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“Fabbriche di paper” all’assalto delle riviste italiane (indicizzate su Scopus)?
Annunci in italiano promettono pubblicazioni scientifiche rapide e aumento dell’H-index. Sono riconducibili alla fabbrica di paper ucraina Tanu.pro, già associata a plagio, peer review manipolate e vendita di co-autorialità. E’ finita nel mirino, con ogni probabilità, anche la Rivista di Studi sulla Sostenibilità diretta Antonio Garofalo, rettore dell’Università di Napoli Parthenope, e pubblicata da Franco Angeli, indicizzata Scopus e presente nelle liste ANVUR per l’ASN. Dal 2020 la composizione degli autori che hanno contribuito alla rivista è cambiata radicalmente, con una forte prevalenza di contributi provenienti da aree note per le attività della fabbrica di paper, e schemi ricorrenti: email sospette e numeri speciali. Se la valutazione della ricerca premia quantità e citazioni, il mercato dei falsi articoli è destinato a prosperare anche in Italia. Da un mese vedo su Facebook annunci pubblicitari che promuovono pubblicazioni scientifiche. Questi annunci sono redatti in italiano. La pubblicità garantisce la pubblicazione di articoli e un aumento dell’indice H.   Tali servizi sono contrari all’etica e sembrano essere forniti dalla grande “fabbrica di articoli” (paper mill) scientifici Tanu.pro, con sede a Kiev, in Ucraina. La “fabbrica di articoli” ha preso il nome da un indirizzo e-mail che utilizzava frequentemente per inviare manoscritti, e il dominio tanu.pro era uno dei più comuni. Nei processi di sottoposizione degli articoli utilizzava decine di domini e-mail i cui paesi non corrispondevano alle affiliazioni degli autori o alle università menzionate. Questa “fabbrica di articoli” è stata associata a violazioni del processo di revisione tra pari, plagio, citazioni di riviste discutibili, vendita di co-autorialità e produzione di manoscritti ex-novo. La fabbrica di articoli è nota per aver pubblicato oltre 1.500 articoli su almeno 380 riviste. Tali attività violano l’integrità scientifica e, secondo le linee guida del COPE, dovrebbero portare a ritrattazioni. Potrebbe sembrare che queste operazioni si stiano espandendo in Italia soltanto adesso, ma in realtà sono già presenti da diversi anni. La fabbrica di articoli ha preso di mira la rivista Rivista di Studi sulla Sostenibilità, pubblicata da FrancoAngeli. Il direttore responsabile è Antonio Garofalo, rettore dell’Università di Napoli Parthenope. La rivista è presente nell’ultima versione (2 marzo 2025) delle liste delle riviste scientifiche per Area 8 e Area 13 stilate da ANVUR ai fini dell’Abilitazione Scientifica Nazionale. Dal 2020 la Rivista di Studi sulla Sostenibilità ha pubblicato prevalentemente articoli scritti da studiosi provenienti dal Kazakistan e dall’Ucraina, le regioni principali della fabbrica di articoli. A titolo di confronto, prima del 2020, il 74% degli articoli aveva almeno un autore italiano. Paesi di affiliazione degli autori nella rivista (2020–2025). Dati Scopus Molti degli articoli pubblicati sono stati inviati utilizzando indirizzi e-mail problematici utilizzati da questa “fabbrica di articoli”: @kpi.com.de, @uohk.com.cn, @tanu.pro, @nuos.pro, @politechnika.pro, @ubogazici.in, @unesp.co.uk, @murdoch.in, ecc.. I nomi presenti nelle e-mail sono stati standardizzati con un nome seguito da un numero di quattro cifre, che probabilmente corrisponde al numero di contratto. Questa fabbrica di articoli scientifici, così come molte altre, crea indirizzi e-mail specifici per l’invio degli articoli e la comunicazione con la rivista. Dopo che tali indirizzi sono stati scoperti, la fabbrica di articoli scientifici ha modificato la propria strategia e ora utilizza indirizzi e-mail commerciali per l’invio. Inoltre, come è tipico delle fabbriche di articoli, sono stati organizzati numeri speciali della Rivista di Studi sulla Sostenibilità per accogliere gli articoli. Uno dei motivi per cui questa rivista è stata presa di mira è che è indicizzata in Scopus e i sistemi di valutazione della ricerca in molti paesi richiedono pubblicazioni su riviste indicizzate nei principali database bibliografici. Questi articoli seguono spesso uno schema simile, elencando tipicamente cinque coautori. Le “fabbriche di articoli” (paper mills) rappresentano un problema crescente. Prendono di mira molti tipi di riviste e hanno successo grazie a diversi fattori: revisione tra pari debole, manipolazione del processo di revisione tra pari, numeri speciali e collusione con i comitati editoriali. L’Italia, come molti altri paesi che si basano sul numero di pubblicazioni o sulle metriche di citazione per la valutazione della ricerca, è particolarmente vulnerabile a tali pratiche. Il comitato editoriale della rivista, l’editore Franco Angeli e Scopus dovrebbero avviare un’indagine su questa rivista.      
May 11, 2026
ROARS
“Un oceano di conoscenza in cui galleggia una quantità allarmante di spazzatura”: come ci siamo arrivati?
agghiacciante [Dorothy Bishop sul Guardian] un oceano di conoscenza in cui galleggia una quantità allarmante di spazzatura. [Adam Marcus e Ivan Oransky su The Atlantic] [Ripreso dal sito openscience.unimi.it] Un bell’articolo sul Guardian fa il punto sullo stato dell’editoria scientifica. L’autore, Ian Sample, parte dal famosissimo caso della immagine del ratto con un pene gigante che ha fatto il giro del mondo e che è stata ritirata da Frontiers tre giorni dopo la pubblicazione insieme all’articolo. Questo episodio purtroppo non è isolato, ma è la punta dell’iceberg di una situazione che Dorotyhy Bishop ha definito sempre sul Guardian agghiacciante e Marcus e Oransky “un oceano di conoscenza in cui galleggia una quantità allarmante di spazzatura“. Come siamo arrivati a questo punto? Sono in molti a interrogarsi sul futuro dell’editoria scientifica, prima fra tutti la Royal society dove si è appena tenuto un convegno sul futuro dell’editoria scientifica e che ha promesso entro la fine dell’estate un report sul tema. Ma quali sono gli aspetti che hanno modificato così profondamente l’editoria scientifica? Certamente la tecnologia che ha portato ad un incremento della produzione non necessario e spesso inutile (se non in quanto riga in più nei cv dei ricercatori). L’incremento del numero di pubblicazioni non si accompagna invece ad un aumento del numero dei revisori che abbiano voglia di dedicare tempo prezioso ad una attività che non viene riconosciuta e che se fatta con coscienza è molto impegnativa. L’insieme di tecnologia e mancanza di tempo hanno portato allo sviluppo di paper e review mills, una piaga difficile da contrastare. A proposito di riconoscimento, molti sistemi performance based incentivano la quantità (numero di pubblicazioni e numero di citazioni) portando i ricercatori ad adottare comportamenti adattativi e spesso frodatori che nulla hanno a che fare con l’amore per la scienza e per lo sviluppo della conoscenza. Anche l’open access nella versione degli editori for profit ha contribuito allo stato deprecabile della ricerca, perché ha spinto gli editori a pubblicare di più e più in fretta ricerca spesso inutile e spesso non ancora sufficientemente robusta. Un altro fenomeno che ha contribuito alla contaminazione del contesto è quello degli special issues, pubblicati spesso secondo criteri di qualità discutibili. Gli effetti sono purtroppo sotto gli occhi di tutti: la crescita e diffusione delle riviste predatorie (anche fra i big five) la crescita del numero di articoli scritti con AI, l’incremento del numero di retractions, le dimissioni di interi editorial board, la crescita dei cosidetti hijacked journals. Per Hanson et al. che hanno pubblicato lo scorso anno un importante articolo sulla pressione per pubblicare, più che il tema della frode scientifica (certamente in crescita) preoccupa l’enorme quantità di ricerche che non portano alcun contributo alla conoscenza e che però hanno un alto costo per il sistema in termini di soldi e ore uomo impiegate da tutte le persone coinvolte nel ciclo di produzione e validazione di un lavoro. Sempre Hanson et al. individuano uno dei problemi maggiori nell’editoria commerciale for profit, che per fare cassa tende a pubblicare il più possibile, anche quando la ricerca è inutile, e vedono in una editoria not for profit una possibile soluzione. Posizione diversa è invece quella degli editori for profit che attribuiscono la crescita del numero di pubblicazioni (con tutte le attività ad esse connesse) alla crescita della ricerca dei paesi emergenti (quali Cina e India ad esempio) e propongono come soluzione l’attivazione di un sistema di filtraggio migliore. Una situazione complessa dunque in cui il contesto cambia velocemente e che merita di essere seguita con grande attenzione. Sono temi che investono senza dubbio il mondo della ricerca ma anche la società che questa ricerca la finanzia e su cui sarebbe necessario discutere sia a livello istituzionale che a livello nazionale. Anche attraverso la pubblicazione di articoli informati come quelli del Guardian.
September 8, 2025
ROARS