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La ‘pace in Terra’ immaginata nelle tradizioni e rappresentata da antichi e nuovi rituali
Tante rappresentazioni, in particolare le scenografie, coreografie e sceneggiature del presepe ‘inventato’ da Francesco d’Assisi nel 1223 e il ‘copione’ del corteo dei re magi che il 6 gennaio sfila a Milano dal 1336, sono vivide espressioni dell’auspicio che nel mondo regnino la pace e la giustizia e che l’umanità riesca a debellare la guerra. L’anelito per la pace infatti è un’aspirazione umana infusa nelle fedi religiose che, oltre che nella volontà divina, confidano nella capacità delle persone a ripudiare la violenza ed ‘estromettere’ la guerra dalle civiltà. Ed è lo ‘spirito’ che ‘anima’ le celebrazioni del Natale, una festa cristiana e universale, che ha origini e analogie con i rituali di molti altri culti, in particolare nel Natale Sol Invictus degli antichi romani, e dell’Epifania indicate nella mappa di manifestazioni pacifiste periodicamente svolte in numerose città e località italiane. VERSO UNA PACE DISARMATA E DISARMANTE Citando Isaia, che nell’VIII secolo a. C. “profetizzava un futuro in cui le armi fossero abolite e gli esseri umani abbandonassero la cultura della guerra, il preparare i giovani a combattere: «Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra» (Isaia 2, 4)”, e il messaggio di Leone XIV per la LIX Giornata della Pace / La pace sia con tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante, ieri – 21 dicembre – Pierpaolo Loi si è rivolto al capo dello Stato italiano per ricordare “i pronunciamenti della Chiesa, a partire dall’Enciclica Pacem in terris di Giovanni XXIII e da quando Papa Paolo VI indisse la Giornata della Pace (1968), da celebrare ogni 1° Gennaio” – Si vis pacem para pacem: non c’è altra via. Nella rilevazione elaborata quest’anno, online nel repertorio di produzioni di PRESSENZA dal giugno scorso e continuamente aggiornata con le informazioni man mano fornite e raccolte, da qualche giorno sono incluse due iniziative molto particolari.   CASALE MONFERRATO, AL La mezz’ora di silenzio per la pace che nel periodo dell’Avvento, nella data precedente la vigilia di Natale, coinvolge associazioni, gruppi e cittadini, persone di ogni età – adulti, giovani e bambini – e di varie appartenenze – comunità religiose, etniche,… e politiche – di Casale Monferrato e dintorni “tutti insieme, insieme a tutti” viene praticata dal 1987, il prossimo 23 dicembre per quasi 40 anni consecutivi. Il tema che la contrassegna nel 2025 è una frase emblematica del pacifismo teorico e pratico che i promotori dell’iniziativa interpretano affermando: > Come da quasi 40 anni, a Casale Monferrato prima di Natale ci raduniamo nel > ‘cuore’ della città addobbata a festa per fermarci per mezz’ora di silenzio. > Fermarci, fare silenzio non ferma le guerre, però indica chiaramente dove > vogliamo stare: NON C’È VIA PER LA PACE, LA PACE È LA VIA > Nel giardino della sede a New York delle Nazioni Unite c’è il monumento La > pace è la via dedicato al mahatma Gandhi (Mohāndās Karamchand Gāndhī, > 1869-1948) con incisa la frase Non esiste una via per la pace, la pace è la > via … pronunciata per la prima volta da un americano, A.J. Muste (Abraham > Johannes Muste, 1885–1967), la cui vita è stata documentata da Leilah > Danielson nel libro edito nel 2014 con un titolo emblematico: American Gandhi: > AJ Muste and the History of Radicalism in the Twentieth Century … Dal > reverendo Martin Luther King nel 1967 candidato all’assegnazione del Premio > Nobel per la pace, Thích Nhất Hạnh ha spesso citato e scritto la frase Non c’è > via per la pace, la pace è la via … il libro edito nel 2024, intitolato La > pace è l’unica strada, raccoglie una serie di saggi e articoli dell’israeliano > ebreo David Grossman [23 DICEMBRE 2025, come l’anno scorso e ogni anno dal > 1987]. MILANO Il corteo dei re magi che dal 1336, oltre sei secoli, il 6 gennaio attraversa il centro di Milano, da piazza Duomo fino alla basilica di Sant’Eustorgio, è una manifestazione a cui partecipano le rappresentanze della popolazione e di tutti i ‘popoli’ che abitano nella metropoli e una tradizione locale rievocativa delle vicende storiche narrate nei Vangeli in funzione della loro valenza come avvenimenti religiosi ed epocali e con esplicito riferimento alla storia e alla ‘identità’ della città, in particolare alla venerazione delle reliquie che vi sono custodite e anche all’Editto di tolleranza che nel 313 venne siglato nel palazzo imperiale (sito dove ora si ergono le colonne di San Lorenzo) di Milano, che allora era la capitale dell’Impero Romano d’Occidente. Firmato da Costantino e Licinio, rispettivamente sovrani degli imperi romani d’Occidente e d’Oriente, l’Editto di tolleranza sancì la libertà di professione dei culti religiosi e, soprattutto, che in ogni territorio soggetto alla loro giurisdizione, cioè al diritto romano, i titoli dei cittadini riconosciuti validi erano inalienabili, quindi che i cristiani avevano diritto a disporre delle eredità e proprietà che gli erano state sottratte durante la loro persecuzione. E nella stessa epoca in cui Milano era la capitale dell’Impero Romano d’Occidente, verso la metà del IV secolo, vescovo della diocesi ambrosiana venne nominato il greco Eustorgio, che si trasferì nella città portando con sé le reliquie dei re magi: > Nel corso del viaggio, a Villetta, nel cuore dell’Abruzzo, un lupo avrebbe > attaccato e ucciso uno dei buoi che trascinavano il pesante sarcofago. Il > santo vescovo, allora, riuscì ad aggiogare la belva al posto del bue, > giungendo a Milano alla testa di un così ben particolare corteo. Ma > all’altezza di Porta Ticinese, nei pressi del fonte detto di san Barnaba, > sacro ai milanesi per il battesimo dei primi cristiani, improvvisamente l’arca > divenne così pesante da non poter più essere rimossa. Eustorgio, scorgendo in > ciò un disegno della provvidenza, ordinò che sul posto venisse eretta la > Basilica dei Magi. > > Il 17 giugno 1164 le reliquie dei magi furono sottratte a Milano e portate in > Germania, a Colonia, dove sono state conservate per quasi un millennio, fino > all’inizio del XX secolo, “quando l’arcivescovo della città tedesca fece dono > al cardinal Ferrari [vescovo di Milano] di parte delle venerate reliquie, > subito ricollocate all’interno della basilica di Sant’Eustorgio, dove ancor > oggi le vediamo e veneriamo”. > > Museo di Sant’Eustorgio / Storia e curiosità Un emblema del Natale e dell’Epifania raffigurato anche nel presepe, la stella cometa è il simbolo apposto sul sarcofago dei tre magi e sul campanile della basilica. Nella basilica di Sant’Eustorgio sono conservate anche le spoglie di Pietro da Verona, il cataro veronese Pietro Rosini (1205-1252) convertito all’ortodossia che ‘militò’ nell’Ordine dei Predicatori a quell’epoca fondato e guidato da Domenico da Guzmán, nel convento domenicano di Sant’Eustorgio a Milano formò la Società della Fede o dei Fedeli, fu priore delle comunità della congregazione ad Asti e Piacenza, predicatore a Firenze, nella chiesa di Santa Maria Novella, paciere fra le città di Faenza, Cervia e Rimini e inquisitore a Piacenza, Como e Milano. Le spoglie sono custodite nell’arca sita al centro della cappella la cui cupola è decorata con lo spettacolare affresco che illustra il paradiso e l’armonia dei cori angelici mediante un simbolico arcobaleno che oggi è emblematico della bandiera della pace con cui nel 1961 Aldo Capitini ha ‘inaugurato’ la Marcia Perugia-Assisi. Nell’opuscolo dedicato alle gesta di Azzone Visconti, il cronista Galvano Fiamma descrive la rappresentazione messa in scena a Milano nel 1336 e documenta la prima celebrazione dell’Epifania e della festa dei tre Re: > In quel tempo fu introdotta la festa dei tre Re nel giorno dell’Epifania nel > convento dei frati Predicatori [la basilica di Sant’Eustorgio]… > > … tre re su grandi cavalli, circondati da scudieri, vestiti, con molti > svariati giumenti e con un seguito veramente grande … > > … una stella d’oro che percorreva l’aria e precedeva questi tre re. > > Giunsero alle colonne di San Lorenzo [vestigia del palazzo imperiale d’epoca > romana] … Il copione prevedeva che [i tre re] chiedessero a re Erode dove > fosse nato il Cristo … > > … tenendo in mano scrigni dorati con oro, incenso e mirra, con i giumenti e > uno straordinario seguito di servi, preceduti dalla stella in aria, annunciati > dal suono squillante delle trombe, con scimmie, babbuini e diversi generi di > animali, con un meraviglioso tumultuare di popoli, giunsero alla chiesa di > Sant’Eustorgio, dove al lato dell’altare maggiore vi era un presepio con il > bue e l’asino e nel presepio vi era il piccolo Gesù fra le braccia della > Vergine Madre. > > E questi re offrirono a Cristo i loro doni; poi finsero di dormire e > un angelo alato disse loro di non tornare per la contrada di San Lorenzo ma > per Porta Romana: e così fecero. > > E vi fu così grande concorso di popolo, di soldati, di signore e di chierici > che uno simile quasi non lo si vide mai. > > E fu emanato l’ordine che ogni anno fosse celebrata questa festa.   Come il primo, ogni corteo dei re magi che da oltre sei secoli sfila a Milano il 6 gennaio è composto dai figuranti che interpretano i protagonisti delle cronache scritte nei Vangeli (Matteo / II, 1-16 e Luca / 2-17).   Ci sono i leggendari Gasparre, Melchiorre e Baldassarre che, giunti “da oriente a Gerusalemme, e domandavano: «Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo»”. Ci sono il re Erode, i sacerdoti e gli scribi (i dotti) che ai magi “risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scrittoper mezzo del profeta»” e chiesero di tornare a riferire se avessero lo trovato, ma “avvertiti in sogno di non tornare da Erode, fecero ritorno al loro paese per un’altra strada”. Ci sono Gesù bambino, Maria e Giuseppe, a cui “un angelo del Signore apparve in sogno e gli disse: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo»” e lui, “destatosi, prese con sé il bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode”. E ci sono i pastori delle tribù che a quell’epoca popolavano “quella regione”, la Palestina, e a cui un “esercito celeste che lodava Dio e diceva «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama»”. Con riferimento alla persecuzione dei cristiani cessata con la promulgazione dell’Editto di tolleranza, la celebrazione milanese evoca anche l’aberrante strage degli innocenti a cui il piccolo Nazareno era scampato e oltre che dai figuranti, la moltitudine delle popolazioni umane è impersonata dai partecipanti all’evento: i milanesi che formano e seguono il corteo e, a rappresentanza dei popoli che abitano a Milano, i referenti delle associazioni etniche regionali italiane e nazionali e dei consolati e delle ambasciate che hanno nella città, nell’occasione un’ambiente urbano simbolicamente cosmopolita e le cui piazze e chiese rappresentano i luoghi della Terra Santa all’epoca e, precisamente, nell’anno ‘Zero’ dalla storiografia stabilito come quello della nascita di Gesù e convenzionalmente fissato a ‘spartiacque’ della storia umana.   Tra le rappresentazioni sacre e profane della Natività con cui, insieme alla memoria storica del passato, si sono tramandate la conoscenza delle idee, dei valori etici e dei principi morali condivisi da tanti popoli e molte generazioni, spicca la Divòta Cumedia il cui protagonista principale è il pastore Gelindo. Un racconto fantastico della tradizione popolare monferrina, la cui ‘narrazione’ mediante la sua costante messa in scena in sagrati e piazze delle città piemontesi ha permesso la scrittura del copione medievale in testi compilati dal XIX secolo, nella sua versione più autentica è lo spettacolo rappresentato al Teatro San Francesco di Alessandria da 101 anni e tra i cui interpreti ha annoverato Umberto Eco, che ha dedicato all’opera teatrale un saggio fondamentale dell’etnografia italiana: > Da bambino aveva conosciuto il Gelindo osservandolo dalle spalle del padre che > lo portava alle rappresentazioni in un teatro ancora antico, dove spesso le > persone si dovevano portare le sedie da casa per poter assistere… nel primo > dopoguerra è uno dei principali autori di rappresentazioni > goliardico-studentesche, in forma di teatro di rivista, che gli faranno anche > poi scrivere: “il teatro San Francesco è Broadway” … Egli stesso nella > prefazione del libro commemorativo del 75esimo anniversario della commedia > alessandrina, ci racconta il percorso tortuoso nella scelta dei ruoli da poter > ricoprire. [Umberto Eco e Gelindo] Analogamente al burbero e impacciato pastore monferrino che nel medioevo viene trasportato a Betlemme mentre Maria e Giuseppe cercano un riparo per la notte e, assistendo la coppia a cercare un rifugio, assiste ai prodigi della Natività, i maldestri diavoletti – evocativi dei tre spiriti protagonisti di A Christmas Carol scritto da Charles Dickens a Londra nel 1843 – nel 2002 inventati dal napoletano Enzo D’Alò si avventurano a Napoli, ‘capitale italiana’ del presepe, per tentare di impedire il miracolo conducendo due bambini del XXI secolo in Terra Santa nella notte di Natale [Opopomoz]. Nella ‘puntata’ della serie Robba archeloggica trasmessa ieri – 21 dicembre 2025 – Pubble (Paola Ceccantoni) spiega: «Come ogni anno è tradizione di Natale la polemica sul presepe, scandalo divisioni, quasi risse tutto al grido di ” tradizioneeee!”, ma più si scava e più ci si accorge che quasi nessuno conosce veramente i simboli di cui tanto qualcuno si riempie la bocca. Perchè tradizione significa tramandare e di conseguenza conoscere e preservare. E oggi parleremo di una figura specifica, quella degli zampognari, figure immancabili nel presepe che raccontano qualcosa di molto profondo e che pochissimi conoscono: un ponte tra sacro e profano, tra oriente e occidente, tra culto e mito…».   Maddalena Brunasti
La storia ha la memoria corta
La nonviolenza attiva di Gesù, tra riflessioni storiche e urgenze del presente Sabato 20 settembre, in un caldissimo pomeriggio, numerosi partecipanti hanno preso parte ai tre eventi dell’Eirenefest – Festival del Libro per la Pace e la Nonviolenza – ospitati dal Presidio Permanente di Pace presso la Libreria IoCiSto: due tavole rotonde e la presentazione del romanzo Dugo e le stelle di Francesco Troccoli. Mi soffermo sulla seconda tavola rotonda, dal titolo “La nonviolenza attiva, tra teoria e Vangelo” . Moderata da Livio Gaio di Pax Christi Napoli, ha visto in dialogo padre Alex Zanotelli e Giuliana Martirani, meridionalista e membro del direttivo dell’International Peace Research Association (IPRA). La riflessione si apre con la “parabola del seminatore”: i due protagonisti della tavola rotonda sono a pieno titolo un seminatore e una seminatrice, perché nel loro cammino hanno sempre portato il seme della parola. Tema principale: la nonviolenza attiva di Gesù Cristo , che possiamo definire a pieno titolo il primo fautore della nonviolenza nella storia. Per Martirani oggi la parola pace è paradossalmente usata per fare le guerre ed è quindi fortemente compromessa nel suo senso originario, spogliata del suo significato; la parola nonviolenza è invece chiarissima. L’uomo sta causando alla Natura la sesta estinzione di massa: non solo riscaldamento globale, ma anche inquinamento, accaparramento e sfruttamento dei beni comuni. Analizzando l’attuale situazione mondiale, Martirani afferma che i confini tra gli Stati sono il più grande ostacolo all’aumento del PIL. Oggi l’ignoranza non è più ammissibile. Con padre Alex Zanotelli il dibattito si sposta sulla nonviolenza attiva di Gesù, al centro della sua testimonianza, che pur essendo stata oggetto di studio non emerge a sufficienza, nonostante abbia messo in crisi, all’epoca, la struttura dello Stato romano, basata sulla militarizzazione e sulla forza dell’esercito. I cristiani, per i primi tre secoli, in seguito hanno con coerenza il Vangelo, e quanti martiri hanno pagato col sangue il rifiuto di entrare nell’esercito romano. Sant’Agostino, che viveva nel terrore della fine dell’Impero Romano, con la teoria della “guerra giusta” evidenziò che, ai fini del giudizio sulla guerra, non contava l’uso delle armi in sé, ma la disposizione dello spirito: male era agire per odio, vendetta, sete di potere, crudeltà; bene era agire in obbedienza alla volontà del Signore ea quella dei poteri legittimi. In seguito, il cristianesimo ha benedetto tutte le guerre. Fu Martin Luther King a riscoprire la massima coerenza col Vangelo, che si esprime pienamente nella frase: «non è più tra violenza e nonviolenza, ma tra la nonviolenza o la non esistenza». Secondo padre Zanotelli è necessario rivalutare la ricerca su Gesù nella e della storia. Gesù era un uomo del suo tempo, vissuto con i popoli della Galilea, schiacciati e oppressi da tasse e tributi sull’agricoltura. Gesù ha sposato la causa di questi popoli e l’ha portata a Gerusalemme, territorio su cui insisteva il potere dell’Impero romano. La nonviolenza attiva di Cristo si esprime in sette verbi che postulano l’azione, un movimento che dall’interno si fa comportamento e si incarna in scelte ben precise, pena il restare un flatus vocis : prevenire (che si esprime nel “Ama i tuoi nemici”), intervenire (che ispira all’azione), resistere (la forza della nonviolenza per superare la violenza strutturale della società), riconciliare (per guarire la comunità: vittime e aggressori devono riconciliarsi), difendere senza aggredire , costruire una cultura di servizio basato sulla nonviolenza e vivere nell’amore. La pace è azione che richiede impegno, fedeltà e vigilanza sulla propria interiorità. La cultura della pace ripudia l’immobilismo dell’animo e dell’agire e si propone come modus operandi nella società. La nonviolenza di Gesù attiene quindi non solo alla sfera privata dell’individuo, ma anche a quella pubblica, configurandosi come agire in relazione al contesto socio-politico e religioso nel quale egli vive. La nonviolenza attiva di Gesù fu riscoperta anche dallo scrittore Tolstoj che, in crisi profonda per la deriva dell’Occidente, dopo aver riscoperto il Vangelo deciso di non scrivere più romanzi. Con Il regno di Dio è in mezzo a voi , centrato sulla nonviolenza attiva, diede un nuovo orientamento alla sua scrittura e per questo fu profondamente osteggiato dalla Chiesa ortodossa russa. Il libro fu intercettato da Gandhi che, folgorato, deciso di tornare in India, dove fondò una vera scuola sulla nonviolenza basata sulla satyagraha (forza della verità) e sull’ahimsa ( non collaborazione con il male) e fu a capo del primo movimento per l’indipendenza dall’Inghilterra. Le “armi” di Gandhi erano la non collaborazione e la disobbedienza civile . «Amate i vostri nemici»: il messaggio, semplice ma potentissimo, di Gesù è il più forte strumento della nonviolenza attiva. Riprende la parola Martirani, che risponde alla domanda di Gioia: “La violenza è istituzionale?”. Purtroppo sì: oggi la politica è mossa dall’economia, dagli accordi che favoriscono gli scambi commerciali tra America e Israele, escludendo la Palestina, che non viene riconosciuta come Stato. Bisogna rispondere a tutto ciò con una nonviolenza istituzionale che, per Martirani, si sostanzia nel ratificare e riconvertire : invece dei carri armati , ottimi trattori. Ma soprattutto, dovere di una società civile è parlare, fare cultura della pace, divulgare. Concludere con una frase di don Tonino Bello, quando scoppiò la guerra in Iraq: «Meno male, Giuliana, che abbiamo preparato le vie del Signore, sennò ora chi ci sarebbe a combattere le guerre?». Infine padre Zanotelli denuncia, con amarezza e dolore, il silenzio delle comunità cristiane su quanto sta succedendo in Palestina. Si tace, non si agisce in alcun modo. Un silenzio che fa troppo rumore e che riporta dolorosamente alla memoria le parole di papa Francesco durante la 50ª Giornata Mondiale della Pace (2017): «In questa occasione desidero soffermarmi sulla nonviolenza come stile di una politica di pace e chiedo a Dio di aiutare tutti noi ad attingere alla nonviolenza nelle profondità dei nostri sentimenti e valori personali. Che siano la carità e la nonviolenza a guidare il modo in cui ci trattiamo gli uni gli altri nei rapporti interpersonali, in quelli sociali e in quelli internazionali. Quando sanno resistere alla tentazione della vendetta, le vittime della violenza possono essere i protagonisti più credibili di processi nonviolenti di costruzione della pace. Dal livello locale e quotidiano fino a quello dell’ordine mondiale, possa la nonviolenza diventare lo stile caratteristico delle nostre decisioni, delle nostre relazioni, delle nostre azioni, della politica in tutte le sue forme». Giuliana Martirani-Padre Alex Zanotelli-Livio Gaio (Pax Christi Napoli) Saletta Giancarlo Siani-IoCiSto Redazione Napoli
In odio veritas: l’utilizzo fazioso del termine “odio” nell’agone politico
Basterebbe sfogliare un comune vocabolario di lingua italiana per capire la ricchezza di sfumature contenute nel termine “odio”, meglio se si va a ricercare la derivazione etimologica plurima. «Ira condensata e invecchiata nell’animo, che non si sazia mai, né si acquieta, se non con il disfacimento del nemico» (Francesco Bonomi – Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana). Un sentimento forte e persistente di avversione verso qualcuno, dunque, fino a desiderane il male o la rovina (che può essere rivolto anche contro sé stessi); ma anche, in senso più attenuato, un sentimento di ripugnanza, di contrarietà e intolleranza verso qualcosa che si cerca di evitare, dalla quale rifuggire. Il Vangelo di Luca riporta un detto di Gesù: «Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, […] e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo» (Lc 14, 26); il latino della vulgata, traduce il greco οὐ μισεῖ con non odit, un’espressione che in ebraico significa mettere in secondo piano, amare di meno. La morte violenta, l’assassinio del giovane influencer MAGA, Charlie Kirk, è stata l’ennesima occasione per agitare le acque e utilizzare un evento tragico per rinfocolare accuse di fomentare l’odio politico in Italia. La stessa presidente del Consiglio non si è sottratta alla strumentalizzazione, anzi alla festa dell’UDC ha utilizzato la sua retorica polemica contro il matematico Piergiorgio Odifreddi, reo di aver affermato: «Sparare a Martin Luther King e sparare a un rappresentante Maga non è la stessa cosa». La Presidente ha stigmatizzato come spaventose le parole dell’Odifreddi. La modalità di utilizzo fazioso delle dichiarazioni si ripete in continuazione: si estrapola dal contesto di un discorso una frase, talvolta una sola parola, e si va addosso a colui o colei che viene considerato un avversario politico, più spesso un nemico da delegittimare. Nel nostro caso, lo stesso professor Odifreddi ha chiarito di essere assolutamente contrario a ogni forma di assassinio, citando il Vangelo e le parole di Gesù che dice: «Chi di spada ferisce di spada perisce». La posizione di chi rifiuta la violenza e si affida alla nonviolenza non può contemplare un atto violento. Purtroppo la storia degli Stati Uniti, fin dalla loro nascita, è costellata da numerosi assassinii politici, i più noti dei quali sono quelli del presidente J.F. Kennedy e di suo fratello Robert nella seconda metà del secolo scorso. In che senso allora “sparare a Martin Luther King e a un rappresentante Maga non è la stessa cosa”? La cosa in sé, il gesto dello sparare e l’effetto che produce quell’atto sono identici: la morte di entrambi. Perciò, senza alcuna giustificazione. Tuttavia, c’è una differenza nel vissuto delle persone: Martin Luther King ha predicato la nonviolenza e l’ha praticata nella lotta pacifica contro la discriminazione razziale negli USA, motivo per il quale gli è stato conferito il Premio Nobel per la pace; Charlie Kirk, è stato propugnatore dell’deologia MAGA (Make America Great Again). “Rendiamo di nuovo grande l’America” è lo slogan utilizzato da Trump durante le campagne elettorali del 2016 e del 2024. Il movimento MAGA predica l’odio e la violenza contro chi non ha la stessa visione della vita, la stessa provenienza territoriale, sociale o religiosa, la sopraffazione dell’immigrato, il suprematismo bianco, l’espulsione violenta dello straniero. Può, perciò, generare una reazione altrettanto violenta. Inoltre, se tutte le persone possono comprare le armi nei supermercati, come negli USA, la possibilità di utilizzarle è sempre dietro l’angolo. La cronaca quotidiana statunitense è drammaticamente stracolma di eventi tragici. “Bisogna essere disposti a pagare un prezzo – che un po’ di gente sia uccisa – pur di andarcene tutti in giro armati”, una delle affermazioni di Kirk. L’ideologia MAGA «sintetizza efficacemente l’ideologia populista e ultranazionalista del movimento, contrapponendo una presunta identità collettiva statunitense a ogni forma di diversità etnica e culturale e delegittimando politicamente e moralmente le forze di opposizione. Le implicazioni programmatiche di tale assetto ideologico sono costituite da strategie isolazioniste e protezioniste […], dalla negazione dei diritti civili alle categorie identificate come “altre” e dalla dismissione delle politiche sociali e di tutela ambientale contro cui Trump ha già assunto posizioni nette nel corso della sua presidenza […]» (in https://www.treccani.it/enciclopedia/eol-maga-make-america-great-again/ ). In Europa e anche in Italia, è la destra estrema che fagocita l’odio contro gli stranieri, i migranti per motivi economici e/o a causa di guerre e carestie, e i rifugiati politici. Non solo, ma discrimina le persone in base alla etnia, condizione sociale (rom, senza tetto), colore della pelle o al proprio credo etico e religioso, generando xenofobia e islamofobia. Personalmente, mi sento in piena sintonia con alcuni pensieri che ha condiviso con me Angel Sanz Montes, un amico spagnolo nonviolento: «Questo evento conferma, soprattutto, la tragedia di un Paese in cui l’accesso illimitato ad armi d’assalto, da guerra e alle loro munizioni più letali moltiplica la violenza e trasforma qualsiasi dissenso in tragedia. Da una posizione di nonviolenza, affermiamo che nessuna differenza, per quanto profonda sia, giustifica la soppressione di una vita. Se vogliamo davvero un futuro diverso, non si tratta di mettere a tacere con i proiettili chi la pensa in modo differente, ma di trasformare la cultura dell’odio e dell’esclusione che, da diverse fazioni, alimenta questa spirale. A volte una fazione non scelta. La via d’uscita può venire solo dal riconoscimento di ogni vita come preziosa e dall’impegno comune a risolvere i conflitti senza mai ricorrere alla violenza. Neppure alla violenza verbale o alle minacce, perché non sono che il preludio a un cammino discendente che termina in tragedie come questa: genitori devastati dal dolore, famiglie distrutte».       Pierpaolo Loi