione per attrarre capitali in aree ad alto rischio geopolitico. Appena le condizioni migliorano, lo Stato ha il potere di ripristinare l’aliquota piena. Definire questo un cedimento significa ignorare che un campo petrolifero fermo per mancanza di investimenti produce zero entrate, mentre un campo attivo con royalties ridotte garantisce comunque risorse per la spesa sociale e il salario minimo. L’inserimento di meccanismi di arbitrato indipendente non è un indebolimento della sovranità giuridica, ma una necessità tecnica nel nuovo ordine multipolare. Per lavorare con i partner dei Brics+ e con altre potenze non occidentali, è necessario offrire una cornice di sicurezza che non dipenda dagli umori politici di Washington. Al contrario, la nuova piattaforma tecnologica annunciata da Jorge Rodríguez per l’audit in tempo reale rappresenta un aumento della sovranità digitale e della trasparenza: per la prima volta, ogni centesimo che entra potrà essere monitorato dai cittadini, contrastando la burocrazia e la corruzione. Per fare di meglio, i critici-critici che vivono comodamente in Europa, dovrebbero mobilitarsi non contro chi cerca di aprire brecce in un sistema capitalistico globale partendo da una situazione svantaggiata per essere un paese del sud, ma per cercare di non finire in ginocchio come la Grecia di Tsipras, e aprire brecce di vera democrazia anche in Europa: perché, com’è ormai evidente, di fronte all’arroganza imperialista che non conosce freni, nessuno si salva da solo. C’è inoltre da chiedersi come reagiranno ora i critici-critici, sempre pronti a parlare di autoritarismo, davanti all’annuncio di amnistia fatto da Delcy Rodríguez presso il Tribunale Supremo di Giustizia. Per anni hanno alimentato la narrazione dell’estrema destra sui presunti prigionieri politici: in realtà politici prigionieri, figure che in paesi come l’Italia – dove il Partito Democratico e i suoi alleati hanno reso quasi impossibile concedere amnistie e considerano normale la tortura del 41 bis – marcirebbero all’ergastolo per i crimini commessi. La decisione di trasformare l’Elicoide (che non è certo nato con il chavismo) in un grande centro culturale è la risposta definitiva di chi, pur sotto il ricatto di avere un presidente sequestrato, non ha avuto e non ha paura della democrazia. In Venezuela, il socialismo bolivariano ha sempre fatto affidamento sul consenso, limitando al minimo il momento della coercizione. Eppure, c’è da scommettere che questi burocrati del pensiero, pur di non ammettere la lungimiranza del quadro dirigente bolivariano, troveranno il modo di criticare anche questo atto di pacificazione, confermando la loro alleanza oggettiva con chi vuole solo il sangue e la restaurazione neoliberista. Invece, l’atmosfera che si respirava ieri nell’aula del Tribunale Supremo di Giustizia non era quella di un paese in ginocchio, ma di una nazione che ha trasformato il dolore in orgoglio combattente. C’era un’elettricità emotiva densa, un senso di comunione profonda, manifestato con un crescendo di applausi. Lungo, interminabile, quello tributato al capitano Diosdado Cabello: un riconoscimento spontaneo a chi, insieme al popolo, sta tenendo la barra dritta nella tempesta. Il ricordo dei caduti cubani e venezuelani del 3 gennaio è stato il momento del silenzio che parla. I nomi di chi ha dato la vita per difendere il suolo patrio dall’invasione mercenaria sono stati evocati non come ombre, ma come radici. In quel solenne omaggio, la fratellanza tra Cuba e Venezuela è apparsa più forte di qualsiasi bloqueo, cementata dal sangue versato contro lo stesso aggressore. E quelle “femministe nonviolente” che plaudono al premio Nobel per la pace riscosso dalla trumpista Machado, avrebbero dovuto ascoltare la relazione tenuta dalla presidenta del Tribunal Supremo de Justicia, Caryslia Rodríguez. Una magistrata che ha parlato non solo come giurista, ma come figlia di una rivoluzione che ha femminilizzato il potere. Mentre i “critici-critici” si perdono in cavilli maschilisti sulla purezza della norma, lei ha contrapposto la concretezza della giustizia riparativa. È un femminismo che non chiede il permesso a Washington, ma che si impone con la forza della Costituzione e con la sensibilità di chi sa che la pace si costruisce curando le ferite della guerra militare e di quella cognitiva. Il discorso della magistrata Caryslia Beatriz Rodríguez non è stato solo un atto formale, ma una riaffermazione del femminismo popolare e istituzionale che caratterizza la Rivoluzione Bolivariana, specialmente in questo momento di emergenza nazionale dopo il 3 gennaio. Caryslia ha proiettato l’immagine di un potere giudiziario che non è più una torre d’avorio maschile e fredda, ma uno scudo per la nazione. Ha sottolineato come l’aggressione imperiale, il sequestro e il blocco siano forme di violenza patriarcale che colpiscono in primis le donne, pilastri dell’economia familiare. La sua stessa presenza come Presidenta, insieme alle altre magistrate, è la prova che in Venezuela le donne non sono “vittime”, ma soggetti politici che amministrano la legge in nome della pace con giustizia sociale. Il femminismo del TSJ si è manifestato nel sostegno totale all’amnistia e alla trasformazione dell’Elicoide, proposte dalla presidenta incaricata. Caryslia ha declinato la giustizia non come vendetta (tipica del modello patriarcale-punitivo), ma come riparazione e trasformazione culturale. Decidere di sostituire le sbarre con la cultura è un atto di “politica della cura” verso il tessuto sociale lacerato dalla destra. Caryslia ha espresso una solidarietà di genere profonda verso la Vicepresidenta Delcy Rodríguez e verso Cilia Flores, definendo il sequestro di quest’ultima un attacco alla dignità di tutte le donne venezuelane. Ha ribadito che il comando del paese, in questo momento nelle mani di una donna come Delcy, è la garanzia che la rivoluzione non vacillerà, perché le donne venezuelane sono abituate a resistere nei momenti di massima pressione. Nel suo discorso ha evocato una giustizia che difende la “Pachamama” dalle grinfie delle transnazionali. Il suo femminismo è ecologista e sovrano: proteggere le risorse energetiche significa proteggere il futuro delle figlie e dei figli del Venezuela. Ma è stato l’intervento di Delcy Rodríguez a dare la dimensione universale della battaglia che si sta svolgendo in Venezuela. Con voce ferma, ma con gli occhi pieni di dolore, ha elevato un omaggio vibrante alla Palestina. Ricordando il genocidio a Gaza, la presidenta incaricata ha tracciato una linea diretta tra le macerie della terra palestinese e le “sanzioni” criminali contro il Venezuela: è lo stesso imperialismo che calpesta il diritto internazionale, che usa la forza bruta per ignorare la sovranità dei popoli. In quell’aula, la causa palestinese e quella venezuelana si sono fuse in un unico grido contro l’impunità di Washington. Delcy ha ricordato di essere diventata avvocata per ottenere giustizia per la morte del padre, Jorge Antonio, morto sotto tortura nelle carceri della “democrazia camuffata” della IV Repubblica. Un’eredità che, orgogliosamente, ogni anno celebra insieme al fratello, Jorge Rodriguez, oggi presidente del Parlamento, e che indica la continuità di ideali del socialismo del XXI Secolo con quello del Novecento, il secolo delle rivoluzioni. L’annuncio della trasformazione dell’Elicoide, da centro di detenzione a polo di irradiazione culturale, ha chiuso il cerchio di una giornata storica. Mentre Rubio minaccia, e il suo modello capitalista in crisi strutturale che non ha più nulla da offrire cerca di divorare le risorse del paese, Caracas resiste e risponde con i libri, la musica, l’elaborazione collettiva della ferita sociale, e con la clemenza verso chi è stato usato come carne da cannone dall’ultradestra. È la vittoria della vita sulla necropolitica imperiale. Geraldina Colotti
February 3, 2026
Pressenza
“La forza del popolo e il femminismo bolivariano riporteranno in patria Cilia e Nicolás”. Intervista a Gladys Requena
di Geraldina Colotti In un momento cruciale per il Venezuela, segnato dal sequestro del presidente Nicolás Maduro e della “prima combattente”, la deputata Cilia Flores da parte delle forze speciali statunitensi, Gladys Requena, figura storica della rivoluzione, analizza la situazione attuale. Requena, dirigente delle Red de Mujeres de Vargas e rappresentante presso la Federazione Democratica Internazionale delle Donne (FEDIM), delinea la strategia di resistenza fondata sull’organizzazione popolare e sulla prospettiva di governo fino al 2030. Dalla sua prospettiva, quella di dirigente politica e femminista, come si deve intendere quel che sta accadendo e su quali basi disegnare un’agenda di lotta? È fondamentale il modo in cui guardiamo al processo rivoluzionario per poter collocare l’analisi dei fatti che stiamo vivendo. Questo ci permette di disegnare l’agenda di lotta, di mobilitazione, di organizzazione e di formazione del nostro popolo. Questo drammatico momento deve essere un’opportunità per parlare in profondità di cosa significhi la nostra lotta contro l’imperialismo nordamericano. Lo abbiamo sempre compreso attraverso le lezioni che ci sono arrivate dalla rivoluzione cubana, nicaraguense e da quel che è accaduto nel Cile di Allende. Ora, con gli eventi più recenti e contemporanei, vediamo le cosiddette guerre giuridiche e i golpe parlamentari. Questi procedimenti ci insegnano che l’imperialismo non è affatto un nemico di poco conto. Ha risorse e meccanismi per agire in molti modi, e i popoli devono prepararsi ad affrontarlo in termini integrali. Non dobbiamo averne paura, ma disegnare la strategia corretta per avanzare nel processo rivoluzionario e al contempo nel riportare Nicolás e Cilia con noi, perché li riporteremo con la forza del nostro popolo. In questo contesto di assedio, quanto è importante mantenere costante la mobilitazione popolare e quali sbocchi ci si possono attendere? Dal 1999, è iniziato un progetto nuovo in Venezuela basato sulla mobilitazione del popolo organizzato e cosciente. Abbiamo rifondato la Repubblica, ma questo processo è ancora in costruzione; è di lungo respiro e ha attraversato varie fasi che, dal golpe contro Hugo Chávez, nel 2002, hanno portato a questo nuovo metodo di aggressione armata diretta e di sequestro del presidente Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores. Dobbiamo continuare a prepararci e preparare le generazioni future, perché l’imperialismo non riposa. Gli interessi delle grandi corporazioni economiche, per le quali governano Trump e tutti i presidenti degli Stati Uniti, e quelli dei paesi loro sudditi, sono puntati sul Venezuela, sui Caraibi e sull’intera America latina. Vogliono abbattere Cuba perché è un faro per i popoli che hanno deciso di essere liberi. Sanno che, nonostante le difficoltà vissute in Argentina, Cile, Paraguay o Uruguay, quei popoli sono svegli e assetati di sovranità e pace. La nostra lotta è per l’autodeterminazione e contro l’ingerenza internazionale. Vogliamo decidere in che modo governarci. In Venezuela abbiamo vinto quasi tutte le elezioni, tranne due, e questo dimostra la nostra forza democratica. Ora guardiamo al 2030, come diceva il comandante Chávez. Deve essere l’anno della nostra indipendenza definitiva, a 200 anni dal 1830: il riscatto storico di quel tragico 1830, anno del “tradimento”, della fine del sogno bolivariano. Bolívar muore a Santa Marta, e le oligarchie locali, come quella guidata da José Antonio Páez in Venezuela, separano il paese dalla Gran Colombia. Come diceva Chávez, anche se non vedremo la patria come la sogniamo, ci basta sapere che pulsa il nostro sangue negli occhi di chi la vedrà. Supereremo presto questo momento con il ritorno di Nicolás e Cilia, ma la lotta continua. C’è un tema centrale che riguarda la sovranità sulle risorse naturali, in primo luogo il petrolio, su cui l’imperialismo vuole mettere le mani direttamente. Com’è da intendersi in questo quadro la prospettiva bolivariana Qual è la visione bolivariana su questo, specialmente riguardo al petrolio e alla solidarietà internazionale? Le risorse naturali dovrebbero un bene comune al servizio di tutta l’umanità e per questo trattate con adeguato rispetto. Il Comandante Chávez, con il suo grande apporto alla costruzione di una nuova geometria internazionale e con i diversi Piani della Patria, ha inteso mettere le risorse naturali al servizio dei popoli e non delle oligarchie. Non c’è egoismo nel progetto bolivariano. Se il popolo nordamericano ha bisogno di petrolio, che il suo governo lo compri, non c’è problema, ma non può pretendere di soggiogarci perché chi lo guida si sente padrone del petrolio venezuelano. Questa è la sciocchezza più grande della storia. Il nostro progetto è “nostroamericano”, si fonda sulla solidarietà e sulla complementarietà. È una visione egemonica dei diritti umani in cui le risorse sono al servizio di chi ne ha bisogno, mediante scambi solidari come quelli effettuati con Haiti e Cuba. Da soli non costruiamo il socialismo; saremmo isolati. Il nostro è un progetto che vincola tutto il Sud globale con uno sguardo umanista, non invasivo e di non espropriazione. Il presidente Maduro aveva ipotizzato scenari di approfondimento della rivoluzione in caso fosse stato ucciso. Ora che è stato preso in ostaggio dagli Stati uniti, come è da intendersi questa indicazione? Tra la guerra e la pace non possiamo che scegliere la pace. Tra sovranità o dipendenza, scegliamo la sovranità. Tra libertà e schiavitù, scegliamo la libertà. In questi 13 anni dalla scomparsa del comandante Chávez, la rivoluzione ha guadagnato moltissimo in termini di organizzazione. Nicolás si è aggrappato al progetto di Chávez e ha saputo territorializzare il governo. Oggi le autorità locali sono integrate in una struttura globale di governo popolare; abbiamo fatto grandi passi avanti con le comunas e le “mappe dei sogni” costruite dal popolo. Tutto questo è scritto nei Piani della Patria, dal 2013 fino al 2031, che sono tutti interconnessi. Con le Sette Trasformazioni (7T), Maduro ha trasformato il piano da dichiarativo a esecutivo, auditabile e supervisionato. Abbiamo una diplomazia di pace e siamo interconnessi con CELAC e Petrocaribe. L’aggressione continuerà perché non c’è stato presidente USA che non sia stato aggressore, ma come dicono i cubani dal 1977: sappiano i nordamericani che non abbiamo un briciolo di paura. Il piano è intatto e il chavismo resterà a lungo, con Nicolás Maduro come suo architetto. Come si sta muovendo l’opposizione estremista che vorrebbe imporre la sua “transizione” guidata da Trump? L’opposizione che fa vita parlamentare nell’Assemblea Nazionale, ha preso nettamente le distanze da Maria Corina Machado, rimanendo nell’ambito democratico, e ha dichiarato di voler lavorare, pur con un progetto antagonista a quello socialista, per gli interessi della patria. Jorge Rodríguez, presidente del Parlamento, ha fatto un appello categorico affinché pensino bene da che parte stare, e ha invitato all’unità nazionale. Dal punto di vista costituzionale, abbiamo nominato Delcy Rodríguez come presidente incaricata. Il sequestro di un presidente non è tipizzato come “mancanza assoluta” nella nostra Costituzione; nessuno lo aveva previsto. È diverso dal caso della malattia di Chávez. Qui la mancanza di Nicolás è temporanea. La Costituzione prevede un termine di 90 giorni, prorogabile dall’Assemblea. Non c’è stata una qualifica di mancanza assoluta perché il presidente non si è dimesso né è malato. La designazione di Delcy, avallata dal Tribunale Supremo di Giustizia, serve a mantenere la pace, la sovranità e le garanzie costituzionali per evitare che il fascismo scateni il caos. Spero che l’opposizione parlamentare non cada nel gioco dei settori estremisti e che possiamo fare un blocco comune per la difesa della nazione. Cosa risponde a chi sostiene che la rivoluzione si sia lasciata sorprendere da questo attacco asimmetrico? L’asimmetria e la sproporzione di mezzi bellici impiegati, è innegabile. Anche l’Iran, con i suoi sistemi di difesa, è stato colto di sorpresa. Dobbiamo assumere questa asimmetria e dare battaglia con la coscienza di trovarsi in una posizione asimmetrica. Dobbiamo fare guerriglia comunicativa perché i media servono gli interessi corporativi. Non dobbiamo temere chi ha più risorse. La battaglia giuridica va certamente data perché è di significato globale, ma Nicolás e Cilia sanno bene che non possono riporre la loro sorte in una risoluzione dell’Unione Europea. La questione è più profonda: serve un nuovo ordine internazionale. Il sistema attuale, nato nel 1945, è vetusto e risponde solo ai grandi capitali. Se funzionasse, Trump sarebbe già in prigione per il genocidio a Gaza o per le invasioni. I popoli devono passare sopra questi sistemi e proporre un sistema contro-egemonico di giustizia mondiale. Ci stiamo incontrando in una grande marcia delle donne in appoggio al governo bolivariano. Oggi, la rivoluzione continua a essere anche femminista o c’è stato un arretramento? Chávez si dichiarò femminista e comprese la nostra agenda di liberazione lungo il cammino. Noi donne inserimmo l’agenda politica nella Costituente del 1999. Il linguaggio di genere e la Carta dei Diritti Umani (articoli da 19 a 135) sono conquiste trasversali nate da quella comprensione. Sono nati l’Istituto Nazionale della Donna, il Ministero, il Banco dello Sviluppo della Donna. Nicolás Maduro ha allargato questo panorama, ha approfondito il femminismo socialista. Ha creato programmi come il Parto Umanizzato e ha sostenuto l’economia delle donne attraverso il sistema Patria, nonostante il calo del 90% delle entrate petrolifere dovuto alle sanzioni. Ha capito che sui figli e sulle spalle delle donne, spesso sole a capo del nucleo familiare, poggia la vittoria della rivoluzione. Le donne imprenditrici sono rinate in questo periodo. La forza della rivoluzione è la lotta permanente; nessuno cada nell’inganno della “normalità”. La nostra forza è la mobilitazione, ed è ciò che l’impero teme di più. Geraldina Colotti
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