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Recensione: Questo libro è illegale. Contiene parole che insidiano la “sicurezza”
É un dovere e un piacere per l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università dedicare alcune riflessioni all’importante volume collettaneo, pubblicato da Altreconomia edizioni nel 2025 e curato da Osservatorio Repressione e da Volere la Luna, dal titolo Questo libro è illegale. Contiene parole che insidiano la “sicurezza”. Si tratta di un libro abbondantemente recensito e discusso, ma riteniamo opportuno presentarlo attraverso la chiave di lettura della “militarizzazione”, uno dei lemmi che compongono quest’opera corale e il cui estensore è, non a caso, Giovanni Russo Spena, attivo proprio nell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Opera corale, si diceva, ma sarebbe più corretto, forse, parlare di un mosaico le cui tessere sono rappresentate da una serie di voci (Abitare, Blocco stradale, Boicottaggio, Carcere, Daspo, Disobbedienza, Fascismo, Fogli di via e misure di prevenzione, Informazione, Legalità, Militarizzazione, Migranti, Movimenti, Multe e risarcimenti, Mutualismo, Nemico, Paura, Polizia, Resistenza, Sicurezza, Zone rosse) redatte da giurist3, docenti universitari3, attivist3, giornalist3, che dal punto di vista privilegiato della propria specifica competenza disciplinare e/o del proprio attivismo compongono un quadro articolato di una società attraversata da correnti di dissenso sempre più minacciate dalla repressione e in particolare dall’infausto “D.L. Sicurezza” convertito nella L. 80/2025. Quest’ultima rappresenta il filo rosso che attraversa i diversi ambiti a cui le voci del libro si riferiscono, in una cornice di senso fornita dal denso saggio introduttivo di Alessandra Algostino. Vale la pena sottolineare come Algostino e Livio Pepino (autore di diverse voci) condividano non solo la provenienza torinese e la formazione giuridica, ma anche un ruolo di primo piano nel Coordinamento antifascista torinese. Le analisi proposte dall’introduzione e ricorrenti nei diversi interventi sono ampiamente generalizzabili e applicabili alle più diverse realtà di resistenza e lotta nell’intera penisola, ma risultano particolarmente efficaci proprio nel contesto di una Torino che può essere definita un vero e proprio “laboratorio di repressione”, in cui in particolare le/gli student3 sono stat3 oggetto di interventi sproporzionatamente repressivi da parte di polizia e Procura e in cui tra pochi giorni si terrà un’importante manifestazione nazionale contro il recente sgombero del CSOA Askatasuna. Tornando a ripercorrere il libro, la già citata introduzione inquadra le voci del glossario in un percorso al cui crocevia convergono – sullo sfondo della “tormenta neoliberista” e della preparazione alla guerra – l’esautoramento del conflitto e del Parlamento, l’espulsione del dissenso e la demolizione della democrazia sociale, la minaccia di una torsione in senso autoritario della democrazia, il tradimento della Costituzione. Questi aspetti definiscono un orizzonte in cui nell’articolazione dei diversi lemmi resta costante la tensione tra un piano più strettamente analitico e un piano di concreta individuazione dei margini di agibilità in cui resta comunque possibile incunearsi nonostante le maglie strette della legge 80/2025: boicottaggio, disobbedienza e resistenza (le tre voci “in positivo” del glossario) rappresentano le risposte, sempre più costose dal punto di vista penale e anche economico (si veda l’approfondimento dedicato a “Multe e risarcimenti”) a un sistema che anche i “pacchetti sicurezza” in corso di definizione tendono a rendere sempre più oppressivo. Da questo punto di vista il libro è un interessante e abbastanza singolare connubio tra teoria e prassi, come a rispondere all’invito gramsciano: «Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza». Dal nostro punto di vista, rileviamo come il tema della militarizzazione sia uno dei possibili percorsi di lettura del glossario, in quanto sono proprio le forze dell’ordine (e in particolare la Polizia, a cui è dedicata una voce specifica in cui si affronta efficacemente il tema della sua mancata riforma) e la loro presenza pervasiva nella società il perno operativo della torsione in senso illiberale delle democrazie occidentali e nello specifico di quella italiana. Uno dei temi ricorrenti nei diversi interventi è che la militarizzazione della società civile (di cui la scuola è una delle componenti più vivaci) sia esito di un apparentemente inarrestabile processo di trasformazione dello stato del welfare in stato del warfare, con una progressiva e drammatica erosione dei diritti un tempo garantiti dallo stato sociale e una conseguente crescita di un sentimento di insicurezza diffuso, a sua volta prodotto dello sgretolamento dei rapporti sociali nell’epoca del neoliberismo sfrenato e alimentato ad arte dai media mainstream. Le forze dell’ordine in questo senso rappresenterebbero lo strumento della guerra che le classi dominanti conducono contro le classi subalterne, il cui corpo fisico e politico è espunto attraverso strategie di sorveglianza e/o espulsione più o meno eclatanti: in città sempre più “vetrinizzate” in ossequio alla logica dei grandi eventi (si vedano le prossime Olimpiadi invernali di Milano-Cortina), il processo di gentrificazione e, in determinati momenti, la creazione di zone rosse, così come i Daspo, i Fogli di via e le misure di prevenzione, limitano di fatto la libertà di movimento garantita dall’articolo 13 relativo all’inviolabilità della libertà personale. La città cessa di essere polis, l’agorà come spazio vivo di confronto democratico cede il passo a centri in cui l’obiettivo della sicurezza è ottenuto tramite la marginalizzazione e l’espulsione di intere categorie di “indesiderabili”. Questi soggetti sono tali per la loro intrinseca divergenza rispetto alla norma e partecipano del destino di “criminalizzazione preventiva” di tutti quei soggetti che, in virtù di un’appartenenza più o meno attiva all’area dell’antagonismo o per espressioni più o meno esplicite di dissenso anche nell’adozione di semplici stili di vita “non conformi”,  vengono rappresentati, con la complicità dei media mainstream, come minacce di volta in volta potenziali o effettive all’ordine pubblico. In nome di una sicurezza interpretata alla luce della necessità di “sorvegliare e punire” si pretende che la persecuzione di queste minoranze rappresenti il necessario baluardo di una democrazia in crisi o di interessi nazionali minacciati da nemici esterni più paventati che reali, che solo politiche di riarmo, a loro volta basate su un’economia di guerra che sacrifica il welfare, possono efficacemente contrastare. E così il concetto stesso di democrazia viene ridotto a semplice funzione di governo da parte di una maggioranza legittimata dalla vittoria elettorale, dimenticando che ciò che rende viva e autentica una democrazia è proprio la possibilità per le minoranze di partecipare alla vita politica e di farsi portavoce di alternative. La militarizzazione arma le forze dell’ordine contro il nemico interno e le forze armate contro le minacce esterne: due facce della stessa medaglia, i cui artefici devono però fare i conti con la resistenza di chi non tace e di chi non obbedisce, di chi non si piega e non si conforma e che rappresenta con le parole e con l’azione il più potente antidoto alla rassegnazione e alla realizzazione di scenari distopici: alla parola d’ordine tatcheriana TINA (There is no alternative) i movimenti risponderanno sempre “un altro mondo è possibile”. Tutto questo e molto altro troviamo dunque in un’opera in cui convergono storia, filosofia, diritto, sociologia, un libro contemporaneamente “colto” e accessibile, sicuramente fruibile anche da un pubblico di non specialisti, un libro la cui lettura, debitamente guidata, potrebbe essere un ottimo spunto di riflessione per docenti e studenti che vogliano dedicarsi a un percorso di educazione civica non scontato e decisamente orientato alla comprensione della contemporaneità, anche in considerazione della centralità della scuola nel porsi come baluardo nei confronti della censura e nella sua intima vocazione di costruzione di una coscienza critica la cui maturazione non può, oggi più che mai, prescindere da un serio confronto con i temi più urgenti della contemporaneità. Per maggiori dettagli sul libro (compresi autori delle singole voci e presentazione di Osservatorio Repressione e Volere la Luna) rimandiamo al sito dell’editore https://altreconomia.it/prodotto/questo-libro-e-illegale/. Per ulteriori spunti di riflessione segnaliamo la presentazione tenutasi a Torino presso il Centro Studi “Sereno Regis” il 19 gennaio 2026, di cui è disponibile la registrazione: https://www.youtube.com/watch?v=s73bwDQI334. Irene Carnazza, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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La distruzione della parola
Se per la nostra specie la parola ha il compito di dare un senso condiviso alle cose (con-senso), o meglio, di rendere ciò che è reale realtà umana, oggi il linguaggio è sempre meno oggetto di mediazione, si sta allontanando da questa sua fondamentale missione. Nella cosiddetta era della comunicazione la parola «verità» è diventata un termine problematico, scivoloso che si cerca di eludere. L’accavallarsi delle informazioni, spesso contraddittorie, finisce per annullare il messaggio. Restiamo perplessi e smarriti perché le parole contano sempre di meno, si svuotano e perdono ogni valore. Con il postmodernismo si arriva a dire che il tutto e il suo contrario sono entrambi ammessi. Ci avevano insegnato che la verità esprime ciò che è, ora invece, richiamando Nietzsche, ci dicono che tutto è interpretazione e che ci sono più verità. PAROLE VUOTE. Il moltiplicarsi dei mezzi facilita la diffusione della parola. Dovunque, tutti parlano, anche allo stesso tempo. Si parla troppo e le parole sono vuote. A dire il vero non si sa cosa dire e si finisce per non dire nulla. Come non si ascolta non vi è mediazione e ognuno va per conto proprio. La solitudine del sonnambulismo quotidiano esprime l’angoscia di questa mancanza di senso, di un meccanico ripetersi ed imitare parole spente. In realtà, la parola non è «vuota», il vuoto non esiste, è solo una aspettativa, indica che qualcosa non c’è. La parola inerte con le sue lettere c’è, ma non dice nulla. Delude, è un recipiente che rivela solo una assenza, manca il contenuto. Come mai il linguaggio soffre questo deficit di contenuto? Perché non cerchiamo di riprendere, dare forma e rendere umano tutto ciò che accade, come abbiamo sempre fatto? Siamo sfiniti dalla velocità dell’elettronica e non gestiamo i loro ritmi? Forse la robotica e l’artificiale intelligenza ci rendono sempre più passivi? Chissà più che stanchi e assuefatti siamo pugili storditi con lo sguardo perduto nel nulla. Attendiamo rassegnati che suoni quanto prima la campanella della fine. Purtroppo le parole invece di svegliarci dall’impassibilità, ci colpiscono e finiscono per aggiungere all’assuefazione un ulteriore strato d’incredulità. Le quotidiane violenze e la disumanità delle guerre sono accompagnate da un linguaggio altrettanto aggressivo, fatto di insulti, offese e intimidazioni. Scopriamo che le parole sono state arruolate, anche loro embedded, e sono ora parte inerte dei combattimenti in corso. Nella scacchiera globale ogni elemento in gioco è stato reindirizzato verso un mondo molto lontano da quello che abbiamo sognato. Ogni cosa risulta sempre più distante da quel mondo più equo per il quale molti hanno dato la vita. Siamo anche lontani dalla critica che voleva rivolgere Nietzsche al positivismo. Oggi che la concorrenza spietata del capitalismo globale è diventata legge indiscussa, la guerra dilagante è approdata al linguaggio, alle parole, distruggendo anche esse. Il problema è che senza parole non c’è salvezza possibile. Se gli esseri umani non credono più a quello che dicono e ascoltano, nessuna civiltà è possibile. Ogni accordo diventa carta straccia. Si ritorna allo stato di natura dove prevale la forza, vince il più forte e ha ragione, ha più potere e ne avrà più diritti. Tutto ciò non è diverso da quello che da sempre predica il neoliberismo, è proprio il suo corollario. DARWINISMO SOCIALE. La razionalità mercantile che governa la globalizzazione supera perfino la logica utilitaristica della Realpolitik. La ricerca di sempre maggiore profitto è l’unica regola etica in ogni ambito del sociale e del governo della cosa pubblica. Ogni argomentazione si piega e cede perché: «l’importante è vendere!». Dentro questa cornice, lo abbiamo già capito, può succedere ogni cosa perché nel liberismo senza regole della giungla vince chi riesce a piegare l’avversario. Nel gioco del libero mercato occorre eliminare la concorrenza. La civiltà umana però, si fonda su un principio imprescindibile: siamo tutti uguali e gli esseri umani sono universalmente soggetti di diritto. Sono conquiste secolari condivise sulle quali poggia l’ordine sociale. Non esistono le razze, non esiste la nobiltà né le caste, si ripudia la schiavitù ecc. Anzi, le persone più deboli (bambini, anziani, malati) hanno più diritti. Ora siamo testimoni di come questo principio prioritario di civiltà si stia lentamente logorando, sono anni che questo declino corrode l’ordine giuridico in ogni parte del mondo. Si è imposta la logica dei potenti: chi è più forte ha più strumenti e quindi più diritti. L’unica grammatica globale è quella del mercato. Il valore di ogni cosa è stabilito dalla domanda e dalla offerta. Anche l’etica cede, non è necessario entrare nel merito della valutazione, è tutto molto facile e veloce: vince il numero. La molteplicità di elementi che entrano in gioco nella qualità è discutibile, opinabile, la quantità no, «più è meglio» rimane l’unico metro di ogni cosa. Non importa se la quantofrenia del capitalismo senza argini abbia saturato il pianeta e distrutto l’ambiente, si va avanti perché l’importante è crescere, vendere, produrre. Questa razionalità ceca vive solo in un presente continuo, senza domani e le conseguenze sono proprio la distruzione del futuro. Ora la logica delle guerre e dell’eliminazione dell’altro definita anche darwinismo sociale, è arrivata alle parole. Sembra che non abbia più senso parlare, pensare, definire, cercare di capire. La riflessione, è necessariamente lenta, è un ritorno e ha bisogno di tempo, mentre dall’altra parte, i potenti che costruiscono il reale lo hanno già cambiato. IL REALE VINCE SULLA REALTA’. Nell’era di Donald Trump, succede però che le parole del presidente della prima potenza globale superano di continuo ogni previsione razionale. Si cerca di capirlo per prevedere quali saranno le sue mosse, la sua strategia, ma si rimane continuamente sbalorditi e sorpassati dalle sue dichiarazioni o messaggi sui diversi media. Un linguaggio fatto di frasi ad effetto, brevi, ironiche che mirano a colpire l’avversario. Tutto avviene di corsa e la velocità è l’unica arma vincente, anche sui (anti)social. Non possiamo dire che non eravamo stati avvertiti. Anni fa, per fare un esempio, in una conversazione tra Ron Suskind, giornalista del New York Times, e Karen Hughes, ex direttrice della comunicazione di George W. Bush, quest’ultima gli disse: Voi credete che le soluzioni vengano fuori dalla vostra giudiziosa analisi della realtà osservabile (…). Non è più così che il mondo va realmente. Ora siamo un impero e quando agiamo, creiamo la nostra realtà. E mentre voi studiate questa realtà, con tutto il giudizio che volete, noi agiamo di nuovo e creiamo realtà nuove (…) e a voi, a tutti voi, non resta che studiare quello che noi facciamo. La conversazione è datata nel 2004 ed è stata anche resa pubblica nel nostro paese, ma non ha suscitato grandi preoccupazioni. La parola ha perso ogni credibilità si è svuotata, è diventata pura astrazione. Assistiamo ad un confronto tra il mondo reale e il mondo delle parole, un universo di senso, costruito da noi a cui chiamiamo realtà e che sembra ci sia sfuggito di mano. Marx diceva a proposito di Feuerbach che i filosofi finora si erano limitati ad interpretare il reale quando occorre agire per cambiarlo. Occorre tornare al mondo reale, materiale e concreto e ridare senso umano alle inerzie che guidano la razionalità economica. La nostra non è una guerra, è proprio l’opposto, un disegno dove solo con l’Altro ha senso di parlare di umanità.   Redazione Italia
September 13, 2025
Pressenza