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«Libertà di movimento»
Ogni anno migliaia di persone muoiono nel Mediterraneo, nell’oceano Atlantico, nel deserto, nel tentativo di emigrare verso l’Europa. E chi non muore troppo spesso incontra sofferenze e violenze. Tutto ciò è evitabile. Come? Riconoscendo il fallimento generale della politica migratoria europea. Ammettendo il tracollo etico e culturale delle nostre società. E introducendo una discontinuità radicale, che richiede di affrontare il tema della libertà di movimento e circolazione delle persone. Il testo si presenta come un’assemblea, con cinque interviste che dialogano tra loro, i cui protagonisti sono Nawal Soufi, Soumaila Diawara, Nancy Porsia, Yasmine Accardo e Gianluca Vitale. La prefazione di Jason W. Moore, noto storico dell’ambiente di fama internazionale, completa un volume di urgente importanza. * La scheda del libro
Parole in movimento: un vocabolario per capire le frontiere e chi le attraversa
Controdizionario del confine. Parole alla deriva del Mediterraneo centrale (Tamu Edizioni, Novembre 2025) 1 raccoglie 42 parole dalla A alla Zeta, derivate dalle lingue coloniali e dall’arabo e innovate, manipolate, ibridate nel contesto dell’esperienza delle persone provenienti dall’Africa subsahariana o originarie della Tunisia verso l’Europa. Notizie/Arti e cultura «CONTRODIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE» Equipaggio della Tanimar, a cura di Filippo Torre (Tamu Edizioni, Novembre 2025) 21 Novembre 2025 L’Equipaggio della Tanimar 2, l’autore collettivo che prende il nome dalla barca a vela su cui hanno viaggiato nel cuore del Mediterraneo le ricercatrici e i ricercatori delle Università di Genova e Parma, ha raccolto queste parole da incontri, canzoni, diari di campo, testimonianze o post sui social network e le ha selezionate attraverso l’interlocuzione diretta con le persone in transito, in particolare, sul confine italo-tunisino. Parole di mare e di terra, fuori dalla storia ufficiale, recuperate e restituite in queste pagine con l’intento di esplorarne l’etimologia e il significato, ma soprattutto l’uso sociale e il potenziale sovversivo: parole di una lingua viva, in costante mutamento e movimento, parlata da chi, nel limbo determinato dalle politiche securitarie della fortezza Europa, si trova a muoversi sulla soglia tra il visibile e l’invisibile, subendo, resistendo e sfidando il razzismo, la violenza e l’emarginazione che da esse derivano, sia a livello istituzionale che sociale. Un contro-dizionario per una contro-narrazione in cui ogni parola è accompagnata da una o più testimonianze: esempi di campo che permettono di comprendere il loro significato o ri-significato pratico e profondo nella vita quotidiana delle persone in movimento. Una contro-narrazione dell’esperienza migratoria che, smarcandola dalla rappresentazione e narrazione dominante di massa indistinta di vittime o criminali, riesce a restituire la dimensione individuale, il protagonismo e la prospettiva di chi la vive, a partire dalle auto-definizioni di: adventurier, soldats, harraga, bozayeurz. PH: Roberta Derosas In questo contro-dizionario, che si fa innanzitutto luogo in cui si attraversano spazi geografici, marini e terrestri, spazi relazionali e sociali, spazi di auto-organizzazione, emarginazione o costrizione, si incontrano termini come: boutille (la parola “segreta” per indicare l’imbarcazione del viaggio in partenza), skadra (che indica la motovedetta militare tunisina che pattuglia le coste e riporta indietro), zitounes (che indica tutti i territori fatti di ripari di fortuna in cui vivono ammassate le persone in movimento) o centro (parola generica con cui vengono indicate tutte le tipologie di centro in cui si può finire una volta attraversato il Canale di Sicilia). Tra le pagine di Controdizionario di Confine trovano luogo anche le parole degli spazi virtuali, dei post di promozione dei viaggi, di “recensioni” su intermediari (cokseur), avvertenze su truffatori (arnaqueur) e le parole utilizzate da pescatori, abitanti, soccorritori. In un gioco di specchi, c’è spazio anche per un’espressione come or noir, oro nero: il termine con cui le persone in transito sanno di essere chiamate dai trafficanti e dagli sfruttatori autoctoni che traggono profitto dal traffico o dallo sfruttamento dei loro corpi. In questo archivio di parole di un Mediterraneo alla deriva, in cui si trovano parole segrete, alternative, armate, sacre, di solidarietà, speranza, resistenza, rabbia, sfida e rassegnazione non ci sono parole neutre perchè nella violenza e contraddizioni del confine marittimo che tradisce la sua stessa etimologia di “fine comune”, anche la parola “meteo” si carica di un significato di presagio, di opportunità o minaccia e di manifestazione della volontà divina. Mentre, il termine che, in assoluto, primeggia e ricorre come riferimento di tante altre parole è Boza, la parola della riuscita, del grido di vittoria sulla frontiera. Un contro-dizionario frutto di tanti viaggi che dovrebbe, a sua volta, viaggiare non solo tra gli esperti di migrazioni ma nelle scuole e tra i pubblici più vari, affinché nella narrazione dominante trovi spazio una rappresentazione dell’esperienza migratoria nella sua complessità che, travalicando vittimizzazione e criminalizzazione riesce a rendere conto non solo dell’ingiustizia prodotta dalle politiche europee e dagli accordi tra l’Unione europea e i Paesi del Nord Africa, ma anche della consapevolezza, della capacità di resistenza, di difesa, di auto-organizzazione collettiva e di autodeterminazione delle persone in movimento. L’avvertenza per fare buon uso e comprendere il senso profondo del lavoro che ha portato a questo prezioso dizionario si trova nella prefazione di Georges Kpuangang: “Chi legge è invitato a entrare in queste pagine con attenzione e rispetto. Non si tratta solo di parole: si tratta di vite che continuano a parlare anche quando il mondo sembra non volerle ascoltare”. PH: Roberta Derosas 1. A cura di Filippo Torre; Prefazione di Georges Kouagang. Consulta la scheda del volume ↩︎ 2. L’Equipaggio della Tanimar è composto da un gruppo di ricercatrici e ricercatori delle Università di Genova e di Parma che studia le forme di mobilità e l’abitare migrante nel regime di frontiera mediterraneo. Formato da sociologi, antropologi e giuristi, si occupa di migrazioni, immaginari e confini usando metodi etnografici, visuali e partecipativi. Dopo anni di ricerca sul confine mediterraneo, nel 2022 l’equipaggio ha navigato tra Pantelleria, Malta e le Isole Pelagie, esperienza da cui è nato il libro Crocevia mediterraneo (Elèuthera, 2023). Un secondo viaggio etnografico ha interessato, nel 2023, l’area dei porti tunisini di Kerkennah, Sfax, Mahdia e Monastir e un terzo, nel 2025, le isole dell’Egeo, tra Grecia e Turchia. Nel settembre 2025 l’equipaggio ha partecipato all’iniziativa politica f.Lotta, un’occupazione massiccia del Mediterraneo. ↩︎
«Auto-etnografia dell’accoglienza»
Nel 2011 le Primavere Arabe attraversarono il Nord Africa e il Medio Oriente e migliaia di persone raggiunsero l’Europa. Per gestire quegli arrivi, l’Italia dichiarò l’“Emergenza Nord Africa”, dando avvio a un sistema di accoglienza straordinaria. È in questo contesto che Davide Biffi inizia il suo percorso di operatore e ricercatore all’interno di un Centro di Accoglienza Straordinaria (CAS), strutture nate proprio in quegli anni per accogliere i richiedenti asilo. Il libro, pubblicato da Edizioni Junior, racconta il lavoro nei servizi per richiedenti asilo e rifugiati da una prospettiva interna, restituendo la traduzione quotidiana delle politiche migratorie nei luoghi dell’accoglienza. L’autore spiega di aver descritto il suo lavoro nei servizi dedicati a richiedenti asilo e rifugiati «da una prospettiva emica, mostrando la concretizzazione quotidiana delle politiche, caratterizzate da controllo, esclusione, abbandono, discrezionalità da una parte, ma anche creatività, professionalità, militanza e cura, dall’altra». Ne emerge un sistema che produce esiti alterni e contraddittori: «Ho descritto – scrive Biffi – un sistema che favorisce a intermittenza l’inclusione, il sostegno, la marginalizzazione e l’abbandono delle persone al proprio destino, in un continuo movimento oscillatorio tra questi poli». Dalla presa in carico delle persone definite “vulnerabili” alla costruzione delle biografie presentate in Commissione Territoriale, dalle relazioni burocratiche con le istituzioni alle loro assenze di fronte ai bisogni primari, il volume affronta i nodi centrali del lavoro nei servizi: «Ho incontrato, affrontato e selezionato per la scrittura vari temi: la presa in carico delle persone definite “vulnerabili”; i processi di co-costruzione delle biografie dei richiedenti asilo presentate all’audizione in Commissione Territoriale; la costruzione di relazioni burocratiche istituzionali; le assenze istituzionali di fronte ai bisogni primari di esseri umani con o senza fragilità». Queste spesso si producono e si aggravano proprio nei contesti dell’accoglienza: «Fragilità personali che si creano qui, nella presunta società d’accoglienza, che si esasperano sino a diventare patologie difficilmente reversibili». L’analisi si fonda su un lavoro etnografico costruito “dal di dentro”, in dialogo con diversi ambiti dell’antropologia. «Ogni tema è stato esplorato a partire dall’etnografia dei campi di lavoro attraversati, in dialogo con l’antropologia medica, l’etnopsichiatria, l’antropologia politica. Il risultato è un’etnografia delle migrazioni e dello Stato, intrecciata costantemente alla riflessione sulle questioni politiche ed etiche sul ruolo pubblico dell’antropologia e degli antropologi», precisa Biffi. Un’etnografia che diventa inevitabilmente anche auto-etnografia: «Un’etnografia dello Stato costruita là dove le cose accadono, in una di quelle migliaia di situazioni dove lo Stato si concretizza in carne e ossa, in uffici, persone, scelte. Un’etnografia che diventa necessariamente auto-etnografia». Uno degli interrogativi centrali che attraversano il libro riguarda il destino della sofferenza sociale prodotta dal sistema: «Uno degli obiettivi che mi sono sempre posto è quello di seguire – e capire – dove finisce, che ne è, della sofferenza sociale così prodotta in un tale sistema». Il volume si rivolge in primo luogo a chi lavora nei servizi, ma non solo: «Il dialogo impostato attraverso il volume si rivolge alle operatrici e agli operatori dei servizi pubblici e privati che si relazionano con richiedenti asilo e rifugiati, ma anche a un pubblico più vasto: cittadini e cittadine, solidali, politici, collettivi, associazioni, enti». Il libro invita infine a immaginare alternative possibili: «Gli echi basagliani – conclude l’autore – spronano lavoratori del settore e organismi decisionali a pensare a un nuovo modello di accoglienza e accompagnamento: ripensare il sistema basato su campi e progetti, immaginare nuove soluzioni, progettare un welfare davvero inclusivo. Si può fare». L’AUTORE Davide Biffi, educatore dal 2006, lavora dal 2011 nel settore delle migrazioni forzate. Ha ricoperto differenti ruoli in più realtà del terzo settore tra le province di Milano, Monza e Lecco. Nel 2021 ha terminato un Dottorato in Antropologia Culturale e Sociale presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca con un’etnografia sulla sua esperienza di ricercatore-operatore. Attualmente coordina un progetto SAI.
“Il libro che non C.I.E.” di Sunjay Gookooluk
Ventisei anni da “clandestino” nel nostro paese. È la storia di Sunjay Gookooluk, cittadino mauriziano arrivato nel nostro Paese e rimasto intrappolato in un’esistenza segnata dalla precarietà: la strada, il lavoro irregolare, il carcere. Un percorso di vita che, anziché spegnerlo, lo ha spinto a trasformare la scrittura in uno strumento di resistenza. Gookooluk ha cominciato a scrivere a Rebibbia, dove ha partecipato a concorsi letterari e conseguito due titoli di studio: un diploma di ragioneria e uno da artigiano mosaicista. Ma la parte più importante della sua produzione nasce nel luogo più inospitale e invisibile del sistema italiano: il Centro di Permanenza per il Rimpatrio di Ponte Galeria, a Roma, dove è stato recluso due volte. Nel CPR – l’ex CIE, simbolo di una detenzione che non è penale ma amministrativa, e che proprio per questo sfugge alla tutela giudiziaria ordinaria – Gookooluk ha scritto di nascosto. Fogli, quaderni, penne: tutto doveva essere celato agli occhi degli operatori e delle forze dell’ordine. Ne è nato un diario che racconta dall’interno ciò che raramente arriva al grande pubblico: le condizioni di vita, le umiliazioni quotidiane, il senso di sospensione e di abbandono che caratterizza questi luoghi. Quel materiale, dopo anni di lavoro editoriale, diventa finalmente un libro: “Il libro che non C.I.E. – Racconto dall’inferno di un centro di detenzione amministrativa italiano”, in uscita per la casa editrice Sensibili alle Foglie. Le curatrici e i curatori del volume sottolineano la lunga e complessa gestazione dell’opera, che ha richiesto tempo e attenzione per rispettare la forza e la vulnerabilità di una testimonianza unica nel panorama italiano. Ora, con il progetto editoriale ultimato, la pubblicazione necessita di un sostegno economico: parte una raccolta fondi per coprire le spese e permettere al libro di vedere la luce. “Ora abbiamo bisogno di un aiuto economico per coprire i costi di pubblicazione. Aiutaci a sostenere le spese!”, è l’appello che accompagna la richiesta. L’opera di Sunjay Gookooluk rappresenta una delle rare testimonianze letterarie prodotte all’interno di un CPR: dare voce a chi temporaneamente ne rimane imprigionato significa contribuire a un dibattito pubblico più consapevole sulla detenzione amministrativa in Italia. E questa pubblicazione può diventare un’occasione non solo per ascoltare una storia, ma per continuare a fare pressione per la chiusura di tutti i centri detentivi.
Controdizionario del confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo centrale
Prefazione di Georges Kouagang Navigando in mare aperto bisogna sempre avere con sé strumenti per non andare alla deriva. Nell’oceano delle migrazioni contemporanee, solcato da fratture di classe, genere e provenienza, che come linee su una cartina tracciano confini tra chi può spostarsi comodamente e chi rischia la vita per sfidare frontiere militarizzate, anche le parole sono una scialuppa di salvataggio. L’Europa ha chiuso da anni i propri confini meridionali trasformando il Mediterraneo in un posto di frontiera, appaltandone il controllo a polizie nazionali e transnazionali o delegando colonialmente questa violenza strutturale ai governi autoritari di alcuni paesi di transito. Le persone la cui libertà di movimento è stata limitata hanno elaborato, ibridando lingue diverse o risignificando termini esistenti, un linguaggio non neutro – opposto alle retoriche occidentali criminalizzanti ed escludenti – frutto di scelte intrise di bisogni materiali, che restituisce il punto di vista di chi si sposta e il modo in cui il viaggio è vissuto, raccontato e nominato. Parole con cui chiamare alleati, luoghi e mezzi ma anche scovare nemici, pericoli e contraddizioni, descrivere forme di solidarietà e atti di violenza. Strumenti per conoscersi e riconoscersi tentando di rompere il confine. Il Controdizionario che le raccoglie è una bussola imprescindibile per chiunque voglia orientarsi nel mare delle migrazioni, intersecare le rotte e navigare insieme. * La scheda dl libro L’Equipaggio della Tanimar è composto da un gruppo di ricercatrici e ricercatori delle Università di Genova e di Parma che studia le forme di mobilità e l’abitare migrante nel regime di frontiera mediterraneo. Formato da sociologi, antropologi e giuristi, si occupa di migrazioni, immaginari e confini usando metodi etnografici, visuali e partecipativi. Dopo anni di ricerca sul confine mediterraneo, nel 2022 l’equipaggio ha navigato tra Pantelleria, Malta e le Isole Pelagie, esperienza da cui è nato il libro Crocevia mediterraneo (Elèuthera, 2023). Un secondo viaggio etnografico ha interessato, nel 2023, l’area dei porti tunisini di Kerkennah, Sfax, Mahdia e Monastir e un terzo, nel 2025, le isole dell’Egeo, tra Grecia e Turchia. Nel settembre 2025 l’equipaggio ha partecipato all’iniziativa politica f.Lotta, un’occupazione massiccia del Mediterraneo.
Nomi criptati dal concetto di razza. Tipologie e caratteristiche
Con chiarezza d’intenti e cura documentaristica, Oiza Q. Obasuyi 1, studiosa di diritti umani e dottoranda di ricerca all’università di Bologna, ne Lo sfruttamento della razza. Le nuove gerarchie della segregazione, edizione Derive Approdi 2025, incrocia i corpi il cui colore della pelle non è l’elemento centrale della distinzione, bensì qualcosa di più ampio, un campo di possibilità illimitato. Una realtà incarnata da Soumaila Sacko, Moussa Balde 2, Satnam Singh, Saman Abass, testimoni di una maggioranza di corpi – tra etnia, nazionalità, cultura e religioni – che il capitalismo – costituzionalizzando i principi di qualunque politica economica – nella sua indissolubile unione con colonialismo e razzismo cripta nel concetto di razza. Nell’analisi dei suoi contenuti, la crisi dei rifugiati, a cui l’immigrato partecipa, concorrendo a creare “spostamenti funzionali nei campi discorsivi 3“, rafforza il razzismo, già innato nella vita italiana 4. Declinati, dunque, i flussi migratori in una gestione emergenziale, il migrante internazionale – citando Fanon – forgia il soggetto occidentale moderno ponendosi come sintesi passiva su cui si edificano tutte le sintesi attive. A sorreggere quest’impianto, nei rilevamenti svolti dall’autrice, un moltiplicarsi di frontiere, esterne ed interne – né naturali né eterne – che realizzano un ‘doppio regime giuridico’, come un cortocircuito interno alla democrazia, che, approfonditamente, si svolge con, attraverso e contro l’umanità. Un compito di traduzione, quello dei diritti, nel ‘terzo spazio’ dell’Unione Europea – spazio di laboratorio – che, all’indomani della condanna dell’omicidio razzista di George Floyd, accoglieva la migrazione dall’Ucraina e, in contemporanea, discriminava alla frontiera cittadini e cittadine afro-asiatici lì residenti smascherandone le deformità morali (p.33). Corpi, in effetti, su cui regna sovrano il punto di vista coloniale e su cui si annida un continuum di intrecci di poteri: schedati come non controllabili malgrado il regime classista dei visti e la marketizzazione della cittadinanza (p. 48); catalogati come un flusso anonimo a dispetto della multi causalità e multi direzionalità delle migrazioni; classificati senza spessore umano allorquando si esternalizzano le frontiere; si rinnova il memorandum con la Libia e i suoi lager; si finanziano i pick up bianchi Nissan Navara 4 e, con essi, gli stupri da parte della autorità tunisine a cui l’Unione Europea eroga denaro. Azioni, per cui cala il numero dei migranti ed aumentano i crimini contro l’umanità (p. 21). Vite, dunque, costituite, in partenza, nei ‘singoli modi, atti e processi’ 5 come possibilità di vita: fluide (per la maggioranza) e inchiavistellate (per la minoranza). In un’ottica di giustizia – privata – volta alla difesa della popolazione bianca (p.86), sanatorie; la Turco Napolitano; la Bossi Fini; i click day “una vera e propria lotteria”; il ricorso alla detenzione non solo ai fini dell’espulsione ma anche dell’accoglienza (p. 17) 6 si sono prestati ad individuare caratteristiche insidiose e ad ordinare classi e soggetti socialmente pericolosi nell’orizzonte totalizzante della Crimmigration (criminilitation of immigration). Parimenti, in nome del securitarismo, il business della permanenza (p. 90) voluto dai decreti sicurezza prima e da quello Cutro poi – ha portato le Prefetture a gare d’appalto per un costo pari a 56 milioni di euro per la gestione da parte dei privati dei CPR presenti sul territorio, a fronte di un residuo 10% di trattenuti effettivamente rimpatriati nel 2023. Una permanenza che, estendendosi alle questure e alle loro illegittime prassi e richieste, ha prodotto interminabili file di attesa, quasi a riabilitare una strategia di logoramento, capace di stremare i nemici 7. Nell’indagine su sfruttamento, gerarchia e segregazione – come descrive Obasuyi – centrale è ripensare ai confini non più in termini fissi, ma in termini di una serie di pratiche che si sviluppano in multiple azioni, attraverso cui l’effettività del potere passa da un livello stato-centrico ad uno multi-centrico costituito da più e diversi attori. Pertanto, dal Niger a Cutro 8 passando dall’Albania, le logiche di sicurezza internazionale hanno incentivato procedure di law enforcement e articolato paesaggi di bordescape 9, entro cui, per la letteratura a riguardo, imprescindibile è la discrezionalità degli agenti, dalle cui prassi si edifica il concetto di deportabilità. Inoltre, dispositivi misti, di ordine amministrativo e penale, confinando il campo di possibilità che realizza la vita nella sua dimensione progettuale, hanno formalizzato l’apartheid de facto (p. 72) producendo, oltremodo, meccanismi di proliferazione razziale come dispositivo che mette “le persone nere nella condizione di avere maggiore probabilità di essere uccise rispetto a quelle bianche” (p. 107). Per un colpo partito dalla Beretta calibro 22, Youns El Boussettauoi cadde esangue a Voghera e per tre colpi partiti da una pistola d’ordinanza Moussa Diarra morì a Verona. Hossain Faisal, Moussa Balde, Ousmane Sylla, Gill Singh, Luigi Coclite, Mohamed El Farhane, Mohamed Toukabri, Bouzekri Rahimi, Taoufik Haidari, Saman Abbas diventano, dunque,nomi che sfruttano la nozione di razza mai esistita. Vite costruite e rese funzionali all’uso del costruttore, espunte, il cui spazio – mentale e fisico – di mobilità, accesso occupazionale, assistenza sanitaria, alloggio, nazionalità – quest’ultima in grado di “sopprimere la realtà delle reazioni sociali concrete, il lavoro, l’amicizia, gli affetti” – è fissato 10 da strateghi del dominio a tutto spettro 11. A tal riguardo – riprende la scrittrice – eliminando le diseguaglianze strutturali, Saman Abbas avrebbe potuto proseguire gli studi e si sarebbe potuta rendere giustizia alle tante vittime sul lavoro. Nell’intersezione tra razza, classe e genere, di cui si avvale il razzismo di Stato, i confini, nelle loro porosità 12, rimangono, dunque, funzionali al filtraggio e alla stratificazione sociale, capaci di selezionare e segmentare la forza lavoro del migrante uomo in lavori 3D (dirty, dangerous, demeaning) o in essential worker – come visto durante la pandemia Covid 19 – e la forza del migrante donna in lavori 3C (cooking, cleaning and caring). A confermare che il “confinare non sia un’azione, ma un’interazione”, l’ultima direttiva UE sulla violenza domestica(2024/1385) esclude dalla protezione le donne migranti prive di documenti, mentre, in Italia, l’applicazione dell’art. 59 della Convenzione di Istanbul contro la violenza di genere è successivo solo al permesso di soggiorno e ad una violenza che può definirsi tale solo se è continuativa (p. 124), relegando il fenomeno nella cronaca nera, declassato nel privato 13 A New York, nel 1741, marinai e schiavi fraternizzzavano, nonostante gli sforzi delle autorità di criminalizzare e prevenire le adunanze […] le bande multietniche venivano denunciate come un’idra dalla molte teste 14. L’omicidio di Jerry Essan Masslo a Villa Literno portò al primo sciopero dei lavoratori contro il caporalato, al blocco dei raccolti nei campi e, il 7 ottobre 1989, alla prima manifestazione antirazzista nazionale che inglobò 200.000 persone 15. Ciò significa – menzionando Bartoli– che si possono inventare e istituzionalizzare nuove razze rispetto a quelle che ci ha consegnato il XX secolo, se nuovi tratti distintivi diventano elemento di insuperabile alterità 16. Nel corso degli anni, le violenze degli argini hanno ingrossato le acque del fiume, come attestano le chilometriche manifestazioni abitate da donne, etiopi, marocchini, somali, filippini, immigrati regolari ed irregolari, italiani malpagati e sfruttati, studenti e studentesse, colf e badanti, rider, cristiani e musulmani, laici e religiosi, volontari, bambini e bambine, sempre più numerosi espropriati della vita, nelle cui fila si confondono le nuove gerarchie della razza. Una motley crew 17, una “squadra multietnica”, composta da “persone che eseguono uno stesso compito o diverso allo stesso fine” , un “movimento dal basso”, che, allora come oggi, “fa luce sull’intersezionalità come prassi critica e getta luce sul lavoro di giustizia sociale (p. 114)”, compatibile con un quadro sostenibile di diritti. E quei nomi dobbiamo ricordarli almeno finché esisteranno potenti e oppressione da combattere 18. Approfondimenti/Arti e cultura PERCHÉ L’ITALIA È UN PAESE RAZZISTA Il libro di Anna Curcio che distrugge il mito degli "italiani brava gente" Vanna D’Ambrosio 31 Marzo 2025 1. (Ancona, 1995) è una studiosa di diritti umani, migrazioni, diaspore afrodiscendenti e razzismo sistemico. Attualmente è dottoranda all’Università di Bologna. Ha collaborato con varie testate giornalistiche, tra cui «The Vision» e «Internazionale». Il suo primo libro è stato Corpi Estranei (People, 2020), in cui decostruisce gli stereotipi sessisti e razzisti filtrati attraverso il vissuto di una donna italiana afrodiscendente. Consulta la pagina autrice di Oiza Q. Obasuyi su Melting Pot ↩︎ 2. Processo per la morte di Moussa Balde: il Cpr di Torino come «uno zoo», Il Manifesto (24 ottobre 2025) ↩︎ 3. G. C. Spivak, In other worlds: essays in cultural politics, Melthuen, 1987 ↩︎ 4. Si veda Gobineau, Lombroso, Lidio Cipriani. Tra la fine del ‘700 e gli inizi dell ‘800 fu tutto un proporre tabelle e tassonomia relative alla diverse gradazioni di sfumature tra europei e africani ↩︎ 5. Cfr. D. Fassin, Le vite ineguali. Quanto vale un essere umano, Feltrinelli, 2019 ↩︎ 6. In ultimo, il D.L. 18/2025 (Ddl 1660) ha introdotto nuovi reati e inasprito quelli già esistenti, anche nei centri di accoglienza e nelle carceri ↩︎ 7. Il 28 gennaio 2025, un cittadino rumeno fu trovato senza vita davanti all’Ufficio immigrazione di Roma, deceduto, presumibilmente, per ipotermia. Molti che cercano di ottenere un permesso di soggiorno, già dalla notte, e a volte con le tende, si preparano all’attesa ↩︎ 8. A Cutro, nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023, le attività di soccorso furono rimpiazzate da azioni di polizia e di contrasto all’immigrazione clandestina. Dei 180 a bordo, sono 94 i morti in mare, di cui 34 bambini ↩︎ 9. Questa concetto enfatizza come i confini siano prodotti di relazione di potere e in quanto tali, spazi soggetti a continue negoziazioni e permeabilità ↩︎ 10. A. Dal Lago, Non Persone. L’esclusione dei migranti in una società globale, Feltrinelli, 2004 p. 207 “In breve, sono le norme relative alla cittadinanza che fanno di qualcuno una persona e non viceversa” ↩︎ 11. J. Pilger, I nuovi padroni del mondo, Fandango, 2002, p. 119 ↩︎ 12. Vedi S. Mezzadra, B. Neilson, Confini e Frontiere. La moltiplicazione del lavoro nel mondo globale, 2014. Più che frontiere chiuse, l’Europa ha un sistema di confini porosi capaci di selezionare la forza lavoro migrante ↩︎ 13. M. Rediker, I ribelli dell’Atlantico. La storia perduta di un’utopia libertaria, p.233 ↩︎ 14. M. Rediker, I ribelli dell’Atlantico. La storia perduta di un’utopia libertaria, p.233 ↩︎ 15. Jerry Essan Masslo ↩︎ 16. C. Bartoli, Razzisti per legge. L’Italia che discrimina, Editori Laterza, 2012, p. 53 ↩︎ 17. Con motley crew si faceva riferimento o ad un gruppo di persone che eseguiva uno stesso compito o un compito diverso ma allo stesso fine lungo la strada della cooperazione oppure ci si riferiva ad una formazione sociopolitica del porto e della città del XVII secolo dove si connettevano la massa urbana e la folla rivoluzionaria. Una squadra multietnica che modellò la storia sociale, ad esempio, promuovendo l’abolizionismo e lanciando il panafricanismo. Nel corso del tempo il significato della squadra si fece politico quando la Motley Crew, muovendosi da terra a mare, si univa alle comunità del porto, configurandosi come elemento di “sincronizzazione o di coordinazione effettiva tra le sollevazioni del popolo della citta portuale”. Cfr. M. Rediker, I ribelli dell’Atlantico. La storia perdua di un’utopia libertaria, Feltrinelli, 2008. ↩︎ 18. M. Rediker, Canaglie di tutto il mondo, Eleuthera, 2020 ↩︎
Contro l’integrazione. Ripensare la mobilità
Che importanza assume oggi la parola “integrazione”? 1 Nel dibattito sull’immigrazione occupa una posizione centrale: è penetrata nel senso comune ed è presente nei discorsi istituzionali, nelle agende politiche e nelle azioni pubbliche. Il suo uso è però problematico, perché presuppone una separazione culturale netta tra persone “autoctone” e straniere, facendo apparire le seconde come potenziali minacce alla sicurezza nazionale. Inoltre, il concetto di “integrazione” sembra descrivere in modo neutro il rapporto tra cittadini e non cittadini. Le norme che regolano le modalità di inclusione e, più in generale, il movimento delle persone appaiono in questa accezione “naturali” e non come il frutto di processi storici, spesso conflittuali. Il volume intende muovere una critica radicale all’idea di integrazione, sia in termini epistemologici sia da una prospettiva politica, con l’obiettivo di decostruire l’immaginario giuridico e materiale alla base del governo della mobilità e di de-naturalizzare lo sguardo sulle migrazioni. Enrico Gargiulo è professore associato presso il Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università degli Studi di Torino, dove insegna Sociologia generale e Integrazione e valutazione delle politiche. Si occupa di cittadinanza, politiche di integrazione, polizia e strumenti di governo delle popolazioni. 1. L’elefante nella stanza si chiama integrazione. Intervista con Enrico Gargiulo, Francesco Ferri (Dinamo Press, 9 ottobre 2025) ↩︎
«Lupo Solitario. Un matrimonio forzato, due figli da proteggere, una libertà conquistata»
Una giovane donna, figlia di due mondi, si ritrova prigioniera di un sistema di dominio che attraversa i continenti. Lupo solitario è il racconto potente e necessario di Khudeja, ragazza italo-pakistana cresciuta nella pianura emiliana e precipitata in un tunnel fatto di bugie, minacce e isolamento.  Questo libro pubblicato da Cronache Ribelli è molto più di una denuncia: è un inno al coraggio, alla solidarietà, alla forza delle reti invisibili che salvano. È la storia di una fuga, di una donna che ha avuto il coraggio di dire no, di un salto verso la libertà. Un libro scritto a quattro mani – quelle di Khudeja e Grazia – tra confessione e ascolto, che si legge come un romanzo ma al tempo stesso raccoglie tutta la memoria, il dolore e la consapevolezza che solo una storia biografica può avere. Tutto all’interno di una narrazione collettiva e politica, autentica e graffiante. Un libro che è una speranza per ogni donna che lotta, poiché ci ricorda che i legami di sorellanza possono tutto.