Atto di coraggio: dalla legge alla propria coscienza
Un appello a chi conosce il fenomeno delle sottrazioni di minori da vicino. «Non
pensavo che i tuoi editti avessero tanta forza, che un mortale potesse
trasgredire le leggi non scritte ed incrollabili degli dei. Infatti, queste non
sono di oggi o di ieri, ma sempre vivono, e nessuno sa da quando apparvero»,
diceva l’Antigone sofoclea.
Cosa possiamo fare quando ci troviamo dinanzi ad una legge ingiusta?
Chi segue i miei scritti sa come opero e sa cosa penso delle sottrazioni di
minori in Italia: mi sembra che in moltissimi casi ci si muova addirittura fuori
dal recinto previsto dalla legge stessa. Ma anche nei casi in cui si resta in
questo recinto, è bene continuare ad allenare la nostra coscienza.
L’interrogazione parlamentare di Massimo Polledri e Carolina Lussana del 2010
riguardava un caso di sottrazione di minori previsto dalla legge. Si trattava di
una madre che, impedendo il rapporto dei figli con il padre, si vide togliere la
figlia di 4 anni. Insomma, invece di tentare di risolvere la conflittualità tra
i genitori e di potenziare i rapporti anche con l’altro genitore, si affidò la
bambina a una casa famiglia, rescindendo così anche il legame con la madre. Da
mediatrice familiare che ha investito anni per combattere l’atteggiamento
ostruzionistico di uno dei due genitori verso l’altro, e per promuovere la
bigenitorialità, non mi sarei mai sognata di poter intervenire con la forza,
togliendo il figlio al genitore alienante per consegnarlo allo Stato! Come si
può considerare sbagliato il comportamento ostruzionistico di uno dei genitori
(fatti salvi casi di violenza gravi verso i minori) e poi mettere in atto un
comportamento identico e ancora più grave!
Nel corso degli anni ci sono state altre iniziative parlamentari simili volte ad
avviare indagini conoscitive su “Adozioni e affidamento” e sui “minori fuori
famiglia”. Nella XVIII Legislatura, un’interrogazione alla Camera sollevò la
questione del monitoraggio sulle modalità di affido in Italia, evidenziando le
“forti differenze nelle regioni italiane rispetto agli standard minimi da
rispettare”. Si rifaceva ad un’indagine giudiziaria del 2019 che aveva portato
allo scoperto una realtà orribile sulla rete dei servizi sociali della Val
d’Enza nel reggiano (dove, tra il 2015 e il 2016, i bambini tolti alle famiglie
erano quasi raddoppiati in un anno), accusati di redigere false relazioni per
allontanare bambini dalle famiglie.
Eppure, nonostante il tema degli allontanamenti arbitrari di minori sia una
questione ricorrente nel Parlamento italiano almeno da 25 anni, le cose non sono
mai cambiate. Come mai?
Io sono convinta che nella maggior parte dei casi vi siano modalità altre di
aiuto alle famiglie, modalità che non debbano per loro natura arrecare tutti
quei traumi che lo sradicamento, la distruzione del nucleo familiare e la
compromissione dei legami familiari, invece, purtroppo creano. Non possiamo
fingere che questi danni non vi siano, non possiamo cancellarli dal
bilanciamento di vantaggi e costi: così facendo diventeremmo ciechi e sordi ai
bisogni profondi delle persone che vorremmo aiutare. Non solo; la legge prevede
che l’affido abbia una durata massima di 24 mesi, prorogabili con specifiche
motivazioni; nonostante ciò, molti minori in comunità vi rimangono più tempo,
snaturando così la funzione stessa dei percorsi in atto.
Esiste una relazione di aiuto senza empatia e ascolto profondo? Cosa distingue
un percorso educativo dall’intervento di uno psicopatico che, forte delle sue
ragioni e privo di capacità empatiche, voglia raddrizzare la vita di colui che
sequestra?
Non crederò mai a un percorso imposto con la violenza più brutale, un percorso
che passi attraverso l’ottusità, i pianti disperati dei bambini, i vuoti
immensi, i buchi della memoria, la mistificazione della realtà. Non crederò mai
in percorsi in cui non si avverta il peso dello strappo arrecato e non ci si
attivi con solerzia per ridurre i tempi e per cercare soluzioni. Non crederò mai
in percorsi che sacrificano rapporti primari fondanti, come quelli con il
genitore o con i fratelli, in favore di un miglioramento di specifiche aree di
vita. Le persone non sono robot da portare a sistemare, sono miracoli fatti di
storia, sangue, ricordi. Se togliamo tutto questo, umiliamo la nostra specie,
umiliamo la vita.
I cittadini hanno bisogno di risposte, hanno bisogno di sapere come sia
possibile che 20 persone entrino nelle proprietà private con l’inganno o
sfondando porte e portino via bambini urlanti, strappandoli dalle braccia dei
genitori, minaccino questi ultimi di stare zitti (pena il non vedere più i
bambini) e li conducano, a volte persino in manette, in strutture destinate a
bambini orfani o con genitori gravemente inadempienti, strutture di cui spesso i
genitori non conoscono nemmeno la collocazione, privandoli per anni e anni del
rapporto con i loro genitori, spesso anche di una telefonata. Per non parlare
della follia di organizzare persino le videochiamate o le chiamate all’interno
di luoghi protetti.
Se solo ascoltassimo i tanti ragazzi oggi usciti da queste realtà o i genitori o
professionisti onesti che vi hanno lavoro, conosceremmo alcune prassi aberranti.
Sapremmo che spesso a questi bambini viene riferito che i genitori non vogliono
loro bene o che siano morti. Tutto questo non viene negato neppure dai diretti
interessati, ma anzi viene giustificato con un groviglio di motivazioni legate
alla burocrazia più incomprensibile o alla necessità di tutelare l’equilibro dei
minori coinvolti.
Ma quale tutela può passare dallo sradicamento e dalla soppressione del legame
ancestrale con le proprie radici? Quale benessere del minore può includere tanta
manipolazione e violenza?
Si tratta di episodi – o dovrei dire fenomeni – che hanno scosso l’opinione
pubblica e sollevato interrogativi seri e legittimi sulle eventuali distorsioni
sistemiche presenti in alcuni settori dei servizi sociali e della magistratura
minorile. Interrogativi che hanno prodotto proposte di riforma parlamentare
ancora in corso.
Eppure, non si può ignorare che questo tema ha attraversato le nostre coscienze
solo attraverso la cronaca italiana in modo dirompente, lasciando ogni volta
ferite aperte e risposte insufficienti. Dal caso dei cosiddetti “Diavoli della
bassa modenese” a Bibbiano su cui forse proprio ora si sta aprendo uno spiraglio
grazie al lavoro della sostituta procuratrice Valentina Salvi, fino al più
recente caso di quella che a livello mediatico viene definita “Casa nel bosco”,
caso intriso di ideologia e pregiudizio; assistiamo a fenomeni mediatici che
anziché portare nuove consapevolezze rischiano di sigillare ancor di più alcune
verità, ridotte a cibo avariato per talkshow, sagre spettacolari che
normalizzano l’orrore dentro le nostre case, e provocano il rigetto di chi
conosce e teme la manipolazione mediatica e giornalistica intorno al caso.
Tutto questo accade nello stesso sistema dove – io dico giustamente – anche per
i detenuti sono attivi riflessioni e progetti concreti per preservare il
rapporto genitori figli. Devo dedurre che in Italia le persone per bene con
visioni diverse, e i di loro figli, abbiano meno diritti dei criminali? Non
sarebbe certo la prima volta, ma allora è bene continuare a chiamare le cose col
loro nome e unirci, senza lasciarci dividere da una perenne politica dell’odio.
Come dico sempre, gli schieramenti non sono quelli tra cittadini, ma sono quelli
tra cittadini e istituzioni: la polarizzazione perenne è il cibo di cui si nutre
il potere (Ci indicano il mostro nel nostro prossimo, per non farci scorgere la
luna marcia riflessa nei loro occhi).
Specifico che il mio non è né sarà mai un attacco cieco alle istituzioni né ai
singoli di cui mi interessa poco; il mio è un legittimo diritto di critica ad un
sistema che ho odorato da molto vicino e di cui ho sentito forte il puzzo, al
punto da dovermene allontanare per occuparmene davvero. I singoli mi interessano
non per perseguitarli, ma per invitarli ad uno sforzo di coscienza e ad una
crescita di consapevolezza e – perché no? – anche ad un atto di coraggio. Per
questo metto a disposizione la mia scrittura, è tutto quello che ho.
Proprio perché so che nel settore ci sono tante persone per bene, scrivo ancora.
È a loro che mi rivolgo chiedendo uno sforzo comunicativo che vada al di là di
laconiche esternazioni, degli schieramenti di categoria, dei non detti
risentiti: parliamo, confrontiamoci, entriamo nel merito. La persona per bene, e
non certo quella corrotta, può fare qualcosa. Può capire da chi eventualmente è
manovrato e decidere di restare al servizio solo finché la sua attività non
entri in contrasto con i principi minimi di civiltà e non si traduca in
violenza. Quando questo invece capita, diventa responsabile della violenza che
agisce: modalità agghiaccianti di prelevamento con ammanettamento di minori,
trascinamento, quando non addirittura immobilizzazioni e violenze verso i
genitori.
Non può bastare un’ordinanza a farci dimenticare il nostro posto nel mondo:
siamo sì responsabili del sistema che rappresentiamo ma siamo anche liberi di
agire in modo ‘altro’. Questo significa cose molto precise, significa andare via
da un posto di lavoro quando quel grado di libertà interiore non è più
garantito, significa dire “no” quando il degrado culturale, etico e spirituale è
così forte, significa lottare seriamente per dei cambiamenti concreti,
esponendosi pubblicamente alla gogna e alla critica che nella nostra società
sono davvero feroci. Io l’ho fatto, e non sono di certo un eroe, solo una
persona normale che non si arrende a trasformarsi in un avatar che miete vittime
a caso.
Banalmente dinanzi a casi come quelli che stanno assurgendo agli onori della
cronaca – cito, solo per fare qualche esempio, la famiglia di Palmoli, ma anche
i figli di Harlad Valentin e Nadia o il figlio dell’operatrice culturale del
Vaticano, casi di cui ho parlato anche in un altro articolo – i carabinieri e
gli assistenti sociali con un minimo di senso di realtà e con un barlume di
umanità in corpo, anziché recarsi nei giardini privati a mettere in atto dei
sequestri di persona dovrebbero dimettersi e unirsi a noi.
E invece tutto tace, per paura, per complicità, per indifferenza, o per essere
stati educati sin dall’asilo all’addormentamento, senza mai allenare la propria
coscienza a restare vigile. Ma in questo silenzio tombale che fine fanno le
persone che vivono tutto questo, che fine fanno le agghiaccianti implicazioni
sui presunti condizionamenti psicologici operati su minori già vulnerabili e i
dubbi concreti su sradicamenti immotivati e arbitrari o sulle lungaggini
burocratiche che allontanano per mesi o per anni un bambino dalla carezza della
propria madre e dallo sguardo del proprio padre?
Sta a ciascuno di noi cercare le risposte e colmare questi vuoti.
Rosanna Pierleoni