Israele ha occupato o distrutto il 97% dei terreni agricoli di Gaza
A Gaza sono rimasti appena 448 ettari di terreni agricoli contemporaneamente
accessibili e non danneggiati, circa il 3% della superficie coltivabile
complessiva. Secondo la FAO (l’organizzazione ONU per l’alimentazione e
l’agricoltura), la superficie disponibile è diminuita del 25,5% dall’ottobre
2025, soprattutto per le crescenti difficoltà di accesso, mentre 3.643 ettari
accessibili risultano danneggiati. Il motivo principale sarebbe uno:
l’espansione della “linea gialla”, che segna il confine dei territori sotto
controllo israeliano, verso ovest. La situazione è particolarmente grave a
Rafah, dove è inaccessibile il 97,2% dei terreni e il 98,4% delle serre. La FAO
segnala inoltre carenze di sementi, fertilizzanti, carburante, attrezzature e
mangimi. Prima del 2023, l’agricoltura contribuiva per circa il 10% all’economia
gazawi e sosteneva oltre 560.000 persone.
A ridursi in maniera significativa è anche la disponibilità di serre, delle
quali oggi sono disponibili appena 224 ettari – poco più del 16% originario. «La
perdita di accesso ai terreni agricoli sta riducendo ulteriormente lo spazio a
disposizione degli agricoltori per produrre cibo, anche laddove le risorse
agricole rimangono fisicamente intatte», ha dichiarato Rein Paulsen, direttore
dell’Ufficio per le emergenze e la resilienza della FAO. «Gli agricoltori di
Gaza hanno dimostrato più volte che, quando la terra e i fattori di produzione
sono disponibili, la produzione è possibile. Ma senza un intervento urgente per
ripristinare un accesso sicuro e fornire agli agricoltori il sostegno di cui
hanno bisogno, le opportunità di ripristinare la produzione alimentare locale
continueranno a diminuire». La crisi determinata dall’impossibilità di disporre
di superfici coltivabili, sottolinea la FAO, è ulteriormente aggravata dalle
restrizioni imposte all’importazione di prodotti agricoli fondamentali, quali
semenze, fertilizzanti, attrezzature per l’irrigazione, carburante e altri
materiali. Per lo stesso motivo, gli allevatori faticano a procurarsi mangimi,
forniture veterinarie e servizi sanitari per gli animali.
La distruzione dei terreni coltivabili è uno degli aspetti che determinano
quello che molti ricercatori hanno definito come un vero e proprio ecocidio,
ovvero la «distruzione deliberata, massiva e sistematica dell’ambiente naturale
in grado di compromettere la sopravvivenza delle popolazioni umane». Questa
comprende anche la distruzione delle infrastrutture idriche (come gli impianti
di desalinizzazione), la contaminazione delle falde (che ha reso non potabile
oltre il 90% delle acque di Gaza), le emissioni tossiche generate da esplosivi e
roghi (con conseguente aumento di PM2.5, ossido di azoto e composti organici
volatili) e i suoli contaminati da residui bellici e metalli pesanti con alti
livelli di tungsteno, uranio impoverito e altri contaminanti persistenti. Un
insieme distruttivo di fattori che, nel complesso, ha determinato la perdita di
fertilità del suolo, la devastazione di habitat costieri naturali, delle zone
umide e aree di interesse per la fauna migratoria, e fenomeni di
desertificazione e frammentazione ecologica a causa della perdita di copertura
vegetale.
L’impatto, sulla popolazione di Gaza, è devastante. Secondo gli ultimi dati
diffusi dall’OCHA, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli
Affari Umanitari, più di due terzi della popolazione della Striscia (il 67%,
circa un milione e mezzo di persone) continua a soffrire gravi livelli di
insicurezza alimentare acuta, mentre le forniture di aiuti umanitari sono in
costante decrescita da febbraio di quest’anno. Una situazione che potrebbe
presto ulteriormente peggiorare, per via di fattori quali gli sfollamenti
forzati continui dovuti dell’espansione delle zone militarizzate, e le
condizioni disastrose in materia di salute, acqua e servizi igienico-sanitari.
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