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Asse Parigi-Berlino per il made in Europe e salvare i motori termici al posto dell’ambiente
Privi di qualsiasi legittimità interna, pronti a consegnare il testimone alle relative estreme destre (AfD e Rassemblement National), Merz e Macron provano a mettere a segno qualche vittoria rispetto agli indirizzi che la UE dovrà seguire nei prossimi anni, a prescindere da chi governerà, e nella speranza di recuperare l’approvazione […] L'articolo Asse Parigi-Berlino per il made in Europe e salvare i motori termici al posto dell’ambiente su Contropiano.
October 18, 2026
Contropiano
In Italia quasi 1 famiglia su 5 fatica a sostenere il  costo della mobilità
La povertà dei trasporti è il volto sociale di una mobilità carente di infrastrutture e servizi adeguati, e ancora fortemente dipendente da fonti energetiche inquinanti e costose e da tecnologie obsolete. Quasi 1 famiglia su 5 in Italia fatica a sostenere il costo della mobilità. Il tasso di motorizzazione più alto d’Europa e un parco auto ancora per il 99,3% a combustibili fossili espongono famiglie e imprese alla volatilità dei prezzi dei carburanti, alimentano la crisi climatica e generano costi per la salute pubblica. Gli shock energetici amplificano questa vulnerabilità, soprattutto per le famiglie con meno risorse, dipendenti dall’auto e prive di alternative adeguate. La mobilità diventa così una nuova frontiera della giustizia sociale. E’ quanto si evidenzia in un recente ed interessante Studio sulla povertà dei trasporti in Italia, commissionato da Transport & Environment–T&E (https://www.transportenvironment.org/te-italia/) a TESSA (https://www.tessanalytics.eu/),  spin-off dell’Università degli Studi della Tuscia, che identifica le famiglie e i territori più esposti, definendo una sociologia e tracciando una geografia delle vulnerabilità economiche, infrastrutturali e di accesso ai servizi essenziali. La povertà dei trasporti (transport poverty) non coincide con la povertà economica. È uno svantaggio multidimensionale che combina difficoltà economiche, scarsità di alternative all’auto e distanza dai servizi essenziali in termini di tempo di accesso. Spesso la transport poverty si sovrappone alla povertà energetica, e si configura inoltre come una vulnerabilità specifica dei territori dove le alternative di mobilità al mezzo privato sono scarse o nulle. Mentre nelle città metropolitane, laddove il trasporto pubblico è più capillare, anche le famiglie a basso reddito possono permettersi una motorizzazione ridotta, nei piccoli comuni il possesso dell’auto resta elevato anche tra le famiglie più povere. “Esiste quindi una forma di possesso forzato dell’auto – si sottolinea nel Rapporto –  e la transport poverty non deriva necessariamente dalla mancanza di un mezzo di proprietà, quanto spesso da una condizione di dipendenza assoluta dalla mobilità privata, che molte famiglie faticano a sostenere economicamente. Tale dipendenza espone in particolare i nuclei a basso reddito alla fuel vulnerability, dove il costo del carburante pesa in modo critico sul bilancio”.  Il 57% delle famiglie interessate da questa difficoltà economica vive nel Mezzogiorno, in territori dove risultano maggiormente assenti le alternative all’auto. La scarsità di alternative all’auto si concentra lungo l’arco alpino e appenninico, nelle isole e nelle aree interne del Centro-Sud: sono 766 i comuni ad alta criticità, pari al 9,7% del totale. Il principale fattore associato alla scarsità di alternative non è il reddito, ma la marginalità territoriale, ovvero la distanza da scuole, sanità e infrastrutture di mobilità. Chi emette di più non coincide con chi vive nei territori più vulnerabili. Nelle province più ricche, un parco auto più moderno convive con emissioni pro capite più elevate, associate a una maggiore intensità della mobilità e a percorrenze più lunghe. È una dimostrazione chiara, questa, che il rinnovo del parco deve accompagnarsi alla sua decarbonizzazione: sostituire i veicoli più vecchi senza azzerare l’uso di combustibili fossili non basta a ridurre l’impatto emissivo. Ma la transizione elettrica segue la geografia del reddito, non quella del bisogno di mobilità. Nei comuni in cui il reddito medio si colloca nei due decili più elevati, la diffusione delle auto elettriche è oltre cinque volte superiore rispetto ai comuni in cui il reddito medio si colloca nei due decili più bassi. Anche le differenze territoriali sono profonde: in provincia di Trento circolano oltre 50 volte più auto elettriche per abitante che in quella di Crotone – un divario amplificato dai regimi fiscali locali – con l’81% delle province con più di 1.000 punti di ricarica pubblica concentrato al Nord nel 2025. Senza correttivi, la transizione rischia così di consolidare le disuguaglianze esistenti. La transizione della mobilità può essere anche una politica sociale. Il Green Deal europeo rappresenta la cornice per integrare obiettivi climatici, energetici, industriali e sociali. I target europei di CO₂ per le nuove auto hanno già dimostrato di essere essenziali per stimolare l’offerta di veicoli elettrici più accessibili. L’introduzione di target di decarbonizzazione per le flotte aziendali accelererebbe lo sviluppo di un mercato dell’usato elettrico a basso costo. Le risorse rese disponibili dalla flessibilità fiscale europea, dall’ETS2  (acronimo di European Emission Trading System 2, un sistema europeo di scambio di quote di emissione di anidride carbonica CO₂, creato dall’Unione Europea per ridurre l’impatto ambientale nei settori del riscaldamento degli edifici, del trasporto su strada e delle piccole industrie non coperte dal vecchio sistema ETS1) e dal Fondo Sociale per il Clima, insieme agli strumenti europei a sostegno dell’elettrificazione e della mobilità pulita (tra cui il nuovo EU Electrification Action Plan), offrono una finestra di opportunità per coniugare decarbonizzazione e protezione sociale. Una transizione equa deve distribuire gli oneri in funzione della capacità economica e offrire alternative concrete a chi oggi è intrappolato nella dipendenza dai combustibili fossili. “Nel loro insieme, si legge nel Rapporto, queste evidenze indicano che la povertà dei trasporti in Italia è il prodotto dell’intersezione tra reddito, territorio, età del parco veicolare e disponibilità di alternative alla mobilità privata. Il rapporto ha lo scopo di supportare Transport & Environment (T&E) nell’elaborazione di raccomandazioni politiche volte a ridurre le barriere che impediscono alle famiglie vulnerabili di accedere a opzioni di trasporto sostenibili, contribuendo a una transizione equa e inclusiva”. E queste sono le Raccomandazioni di T&E: 1. Rafforzare il trasporto pubblico e le alternative all’auto, con finanziamenti strutturali, elettrificazione degli autobus, obiettivi di transizione sostenibile differenziati per territorio e tariffe sociali; 2. Rendere accessibile l’auto elettrica, attraverso leasing sociale, incentivi anche per l’usato, una fiscalità parametrata alle emissioni e soluzioni di mobilità condivisa nell’edilizia sociale; 3. Sviluppare soluzioni per le aree interne, con mobilità condivisa elettrica e ricarica pubblica anche nei territori meno serviti; 4. Integrare la transport poverty nella pianificazione, con indicatori dedicati e valutazioni distributive degli investimenti. Qui lo studio integrale: https://uploads.transportenvironment.org/production/files/Uni-Tuscia_Ricerca-FINAL.pdf.  Giovanni Caprio
October 14, 2026
Pressenza
Stretta UE sul greenwashing, ma silenzio sull’ipoteca ambientale posta dal riarmo
A partire da ieri, 27 settembre, entrano in vigore in Italia i cambiamenti che la UE ha deciso di introdurre per i prodotti sugli scaffali dei supermercati e anche sulle pagine dell’e-commerce. Si tratta di una stretta sull’utilizzo di alcune formule (“green“, “ecologico”, “amico dell’ambiente”, “climate friendly“) che non possono […] L'articolo Stretta UE sul greenwashing, ma silenzio sull’ipoteca ambientale posta dal riarmo su Contropiano.
September 28, 2026
Contropiano
Convegno di Ecoresistenze: l’ambientalismo si organizza contro la guerra dell’Occidente all’ambiente
Si è svolto sabato 20 giugno a Bologna il Convegno Nazionale di Ecoresistenze. Una fitta giornata di dibattito che ha svelato il volto ecocida europeo tra speculazione finanziaria e economia di guerra. Mentre i palazzi della politica e i media mainstream continuano a propinare la narrazione rassicurante e mistificatoria della […] L'articolo Convegno di Ecoresistenze: l’ambientalismo si organizza contro la guerra dell’Occidente all’ambiente su Contropiano.
June 22, 2026
Contropiano
Dalla finta transizione ecologica alla vera transizione bellica: l’occidente dichiara guerra all’ambiente!
Inquadramento del convegno di Ecoresistenze che si svolgerà a Bologna il 20 di giugno La fase storica che stiamo attraversando non è una crisi congiunturale né una semplice somma di emergenze. È una crisi strutturale del modo di produzione capitalistico, che investe simultaneamente il piano economico, sociale, militare e ambientale. Una crisi segnata da un’accentuata aggressività occidentale, che determina la tendenza al conflitto economico sempre più apertamente bellico. Le contraddizioni che oggi esplodono non sono incidenti, ma l’espressione matura di limiti interni al modello di sviluppo capitalistico, che si manifestano con crescente violenza sui territori, sulle condizioni di lavoro, di vita e sull’equilibrio ecologico del pianeta.La corsa al riarmo e il proliferare dei teatri di guerra sta compromettendo gravemente il quadro ambientale, arrivando ad incidere fino al 7% delle emissioni globali. Le ultime vicende (dal rapimento di Maduro in Venezuela all’attacco israelo-statunitense all’Iran) mostrano l’utilizzo della guerra non solo come strumento di riaffermazione di un’egemonia statunitense al tramonto, ma anche per “sbloccare” l’attuale condizione di distribuzione delle risorse. Parliamo in questo caso di risorse fossili, ma anche di terre rare e acqua dolce. Siamo insomma di fronte al precipitato di contraddizioni accumulate da un sistema insostenibile, fondato sul profitto, incapace di gestire gli effetti sociali e ambientali di uno sviluppo irrazionale, rendendo evidente la contraddizione tra sviluppo delle forze produttive e rapporti sociali, ovvero tra ciò che si potrebbe fare e ciò che viene fatto. È in questo quadro che si realizza una frattura metabolica “Umanità-Natura”, più precisamente “società capitalista-pianeta terra”, non come fattore esterno o incidente storico, ma come vincolo oggettivo e definitivo per un sistema fondato sulla crescita illimitata in un pianeta finito. La finitezza delle risorse – fossili, minerarie, idriche e agricole – entra in contraddizione diretta con un modo di produzione che necessita di un’espansione continua della produzione e dei consumi. Di fronte a questa crisi complessiva nel nostro continente l’Unione Europea, sull’onda di consenso delle oceaniche mobilitazioni ambientaliste, nel 2019 ha lanciato il programma “Green Deal europeo” che, a fronte di tante, inconsistenti promesse sugli obbiettivi della neutralità climatica, tentando il rilancio economico attraverso il volano di una cosiddetta “Green Economy” che nulla aveva di green, ma che veniva piuttosto sfruttata (come nel caso della tassonomia europea) come paravento per legittimare le scelte politiche della locomotiva franco-tedesca. Il Green Deal veniva presentato come nuova strategia di sviluppo e come strumento di competizione intra-capitalistica, fondato su un mix di elettrificazione, “greening” della finanza e su una ristrutturazione produttiva affidata ai grandi gruppi industriali e finanziari. L’operazione cercava di trasformare la crisi climatica in una nuova occasione di profitto, lasciando la transizione nelle mani del mercato e delle multinazionali. Il risultato è stato un’accelerazione delle disuguaglianze, della speculazione e della devastazione dei territori.Questa illusione oggi si è definitivamente infranta. La competizione economica si è progressivamente trasformata in competizione bellica, accompagnata da politiche protezionistiche, frammentazione del mercato globale e riarmo generalizzato. In questo contesto, l’Unione Europea ha convintamente imboccato la strada del keynesismo militare in cui la guerra e l’industria bellica diventano il principale motore della crescita, e relegando la narrazione sulla sostenibilità a momenti convenienti. Infatti, la Green Economy non scompare, ma viene mantenuta come testa d’ariete ideologica per legittimare processi accelerati di ristrutturazione, si veda ad esempio la questione energetica che, tra pantano ucraino ed il boomerang dell’aggressione all’Iran, ha posto le basi del RePowerEU e il rilancio del nucleare, con un’inquietante funzione dual use. Così come i processi di consumo del suolo, di terra agricola o edificabile, nella città da spremere per la valorizzazione economica, dove i fondi di investimento allungano le mani dietro la retoricadella “rigenerazione urbana”, fino alle grandi opere e le infrastrutture considerate strategiche e spesso funzionali alla logistica militare. Oppure, all’agricoltura, il cibo, ridotto a merce sottomessa alle esigenze della grande distribuzione e della sovrapproduzione, con un modello agricolo fondato sull’omologazione delle coltivazioni, sulla riduzione della diversità genetica e sulla subordinazione dei territori e del lavoro alle catene globali del valore, dove le nuove Tecniche di Evoluzione Assistita (TEA), presentate come soluzioni “naturali” e innovative, riproducono e aggravano le stesse dinamiche già viste con gli OGM, aprendo la strada a profitti enormi per le multinazionali dell’agrotech e a un ulteriore attacco alla biodiversità e alla sovranità alimentare. L’approccio cerchiobottista di cercare una convivenza impossibile tra un indirizzo politico-economico strutturalmente ecocida e la tutela dell’ambiente ha prodotto un proliferare di conferenze, summit e forum internazionali sempre più duramente contestate, come recentemente accaduto anche in occasione della COP30 di Belém, per ipocrisia, arretratezza delle sintesi che raggiungono e l’inefficacia nel perseguire gli obiettivi. A fronte di una crescente sensibilità mondiale, bisogna però registrare che alle nostre latitudini il baratro ecologico e gli effetti del cambiamento climatico vengano ancora affrontati come ambiti separati, “battaglie specifiche”, estranee alle dinamiche complessive del mondo in cui viviamo. Vogliamo dunque lavorare alla costruzione di un momento nazionale di riflessione e dibattito per indagare la radice del problema, dare un nome ai responsabili e rifiutare le strumentalizzazioni, con l’obbiettivo di mettere in campo un’organizzazione e una pratica politica capace di leggere la crisi ecologica come terreno decisivo dello scontro di classe e attrezzarsi di conseguenza. Su queste basi, apriamo l’invito a singoli, realtà organizzate e movimenti consapevoli dell’urgenza di agire per fermare la deriva ecocida in corso. Il Programma del convegno > CONVEGNO NAZIONALE DI ECORESISTENZE – PROGRAMMA   Redazione Italia
June 8, 2026
Pressenza
26 aprile: Webinar su Chernobyl e «umanicidio»
Discussione promossa da «Disarmisti esigenti» Webinar 40 anni da Chernobyl – prevenire l’umanicidio da nucleare https://us06web.zoom.us/j/89796821634?pwd=Fb36vXVteJqEkJOx8xb1VNC1FdHNBh.1 Domenica 26 aprile – dalle 16 alle 20 Proposta di scaletta (non definitiva, work in progress soggetto a integrazioni e modifiche) per il Webinar promosso dai Disarmisti esigenti: A 40 anni da Chernobyl, oltre l’atomo civile e militare, per il futuro umano della “terrestrità”
La guerra “sostenibile”. Gli investimenti verdi diretti verso il riarmo europeo
Ripubblichiamo in forma integrale l’inchiesta di Giorgio Michalopoulos e Stefano Valentino, coordinata da Voxeurop con contributi di El País (Spagna), IrpiMedia (Italia) e Mediapart (Francia). La sua realizzazione è stata sostenuta da una sovvenzione del fondo Investigative Journalism for Europe (IJ4EU). Si tratta di un testo molto lungo, ma che […] L'articolo La guerra “sostenibile”. Gli investimenti verdi diretti verso il riarmo europeo su Contropiano.
December 20, 2025
Contropiano
Crisi climatica, bisogna agire: la terra è sempre più calda
Bisogna agire, e in fretta. È quello che un appello, firmato da decine di ricercatori e ricercatrici di rilevanza nazionale, chiede al governo e al Ministero dell’Ambiente e della Transizione Energetica. L’appello riguarda l’obiettivo suggerito dal European Scientific Advisory Board on Climate Change (Comitato Scientifico Europeo sul Cambiamento Climatico, ESABCC) di ridurre le emissioni di gas climalteranti del 90%-95% entro il 2040 (calcolate rispetto al 1990).   «La preoccupante realtà del surriscaldamento globale non può più essere negata. Per questo è necessario che tutti facciano la loro parte per ridurre le emissioni climalteranti, in particolare quei Paesi come l’Italia e l’Europa che hanno una chiarissima responsabilità storica», recita una parte dell’appello. Tra le firme si trovano un gran numero di studiose e studiosi­ che si occupano di ricerche collegate al riscaldamento globale, tra cui Giorgio Parisi, Nobel in fisica, il climatologo del CNR Antonello Pasini, le climatologhe Elisa Palazzi (Università di Torino), Susanna Corti (Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima del CNR), e molte altre figure rilevanti nell’ambito. > Quest’appello giunge in un momento in cui l’azione per contrastare il > riscaldamento climatico è più importante che mai: il 2024 è stato l’anno più > caldo registrato nella storia, durante il quale la World Meteorological > Organization (WMO) ha rilevato una temperatura media globale 1,55°C sopra i > livelli pre-industriali. Ciò accade mentre si è registrato il record di emissioni di CO2 da combustibili fossili, come riportato di nuovo dalla WMO stessa. La strada per evitare le conseguenze più catastrofiche della crisi climatica è stretta ma è ancora percorribile, come descritto nell’ultimo report dell’International Panel on Climate Change (IPCC) e passa necessariamente per l’abbattimento delle emissioni di gas serra, al fine di raggiungere il livello net zero. Il tempo con cui si raggiunge questo obiettivo è cruciale: i gas climalteranti permangono in atmosfera, dunque più rapida è la transizione e minori saranno le conseguenze delle emissioni sul clima del pianeta. L’appello al governo riguarda esattamente il punto della rapidità dell’azione contro la crisi climatica. Tra gli stati europei, l’Italia è tra paesi che più è (e sarà) colpito dalle conseguenze del riscaldamento globale: il record della temperatura più alta mai registrata in Europa è stato raggiunto nel 2021 in Sicilia con 48.8­°C.  Oltre a ciò, nel 2025 sono stati osservati 110 eventi climatici estremi in Italia, solamente nei primi 5 mesi dell’anno. Tra questi ricordiamo l’alluvione in Piemonte ad aprile, con picchi registrati di oltre 400 mm di pioggia nel giro di 24 ore, un evento climatico estremo che ha causato lo sfollamento di oltre 200 persone e la morte di una. Ricordiamo anche l’alluvione in Emilia Romagna nel 2023, che ha causato 17 vittime e decine di migliaia di persone sfollate. > Quest’estate ha visto il manifestarsi di notevoli ondate di calore in Europa: > uno studio pubblicato su “Nature”, che considera 12 città europee, mostra che > 1500 delle 2300 morti a causa di temperature elevate avvenute in un arco di 10 > giorni a giugno, il 65%, siano direttamente collegate all’incremento di > temperatura causato dalle emissioni legate ai combustibili fossili Le conseguenze del riscaldamento globale saranno sempre più rilevanti con il passare del tempo se i provvedimenti per la transizione ecologica tardano ad arrivare. A giugno di quest’anno, l’Ufficio Parlamentare di Bilancio ha stimato che, nello scenario di politiche climatiche invariate, l’Italia nel 2050 si troverebbe a spendere annualmente il 5% del PIL per fronteggiare le conseguenze di fenomeni meteorologici estremi, valore da confrontare con lo 0.9% nel caso in cui l’obiettivo di neutralità carbonica entro il 2050 venga raggiunto. Nonostante questo, la presidente Meloni risulta essere una delle voci più critiche in Europa nei confronti del Green Deal: ad esempio in aprile, a seguito della minaccia dei dazi statunitensi, la premier ha suggerito di rivedere «le normative ideologiche del Green Deal e l’eccesso di regolamentazione in ogni settore» in quanto «costituiscono dei veri e propri dazi interni che finirebbero per sommarsi in modo insensato a quelli esterni». Affermazione a cui ha fatto eco anche il Ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso a un question time alla Camera. L’antagonismo del governo verso le istanze della transizione ecologica trova sponda in Europa, dove il PPE (Partito Popolare Europeo), che durante la scorsa legislatura ha appoggiato l’introduzione del Green Deal, guarda sempre più spesso a destra verso i Conservatori e Riformisti (ECR), collaborando a provvedimenti che complicano il percorso di transizione, ad esempio votando per l’istituzione di una commissione con il fine di rivedere il budget assegnato alle ONG che si occupano di temi legati all’ecologia e affossando una proposta di direttiva contro le pratiche di greenwashing. Tutto questo accade mentre l’attenzione dei media sul tema della crisi climatica non sembra essere commisurata con la gravità della situazione. Ne abbiamo già parlato in un articolo di Riccardo Carraro. Al contrario, si vede una diminuzione della copertura mediatica: nel 2024 c’è stato un dimezzamento del numero di notizie riguardanti la crisi climatica rispetto al 2023, sia su carta sia sui telegiornali, come riporta Greenpeace. Il momento migliore per agire per fermare la crisi climatica era decine di anni fa, il secondo momento migliore è oggi. Per questo è estremamente importante agire in modo collettivo, al fine di mantenere alta l’attenzione sul tema e di spingere i governi a intraprendere azioni urgenti su questo fronte. > Gli occhi sono puntati sulla COP30, che avverrà a novembre a Belém, città > brasiliana nelle vicinanze della foresta amazzonica. Sarà un momento cruciale > di mobilitazione per attiviste e attivisti da tutto il mondo e per le > popolazioni indigene, i cui territori si sono dimostrati resistenti > all’aumento delle deforestazione che ha caratterizzato gli anni della > presidenza Bolsonaro. La COP29, che ha avuto luogo in Azerbaigian l’anno scorso, ha visto la partecipazione di un folto gruppo (più di 1700 persone) di lobbysti delle industrie del petrolio, carbone e gas, più numeroso delle delegazione di gran parte dei paesi partecipanti. Probabilmente, anche per via di ciò, il documento finale della conferenza ha deluso le aspettative di diverse organizzazioni ambientaliste e di molti paesi del sud globale, che sottolineano, tra le altre cose, una mancanza di finanziamenti atti a fronteggiare la crisi climatica. Anche per questo è importante la mobilitazione in vista della COP30. La Direttrice Esecutiva della Conferenza delle Parti di quest’anno, Ana Toni, sostiene che «il clima è la nostra guerra più grande», si tratta però di agire di conseguenza. L’autore dell’articolo ha frequentato il Corso di giornalismo sociale 2025 organizzato da Dinamopress L’immagine di copertina è di Marta D’Avanzo SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Crisi climatica, bisogna agire: la terra è sempre più calda proviene da DINAMOpress.
September 18, 2025
DINAMOpress