Tag - coscienza

Atto di coraggio: dalla legge alla propria coscienza
Un appello a chi conosce il fenomeno delle sottrazioni di minori da vicino. «Non pensavo che i tuoi editti avessero tanta forza, che un mortale potesse trasgredire le leggi non scritte ed incrollabili degli dei. Infatti, queste non sono di oggi o di ieri, ma sempre vivono, e nessuno sa da quando apparvero», diceva l’Antigone sofoclea. Cosa possiamo fare quando ci troviamo dinanzi ad una legge ingiusta? Chi segue i miei scritti sa come opero e sa cosa penso delle sottrazioni di minori in Italia: mi sembra che in moltissimi casi ci si muova addirittura fuori dal recinto previsto dalla legge stessa. Ma anche nei casi in cui si resta in questo recinto, è bene continuare ad allenare la nostra coscienza. L’interrogazione parlamentare di Massimo Polledri e Carolina Lussana del 2010 riguardava un caso di sottrazione di minori previsto dalla legge. Si trattava di una madre che, impedendo il rapporto dei figli con il padre, si vide togliere la figlia di 4 anni. Insomma, invece di tentare di risolvere la conflittualità tra i genitori e di potenziare i rapporti anche con l’altro genitore, si affidò la bambina a una casa famiglia, rescindendo così anche il legame con la madre. Da mediatrice familiare che ha investito anni per combattere l’atteggiamento ostruzionistico di uno dei due genitori verso l’altro, e per promuovere la bigenitorialità, non mi sarei mai sognata di poter intervenire con la forza, togliendo il figlio al genitore alienante per consegnarlo allo Stato! Come si può considerare sbagliato il comportamento ostruzionistico di uno dei genitori (fatti salvi casi di violenza gravi verso i minori) e poi mettere in atto un comportamento identico e ancora più grave! Nel corso degli anni ci sono state altre iniziative parlamentari simili volte ad avviare indagini conoscitive su “Adozioni e affidamento” e sui “minori fuori famiglia”. Nella XVIII Legislatura, un’interrogazione alla Camera sollevò la questione del monitoraggio sulle modalità di affido in Italia, evidenziando le “forti differenze nelle regioni italiane rispetto agli standard minimi da rispettare”. Si rifaceva ad un’indagine giudiziaria del 2019 che aveva portato allo scoperto una realtà orribile sulla rete dei servizi sociali della Val d’Enza nel reggiano (dove, tra il 2015 e il 2016, i bambini tolti alle famiglie erano quasi raddoppiati in un anno), accusati di redigere false relazioni per allontanare bambini dalle famiglie. Eppure, nonostante il tema degli allontanamenti arbitrari di minori sia una questione ricorrente nel Parlamento italiano almeno da 25 anni, le cose non sono mai cambiate. Come mai? Io sono convinta che nella maggior parte dei casi vi siano modalità altre di aiuto alle famiglie, modalità che non debbano per loro natura arrecare tutti quei traumi che lo sradicamento, la distruzione del nucleo familiare e la compromissione dei legami familiari, invece, purtroppo creano. Non possiamo fingere che questi danni non vi siano, non possiamo cancellarli dal bilanciamento di vantaggi e costi: così facendo diventeremmo ciechi e sordi ai bisogni profondi delle persone che vorremmo aiutare. Non solo; la legge prevede che l’affido abbia una durata massima di 24 mesi, prorogabili con specifiche motivazioni; nonostante ciò, molti minori in comunità vi rimangono più tempo, snaturando così la funzione stessa dei percorsi in atto. Esiste una relazione di aiuto senza empatia e ascolto profondo? Cosa distingue un percorso educativo dall’intervento di uno psicopatico che, forte delle sue ragioni e privo di capacità empatiche, voglia raddrizzare la vita di colui che sequestra? Non crederò mai a un percorso imposto con la violenza più brutale, un percorso che passi attraverso l’ottusità, i pianti disperati dei bambini, i vuoti immensi, i buchi della memoria, la mistificazione della realtà. Non crederò mai in percorsi in cui non si avverta il peso dello strappo arrecato e non ci si attivi con solerzia per ridurre i tempi e per cercare soluzioni. Non crederò mai in percorsi che sacrificano rapporti primari fondanti, come quelli con il genitore o con i fratelli, in favore di un miglioramento di specifiche aree di vita. Le persone non sono robot da portare a sistemare, sono miracoli fatti di storia, sangue, ricordi. Se togliamo tutto questo, umiliamo la nostra specie, umiliamo la vita. I cittadini hanno bisogno di risposte, hanno bisogno di sapere come sia possibile che 20 persone entrino nelle proprietà private con l’inganno o sfondando porte e portino via bambini urlanti, strappandoli dalle braccia dei genitori, minaccino questi ultimi di stare zitti (pena il non vedere più i bambini) e li conducano, a volte persino in manette, in strutture destinate a bambini orfani o con genitori gravemente inadempienti, strutture di cui spesso i genitori non conoscono nemmeno la collocazione, privandoli per anni e anni del rapporto con i loro genitori, spesso anche di una telefonata. Per non parlare della follia di organizzare persino le videochiamate o le chiamate all’interno di luoghi protetti. Se solo ascoltassimo i tanti ragazzi oggi usciti da queste realtà o i genitori o professionisti onesti che vi hanno lavoro, conosceremmo alcune prassi aberranti. Sapremmo che spesso a questi bambini viene riferito che i genitori non vogliono loro bene o che siano morti. Tutto questo non viene negato neppure dai diretti interessati, ma anzi viene giustificato con un groviglio di motivazioni legate alla burocrazia più incomprensibile o alla necessità di tutelare l’equilibro dei minori coinvolti. Ma quale tutela può passare dallo sradicamento e dalla soppressione del legame ancestrale con le proprie radici? Quale benessere del minore può includere tanta manipolazione e violenza? Si tratta di episodi – o dovrei dire fenomeni – che hanno scosso l’opinione pubblica e sollevato interrogativi seri e legittimi sulle eventuali distorsioni sistemiche presenti in alcuni settori dei servizi sociali e della magistratura minorile. Interrogativi che hanno prodotto proposte di riforma parlamentare ancora in corso. Eppure, non si può ignorare che questo tema ha attraversato le nostre coscienze solo attraverso la cronaca italiana in modo dirompente, lasciando ogni volta ferite aperte e risposte insufficienti. Dal caso dei cosiddetti “Diavoli della bassa modenese” a Bibbiano su cui forse proprio ora si sta aprendo uno spiraglio grazie al lavoro della sostituta procuratrice Valentina Salvi, fino al più recente caso di quella che a livello mediatico viene definita “Casa nel bosco”, caso intriso di ideologia e pregiudizio; assistiamo a  fenomeni mediatici che anziché portare nuove consapevolezze rischiano di sigillare ancor di più alcune verità, ridotte a cibo avariato per talkshow, sagre spettacolari che normalizzano l’orrore dentro le nostre case, e provocano il rigetto di chi conosce e teme la manipolazione mediatica e giornalistica intorno al caso. Tutto questo accade nello stesso sistema dove – io dico giustamente – anche per i detenuti sono attivi riflessioni e progetti concreti per preservare il rapporto genitori figli. Devo dedurre che in Italia le persone per bene con visioni diverse, e i di loro figli, abbiano meno diritti dei criminali? Non sarebbe certo la prima volta, ma allora è bene continuare a chiamare le cose col loro nome e unirci, senza lasciarci dividere da una perenne politica dell’odio. Come dico sempre, gli schieramenti non sono quelli tra cittadini, ma sono quelli tra cittadini e istituzioni: la polarizzazione perenne è il cibo di cui si nutre il potere (Ci indicano il mostro nel nostro prossimo, per non farci scorgere la luna marcia riflessa nei loro occhi). Specifico che il mio non è né sarà mai un attacco cieco alle istituzioni né ai singoli di cui mi interessa poco; il mio è un legittimo diritto di critica ad un sistema che ho odorato da molto vicino e di cui ho sentito forte il puzzo, al punto da dovermene allontanare per occuparmene davvero. I singoli mi interessano non per perseguitarli, ma per invitarli ad uno sforzo di coscienza e ad una crescita di consapevolezza e – perché no? – anche ad un atto di coraggio. Per questo metto a disposizione la mia scrittura, è tutto quello che ho. Proprio perché so che nel settore ci sono tante persone per bene, scrivo ancora. È a loro che mi rivolgo chiedendo uno sforzo comunicativo che vada al di là di laconiche esternazioni, degli schieramenti di categoria, dei non detti risentiti: parliamo, confrontiamoci, entriamo nel merito. La persona per bene, e non certo quella corrotta, può fare qualcosa. Può capire da chi eventualmente è manovrato e decidere di restare al servizio solo finché la sua attività non entri in contrasto con i principi minimi di civiltà e non si traduca in violenza. Quando questo invece capita, diventa responsabile della violenza che agisce: modalità agghiaccianti di prelevamento con ammanettamento di minori, trascinamento, quando non addirittura immobilizzazioni e violenze verso i genitori. Non può bastare un’ordinanza a farci dimenticare il nostro posto nel mondo: siamo sì responsabili del sistema che rappresentiamo ma siamo anche liberi di agire in modo ‘altro’. Questo significa cose molto precise, significa andare via da un posto di lavoro quando quel grado di libertà interiore non è più garantito, significa dire “no” quando il degrado culturale, etico e spirituale è così forte, significa lottare seriamente per dei cambiamenti concreti, esponendosi pubblicamente alla gogna e alla critica che nella nostra società sono davvero feroci. Io l’ho fatto, e non sono di certo un eroe, solo una persona normale che non si arrende a trasformarsi in un avatar che miete vittime a caso. Banalmente dinanzi a casi come quelli che stanno assurgendo agli onori della cronaca – cito, solo per fare qualche esempio, la famiglia di Palmoli, ma anche i figli di Harlad Valentin e Nadia o il figlio dell’operatrice culturale del Vaticano, casi di cui ho parlato anche in un altro articolo – i carabinieri e gli assistenti sociali con un minimo di senso di realtà e con un barlume di umanità in corpo, anziché recarsi nei giardini privati a mettere in atto dei sequestri di persona dovrebbero dimettersi e unirsi a noi. E invece tutto tace, per paura, per complicità, per indifferenza, o per essere stati educati sin dall’asilo all’addormentamento, senza mai allenare la propria coscienza a restare vigile. Ma in questo silenzio tombale che fine fanno le persone che vivono tutto questo, che fine fanno le agghiaccianti implicazioni sui presunti condizionamenti psicologici operati su minori già vulnerabili e i dubbi concreti su sradicamenti immotivati e arbitrari o sulle lungaggini burocratiche che allontanano per mesi o per anni un bambino dalla carezza della propria madre e dallo sguardo del proprio padre? Sta a ciascuno di noi cercare le risposte e colmare questi vuoti. Rosanna Pierleoni
April 22, 2026
Pressenza
Progetto comunista e alienazione
Cos’è il progetto comunista? Quando si studia il decisivo passaggio dalla teoria alla praxis all’interno del marxismo, si rimanda frequentemente ogni genere di dubbio e di contraddizione alla sola sfera teorica: la mancata comprensione del mondo risulterebbe quindi da un insufficiente lavoro teorico. Eppure, l’emergere di dubbi e perplessità all’atto […] L'articolo Progetto comunista e alienazione su Contropiano.
January 30, 2026
Contropiano
Il diritto di essere umani
Solo quando comprenderemo veramente cosa significa essere umani potremo risolvere i nostri conflitti e trasformare il nostro rapporto con noi stessi, con gli altri e con il nostro cosiddetto ambiente “naturale”. Essere umani significa avere il diritto di commettere errori e il diritto di imparare da essi. È il diritto di riconciliarsi, di ricominciare, di crescere oltre ciò che un tempo immaginavamo possibile. Quindi chiediamoci: cosa preferiamo, essere ricchi o essere umani? Alcuni credono che gli esseri umani siano creature razionali. Eppure la ragione da sola non può spiegare ciò che è più distintivo e potente dell’essere umano: l’intenzionalità, la coscienza e la nostra capacità di dare significato. Le grandi aziende vogliono farci credere che l’intelligenza artificiale ci supererà. Ma questa convinzione dipende dalla riduzione dell’essere umano a ciò che può essere misurato, previsto o ottimizzato. Ciò che ci definisce non è la velocità o il fare calcoli, ma la complessità vissuta della nostra esperienza interiore, qualcosa che nessun sistema di algoritmi può cogliere appieno. Impariamo la matematica, le lingue, le scienze e la religione. Ma quando, esattamente, ci è stato insegnato come essere umani, o anche solo cosa significa essere umani? Nel secolo scorso, l’aspettativa di vita è raddoppiata. Guardando ai prossimi cinquant’anni, la domanda si sposta da quanto viviamo a come viviamo. Essere umani significherà molto più che essere lavoratori o consumatori: significherà essere creatori di significato. Cosa ha mosso l’intenzione umana nel corso dei millenni? Cosa sappiamo veramente dell’energia umana che ci ha portato a questo momento storico? Molto poco, eppure nulla nella società funziona senza di essa. Ogni idea, ogni creazione, ogni atto di compassione, ogni momento di amore e trasformazione nasce dall’energia umana: mentale, emotiva e motoria. Siamo ancora all’inizio della comprensione di questo viaggio. Per illustrare questo concetto, ecco un brano tratto da Lo Sguardo Interno di Silo: “C’è un modo di dirigere e di concentrare la Forza che circola nel corpo. Nel corpo esistono dei punti di controllo. Da essi dipende ciò che noi conosciamo come movimento, emozione ed idea. Quando l’energia agisce su tali punti appaiono le manifestazioni motorie, emotive ed intellettuali. Il sonno profondo, il dormiveglia o lo stato di veglia sorgono a seconda che l’energia agisca più internamente o più superficialmente nel corpo… Certo, le aureole che circondano il corpo o il capo dei santi (i grandi svegli) nei dipinti religiosi fanno riferimento ad un fenomeno che si basa sulla capacità dell’energia di manifestarsi più esternamente in certe occasioni.” Tutti vogliono risolvere la crisi senza toccare ciò che guida il nostro universo umano. Ma la questione dell’energia umana è la chiave, forse l’unica chiave, per trasformare noi stessi e il mondo che ci circonda. Comprenderla cambierà tutto. Non stiamo affrontando una crisi economica o geopolitica. Stiamo affrontando una crisi umana universale. Lo stampo si sta rompendo ovunque. I vecchi modelli e le vecchie strutture stanno crollando, mentre quelli nuovi non hanno ancora preso forma. In questa fase di transizione, emergono contraddizioni, riaffiorano tensioni irrisolte e diventa impossibile ignorare l’assurdità di molti sistemi, compresa la distribuzione economica. Eppure, oggi abbiamo più cose in comune che in qualsiasi altro momento della storia. Se questo momento sembra assurdo, è perché la nostra capacità di ragionare e comprendere supera già le strutture e le “realtà” del presente. Non stiamo tornando indietro. Stiamo avanzando alla velocità della luce, entrando nella nostra fase universale, costruendo la prima civiltà veramente umana. Se pensate che gli ultimi cento anni siano stati straordinari, allacciate le cinture – i prossimi cento supereranno qualsiasi cosa possiamo immaginare. Diverse forze stanno lavorando a nostro favore: 1. Le strutture economiche e politiche esistenti non sono più sostenibili, quindi l’umanità deve trasformarle. 2. In molti luoghi, i responsabili non hanno la visione e la lucidità necessarie per queste trasformazioni, richiedendo l’intervento di altri. 3. L’interconnessione umana è ora permanente e globale. 4. I movimenti sociali crescono ogni giorno di più, mentre i governi possono crollare in 72 ore. 5. L’Asia e l’Africa stanno riconnettendosi con la loro identità e superando il loro passato coloniale, mentre l’Occidente sta perdendo fiducia. 6. Le strutture emergenti sono collaborative, decentralizzate e internazionali – i protocolli tecnologici, la ricerca scientifica e la logistica stanno diventando patrimonio comune universale. E considerate questo: qual era il ruolo delle donne 100 anni fa rispetto ad oggi? La loro trasformazione da sola denota la profondità del momento storico che stiamo vivendo. Lasciamo che i guerrafondai e i mercanti della paura continuino il loro vecchio gioco – stanno accelerando il loro declino. Stanno scavando le loro tombe e preparando le condizioni per la nascita di una nuova civiltà. Ricordate cosa è successo dopo la seconda guerra mondiale: la creazione delle Nazioni Unite, la Dichiarazione universale dei diritti umani e un’esplosione di innovazione tecnologica. Il radar, i motori a reazione, i primi computer e la penicillina, tutte scoperte le cui radici precedono la guerra, sono state spinte in avanti dalla pressione della storia. La crisi diventa un catalizzatore. Oggi, ancora una volta, una nuova civiltà umana sta aspettando di nascere. Il diritto di essere umani non è dato, ma creato. Forse questo è il secolo in cui l’umanità imparerà finalmente a essere umana. Traduzione dallo spagnolo di Stella Maris Dante David Andersson
December 19, 2025
Pressenza
“Oppio per Ovidio”. Ventidue donne contaminano “Le metamorfosi” e “Note del guanciale”
Tawada è una scrittrice giapponese che vive in Germania e scrive in due lingue, oscillando tra giapponese e tedesco. Già questa duplicità linguistica è la sua prima forma di metamorfosi. La traduzione di Alessia Torre trae i contorni del suo modo di abitare il mondo. E nel suo scrivere, la lingua stessa diventa corpo: porosa, instabile, in continua trasformazione. Oppio per Ovidio nasce da questo gesto radicale di attraversamento. Tawada prende due testi fondativi della cultura letteraria – le Metamorfosi di Ovidio e le Note del guanciale di Sei Shōnagon – e li fonde, li trasforma in qualcosa che non è più né mito né diario, ma una forma ibrida, liquida, un campo di esperimenti linguistici e sensoriali. Le ventidue donne che abitano queste pagine non sono figure mitologiche nel senso tradizionale: sono fantasmi di divinità reincarnate nel presente, frammenti di corpi che si muovono fra Amburgo e l’altrove, donne che hanno perso e ritrovato se stesse nella memoria del mito. Ciascuna di loro parla, sussurra, si racconta attraverso il corpo, perché per Tawada non esiste pensiero che non sia carnale. Ma il corpo, qui, non è una prigione: è uno strumento di conoscenza. È attraverso il corpo che la parola si fa politica. > Il femminismo di Tawada non urla: respira. È un femminismo di cura, di > trasformazione condivisa, dove le donne non combattono contro il mondo, ma lo > riforgiano attraverso la sensibilità. In questo senso  Oppio per Ovidio  si avvicina profondamente al  transfemminismo contemporaneo, quello che rifiuta le identità rigide, le dicotomie di genere, le forme machiste della ribellione e che invece rivendica il diritto alla metamorfosi, alla fluidità, alla vulnerabilità come forza politica. Quando una delle protagoniste dice che «Semele ha dato via le armi, ma doveva rimanere fiera e sensibile, protestare con veemenza ed esporre tutti gli orifizi», la frase non è solo un paradosso poetico: è un cambio di paradigma. L’arma diventa la pelle, l’apertura, la disponibilità a sentire. La protesta, per Tawada, è l’atto di mostrarsi, di non temere la permeabilità. È una forma di politica che nasce dal corpo e non dalla violenza. Nel mondo di Tawada le donne non cercano di diventare come gli uomini per ottenere potere: lo riscrivono. Si fanno mediatrici di un altro modo di conoscere, un sapere che passa per l’esperienza sensoriale e per la relazione, non per l’imposizione. È un sapere circolare, erotico nel senso più ampio del termine, dove eros non è desiderio sessuale ma tensione vitale, movimento verso l’altro. In questo universo, la metamorfosi non è punizione, ma possibilità. Il corpo che cambia non è un tradimento, ma una nuova grammatica dell’essere. In più punti, le protagoniste mettono in scena un gesto che potremmo chiamare autobattesimo: nominarsi da sole, scegliersi un nome, riconoscere il proprio valore senza bisogno di legittimazione esterna. È un atto simbolico di autonomia, ma anche una forma di resistenza linguistica. Dare un nome è sempre un atto di potere; battezzarsi da sé significa sottrarre il proprio corpo al dominio del linguaggio patriarcale. È un gesto che rimanda alla tradizione mitica (pensiamo a Dafne, che si trasforma per non essere posseduta), ma qui il mutamento non è fuga, è fondazione: una rinascita consapevole. Il corpo, in Oppio per Ovidio, è anche luogo di conflitto. Cambia, si deforma, si dissocia, a volte si rifiuta. Ma non c’è tragedia in questa mutazione: c’è conoscenza. L’accettazione del corpo, la capacità di ascoltarlo e di lasciarlo parlare, diventa un modo per accedere a un sapere che la cultura patriarcale ha sempre disprezzato – il sapere sensoriale, intuitivo, instabile. «Il mio corpo mi parla in una lingua che non ho ancora imparato», sembra dire ogni voce del libro. E nel tentativo di tradurre quel linguaggio, Tawada costruisce una poetica della trasformazione permanente. A un certo punto, la scrittrice rovescia la prospettiva sulla lotta femminista. Non c’è più la guerra contro il maschile, ma la creazione di uno spazio condiviso. La protagonista che cita Semele rifiuta la forza distruttiva, sceglie la forza della sensibilità. È qui che Oppio per Ovidio incontra il transfemminismo: non come teoria accademica, ma come pratica quotidiana del vivere. Il corpo diventa interfaccia politica, la differenza diventa linguaggio, l’empatia diventa strumento di resistenza. La metamorfosi è, in fondo, un atto transfemminista: la capacità di riscrivere continuamente se stesse, di sfidare ogni categoria fissa, ogni narrazione imposta. Ma il libro non parla solo di corpi. Parla anche di potere. In diverse pagine, Tawada rappresenta lo Stato come una figura paterna: autoritaria, distante, apparentemente protettiva. È l’immagine di un Padre-Stato che regola e controlla, che concede libertà solo a condizione di poterle revocare. A questa logica Tawada contrappone una visione radicalmente ecologica e non gerarchica: invita a pensare lo Stato come la pioggia per i contadini. Non bisogna, scrive, credere che la pioggia aiuti di proposito il contadino. La pioggia cade, e basta. È un fenomeno naturale, non un dono. Allo stesso modo, le istituzioni non sono entità benevole, ma sistemi da abitare con consapevolezza critica. Questa analogia spezza il legame paternalistico che regge la nostra idea di potere. Se lo Stato non è padre ma clima, se la politica non è famiglia ma ecosistema, allora il rapporto tra cittadino e autorità non può più essere fondato sulla dipendenza, bensì sull’interdipendenza. Tawada suggerisce che la libertà femminile non può esistere finché si rimane figli di uno Stato-padre. Bisogna diventare contadine del proprio terreno, riconoscere che la pioggia non è un premio ma una condizione: a volte cade, a volte no. > È un modo di restituire al politico una dimensione di realtà, di togliere al > potere la sua aura mistica e restituirlo al mondo fisico, ai corpi che lo > vivono. Allo stesso tempo, le protagoniste del libro riflettono costantemente sulla coscienza. «È forse una scienza condivisa?», si chiedono. La domanda, che suona come un gioco di parole, contiene una verità profonda: la coscienza non è un bene privato, ma un territorio collettivo. Tawada mette in dubbio la concezione occidentale della coscienza come proprietà individuale e la trasforma in un processo relazionale. Le donne del libro sentono e pensano insieme, condividono una sorta di percezione diffusa, come se la loro mente fosse un campo elettrico in cui i pensieri circolano senza confini netti. È una visione profondamente politica: la conoscenza nasce dal contatto, non dall’isolamento. Questa idea di coscienza collettiva si riflette anche nella scrittura stessa. Tawada adotta un punto di vista mobile, spesso in terza persona, ma attraversato da un “io” intermittente. Molte delle protagoniste parlano di sé come se si osservassero da fuori, un gesto che la psicologia cognitiva ha effettivamente riscontrato come tipicamente femminile. In un esperimento noto, quando a uomini e donne viene chiesto di «immaginare una mela», gli uomini tendono a visualizzare solo la mela, mentre molte donne si immaginano se stesse che la mangiano. L’immagine del sé è sempre presente, anche negli atti più semplici. È la traccia di uno sguardo interiorizzato, costruito da secoli di abitudine a essere viste. Tawada traduce questa consapevolezza in una poetica dello sguardo. Le sue donne sanno di essere osservate, ma decidono di deviare lo sguardo, di spezzarlo. «Si impara il timore per il pubblico disprezzo», scrive, riconoscendo come la cultura insegni alle donne a temere non l’errore, ma il giudizio. Di conseguenza, si finisce per non vedere più il mondo per ciò che è, ma solo per ciò che dovrebbe essere: «non vedi affatto l’albero in quanto albero, ma pensi solo a come l’albero dovrebbe essere». In queste frasi si condensa una critica sottile ma ferocemente lucida al modo in cui la società plasma la percezione femminile. Una delle voci del libro dichiara, con pacata determinazione, di non voler più «dover sembrare bella», di non «dover più voler sembrare bella». È una negazione doppia, quasi grammaticale, che si ribella tanto all’obbligo estetico quanto all’obbligo di desiderare quell’obbligo. In un altro passaggio, un’altra donna afferma: «non mi serve il tuo sguardo. Questa è la dichiarazione del velo ambulante». L’immagine è potentissima: il velo non è qui simbolo di oppressione, ma di libertà. È un gesto attivo di sottrazione, una scelta di invisibilità. Il corpo, schermato dallo sguardo altrui, torna a essere proprio. Da questo punto di vista, Oppio per Ovidio è anche una riflessione sulla agency delle parole sul corpo. Tawada mostra come il linguaggio possa costruire o distruggere identità, come ogni parola pronunciata sul corpo sia un atto di potere. Ma il suo modo di reagire non è distruggere il linguaggio, bensì reinventarlo. Le sue protagoniste inventano, smontano, rimontano parole, le piegano, le ibridano. Il libro è pieno di giochi linguistici, di neologismi, di frasi che si aprono su significati inattesi. È come se la lingua stessa fosse sottoposta a una metamorfosi continua, proprio come i corpi che descrive. > In questo senso, la scrittura di Tawada è anche un gesto politico: spezzare la > lingua per farle dire altro, per renderla capace di contenere esperienze che > la grammatica patriarcale aveva escluso. La parola diventa un atto di > guarigione, un modo di restituire senso a ciò che era stato taciuto. L’atto > linguistico è corporeo: ogni frase si muove come un muscolo, si tende, si > ritrae, respira. Contro la cultura della produttività, che misura il valore in termini di utilità e rendimento, Tawada oppone un principio di spreco consapevole. “Posso sprecare il mio tempo se voglio”, dice una delle voci. È una frase di apparente leggerezza, ma è in realtà un’affermazione rivoluzionaria. Rivendicare il diritto di sprecare tempo significa opporsi alla logica capitalista che pretende di trasformare ogni gesto in prestazione, ogni minuto in profitto. In un mondo che ci impone di essere sempre efficienti, la lentezza diventa atto politico, la passività una forma di resistenza. Tawada riscrive così l’etica del lavoro e del corpo: il corpo che non produce, che sogna, che si ferma, diventa un luogo di libertà. Verso la fine del libro, una delle protagoniste pronuncia quella che sembra essere la dichiarazione di poetica di tutto il testo: «Voglio essere storta, irregolare, eccessiva e frivola». È una frase che suona come un manifesto, una celebrazione della dissonanza e dell’imperfezione. Essere “storta” significa rifiutare la linearità del pensiero dominante; essere “irregolare” è rivendicare la complessità dell’esperienza; essere “eccessiva” è sfidare il controllo, e “frivola” è ribaltare il disprezzo maschile verso ciò che è associato al femminile. In quattro aggettivi Tawada concentra la sua filosofia: la libertà è deformità, la misura è schiavitù. In questo senso, Oppio per Ovidio è anche un testo profondamente politico, benché non ideologico. Tawada non costruisce teorie: le fa vivere. Ogni voce del libro è un piccolo esperimento di mondo, una micro-utopia in cui la sensibilità si sostituisce alla forza, la metamorfosi all’identità, la parola al potere. La sua scrittura è radicale proprio perché non si pone come manifesto teorico, ma come esperienza incarnata di libertà. L’intertestualità con Ovidio e Sei Shōnagon non è solo un omaggio letterario, ma una riscrittura di genealogie. Tawada mette in dialogo due tradizioni patriarcali – la mitologia classica e la letteratura di corte – e le sovverte dall’interno. Se Ovidio raccontava metamorfosi imposte dagli dèi, Tawada racconta metamorfosi scelte. Se Sei Shōnagon annotava il mondo da un cuscino, Tawada lascia che le sue donne scrivano dai letti, dalle strade, dai sogni, dalle ferite. Il guanciale non è più un oggetto domestico, ma uno spazio di pensiero, un laboratorio poetico. > Nel libro, la lingua è sempre duplice: si muove fra concretezza e astrazione, > fra descrizione e riflessione. Tawada riesce a tenere insieme la materia del > mondo – il corpo, il sangue, la pelle, l’odore – e l’idea, la teoria, la > coscienza. È una scrittura che unisce filosofia e sensualità, che pensa > attraverso i sensi. Le parole non spiegano: toccano. La fluidità del testo è anche la sua forma politica. Tawada non costruisce una trama, ma una costellazione di voci. Il suo modo di raccontare è anti-lineare, antigerarchico: ogni donna ha lo stesso peso, ogni frammento di storia vale quanto gli altri. È una scrittura democratica nel senso più profondo, perché rifiuta la centralità, il punto di vista unico, la voce dominante. Il lettore è chiamato a spostarsi continuamente, a cambiare prospettiva, a partecipare alla metamorfosi. E proprio questa esperienza di lettura – instabile, sensoriale, vertiginosa – è ciò che rende Oppio per Ovidio un libro necessario. Tawada ci insegna che la trasformazione non è un rischio, ma una forma di conoscenza. Che la fragilità non è debolezza, ma possibilità di contatto. Che il linguaggio, se lo lasci vivere, può ancora guarire. Alla fine del viaggio, resta la sensazione di aver attraversato un sogno lucido, in cui le parole si sono fatte corpo e il corpo si è fatto parola. Le ventidue donne di Tawada non chiedono salvezza, non rivendicano diritti: semplicemente esistono, si raccontano, si reinventano. Sono figure di un mondo che non conosce più confini netti tra maschile e femminile, tra umano e divino, tra reale e immaginario. Sono, in fondo, ciò che tutti potremmo diventare se accettassimo la metamorfosi come destino. Yoko Tawada ci consegna un’opera di rara intensità, che fonde poesia e politica, linguaggio e corpo, Oriente e Occidente, mito e contemporaneità. Oppio per Ovidio è un testo che rifiuta ogni definizione, un invito a pensare e a sentire diversamente. In tempi in cui la parola “identità” è spesso usata per delimitare, per chiudere, Tawada la restituisce al suo senso originario: “identità” come processo, come relazione, come dialogo infinito tra ciò che siamo e ciò che potremmo diventare. Leggere questo libro significa accettare di perdersi, di non capire tutto, di abbandonare il desiderio di chiarezza. È un atto di fiducia nel potere della lingua di aprire spazi di libertà. Tawada non ci dà risposte: ci offre domande che continuano a pulsare dentro di noi, come vene sotto la pelle. Alla fine, la voce collettiva del libro sembra sussurrare una frase semplice e rivoluzionaria: «posso sprecare il mio tempo se voglio». Ed è forse in questa leggerezza che si nasconde la più grande forma di resistenza Immagine di copertina da Wikicommons SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress abbiamo attivato una nuova raccolta fondi diretta. Vi chiediamo di donare tramite paypal direttamente sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo “Oppio per Ovidio”. Ventidue donne contaminano “Le metamorfosi” e “Note del guanciale” proviene da DINAMOpress.
October 17, 2025
DINAMOpress
Kirk, la censura americana e la pedagogia dell’impotenza
Come l’impunità trasforma la coscienza collettiva. “Karen Attiah scrive su Bluesky che «parte di ciò che mantiene l’America così violenta è il continuo insistere affinché le persone dimostrino cura, inutile bontà e assoluzione nei confronti degli uomini bianchi che sposano l’odio e la violenza». Viene cacciata dal Washington Post nel […] L'articolo Kirk, la censura americana e la pedagogia dell’impotenza su Contropiano.
October 6, 2025
Contropiano