A #Gorizia, sabato 26 settembre 2026 #lascuolavaallaguerra Manifestolibri
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Mi chiamo Handalino. La fiaba che avrei voluto raccontare ai bimbi di Gaza.
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La scuola va alla guerra. Inchiesta sulla militarizzazione dell’istruzione in
Italia
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Quando il monumento dà forma alla memoria. Arte al servizio della pace
Si è svolto presso la Libreria Maks di Nova Gorica in Slovenia, lo scorso 9
settembre, un incontro la cui portata è andata perfino al di là delle
aspettative. Moderati da Petra Svoljšak (ricercatrice presso l’Istituto storico
Milko Kos del Centro di ricerca dell’Accademia delle scienze e delle arti di
Slovenia, attiva nella ricerca, soprattutto, sui paesaggi culturali e la storia
sociopolitica del XIX e XX secolo, docente presso la Facoltà di scienze
umanistiche dell’Università di Nova Gorica), hanno intrecciato un intenso
dialogo gli autori e le autrici dei libri oggetto della presentazione, Sanja
Horvatinčić (ricercatrice presso l’Istituto di storia dell’arte di Zagabria, sui
temi della produzione di monumenti e la cultura della memoria nella Jugoslavia
socialista) e Beti Žerovc (docente presso la Facoltà di arti dell’Università di
Lubiana, sui temi delle arti visive e il sistema artistico a partire dal XIX
secolo) con il libro da loro curato, “Shaping Revolutionary Memory: The
Production of Monuments in Socialist Yugoslavia” (Lubiana 2023), e chi scrive,
autore del libro “Più eterno del bronzo. Educazione alla cultura e semantica del
monumento. L’orizzonte della cultura come prospettiva di costruzione della pace”
(Firenze 2026), ultimo capitolo della trilogia che si compone anche delle
precedenti “Le porte dell’arte. I musei come luoghi della cultura tra educazione
basata negli spazi e costruzione della pace” (2024) e “Di terra e di pietra.
Forme estetiche negli spazi del conflitto, dalla Jugoslavia al presente”
(2021).
Non è semplice sintetizzare i contenuti degli spunti sviluppati nell’incontro:
forse, con una chiave di lettura unificante, si potrebbe dire che l’intero
approfondimento è ruotato intorno a un doppio interrogativo, vale a dire le
possibilità e contraddizioni del monumento, nell’accezione del monumento
pubblico, e, in particolare, della scultura monumentale negli spazi aperti,
fenomeno assai rappresentativo nella Jugoslavia socialista (ma non solo), nel
contesto dei processi di “state-building” e “peace-building”, come elemento
privilegiato, non unico ma ampiamente caratterizzante, nei processi di
costruzione delle narrazioni pubbliche e di formazione delle identità nazionali
e, su un livello diverso, di attivazione della memoria collettiva e di innesco
di pratiche di pace e giustizia. Ma anzitutto: è pertinente considerare il
monumento uno strumento per articolare funzioni sociali? A questo fa riferimento
la definizione stessa di monumento, che ci restituisce l’immagine di un
“documento della memoria”, un oggetto concepito e realizzato allo scopo di
condensare in sé, attraverso la sua rappresentazione, la memoria di un evento,
un fenomeno o una personalità del passato, e, dislocato in forma ampiamente
visibile nello spazio pubblico, di sollecitare il ricordo, attivare la memoria,
tra le persone e nella società, di quell’evento o quella personalità
“commemorata”, perché possa, in una fase ulteriore dell’itinerario memoriale,
essere eventualmente “memorializzata”.
Questa connessione tra memoria e monumento si rinviene, peraltro, nella stessa
etimologia del termine (dal latino monere, “ricordare”, ma anche,
significativamente, “ammonire”, “avvertire”, “esortare”) e si concretizza nella
configurazione stessa dell’oggetto, sotto forma di statua, memoriale o altra
composizione rivestita di uno speciale significato per la comunità, resa
interessante dalla convergenza di una funzione propriamente memoriale e di un
contenuto intrinsecamente estetico, legato alle forme della rappresentazione,
che ci ha consegnato, nel panorama storico e geografico della Jugoslavia
socialista, veri e propri capolavori dell’arte del Novecento, tanto nelle forme
del realismo socialista, quanto secondo lo stile del modernismo jugoslavo. Vi
possiamo rinvenire capolavori iconici, come il monumento “Chiamata alla
sollevazione” o “Appello alla rivolta”, opera di Vojin Bakić del 1946,
realizzato a Bjelovar e poi installato anche a Belgrado, deve è tuttora
presente, poco distante dal Museo della Jugoslavia e in corrispondenza dello
storico Museo “4 luglio”, dove nel 1941 si tenne la sessione del Partito
Comunista di Jugoslavia che lanciò il proclama della sollevazione e della
resistenza contro le forze naziste di occupazione; e monumenti suggestivi aperti
a molteplici interpretazioni, come alcuni capolavori del modernismo jugoslavo,
dal Monumento alla Fratellanza e Unità a Prishtina, Kosovo, opera di Miodrag
Živković del 1961, o il Monumento alla Rivoluzione a Podgarić, Croazia, uno dei
capolavori di Dušan Džamonja del 1967.
In senso più ampio, i monumenti possono includere qualsiasi oggetto o luogo
dotato di un particolare valore simbolico, svolgendo quindi un ruolo potente
nella società: in primo luogo, come tracce, segni, reliquie del passato; in
secondo luogo, come riflesso dell’immagine che il presente staglia sul passato,
quello specifico “passato” che si intende ricordare nell’attualità. Si innestano
qui entrambe le azioni, dello Stato e delle persone, del primo, attraverso
l’opera di selezione dei contenuti storici da proporre (o imporre)
all’attenzione pubblica, e quindi delle memorie da preservare e aggiornare
perché possano “configurare” la memoria collettiva e, per questa via, il senso
di appartenenza; e delle seconde, le persone, che percepiscono queste storie e
innescano queste memorie in funzione delle istanze e delle esigenze del
presente. Questa interazione, e le contraddizioni che porta con sé, tra
intenzioni istituzionali e percezione collettiva, è indubbiamente alla base del
nesso tra azione monumentale e “state building”, inteso come l’insieme dei
processi e delle funzioni di “costruzione dello Stato”, a partire proprio da un
senso di appartenenza condiviso, un’identità culturale e una cooperazione
civica; ed è, ovviamente, il punto di partenza di un’azione di “peace building”,
di costruzione della pace dal basso, a partire dal messaggio che tali monumenti
portano con sé, in virtù della loro genesi o delle loro finalità.
Al centro sono le persone, come è stato più volte richiamato anche nell’incontro
di Nova Gorica, in un contesto tanto più significativo alla luce dell’impegno di
non poche figure pubbliche e intellettuali volto a creare ponti di convivenza
tra le due città entro un unico tessuto di relazione, da un lato all’altro del
confine, tra Nova Gorica e Gorizia. Tale funzione è stata riconosciuta anche in
ambito giuridico, come mostrano le prescrizioni, tra le altre, della Convenzione
di Faro (2005), per la quale il patrimonio culturale è “un insieme di risorse
ereditate dal passato che le persone identificano come riflesso ed espressione
dei loro valori, credenze, conoscenze e tradizioni, e comprende tutti gli
aspetti dell’ambiente derivati dall’interazione nel tempo fra le persone e i
luoghi”, e le persone stesse svolgono un ruolo decisivo nel costituire comunità
di patrimonio impegnate nell’attribuzione di valore “ad aspetti specifici del
patrimonio culturale, che esse desiderano, nel quadro di un’azione pubblica,
sostenere e trasmettere alle generazioni future”. È proprio in tali azioni
congiunte, di esplorazione dei messaggi di pace, emancipazione, giustizia, unità
e fratellanza che tali patrimoni portano con sé e di realizzazione di progetti
congiunti volti alla salvaguardia e alla conoscenza di tali contenuti, che si
manifesta il ruolo dell’arte per la pace e il valore di tali patrimoni ai fini
della trasformazione dei conflitti.
Gianmarco Pisa
Corso di Cultura Aeronautica (Militare): anche a Sondrio l’Ufficio Scolastico collabora con le forze armate
Da alcuni giorni, nella fase di inizio anno scolastico, con la programmazione
dei progetti e delle attività, è pervenuto alle scuole superiori della provincia
di Sondrio, anche con accompagnatoria dell’Ufficio Scolastico Provinciale, la
proposta di un “Corso di Cultura Aeronautica – Sondrio 2026”, per studenti tra i
16 ed i 20 anni, con finalità dichiarate di “informazione e orientamento dei
giovani”.
Il corso prevede alcuni incontri teorici sui principi del volo ed il
funzionamento dell’aeroplano, un incontro di una mattinata di “familiarizzazione
al velivolo” con addestramento alle procedure di imbarco e sbarco, una fase
pratica con voli di ambientamento, effettuati e pilotati da istruttori di volo
dell’Aeronautica Militare. Viene infine prospettato come premio ai tre migliori
studenti del corso, uno stage di volo su aliante presso il Gruppo di Volo del
60° stormo di Guidonia. Obiettivo della fase teorica è coinvolgere fino a 160
studenti, stimabili intorno al 5% della popolazione scolastica individuata come
target.
Dopo una breve ricerca, troviamo che sia la strutturazione del corso che
l’appoggio da parte del rispettivo ufficio scolastico sono punti saldi di un
format già consolidato dall’Aeronautica Militare e, ahinoi, dal Ministero
dell’Istruzione e del Merito. Nel 2024, le città individuate per i corsi furono
Catania, Siena, Vercelli e Pesaro, con un coinvolgimento totale di 585 ragazzi e
ragazze tra i 16 e i 20 anni. Stessa storia nel 2025, in cui toccò a Ferrara,
Imola, Gorizia, Udine, Trieste, Foligno e Crotone, per un totale di 595
studenti. Nel 2026 è già toccato a Ragusa e all’Aquila, dove 5 istituti hanno
aderito, fornendo oltre 150 studenti, in linea con le altre città appena citate.
Ora è il momento di Sondrio, dove però una segnalazione all’Osservatorio contro
la militarizzazione delle scuole e delle università finalmente solleva la
questione.
L’iniziativa fa leva sull’indubbio fascino del volo. In provincia di Sondrio non
si ha esperienza di esercitazioni di volo militare a bassa quota, ben note in
altre aree alpine (qualcuno ricorda il Cermis?), esiste un solo piccolo
aeroporto a pochi kilometri da Sondrio, utilizzato per voli di alianti.
Escludendo gli elicotteri, ampiamente utilizzati in ambito montano per finalità
civili (trasporto materiali e legname, elisoccorso, eliambulanze), è frequente
osservare voli di alianti e di parapendio, che offrono l’opportunità di una
prospettiva dall’alto del territorio e dell’ambiente montano. Altro aspetto
seduttivo della proposta è la sua totale gratuità.
Le modalità di strutturazione e presentazione del corso pongono però gli
istruttori ed i piloti militari come unici interpreti della cultura del volo,
con la sostanziale esclusione di istruttori e piloti civili e la presentazione
surrettizia del pilota militare come un appassionato del volo, oltre che come un
esperto del campo di indiscussa autorevolezza. I tre “migliori” studenti
ricevono poi la proposta di uno stage di volo su aliante presso una base
dell’aeronautica militare.
Lo stage di quest’anno è durato una settimana e si è appena concluso, il 5
settembre, con un discorso del Generale Antonio Conserva, Capo di Stato Maggiore
dell’Aeronautica Militare, ai 14 partecipanti: «Il vostro futuro è nelle vostre
mani e, indipendentemente dal fatto che questo percorso possa tradursi in una
professione nel mondo aeronautico oppure semplicemente in una passione da
coltivare accanto alla vostra futura professione, sono certo che, grazie
all’impegno e alla passione di tutti coloro che vi hanno accompagnato in questo
cammino, abbiate potuto conoscere un’immagine dell’Aeronautica Militare
impegnata quotidianamente su molteplici fronti. Abbiamo voluto trasmettervi
questi valori perché siamo convinti che voi rappresentiate il futuro del nostro
Paese e che sia fondamentale offrirvi gli strumenti per conoscere, comprendere e
avvicinarvi a un settore, quello aeronautico e spaziale, che da sempre vede
l’Italia protagonista e all’avanguardia. La nostra Nazione offre infatti
numerose opportunità per entrare in contatto con questo mondo e, in questo
particolare momento storico, molte potranno essere le strade che incontrerete:
nell’Aeronautica Militare, nell’aviazione civile o nel settore industriale».
La proposta che grazie all’alacre lavoro dell’Ufficio Scolastico Territoriale di
Sondrio è ora arrivata a tutte le scuole della provincia si presenta quindi con
un profilo tranquillo. Il 60° stormo è dotato, oltre a caccia e elicotteri da
combattimento, anche di alianti che vengono regolarmente utilizzati dagli
studenti dell’Accademia dell’Aeronautica. E naturalmente saranno questi ad
essere utilizzati anche per gli stage.
Di fatto, però, vengono create svariate opportunità di confronto e
influenzamento tra gli studenti e militari, con l’opportunità di tempi dilatati
per avvicinare i partecipanti alle carriere in aviazione. E così si parte da un
progetto scolastico e si arriva a 17 anni a tu per tu con la retorica del Capo
di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, a parlare di: “Cosa vorresti fare
dopo le superiori?”. È significativo che questa finalità latente non venga
esplicitata; un aliante non è un F35, ma per insegnare a condurre un aliante non
serve un pilota militare.
Dalla sezione “Tra la gente” del report 2024 dell’Aeronautica Militare
Uno degli alianti usati nello stage di quest’anno
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
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Se anche le scuole della tua città sono entrate nel mirino dell’Aeronautica
Militare per un Corso di Cultura Aeronautica, scrivici a
osservatorionomili@gmail.com
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Cisint e l’arte di far star male la gente
ANNA MARIA CISINT, EURODEPUTATA (LEGA), È STATA SINDACA DI MONFALCONE, CITTÀ CHE
OSPITA UN’ECCELLENZA DEL MADE IN ITALY, LE OFFICINE DI FINCANTIERI, INTONO A CUI
LAVORANO TANTI MIGRANTI, PER LO PIÙ BENGALESI, IN 400 DITTE, DIVERSE DELLE QUALI
NOTE PER PRECARIATO, RICATTI, CAPORALATO. LA SIGNORA CISINT HA DEDICATO LA SUA
VITA A FAR STARE MALE ALCUNE PERSONE. I BENGALESI DOPO LAVORO HANNO PIACERE DI
SEDERSI IN PIAZZA E CHIACCHIERARE CON GLI AMICI? LA SINDACA HA FATTO TOGLIERE LE
PANCHINE. LE DONNE VOGLIONO FARSI UN BAGNO A MARE NEI LORO COSTUMONI UN PO’
BUFFI? ECCO CHE LA SINDACA VIETA DI ENTRARE IN ACQUA VESTITE. SE NE STESSERO A
CASA, ALLORA… SOLO CHE LA SIGNORA CISINT HA PENSATO BENE DI FAR ALZARE LA SOGLIA
DI REDDITO MINIMO PER AVERE UNA CASA POPOLARE, IN MODO DA ESCLUDERE GLI
IMMIGRATI. I MUSULMANI HANNO DUE CENTRI CULTURALI, DOVE SI PERMETTONO ANCHE DI
PREGARE? ECCO CHE CISINT VIETA LA STESSA PREGHIERA PERCHÉ NON SAREBBE PREVISTA
NELLA DESTINAZIONE D’USO. NEI GIORNI SCORSI, CISINT HA DENUNCIATO COME SIA IN
CORSO IN ITALIA E IN EUROPA UN VERO GOLPE CONTRO LO STATO DI DIRITTO,
MOSTRANDONE LE PROVE…
Foto di mohammad samir su Unsplash
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La signora Anna Maria Cisint è eurodeputata, e già sindaca di Monfalcone
(Gorizia). Una città che ospita un’eccellenza del Made in Italy, anzi un player
mondiale, le officine di Fincantieri. Made in Italy non solo si dice in una
lingua che non è l’italiano, ma si fa con braccia non italiane. Infatti, il
segreto di tanto success ce lo rivela Gianni Barbacetto. La Fincantieri ha
tagliato del 75% la manodopera diretta, creando una rete di subappalti che ha
ridotto il costo del lavoro del 50 per cento. 1.600 lavoratori nei cantieri sono
dipendenti Fincantieri, “Gli altri – spiega il segretario provinciale della Cgil
Thomas Casotto – lavorano per 400 ditte che spesso applicano condizioni di
lavoro semilegali o del tutto illegali: precariato, minacce, ricatti,
caporalato; e paga ‘globale’ (che cioè mette insieme e forfetizza ferie,
straordinari, malattia, tredicesima, tfr, permessi, infortuni: di fatto
azzerandoli). È successo anche che il ‘padrone’ consegni una busta paga di 1.500
euro e poi pretenda di andare con il dipendente al bancomat, facendosi
restituire 500 euro in contanti”. Non sorprenda quindi che nei cantieri lavorino
operai di 67 paesi diversi, tra cui spiccano 7.076 bengalesi. Che faticano e
rischiano la vita, ma non votano e non saprebbero come spiegarsi a un avvocato.
Ora, il partito (Lega) di Anna Maria Cisint si trova al governo, e recentemente,
proprio quel governo ha autorizzato l’ingresso di 500mila lavoratori
extracomunitari per il triennio 2026-28. Circa metà per per “lavoro subordinato
non stagionale e autonomo” e metà per “lavoro stagionale nei settori agricolo e
turistico” (come funzioni in pratica è un’altra storia). Il governo sostenuto da
Anna Maria Cisint li definisce: “manodopera indispensabile al sistema economico
e produttivo nazionale e altrimenti non reperibile”. Questo in un paese con 2
milioni e 452 mila disoccupati e 13 milioni e 246mila inoccupati in età
lavorativa.
Senza bengalesi, niente global leadership di Monfalcone. Ora, la storia ci
insegna che quando sei in un paese lontano a fare una vita di cacca, i piccoli
rituali ti salvano – gli irlandesi a New York che si trovavano a cantare le loro
canzoni, o i “terroni italici” con la festa del Patrono.
E la signora Cisint ha dedicato la sua vita a far stare male la gente che fatica
in fondo anche per lei. I bengalesi dopo lavoro hanno piacere di sedersi in
piazza e chiacchierare con gli amici? La sindaca ha fatto togliere le panchine.
Le donne vogliono farsi un bagno a mare nei loro costumoni un po’ buffi? Ecco
che la sindaca vieta di entrare in acqua vestite. Se ne stessero a casa, allora…
solo che la signora Cisint ha pensato bene di far alzare la soglia di reddito
minimo per avere una casa popolare, in modo da escludere gli immigrati. I
musulmani hanno due centri culturali, dove si permettono anche di pregare? Ecco
che Cisint vieta la stessa preghiera perché non sarebbe prevista nella
destinazione d’uso.
Uscita da Monfalcone, i suoi orizzonti vessatori si allargano. A Mestre c’è un
giardino pubblico, dove i “musulmani” (non è dato sapere di quale etnia) sono
soliti pregare. Evidentemente non hanno i soldi per affittare un locale per
farsi una moschea. E posso immaginarmi perché: Mestre fa parte del comune di
Venezia, che come overtourism è messo peggio di Firenze. A Firenze, l’intera
industria degli Airbnb non si reggerebbe senza i peruviani che lavorando in nero
corrono in bici a cambiare le lenzuola e buttare i rifiuti. Ma siccome gli
appartamenti sono presi appunto da Airbnb, i peruviani non hanno dove dormire
loro stessi. Una mattina, i musulmani che vanno a pregare trovano l’angolo del
giardino in cui di solito pregano occupato da due ragazze in bikini che dicono
che vogliono prendere il sole. Come sia andata, non lo sapremo mai, ma pare che
l’imam abbia chiesto loro di lasciare il posto il tempo di dire la preghiera.
Sono tredici anni che partecipo all’autogestione di un giardino pubblico, e
conosco benissimo la situazione: arrivano i ragazzi della scuola media che
vogliono fare la partita nel campetto, e si lamentano che è occupato dai bambini
piccoli; arrivano quelli che ci vogliono fare yoga, e si lamentano perché gli
arrivano le pallonate in testa; e se ci sono quelli che fanno pugilato, non ci
possono stare anche quelli che fanno yoga. Sono cose che si negoziano.
Ma la notizia arriva a Cisint che dall’alto del suo smartphone sull’aereo per
Bruxelles dice la sua, sul fatto che in un angolino di un giardino, la
“manodopera indispensabile al sistema economico e produttivo nazionale” faccia
una cosa sua:
“Questo è quello che sta accadendo in tutta Europa e in Italia. La conquista, il
governo e la sostituzione sono i loro obiettivi: un vero e proprio golpe contro
lo Stato di diritto”.
È affascinante la chiosa dell’articolo che ne parla, non si capisce se sia della
giornalista o dell’eurodeputata: “Permettere che le consuetudini religiose di
una comunità arrivino a limitare le libertà individuali altrui significa
abdicare al principio di legalità e alla difesa dei valori occidentali. In gioco
c’è ben più di un parco pubblico”. Questa è stata la tesi centrale del laicismo
più odioso. Come quelli che vorrebbero vietare la processione in onore della
Santa Patrona perché ostacola il traffico. Qui potete aderire, ad esempio, alla
campagna dell’UAAR – Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti – per
vietare che il suono delle campane limiti la libertà di dormire del cittadino
laico, solo perché lo richiedono le consuetudini religiose di una comunità. Ma
non ci risulta che l’UAAR abbia ancora cercato di vietare agli scout cattolici
di dire una preghiera nella loro sede, perché non previsto dalla destinazione
d’uso (non ci risulta, ma non suggeriteglielo!). Non a caso, un intervento di
Cisint si intitola, “La minaccia di Allah“: che è il nome che anche i cristiani
arabi usano per chiamare Dio.
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* Miguel Martínez è nato a Città del Messico, è cresciuto in giro per l’Europa e
soprattutto in Italia, ed è laureato in lingue orientali (arabo e persiano). Di
mestiere fa il traduttore e trascorre molto tempo in un giardino comunitario
autogestito del borgo San Frediano Oltrarno di Firenze. Questo il suo prezioso
blog, dove questo articolo è apparso con il titolo Non c’è più Laicità!
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L'articolo Cisint e l’arte di far star male la gente proviene da Comune-info.
Corteo a Gorizia contro la Leonardo S.p.A. e in solidarietà con la Palestina
In comunicazione telefonica con Federico, dell'Assemblea No Leonardo, abbiamo
parlato dei prossimi appuntamenti, il venerdì 5 settembre e il sabato 13
settembre, a Gorizia per protestare contro la Leonardo S.p.A. e la
collaborazione dell'industria bellica italiana con lo Stato genocida d'Israele.