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Immagina, puoi! Un mondo senza polizia, utopia ma non troppo
NICOLA STUFANO (tratto da Globalproject.info) Ci sono assiomi educativi radicati sin dall’infanzia nelle nostre esistenze, così in profondità da rendere di primo acchito folle e delirante la sola idea di poterli mettere in discussione. Uno di questi assiomi prevede che una società civile non può reggere senza la presenza della polizia, o comunque senza un corpo di forze dell’ordine direttamente sotto il controllo dello Stato attraverso il suo ministero dell’Interno. Possiamo anche detestarne i modi e stigmatizzarne le azioni, ma nel momento del bisogno, il cittadino civile non potrà che rivolgersi alle forze dell’ordine, per essere difeso e tutelato. Geo Maher, accademico e attivista statunitense, si è lanciato anni fa nel complicato tentativo di scardinare questo assioma, cercando la corretta chiave per descrivere la necessità di un sistema diverso. A World Without Police, uscito nel 2021, è presto diventato uno dei più importanti testi contemporanei di contenuto abolizionista, e attraverso D Editore, libreria indipendente romana che attraverso la collana Nextopie sta dando ampio spazio alla saggistica dai contenuti più radicali, il suo libro è da pochi mesi arrivato al pubblico italiano come Immagina un Mondo Senza Polizia (traduzione di Andrea Puglisi).  Maher in persona si è presentato, nel corso della seconda giornata di Sherbooks, in collegamento sugli schermi del CSO Pedro, quando dalle sue parti erano le 8 e mezza di mattina. Guidato nelle domande e coadiuvato dalla traduzione dall’editore Emanuele Jonathan Pilia e dalla giornalista Dalia Ismail, Maher sorseggia la sua tazza calda, scruta il pubblico e con voce profonda e ferma illustra in modo conciso le sue tesi. Il discorso di Maher, così come il libro, ha un punto di partenza ben preciso, ed è il 28 maggio 2020, quando a Minneapolis, nel culmine delle proteste per l’uccisione di George Floyd, una stazione di polizia viene presa d’assalto e data alle fiamme, costringendo i poliziotti alla fuga. Maher individua in quel momento il punto di tracimazione di un’insofferenza verso la polizia, con l’episodio di George Floyd solo ultimo di una interminabile serie di soprusi rispetto alla fascia più umile e indigente della popolazione locale. Le ragioni di Maher partono dal dibattito più comune, quello col vicino di casa: nella discussione emerge con chiarezza la concezione monolitica di assoluta necessità della presenza di forze dell’ordine. Ma quando poi si arriva a porre la domanda: “Ma la polizia, esattamente, cosa ha fatto per noi?” ecco, qui di solito cominciano a formarsi le prime crepe. La polizia, soprattutto negli Stati Uniti (ma anche in Europa) è forte di una narrazione mediatica e giornalistica quasi sempre positiva: innumerevoli le serie TV crime che insistono sugli atti di eroismo delle forze dell’ordine.  Meno chiacchierati sono gli aspetti metodologici e istituzionali, ed è su questo che Maher si concentra per portare il concetto di polizia nella direzione dell’obsolescenza. Punto-chiave è stabilire la reale funzione della polizia: Maher dimostra che, essendo sotto il controllo diretto delle istituzioni, e quindi del governo, non può che esserne che la mano armata di un’espressione politica, che da sempre negli Stati Uniti si propone di mantenere un ordine gerarchico di segregazione tra cittadini.  Maher osa ancora di più, lanciando un’interessante analisi sulle modalità d’azione dell’esercito degli Stati Uniti del mondo, assimilandole a gigantesche operazioni di polizia: cosa sono state d’altronde la caccia ai Vietcong, o la guerra dichiarata al terrorismo islamico in Afghanistan e oltre, se non tentativi di ripristinare l’ordine a livello mondiale? > L’autore insiste dunque su un ritorno alle origini della società civile per > superare il concetto di polizia.  Che, per inciso, è attualmente accettato a livello globale: e sebbene la polizia statunitense non possa minimamente essere paragonata a quella cinese, o a quella venezuelana (paese al quale Maher ha dedicato principalmente il suo impegno accademico nell’analisi della rivoluzione bolivariana e del suo riflesso verso la società), hanno tutte in comune la stessa criticità di fondo che la rendono un’istituzione poco propensa a garantire giustizia sociale.  Le soluzioni proposte da Maher non sono particolarmente elaborate o complesse: l’autore ci invita a guardare al modo in cui ordinariamente risolviamo i nostri problemi all’interno delle comunità: ossia ragionando sempre come facciamo all’interno delle nostre famiglie e delle nostre associazioni, dove non abbiamo bisogno di forze di controllo o di sorveglianza. Se ci fermiamo un attimo a riflettere su questo, è più comune di quanto noi pensiamo l’uso della trattativa e del dialogo per la risoluzione di problemi complessi.  > Dove, dunque, attecchisce e si rende necessaria la polizia? Dove viene meno il > senso di comunità.  Questo è uno dei gravi problemi della modernità, in Europa forse più che altrove, dove i processi migratori hanno spesso portato alla formazione di ghetti piuttosto che di comunità trasversali. In questo contesto, la polizia assume un ruolo sempre più centrale nel mantenere separati i ceti più abbienti dalla nuova classe meno privilegiata, composta da immigrati di prima e seconda generazione, alimentando e al tempo stesso gestendo la percezione dell’immigrato come figura che “fa paura”. É più una conseguenza che una coincidenza se Immagina un mondo senza polizia arriva in Italia proprio nel momento in cui Minneapolis torna a essere centro nevralgico di una violenta lotta tra il governo americano e le comunità locali, e il braccio armato di questo stato più imperialista che mai diventa l’ICE, ovvero una forza di polizia concentrata sul contrasto all’immigrazione e l’espulsione forzata degli stranieri, in mancata osservanza delle più elementari regole costituzionali. Anche attraverso la brutalità dell’ICE, stanno recentemente cadendo alcuni assiomi apparentemente inattaccabili e mettere in discussione l’utilità della polizia non è più un tabù. L’abolizione della polizia comincia a seguire i passi del percorso di un fenomeno molto simile, quello dell’abolizionismo carcerario, che già riscuote un interesse un consenso assai più ampio rispetto a pochi anni fa.
Black: nero non è solo un colore
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie/Arti e cultura CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 La terza parola del Contro Dizionario del Confine esprime molto di più di una sfumatura cromatica: è una presa di posizione, è l’incarnazione di una soggettività. «Nous les blacks» è l’espressione con cui molti soggetti razzializzati si autodefiniscono lungo la rotta tunisina e nel Maghreb, trasformando uno stigma in emblema di orgoglio e fratellanza. Nello sguardo dominante, “nero” è marchio di inferiorizzazione, ma gli aventuriers gli attribuiscono solidarietà, appartenenza, riconoscimento reciproco che va oltre l’appartenenza allo stesso Paese o l’uso comune di una lingua. “Noi neri” è un soggetto plurale non privo di tensioni: dentro le violenze delle frontiere, le gerarchie di classe e le eredità della tratta transahariana, Black attraversa tanto la migrazione quanto lo spazio della cittadinanza, affrontando le sfide di essere riconosciuti come cittadini in una società che esclude e discrimina. Black è allora una parola che racconta insieme oppressione, resistenza e ambivalenze delle relazioni di potere lungo le rotte degli aventuriers. BLACK Questa parola è stata curata da Filippo Torre, Luca Queirolo Palmas e Franck Yotedjie dell’Università di Genova. Filippo Torre ha, inoltre, curato l’edizione del Contro Dizionario del confine. Ogni identità collettiva si costruisce come posizionamento dentro uno spazio di relazioni. Nous les blacks è un’espressione ricorrente attraverso cui soggetti razzializzati si autodefiniscono lungo le diverse tappe dell’avventura migratoria dentro lo spazio tunisino e del Maghreb più in generale. Se per la società ospitante l’etichetta di «nero» è un segno di inferiorizzazione (si veda Jebri) che può operare fra i soggetti razzializzati in chiave di autocensura, delimitando ciò che si può dire, fare o rivendicare, nous les black si articola dentro una dimensione di orgoglio, di trasformazione di uno stigma in emblema. In qualità di autodefinizione si contrappone a or noir, che incarna lo sguardo espresso dai locali – les chefs arabes – che nei blacks vedono una risorsa da sfruttare (si veda Or noir). Eppure colore, oppressione, migrazione e solidarietà si depositano in contesti sociali e politici che sono attraversati essi stessi da dibattiti, presenze, lotte per il riconoscimento agite dai maghrebini neri; cittadini la cui presenza porta il segno di un passato legato alla schiavitù domestica, a secoli di tratta transahariana. La linea del colore nella migrazione si sovrascrive ed entra in frizione con la linea del colore dentro lo spazio della cittadinanza nel Maghreb. In particolare il processo attraverso cui si «diventa neri» lungo la rotta tunisina è stato alimentato dall’eredità storica della tratta di schiavi transahariana, dalla crescente delega del controllo delle frontiere europee al regime tunisino, dalla circolazione di discorsi e legittimazioni di tipo etno-nazionalista e sovranista che hanno raggiunto la loro massima espressione nel discorso del presidente Kaïs Saïed del febbraio 2023, con cui evocava «un piano criminale ordito all’alba di questo secolo per modificare la composizione demografica della Tunisia, al fine di trasformarla in un paese solo africano e offuscare il suo carattere arabo e musulmano». Il noi nero degli aventurier se da un lato agisce come denominatore di una fratellanza possibile, da attivare, dall’altro occulta lo spazio soggiacente delle disuguaglianze, di classe e di potere. Arnaqueur, kidnappeur, falsi cokseur, guardiani di prigioni e torturatori sono spesso predatori neri che agiscono contro altri neri; inoltre chi fa il viaggio attraverso il deserto è in termini di classe distinto da quanti arrivano con visti e aerei per iscriversi nelle università del Maghreb. Quanti sono in solidarietà durante il viaggio afferiscono allora a cerchie più ristrette, di frères e soeurs (si veda Frères/soeurs), di amici e parenti, di boys e uncles, di relazioni dettate spesso dall’anzianità e dalla protezione. Infine, questa dimensione binaria – nous les blacks, loro les arabes – nasconde gli incontri solidali e di interesse che spesso mettono insieme locali e aventurier. Per fare la traversata c’è sempre bisogno di un arab che procura il materiale necessario e che provi a corrompere le guardie; e ancora, durante le marce per attraversare le frontiere e il deserto ed evitare le deportazioni, sono spesso gli abitanti locali che, mossi da una solidarietà fondata sulla religione, offrono cibo e riparo ai viaggiatori nonostante i rischi della repressione a opera delle autorità. ESEMPI DAL CAMPO Noi parliamo di noi con il colore. Noi siamo gli africani neri, loro, gli arabi, sono gli africani bianchi. È un termine che usiamo fra noi. Non ci stanno designando altri, non è razzismo. Lo usiamo noi per chiamare noi che siamo qui. È la solidarietà fra noi neri, anche un sudanese è un nero, non c’entra la lingua. È la fratellanza, fratellanza di pelle, di colore. Non conta la nazionalità. I sudanesi, i senegalesi, sono black come noi, anche se parliamo lingue diverse. Black per noi è una parola universale, vuol dire fratello. Gli arabi invece li chiamiamo in diversi modi, suraka, mukala, mbozo, mkassa. Intervista con William, Corrispondente del Giornale delle rotte Quando diciamo nous les blacks è un modo per elevare il nostro colore, perché qui in Tunisia, e ovunque nel Maghreb, noi neri siamo discriminati, visti come meno di niente, noi soffriamo il loro razzismo. Intervista con Popina, Corrispondente del Giornale delle rotte Sono storie di fughe, di caccia, di torture, di violenze e anche di piccoli incontri solidali in cui devi decidere se fidarti o meno di chi hai di fronte. Perché nel viaggio c’è sempre chi conosce la strada e chi non la conosce; e i primi dipendono dai secondi, o attraverso la solidarietà o attraverso la compra-vendita di servizi. Quando chiedo a Buba se usava l’espressione we the blacks, quando stava in viaggio o negli accampamenti in Tunisia, ride. Sono i neri che mi hanno sequestrato, sono i neri che mi hanno torturato. Lui parla invece come leader di un gruppo in viaggio, usando spesso l’espressione my boys o attraverso il titolo attraverso cui veniva chiamato dai suoi boys: uncle. Il suo racconto è la storia di come il gruppo in viaggio sia l’unità di base della solidarietà, quasi l’unica, di come i boys si perdano e si reincontrino lungo le diverse stazioni che dal Gambia conducono alle coste del Mediterraneo. Estratto dei diari di campo, marzo 2025
Punire, educare, umiliare: il razzismo ai tempi dell’algoritmo
FEDERICA DI BIASI (tratto da Globalproject.info) Il saggio Fruste digitali. Discorsi d’odio e razzismo: i social media per educare e punire, edito da Capovolte e presentato a Sherbooks Festival 2026, analizza da un punto di vista sociologico i rapporti esistenti tra le migrazioni di ieri e di oggi e come le pratiche discriminatorie e i pregiudizi siano stati traslati dalla narrazione della carta stampata alla realtà multimediale dei social, portando all’esasperazione i discorsi d’odio e d’intolleranza, apparentemente legittimati dallo scudo dell’ironia o dell’opinione personale. Trindade, Dottore di ricerca in Sociologia presso la University of Southampton, lavora come ricercatore indipendente e scienziato sociale affiliato all’IPIE e si occupa da tempo delle dinamiche con cui si stigmatizzano le persone razzializzate e migranti e i canali attraverso cui si perpetuano. (N.B. la presentazione inizia al minuto 8:30) Il discorso muove dalla ricerca delle radici di questo fenomeno: dalla storia dei movimenti migratori in Brasile alla fine dell’Ottocento, a come l’arrivo degli italiani, accolti come “manodopera bianca” in sostituzione della manodopera afro-discendente appena liberata e sempre più marginalizzata, ha contribuito alla formazione non solo dell’identità nazionale quanto all’ideologia della “democrazia razziale”.  La necessità di diventare un Paese moderno, dove moderno era sinonimo bianco, ha opportunamente occultato il conflitto razziale, l’élite brasiliana ha deciso di accogliere contadini italiani per rispondere a questa esigenza di “sbiancamento”; ma allo stesso tempo gli italiani che emigravano in nord America venivano considerati “mezzi neri”, una nuova tipologia di schiavi e come tali bersagli di violenza, pregiudizi e vignette satiriche.  Lo stesso principio che ritroviamo oggi impersonato nel cosiddetto jeitinho brasileiro, cioè del “modo di fare alla brasiliana”, che consente, a chi difende la supremazia bianca, di pronunciare freddure razziste, senza preoccuparsi delle conseguenze, giustificandole come manifestazioni simpatiche e affettuose, una sorta di “razzismo cordiale” che lascia disorientata la vittima. Si assiste quasi ad un deficit di memoria collettiva: le storie del passato si rispecchiano nel presente, cambiano solo le posizioni e le origini dei migranti contro cui si punta il dito, dimostrando l’incapacità di imparare dal passato.   Il titolo dell’opera racchiude in sé più di un significato, esemplificativo del passaggio da pratiche di punizioni corporali a vessazioni digitali il cui scopo comune è quello di annientare le soggettività. I social sono descritti come un moderno pelourinho: nelle colonie portoghesi veniva posta, in un luogo ben visibile, una colonna dove le persone schiavizzate erano frustate, come memento punitivo e educativo per la collettività. Una dimostrazione di forza bruta per riaffermare il proprio dominio su chi veniva considerato inferiore e i confini che non poteva valicare.  Una radice traumatica che ritroviamo nel modo in cui i social media si presentano come una piazza virtuale, in cui hanno eco sentimenti d’odio verso chi è ritenuto diverso, che nel contesto sociale offline non sono più accettati, ma che sotto il dominio di algoritmi, creati su logiche di profitto, catalizzano l’attenzione e  ne amplificano la diffusione, grazie alle continue interazioni, creando delle gerarchie atte a mantenere le vittime in una condizione di disumanizzazione, subalternità e marginalizzazione. Una logica che non possiamo più ignorare perché queste interazioni dispregiative migrano anche nella vita reale, divenendo la nuova normalità; la tecnologia digitale è onnipresente nelle nostre, permea le interazioni sociali e influenza i comportamenti e le reazioni offline, in una coodipendenza i cui effetti negativi devono essere esaminati e scardinati. Durante la presentazione è stato chiesto all’autore delle pratiche concrete che possano apportare un cambiamento radicale e contrastare il profitto generato dalle pratiche d’odio e Luiz Valério Trindade ha ribadito come le aziende di tecnologia rifiutando di identificarsi come editori, come testate giornalistiche, negano la propria responsabilità, quindi ne consegue l’importanza di un aggiornamento della giurisprudenza in materia, che segua più da vicino come tali effetti si manifestano nella società; l’assoluta necessità che la popolazione e, in particolar modo, i giovani debbano essere educati alla consapevolezza che quanto commentano e le interazioni che hanno online hanno delle ricadute sulla vita reale, i social non sono una terra di nessuno dove tutto è concesso in virtù di una millantata libertà d’espressione privata di una qualsiasi responsabilità critica.  L’attualità ci insegna purtroppo che, in più di un caso, degli adolescenti sono rimasti vittime del bombardamento dell’algoritmo che li ha sottoposti ad una sovraesposizione a contenuti inappropriati che hanno condotto a decisioni irrimediabili, che non fanno che dimostrare la stretta connessione esistente tra azioni virtuali e vita reale. La presentazione si chiude con l’invito alla presa di coscienza del singolo utente della propria responsabilità individuale e di come ciò a cui diamo visibilità abbia una ricaduta economica, in termini pubblicitari, su cui poter far leva per stimolare un radicale cambio di rotta.  
Aventure: “Come viene, viene, e continuare comunque”
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Nelle rotte dell’Africa occidentale e del Mediterraneo centrale una parola viene usata da chi attraversa o tenta di farlo: “avventura“. È un termine che restituisce una mobilità esistenziale e sociale fatta di coraggio quotidiano, violenza strutturale, disuguaglianze radicali e solidarietà necessarie. Parla di sopravvivenza, desiderio di futuro e forza di spirito. Descrive donne e uomini che sfidano l’ingiunzione all’immobilità per provare, semplicemente, a vivere, per continuare a farlo con dignità, con forza. La parola, in questo Contro Dizionario del Confine, è stata redatta da Franck Yotedje, Vincenza Pellegrino e Luca Queirolo Palmas che l’hanno raccolta e ripensata insieme agli avventurieri.  Loro, ci regalano una poesia collettiva che hanno redatto insieme e che trova spazio nel The Routes Journal. Avventura Per me, l’avventura è la scuola della vita. È uscire dalla propria zona di comfort, aprire la porta all’ignoto, all’incertezza, al rischio, alla scoperta. Per me, l’avventura è un’esperienza che racconta i sentieri che ci si prepara a percorrere ancora prima di sapere dove conducono. È una destinazione sconosciuta, un futuro che si spera migliore, con tutte le difficoltà lungo il cammino, le cadute, le deviazioni, i colpi duri che ti spezzano e allo stesso tempo ti rendono più forte per continuare ad andare avanti. Per me, l’avventura è un evento inatteso, sorprendente, dal finale incerto, spesso rischioso. È la scoperta dell’ignoto, un impegno prezioso, una scommessa fatta con la speranza di costruire qualcosa di migliore. Per me, l’avventura è scoprire una vita nuova, è credere che, nonostante le prove, un giorno andrà meglio. L’avventura è partire senza una destinazione, lasciare la famiglia alle spalle, andare avanti, attraversare il deserto senza acqua, con la fame, il vento, il caldo e poi il Mar Mediterraneo. Camminare dicendosi nella testa: «come viene, viene» e continuare comunque. Perché l’avventura è reale. È vissuta. È una preistoria fatta di fatti veri. E questa storia, andrebbe insegnata, trasmessa, raccontata alle generazioni future. AVENTURE Migrante/immigrato è ormai una parola abusata nel linguaggio mainstream – sia quello accademico sia quello comune – ed è carica di controindicazioni: pietrifica una condizione, la rende eredità, attraverso un participio passato, o inchioda in un presente continuo che non lascia scampo al cambiamento, a risoggettivarsi sotto un’altra luce che non sia quella del movimento passato o del movimento perpetuo. Raramente abbiamo ascoltato la parola migrante/immigrato facendo ricerca fra coloro che provano ad attraversare il Mediterraneo centrale. I nostri interlocutori provenienti dall’Africa Occidentale e che abbiamo imparato a conoscere nelle loro peripezie fra Marocco, Algeria, Libia, Tunisia, ne privilegiano altre. Una fra tutte è avventura, e il modo soggettivo di definirsi è quindi quello di avventurieri. Con questo termine si allude a un campo di situazioni e significati che eccede il movimento in sé e mette in rilievo la dimensione del rischio, la sua assunzione volontaria, l’investimento personale, la gioia della scoperta e la trasformazione dello sguardo attraverso il viaggio e gli incontri, la costruzione di un sapere utile a destreggiarsi, l’aleatorietà e imprevedibilità delle situazioni. La parola aventure restituisce quindi, nei molti casi in cui viene citata, l’idea del movimento nello spazio come principale dinamica della mobilità esistenziale e sociale, principale concreto strumento di sottrazione all’inedia e allo sfruttamento, dimensione necessaria alla sopravvivenza ancor prima psichica e culturale che materiale per chi nasce e cresce in contesti dove la precarietà è tanta e il contesto aleatorio (in Africa come in tutto il mondo, verrebbe da dire). Ma in questo contesto la violenza è sempre dietro l’angolo (e maggiore è la necessità di nascondersi maggiore sarà la violenza derivante dalla non visibilità forzata), e diventa spesso violenza sessuale quando l’avventura è quella delle donne. Si tratta quindi di conservare tutta la portata semantica del termine avventura nel senso di «ingiunzione alla vita» (provare a vivere è un dovere), mettendo in secondo piano invece la dimensione romantica ed esotica che spesso viene evocata da questa parola, che in questo contesto non ha nulla della eccezionalità di eroismi individuali e si pone invece come epopea collettiva, come forza vitale dell’uomo e della donna comune davanti all’insufficiente e all’avverso. In tal senso altri sostantivi attraverso i quali le persone interdette al movimento identificano il proprio gruppo sociale (si veda Soldat) non sono (sol)tanto alternativi a quello di aventurier, quanto piuttosto integrati a esso, come due facce della stessa medaglia. Da un lato l’aventurier cerca di aprirsi una via di vita, cerca di darsi una vita altrimenti impossibile in contesti di origine fortissimamente disuguali, dall’altro il soldat è la figura di una base piramidale in cui il singolo aventurier vale poco o niente se non si unisce ad altri, non potrà sopravvivere se non ubbidisce, sa di avere poche speranze di riuscita. Se boza si riferisce all’atto di sfidare la frontiera, di tirare i dadi in una partita che si vince o si perde (si veda Boza), l’aventure inizia quando si lascia casa e ci si mette in una situazione di ricerca, senza una destinazione fissa, predeterminata. Il termine opera come un fattore distintivo che rimanda a due elementi: la dimensione generazionale, perché la popolazione degli aventurier è composta nella stragrande maggioranza da persone giovani dotate di una cospicua dotazione di capitale corporeo (forza fisica, resistenza, agilità, ecc.); e la classe sociale di appartenenza. Così da un lato troviamo gli aventurier (a volte anche designati come «quelli del deserto»), dall’altro gli studenti, quelli che si muovono con i visti e gli aerei. Una composizione sociale che ci permette di capire come le condizioni di mobility injustice configurino percorsi geografici e condizioni sociali di movimento radicalmente differenti già a partire dal paese di origine. Questa distinzione, se riafferma a volte un orgoglio subalterno, dall’altro offusca gli spazi di scambio e solidarietà che si danno in un contesto come quello tunisino in cui il razzismo di stato contro la popolazione black (si veda Black) non fa molti sconti in relazione ai documenti che si hanno in tasca. Sono tutti «oro nero» e in quanto tali vittime di deportazioni e tratta di stato verso la Libia (si veda Or noir). Capita allora che gli studenti e i loro spazi quotidiani divengano a volte un rifugio provvisorio per i loro fratelli più poveri, mettendo a disposizione abitazioni e relazioni. Gli stessi studenti quando prendono il mare divengono aventurier e bozayeur (si veda Boza). Aventure infine è riaffermare una sete di conoscenza e una forza dello spirito che spinge soggetti subalterni e razzializzati in una sfida continua al fine di cambiare la propria vita e quella delle proprie famiglie. Il termine, diffuso lungo tutte le rotte terrestri e marine nel Maghreb e in Africa subsahariana, è stato registrato dalla letteratura socio-antropologica più attenta sin dai primi anni 2000. ESEMPI DAL CAMPO Un viaggio ha una meta, l’avventura non ha destinazione. Cerchi solo una vita migliore, anche senza risorse ti metti in avventura. L’avventura è uno spirito, la capacità di far fronte all’ignoto. C’è il sogno, l’eldorado, per intraprendere il cammino, c’è la speranza che con la forza della volontà e la benedizione del cielo si arriverà in un luogo in cui i giorni saranno migliori. È uno stato dell’animo, più che un itinerario che si può descrivere. Prevede anche un pensiero da soldato, perché il cammino, si sa, è difficile. Come dice una canzone, «Io vado avanti con gli occhi chiusi» e un’altra ancora «La marcia indietro è rotta». Se sei aventurier non puoi che andare avanti. Intervista con il testimone numero 5 del rapporto State trafficking L’aventure è la stessa per le donne e per gli uomini. Ma alle donne viene chiesto di donare il corpo per ottenere qualche cosa. La donna ha più rischi dell’uomo quando decide di andare in avventura. Io stessa sono stata vittima di violenza sessuale. E se non sei sostenuta finanziariamente, la tua avventura è molto difficile. Dall’inizio della mia avventura non ho mai avuto sostegno, mi sono retta da sola, mi sono battuta da sola per arrivare sino in Tunisia. Per le donne è impossibile evitare la violenza sessuale, soprattutto nel deserto. E poi c’è la prostituzione, la donna si prostituisce per avere un po’ di denaro. La donna se non ha nessuno che la sostiene ha bisogno della prostituzione per avanzare nel cammino… Intervista con la testimone numero 2 del rapporto State trafficking  L’avventura? Il mio viaggio è stato… Andare verso nulla e senza niente e, quasi per magia, arrivare a una destinazione imprevista. Intervista con Kamto, una volta arrivato in Italia
Arnaqueur: la parola della promessa tradita
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu.  È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Arnaqueur è la prima parola. Quella che apre il Contro Dizionario.  L’ha redatta Enrico Fravega. L’ha ascoltata in Tunisia la prima volta, l’ha ritrovata nella pagina facebook di Marino Dubois, mama Africa, l’ha tessuta discutendo con le persone in movimento che ha incontrato negli Zitounes. Arnaqueur nomina una figura centrale e ambigua del viaggio: è chi regala la promessa di attraversare e al contempo tradisce la fiducia di chi parte. Non è solo un truffatore. È un nodo opaco delle reti informali che rendono possibile e al contempo rischiosa  la mobilità nel Mediterraneo Centrale.  La sua reputazione si costruisce sul tradimento di una promessa a cui non ha tenuto fede.  Le azioni dell’arnaqueur producono perdita economica per le persone in movimento e sono la traduzione di un mercato che, come tale, lascia spazio agli scambi, ma anche alla truffa. Come qualunque altro mercato.  Quando l’Arnaqueur viene identificato e denunciato, spesso tramite messaggi che passano sulle reti sociali come un tam tam, per lui è la fine. Esposto alla pubblica gogna, segnalato, isolato, paga il prezzo del suo inganno col corpo e con l’esclusione dalle reti sociali.  Questa voce  del Controdizionario mostra come il viaggio di chi cerca di arrivare in Europa non sia fatto solo di rotte e barche, di cammini, sentieri e strade percorse, ma di relazioni fragili, fiducia negoziata e violenze che passano anche attraverso le parole. ARNAQUEUR Utilizzato anche come sinonimo di voleur, escroc o fake-cokseur e derivato dal francese arnaquer («truffare»), questo termine, traducibile come «truffatore», identifica chi, attraverso il raggiro, trae un vantaggio economico dagli aventuriers che cercano di attraversare il Mediterraneo a partire dalle coste tunisine. Normalmente l’arnaque comporta la vendita di falsi passaggi per l’Europa, il mancato rimborso del denaro versato per il passaggio su tobà (si veda Tobà) non effettivamente partite, o la vendita di falsi visti che non va a buon fine. Può implicare anche il pagamento per beni che non sono poi resi disponibili (per esempio il mancato conferimento del motore fuoribordo o dei salvagenti). Molte delle piattaforme social che costituiscono l’infrastruttura informativa attraverso la quale bozayeurs (Si veda boza) e aventuriers organizzano la propria quotidianità e il proprio viaggio riportano dei veri e propri avis de recherche, corredati da tutte le informazioni necessarie a identificare l’arnaqueur, come nomi, cognomi, soprannomi, nazionalità, fotografie della persona e descrizione della truffa operata. La pubblicazione dell’avis de recherche si configura sia come una risorsa informativa per chi potrebbe trovarsi ad avere a che fare con il truffatore, sia come una forma di svalorizzazione del capitale sociale dell’arnaqueur. In questo senso l’avis de recherche si configura come una sorta di gogna social che permette l’identificazione dell’arnaqueur e, operando in modo non dissimile dal modo in cui funzionano le piattaforme di recensioni online (per esempio Tripadvisor, ma anche Google e lo stesso Facebook), rivela il ruolo cruciale della reputazione nelle reti informali attraverso cui prende forma il viaggio. Oltre alle sanzioni simboliche (biasimo e rifiuto sociale), qualora siano catturati, gli arnaqueurs possono essere soggetti a sanzioni negative economiche (multe) o fisiche. In altre parole, si applica loro il fakop (si veda Fakop). La figura dell’arnaqueur testimonia la densità e l’opacità delle relazioni che legano gli aventuriers alle reti degli intermediari che operano nello spazio stratificato delle migrazioni, e che si strutturano lungo linee reticolari legate all’amicizia, alla parentela, all’identità etnica o a relazioni di conoscenza maturate nel corso dei viaggi stessi. In questo quadro la rottura della relazione di fiducia attraverso la quale opera la truffa mostra l’importanza del legame sociale e delle forme di riconoscimento reciproco in tutte le interazioni e le negoziazioni che danno forma alla mobilità illegalizzata. ESEMPI DAL CAMPO TUNISIA…  Cocxeur disonesto  Nome: _viapi  Nazionalità: guineana  Era stato concordato che versassi il deposito il 10 seconda data il 20 ottobre… nessuna notizia nessuna risposta alle chiamate telefoniche arnaqueur. Mafia, come dice il tuo passeggero…  Post sulla pagina facebook marino dubois officiel
«La fortezza automatica. Se l’IA decide chi può varcare i confini»
Un lessico nuovo – fatto di droni, sensori, riconoscimento facciale e big data – ha preso piede nel racconto delle frontiere. E a questo si accompagna una promessa ricorrente, parlando di migrazioni: che la tecnologia risolverà tutto. Algoritmi, sensori e intelligenza artificiale sapranno finalmente distinguere chi ha diritto di passare e chi no, e così le «frontiere intelligenti» saranno più efficienti, più sicure, più giuste. Ma dietro questa illusione di neutralità si cela una verità molto meno rassicurante. Oggi l’ossessione per il controllo dei confini sta accelerando l’automazione delle politiche migratorie. Le nuove tecnologie – dal riconoscimento biometrico all’analisi predittiva dei dati – non si limitano più a supportare le decisioni umane, ma sempre più spesso le prendono al posto nostro. E lo fanno sulla base di logiche opache, escludenti, profondamente inique. La fortezza automatica di Fabio Chiusi, edito da Bollati Boringhieri, non racconta un progetto del futuro, ma un presente che è già realtà. Sviluppata in tutto l’Occidente, l’automazione delle politiche migratorie affonda le radici in un immaginario securitario e discriminatorio. L’autore ne ricostruisce le premesse ideologiche e storiche, passando dal presente delle deportazioni di massa statunitensi basate sull’IA e guardando ai progetti di ricerca europei che prefigurano un futuro ancora più automatizzato, in cui le frontiere diventano laboratori di sperimentazione tecnologica: spazi eccezionali dove il diritto viene sospeso e l’efficienza sostituisce la giustizia. Contro l’ideologia tecnocratica che vorrebbe affidare la mobilità umana a dispositivi tecnologici avanzati, questo libro somma analisi storica, critica ideologica e inchiesta giornalistica, e smonta una narrazione pericolosa, mostrando come l’innovazione, quando è al servizio della disuguaglianza, non libera ma incatena. Sfoglia l’indice e le prime pagine L’AUTORE Fabio Chiusi è un giornalista, ricercatore e professore aggiunto che si occupa delle conseguenze sociali delle nuove tecnologie, dell’automazione e dell’intelligenza artificiale. Lavora per la no profit AlgorithmWatch, con sede a Berlino, per la quale, dopo avere diretto i progetti «Automating Society 2020» e «Tracing The Tracers», coordina il progetto «Automation on the Move», su IA e migrazioni. Ha scritto di politiche e cultura tecnologica per svariate testate nazionali e internazionali, e tiene dei corsi su intelligenza artificiale e giornalismo all’Università di San Marino e all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Ha pubblicato diversi saggi su media, democrazia e tecnologie digitali, tra cui Nessun segreto. Guida minima a WikiLeaks, l’organizzazione che ha cambiato per sempre il rapporto tra Internet, informazione e potere (2010), Critica della democrazia digitale. La politica 2.0 alla prova dei fatti (2014), Io non sono qui. Black Mirror. Visioni e inquietudini da un futuro presente (2018). Con Bollati Boringhieri ha pubblicato L’uomo che vuole risolvere il futuro. Critica ideologica di Elon Musk (2023).
«Libertà di movimento»
Ogni anno migliaia di persone muoiono nel Mediterraneo, nell’oceano Atlantico, nel deserto, nel tentativo di emigrare verso l’Europa. E chi non muore troppo spesso incontra sofferenze e violenze. Tutto ciò è evitabile. Come? Riconoscendo il fallimento generale della politica migratoria europea. Ammettendo il tracollo etico e culturale delle nostre società. E introducendo una discontinuità radicale, che richiede di affrontare il tema della libertà di movimento e circolazione delle persone. Il testo si presenta come un’assemblea, con cinque interviste che dialogano tra loro, i cui protagonisti sono Nawal Soufi, Soumaila Diawara, Nancy Porsia, Yasmine Accardo e Gianluca Vitale. La prefazione di Jason W. Moore, noto storico dell’ambiente di fama internazionale, completa un volume di urgente importanza. * La scheda del libro
Parole in movimento: un vocabolario per capire le frontiere e chi le attraversa
Controdizionario del confine. Parole alla deriva del Mediterraneo centrale (Tamu Edizioni, Novembre 2025) 1 raccoglie 42 parole dalla A alla Zeta, derivate dalle lingue coloniali e dall’arabo e innovate, manipolate, ibridate nel contesto dell’esperienza delle persone provenienti dall’Africa subsahariana o originarie della Tunisia verso l’Europa. Notizie/Arti e cultura «CONTRODIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE» Equipaggio della Tanimar, a cura di Filippo Torre (Tamu Edizioni, Novembre 2025) 21 Novembre 2025 L’Equipaggio della Tanimar 2, l’autore collettivo che prende il nome dalla barca a vela su cui hanno viaggiato nel cuore del Mediterraneo le ricercatrici e i ricercatori delle Università di Genova e Parma, ha raccolto queste parole da incontri, canzoni, diari di campo, testimonianze o post sui social network e le ha selezionate attraverso l’interlocuzione diretta con le persone in transito, in particolare, sul confine italo-tunisino. Parole di mare e di terra, fuori dalla storia ufficiale, recuperate e restituite in queste pagine con l’intento di esplorarne l’etimologia e il significato, ma soprattutto l’uso sociale e il potenziale sovversivo: parole di una lingua viva, in costante mutamento e movimento, parlata da chi, nel limbo determinato dalle politiche securitarie della fortezza Europa, si trova a muoversi sulla soglia tra il visibile e l’invisibile, subendo, resistendo e sfidando il razzismo, la violenza e l’emarginazione che da esse derivano, sia a livello istituzionale che sociale. Un contro-dizionario per una contro-narrazione in cui ogni parola è accompagnata da una o più testimonianze: esempi di campo che permettono di comprendere il loro significato o ri-significato pratico e profondo nella vita quotidiana delle persone in movimento. Una contro-narrazione dell’esperienza migratoria che, smarcandola dalla rappresentazione e narrazione dominante di massa indistinta di vittime o criminali, riesce a restituire la dimensione individuale, il protagonismo e la prospettiva di chi la vive, a partire dalle auto-definizioni di: adventurier, soldats, harraga, bozayeurz. PH: Roberta Derosas In questo contro-dizionario, che si fa innanzitutto luogo in cui si attraversano spazi geografici, marini e terrestri, spazi relazionali e sociali, spazi di auto-organizzazione, emarginazione o costrizione, si incontrano termini come: boutille (la parola “segreta” per indicare l’imbarcazione del viaggio in partenza), skadra (che indica la motovedetta militare tunisina che pattuglia le coste e riporta indietro), zitounes (che indica tutti i territori fatti di ripari di fortuna in cui vivono ammassate le persone in movimento) o centro (parola generica con cui vengono indicate tutte le tipologie di centro in cui si può finire una volta attraversato il Canale di Sicilia). Tra le pagine di Controdizionario di Confine trovano luogo anche le parole degli spazi virtuali, dei post di promozione dei viaggi, di “recensioni” su intermediari (cokseur), avvertenze su truffatori (arnaqueur) e le parole utilizzate da pescatori, abitanti, soccorritori. In un gioco di specchi, c’è spazio anche per un’espressione come or noir, oro nero: il termine con cui le persone in transito sanno di essere chiamate dai trafficanti e dagli sfruttatori autoctoni che traggono profitto dal traffico o dallo sfruttamento dei loro corpi. In questo archivio di parole di un Mediterraneo alla deriva, in cui si trovano parole segrete, alternative, armate, sacre, di solidarietà, speranza, resistenza, rabbia, sfida e rassegnazione non ci sono parole neutre perchè nella violenza e contraddizioni del confine marittimo che tradisce la sua stessa etimologia di “fine comune”, anche la parola “meteo” si carica di un significato di presagio, di opportunità o minaccia e di manifestazione della volontà divina. Mentre, il termine che, in assoluto, primeggia e ricorre come riferimento di tante altre parole è Boza, la parola della riuscita, del grido di vittoria sulla frontiera. Un contro-dizionario frutto di tanti viaggi che dovrebbe, a sua volta, viaggiare non solo tra gli esperti di migrazioni ma nelle scuole e tra i pubblici più vari, affinché nella narrazione dominante trovi spazio una rappresentazione dell’esperienza migratoria nella sua complessità che, travalicando vittimizzazione e criminalizzazione riesce a rendere conto non solo dell’ingiustizia prodotta dalle politiche europee e dagli accordi tra l’Unione europea e i Paesi del Nord Africa, ma anche della consapevolezza, della capacità di resistenza, di difesa, di auto-organizzazione collettiva e di autodeterminazione delle persone in movimento. L’avvertenza per fare buon uso e comprendere il senso profondo del lavoro che ha portato a questo prezioso dizionario si trova nella prefazione di Georges Kpuangang: “Chi legge è invitato a entrare in queste pagine con attenzione e rispetto. Non si tratta solo di parole: si tratta di vite che continuano a parlare anche quando il mondo sembra non volerle ascoltare”. PH: Roberta Derosas 1. A cura di Filippo Torre; Prefazione di Georges Kouagang. Consulta la scheda del volume ↩︎ 2. L’Equipaggio della Tanimar è composto da un gruppo di ricercatrici e ricercatori delle Università di Genova e di Parma che studia le forme di mobilità e l’abitare migrante nel regime di frontiera mediterraneo. Formato da sociologi, antropologi e giuristi, si occupa di migrazioni, immaginari e confini usando metodi etnografici, visuali e partecipativi. Dopo anni di ricerca sul confine mediterraneo, nel 2022 l’equipaggio ha navigato tra Pantelleria, Malta e le Isole Pelagie, esperienza da cui è nato il libro Crocevia mediterraneo (Elèuthera, 2023). Un secondo viaggio etnografico ha interessato, nel 2023, l’area dei porti tunisini di Kerkennah, Sfax, Mahdia e Monastir e un terzo, nel 2025, le isole dell’Egeo, tra Grecia e Turchia. Nel settembre 2025 l’equipaggio ha partecipato all’iniziativa politica f.Lotta, un’occupazione massiccia del Mediterraneo. ↩︎
«Auto-etnografia dell’accoglienza»
Nel 2011 le Primavere Arabe attraversarono il Nord Africa e il Medio Oriente e migliaia di persone raggiunsero l’Europa. Per gestire quegli arrivi, l’Italia dichiarò l’“Emergenza Nord Africa”, dando avvio a un sistema di accoglienza straordinaria. È in questo contesto che Davide Biffi inizia il suo percorso di operatore e ricercatore all’interno di un Centro di Accoglienza Straordinaria (CAS), strutture nate proprio in quegli anni per accogliere i richiedenti asilo. Il libro, pubblicato da Edizioni Junior, racconta il lavoro nei servizi per richiedenti asilo e rifugiati da una prospettiva interna, restituendo la traduzione quotidiana delle politiche migratorie nei luoghi dell’accoglienza. L’autore spiega di aver descritto il suo lavoro nei servizi dedicati a richiedenti asilo e rifugiati «da una prospettiva emica, mostrando la concretizzazione quotidiana delle politiche, caratterizzate da controllo, esclusione, abbandono, discrezionalità da una parte, ma anche creatività, professionalità, militanza e cura, dall’altra». Ne emerge un sistema che produce esiti alterni e contraddittori: «Ho descritto – scrive Biffi – un sistema che favorisce a intermittenza l’inclusione, il sostegno, la marginalizzazione e l’abbandono delle persone al proprio destino, in un continuo movimento oscillatorio tra questi poli». Dalla presa in carico delle persone definite “vulnerabili” alla costruzione delle biografie presentate in Commissione Territoriale, dalle relazioni burocratiche con le istituzioni alle loro assenze di fronte ai bisogni primari, il volume affronta i nodi centrali del lavoro nei servizi: «Ho incontrato, affrontato e selezionato per la scrittura vari temi: la presa in carico delle persone definite “vulnerabili”; i processi di co-costruzione delle biografie dei richiedenti asilo presentate all’audizione in Commissione Territoriale; la costruzione di relazioni burocratiche istituzionali; le assenze istituzionali di fronte ai bisogni primari di esseri umani con o senza fragilità». Queste spesso si producono e si aggravano proprio nei contesti dell’accoglienza: «Fragilità personali che si creano qui, nella presunta società d’accoglienza, che si esasperano sino a diventare patologie difficilmente reversibili». L’analisi si fonda su un lavoro etnografico costruito “dal di dentro”, in dialogo con diversi ambiti dell’antropologia. «Ogni tema è stato esplorato a partire dall’etnografia dei campi di lavoro attraversati, in dialogo con l’antropologia medica, l’etnopsichiatria, l’antropologia politica. Il risultato è un’etnografia delle migrazioni e dello Stato, intrecciata costantemente alla riflessione sulle questioni politiche ed etiche sul ruolo pubblico dell’antropologia e degli antropologi», precisa Biffi. Un’etnografia che diventa inevitabilmente anche auto-etnografia: «Un’etnografia dello Stato costruita là dove le cose accadono, in una di quelle migliaia di situazioni dove lo Stato si concretizza in carne e ossa, in uffici, persone, scelte. Un’etnografia che diventa necessariamente auto-etnografia». Uno degli interrogativi centrali che attraversano il libro riguarda il destino della sofferenza sociale prodotta dal sistema: «Uno degli obiettivi che mi sono sempre posto è quello di seguire – e capire – dove finisce, che ne è, della sofferenza sociale così prodotta in un tale sistema». Il volume si rivolge in primo luogo a chi lavora nei servizi, ma non solo: «Il dialogo impostato attraverso il volume si rivolge alle operatrici e agli operatori dei servizi pubblici e privati che si relazionano con richiedenti asilo e rifugiati, ma anche a un pubblico più vasto: cittadini e cittadine, solidali, politici, collettivi, associazioni, enti». Il libro invita infine a immaginare alternative possibili: «Gli echi basagliani – conclude l’autore – spronano lavoratori del settore e organismi decisionali a pensare a un nuovo modello di accoglienza e accompagnamento: ripensare il sistema basato su campi e progetti, immaginare nuove soluzioni, progettare un welfare davvero inclusivo. Si può fare». L’AUTORE Davide Biffi, educatore dal 2006, lavora dal 2011 nel settore delle migrazioni forzate. Ha ricoperto differenti ruoli in più realtà del terzo settore tra le province di Milano, Monza e Lecco. Nel 2021 ha terminato un Dottorato in Antropologia Culturale e Sociale presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca con un’etnografia sulla sua esperienza di ricercatore-operatore. Attualmente coordina un progetto SAI.
“Il libro che non C.I.E.” di Sunjay Gookooluk
Ventisei anni da “clandestino” nel nostro paese. È la storia di Sunjay Gookooluk, cittadino mauriziano arrivato nel nostro Paese e rimasto intrappolato in un’esistenza segnata dalla precarietà: la strada, il lavoro irregolare, il carcere. Un percorso di vita che, anziché spegnerlo, lo ha spinto a trasformare la scrittura in uno strumento di resistenza. Gookooluk ha cominciato a scrivere a Rebibbia, dove ha partecipato a concorsi letterari e conseguito due titoli di studio: un diploma di ragioneria e uno da artigiano mosaicista. Ma la parte più importante della sua produzione nasce nel luogo più inospitale e invisibile del sistema italiano: il Centro di Permanenza per il Rimpatrio di Ponte Galeria, a Roma, dove è stato recluso due volte. Nel CPR – l’ex CIE, simbolo di una detenzione che non è penale ma amministrativa, e che proprio per questo sfugge alla tutela giudiziaria ordinaria – Gookooluk ha scritto di nascosto. Fogli, quaderni, penne: tutto doveva essere celato agli occhi degli operatori e delle forze dell’ordine. Ne è nato un diario che racconta dall’interno ciò che raramente arriva al grande pubblico: le condizioni di vita, le umiliazioni quotidiane, il senso di sospensione e di abbandono che caratterizza questi luoghi. Quel materiale, dopo anni di lavoro editoriale, diventa finalmente un libro: “Il libro che non C.I.E. – Racconto dall’inferno di un centro di detenzione amministrativa italiano”, in uscita per la casa editrice Sensibili alle Foglie. Le curatrici e i curatori del volume sottolineano la lunga e complessa gestazione dell’opera, che ha richiesto tempo e attenzione per rispettare la forza e la vulnerabilità di una testimonianza unica nel panorama italiano. Ora, con il progetto editoriale ultimato, la pubblicazione necessita di un sostegno economico: parte una raccolta fondi per coprire le spese e permettere al libro di vedere la luce. “Ora abbiamo bisogno di un aiuto economico per coprire i costi di pubblicazione. Aiutaci a sostenere le spese!”, è l’appello che accompagna la richiesta. L’opera di Sunjay Gookooluk rappresenta una delle rare testimonianze letterarie prodotte all’interno di un CPR: dare voce a chi temporaneamente ne rimane imprigionato significa contribuire a un dibattito pubblico più consapevole sulla detenzione amministrativa in Italia. E questa pubblicazione può diventare un’occasione non solo per ascoltare una storia, ma per continuare a fare pressione per la chiusura di tutti i centri detentivi.