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A #Gorizia, sabato 26 settembre 2026 #lascuolavaallaguerra Manifestolibri #michiamohandalino Prospero Editore 𝗼𝗿𝗲 𝟭𝟱:𝟬𝟬 📍 𝗣𝗶𝗮𝘇𝘇𝘂𝘁𝘁𝗮 | 𝗚𝗼𝗿𝗶𝘇𝗶𝗮 Mi chiamo Handalino. La fiaba che avrei voluto raccontare ai bimbi di Gaza. 𝑆𝑝𝑒𝑡𝑡𝑎𝑐𝑜𝑙𝑜 𝑡𝑒𝑎𝑡𝑟𝑎𝑙𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑏𝑎𝑚𝑏𝑖𝑛𝑖 𝑒 𝑏𝑎𝑚𝑏𝑖𝑛𝑒 𝗼𝗿𝗲 𝟭𝟲:𝟬𝟬 𝐂𝐚𝐬𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐩𝐨𝐩𝐨𝐥𝐨 - 𝐏𝐢𝐚𝐳𝐳𝐚 𝐓𝐨𝐦𝐦𝐚𝐬𝐞𝐨 𝟕 𝐷𝑖𝑠𝑐𝑢𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑠𝑢𝑙𝑙’𝑒𝑠𝑝𝑒𝑟𝑖𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝐹𝑙𝑜𝑡𝑖𝑙𝑙𝑎 𝗼𝗿𝗲 𝟭𝟖:𝟬𝟬 📍 𝐂𝐢𝐫𝐜𝐨𝐥𝐨 𝐀𝐫𝐜𝐢 𝐆𝐨𝐧𝐠 - 𝐯𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐌𝐨𝐧𝐚𝐜𝐡𝐞 𝟏𝟎/𝐀 | 𝐆𝐨𝐫𝐢𝐳𝐢𝐚 La scuola va alla guerra. Inchiesta sulla militarizzazione dell’istruzione in Italia
September 22, 2026
Antonio Mazzeo
Quando il monumento dà forma alla memoria. Arte al servizio della pace
Si è svolto presso la Libreria Maks di Nova Gorica in Slovenia, lo scorso 9 settembre, un incontro la cui portata è andata perfino al di là delle aspettative. Moderati da Petra Svoljšak (ricercatrice presso l’Istituto storico Milko Kos del Centro di ricerca dell’Accademia delle scienze e delle arti di Slovenia, attiva nella ricerca, soprattutto, sui paesaggi culturali e la storia sociopolitica del XIX e XX secolo, docente presso la Facoltà di scienze umanistiche dell’Università di Nova Gorica), hanno intrecciato un intenso dialogo gli autori e le autrici dei libri oggetto della presentazione, Sanja Horvatinčić (ricercatrice presso l’Istituto di storia dell’arte di Zagabria, sui temi della produzione di monumenti e la cultura della memoria nella Jugoslavia socialista) e Beti Žerovc (docente presso la Facoltà di arti dell’Università di Lubiana, sui temi delle arti visive e il sistema artistico a partire dal XIX secolo) con il libro da loro curato, “Shaping Revolutionary Memory: The Production of Monuments in Socialist Yugoslavia” (Lubiana 2023), e chi scrive, autore del libro “Più eterno del bronzo. Educazione alla cultura e semantica del monumento. L’orizzonte della cultura come prospettiva di costruzione della pace” (Firenze 2026), ultimo capitolo della trilogia che si compone anche delle precedenti “Le porte dell’arte. I musei come luoghi della cultura tra educazione basata negli spazi e costruzione della pace” (2024) e “Di terra e di pietra. Forme estetiche negli spazi del conflitto, dalla Jugoslavia al presente” (2021).   Non è semplice sintetizzare i contenuti degli spunti sviluppati nell’incontro: forse, con una chiave di lettura unificante, si potrebbe dire che l’intero approfondimento è ruotato intorno a un doppio interrogativo, vale a dire le possibilità e contraddizioni del monumento, nell’accezione del monumento pubblico, e, in particolare, della scultura monumentale negli spazi aperti, fenomeno assai rappresentativo nella Jugoslavia socialista (ma non solo), nel contesto dei processi di “state-building” e “peace-building”, come elemento privilegiato, non unico ma ampiamente caratterizzante, nei processi di costruzione delle narrazioni pubbliche e di formazione delle identità nazionali e, su un livello diverso, di attivazione della memoria collettiva e di innesco di pratiche di pace e giustizia. Ma anzitutto: è pertinente considerare il monumento uno strumento per articolare funzioni sociali? A questo fa riferimento la definizione stessa di monumento, che ci restituisce l’immagine di un “documento della memoria”, un oggetto concepito e realizzato allo scopo di condensare in sé, attraverso la sua rappresentazione, la memoria di un evento, un fenomeno o una personalità del passato, e, dislocato in forma ampiamente visibile nello spazio pubblico, di sollecitare il ricordo, attivare la memoria, tra le persone e nella società, di quell’evento o quella personalità “commemorata”, perché possa, in una fase ulteriore dell’itinerario memoriale, essere eventualmente “memorializzata”.  Questa connessione tra memoria e monumento si rinviene, peraltro, nella stessa etimologia del termine (dal latino monere, “ricordare”, ma anche, significativamente, “ammonire”, “avvertire”, “esortare”) e si concretizza nella configurazione stessa dell’oggetto, sotto forma di statua, memoriale o altra composizione rivestita di uno speciale significato per la comunità, resa interessante dalla convergenza di una funzione propriamente memoriale e di un contenuto intrinsecamente estetico, legato alle forme della rappresentazione, che ci ha consegnato, nel panorama storico e geografico della Jugoslavia socialista, veri e propri capolavori dell’arte del Novecento, tanto nelle forme del realismo socialista, quanto secondo lo stile del modernismo jugoslavo. Vi possiamo rinvenire capolavori iconici, come il monumento “Chiamata alla sollevazione” o “Appello alla rivolta”, opera di Vojin Bakić del 1946, realizzato a Bjelovar e poi installato anche a Belgrado, deve è tuttora presente, poco distante dal Museo della Jugoslavia e in corrispondenza dello storico Museo “4 luglio”, dove nel 1941 si tenne la sessione del Partito Comunista di Jugoslavia che lanciò il proclama della sollevazione e della resistenza contro le forze naziste di occupazione; e monumenti suggestivi aperti a molteplici interpretazioni, come alcuni capolavori del modernismo jugoslavo, dal Monumento alla Fratellanza e Unità a Prishtina, Kosovo, opera di Miodrag Živković del 1961, o il Monumento alla Rivoluzione a Podgarić, Croazia, uno dei capolavori di Dušan Džamonja del 1967.   In senso più ampio, i monumenti possono includere qualsiasi oggetto o luogo dotato di un particolare valore simbolico, svolgendo quindi un ruolo potente nella società: in primo luogo, come tracce, segni, reliquie del passato; in secondo luogo, come riflesso dell’immagine che il presente staglia sul passato, quello specifico “passato” che si intende ricordare nell’attualità. Si innestano qui entrambe le azioni, dello Stato e delle persone, del primo, attraverso l’opera di selezione dei contenuti storici da proporre (o imporre) all’attenzione pubblica, e quindi delle memorie da preservare e aggiornare perché possano “configurare” la memoria collettiva e, per questa via, il senso di appartenenza; e delle seconde, le persone, che percepiscono queste storie e innescano queste memorie in funzione delle istanze e delle esigenze del presente. Questa interazione, e le contraddizioni che porta con sé, tra intenzioni istituzionali e percezione collettiva, è indubbiamente alla base del nesso tra azione monumentale e “state building”, inteso come l’insieme dei processi e delle funzioni di “costruzione dello Stato”, a partire proprio da un senso di appartenenza condiviso, un’identità culturale e una cooperazione civica; ed è, ovviamente, il punto di partenza di un’azione di “peace building”, di costruzione della pace dal basso, a partire dal messaggio che tali monumenti portano con sé, in virtù della loro genesi o delle loro finalità.  Al centro sono le persone, come è stato più volte richiamato anche nell’incontro di Nova Gorica, in un contesto tanto più significativo alla luce dell’impegno di non poche figure pubbliche e intellettuali volto a creare ponti di convivenza tra le due città entro un unico tessuto di relazione, da un lato all’altro del confine, tra Nova Gorica e Gorizia. Tale funzione è stata riconosciuta anche in ambito giuridico, come mostrano le prescrizioni, tra le altre, della Convenzione di Faro (2005), per la quale il patrimonio culturale è “un insieme di risorse ereditate dal passato che le persone identificano come riflesso ed espressione dei loro valori, credenze, conoscenze e tradizioni, e comprende tutti gli aspetti dell’ambiente derivati dall’interazione nel tempo fra le persone e i luoghi”, e le persone stesse svolgono un ruolo decisivo nel costituire comunità di patrimonio impegnate nell’attribuzione di valore “ad aspetti specifici del patrimonio culturale, che esse desiderano, nel quadro di un’azione pubblica, sostenere e trasmettere alle generazioni future”. È proprio in tali azioni congiunte, di esplorazione dei messaggi di pace, emancipazione, giustizia, unità e fratellanza che tali patrimoni portano con sé e di realizzazione di progetti congiunti volti alla salvaguardia e alla conoscenza di tali contenuti, che si manifesta il ruolo dell’arte per la pace e il valore di tali patrimoni ai fini della trasformazione dei conflitti.    Gianmarco Pisa
September 14, 2026
Pressenza
Corso di Cultura Aeronautica (Militare): anche a Sondrio l’Ufficio Scolastico collabora con le forze armate
Da alcuni giorni, nella fase di inizio anno scolastico, con la programmazione dei progetti e delle attività, è pervenuto alle scuole superiori della provincia di Sondrio, anche con accompagnatoria dell’Ufficio Scolastico Provinciale, la proposta di un “Corso di Cultura Aeronautica – Sondrio 2026”, per studenti tra i 16 ed i 20 anni, con finalità dichiarate di “informazione e orientamento dei giovani”. Il corso prevede alcuni incontri teorici sui principi del volo ed il funzionamento dell’aeroplano, un incontro di una mattinata di “familiarizzazione al velivolo” con addestramento alle procedure di imbarco e sbarco, una fase pratica con voli di ambientamento, effettuati e pilotati da istruttori di volo dell’Aeronautica Militare. Viene infine prospettato come premio ai tre migliori studenti del corso, uno stage di volo su aliante presso il Gruppo di Volo del 60° stormo di Guidonia. Obiettivo della fase teorica è coinvolgere fino a 160 studenti, stimabili intorno al 5% della popolazione scolastica individuata come target. Dopo una breve ricerca, troviamo che sia la strutturazione del corso che l’appoggio da parte del rispettivo ufficio scolastico sono punti saldi di un format già consolidato dall’Aeronautica Militare e, ahinoi, dal Ministero dell’Istruzione e del Merito. Nel 2024, le città individuate per i corsi furono Catania, Siena, Vercelli e Pesaro, con un coinvolgimento totale di 585 ragazzi e ragazze tra i 16 e i 20 anni. Stessa storia nel 2025, in cui toccò a Ferrara, Imola, Gorizia, Udine, Trieste, Foligno e Crotone, per un totale di 595 studenti. Nel 2026 è già toccato a Ragusa e all’Aquila, dove 5 istituti hanno aderito, fornendo oltre 150 studenti, in linea con le altre città appena citate. Ora è il momento di Sondrio, dove però una segnalazione all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università finalmente solleva la questione. L’iniziativa fa leva sull’indubbio fascino del volo. In provincia di Sondrio non si ha esperienza di esercitazioni di volo militare a bassa quota, ben note in altre aree alpine (qualcuno ricorda il Cermis?), esiste un solo piccolo aeroporto a pochi kilometri da Sondrio, utilizzato per voli di alianti. Escludendo gli elicotteri, ampiamente utilizzati in ambito montano per finalità civili (trasporto materiali e legname, elisoccorso, eliambulanze), è frequente osservare voli di alianti e di parapendio, che offrono l’opportunità di una prospettiva dall’alto del territorio e dell’ambiente montano. Altro aspetto seduttivo della proposta è la sua totale gratuità. Le modalità di strutturazione e presentazione del corso pongono però gli istruttori ed i piloti militari come unici interpreti della cultura del volo, con la sostanziale esclusione di istruttori e piloti civili e la presentazione surrettizia del pilota militare come un appassionato del volo, oltre che come un esperto del campo di indiscussa autorevolezza. I tre “migliori” studenti ricevono poi la proposta di uno stage di volo su aliante presso una base dell’aeronautica militare. Lo stage di quest’anno è durato una settimana e si è appena concluso, il 5 settembre, con un discorso del Generale Antonio Conserva, Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, ai 14 partecipanti: «Il vostro futuro è nelle vostre mani e, indipendentemente dal fatto che questo percorso possa tradursi in una professione nel mondo aeronautico oppure semplicemente in una passione da coltivare accanto alla vostra futura professione, sono certo che, grazie all’impegno e alla passione di tutti coloro che vi hanno accompagnato in questo cammino, abbiate potuto conoscere un’immagine dell’Aeronautica Militare impegnata quotidianamente su molteplici fronti. Abbiamo voluto trasmettervi questi valori perché siamo convinti che voi rappresentiate il futuro del nostro Paese e che sia fondamentale offrirvi gli strumenti per conoscere, comprendere e avvicinarvi a un settore, quello aeronautico e spaziale, che da sempre vede l’Italia protagonista e all’avanguardia. La nostra Nazione offre infatti numerose opportunità per entrare in contatto con questo mondo e, in questo particolare momento storico, molte potranno essere le strade che incontrerete: nell’Aeronautica Militare, nell’aviazione civile o nel settore industriale». La proposta che grazie all’alacre lavoro dell’Ufficio Scolastico Territoriale di Sondrio è ora arrivata a tutte le scuole della provincia si presenta quindi con un profilo tranquillo. Il 60° stormo è dotato, oltre a caccia e elicotteri da combattimento, anche di alianti che vengono regolarmente utilizzati dagli studenti dell’Accademia dell’Aeronautica. E naturalmente saranno questi ad essere utilizzati anche per gli stage. Di fatto, però, vengono create svariate opportunità di confronto e influenzamento tra gli studenti e militari, con l’opportunità di tempi dilatati per avvicinare i partecipanti alle carriere in aviazione. E così si parte da un progetto scolastico e si arriva a 17 anni a tu per tu con la retorica del Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, a parlare di: “Cosa vorresti fare dopo le superiori?”. È significativo che questa finalità latente non venga esplicitata; un aliante non è un F35, ma per insegnare a condurre un aliante non serve un pilota militare. Dalla sezione “Tra la gente” del report 2024 dell’Aeronautica Militare Uno degli alianti usati nello stage di quest’anno Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se anche le scuole della tua città sono entrate nel mirino dell’Aeronautica Militare per un Corso di Cultura Aeronautica, scrivici a osservatorionomili@gmail.com -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Cisint e l’arte di far star male la gente
ANNA MARIA CISINT, EURODEPUTATA (LEGA), È STATA SINDACA DI MONFALCONE, CITTÀ CHE OSPITA UN’ECCELLENZA DEL MADE IN ITALY, LE OFFICINE DI FINCANTIERI, INTONO A CUI LAVORANO TANTI MIGRANTI, PER LO PIÙ BENGALESI, IN 400 DITTE, DIVERSE DELLE QUALI NOTE PER PRECARIATO, RICATTI, CAPORALATO. LA SIGNORA CISINT HA DEDICATO LA SUA VITA A FAR STARE MALE ALCUNE PERSONE. I BENGALESI DOPO LAVORO HANNO PIACERE DI SEDERSI IN PIAZZA E CHIACCHIERARE CON GLI AMICI? LA SINDACA HA FATTO TOGLIERE LE PANCHINE. LE DONNE VOGLIONO FARSI UN BAGNO A MARE NEI LORO COSTUMONI UN PO’ BUFFI? ECCO CHE LA SINDACA VIETA DI ENTRARE IN ACQUA VESTITE. SE NE STESSERO A CASA, ALLORA… SOLO CHE LA SIGNORA CISINT HA PENSATO BENE DI FAR ALZARE LA SOGLIA DI REDDITO MINIMO PER AVERE UNA CASA POPOLARE, IN MODO DA ESCLUDERE GLI IMMIGRATI. I MUSULMANI HANNO DUE CENTRI CULTURALI, DOVE SI PERMETTONO ANCHE DI PREGARE? ECCO CHE CISINT VIETA LA STESSA PREGHIERA PERCHÉ NON SAREBBE PREVISTA NELLA DESTINAZIONE D’USO. NEI GIORNI SCORSI, CISINT HA DENUNCIATO COME SIA IN CORSO IN ITALIA E IN EUROPA UN VERO GOLPE CONTRO LO STATO DI DIRITTO, MOSTRANDONE LE PROVE… Foto di mohammad samir su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- La signora Anna Maria Cisint è eurodeputata, e già sindaca di Monfalcone (Gorizia). Una città che ospita un’eccellenza del Made in Italy, anzi un player mondiale, le officine di Fincantieri. Made in Italy non solo si dice in una lingua che non è l’italiano, ma si fa con braccia non italiane. Infatti, il segreto di tanto success ce lo rivela Gianni Barbacetto. La Fincantieri ha tagliato del 75% la manodopera diretta, creando una rete di subappalti che ha ridotto il costo del lavoro del 50 per cento. 1.600 lavoratori nei cantieri sono dipendenti Fincantieri, “Gli altri – spiega il segretario provinciale della Cgil Thomas Casotto – lavorano per 400 ditte che spesso applicano condizioni di lavoro semilegali o del tutto illegali: precariato, minacce, ricatti, caporalato; e paga ‘globale’ (che cioè mette insieme e forfetizza ferie, straordinari, malattia, tredicesima, tfr, permessi, infortuni: di fatto azzerandoli). È successo anche che il ‘padrone’ consegni una busta paga di 1.500 euro e poi pretenda di andare con il dipendente al bancomat, facendosi restituire 500 euro in contanti”. Non sorprenda quindi che nei cantieri lavorino operai di 67 paesi diversi, tra cui spiccano 7.076 bengalesi. Che faticano e rischiano la vita, ma non votano e non saprebbero come spiegarsi a un avvocato. Ora, il partito (Lega) di Anna Maria Cisint si trova al governo, e recentemente, proprio quel governo ha autorizzato l’ingresso di 500mila lavoratori extracomunitari per il triennio 2026-28. Circa metà per per “lavoro subordinato non stagionale e autonomo” e metà per “lavoro stagionale nei settori agricolo e turistico” (come funzioni in pratica è un’altra storia). Il governo sostenuto da Anna Maria Cisint li definisce: “manodopera indispensabile al sistema economico e produttivo nazionale e altrimenti non reperibile”. Questo in un paese con 2 milioni e 452 mila disoccupati e 13 milioni e 246mila inoccupati in età lavorativa. Senza bengalesi, niente global leadership di Monfalcone. Ora, la storia ci insegna che quando sei in un paese lontano a fare una vita di cacca, i piccoli rituali ti salvano – gli irlandesi a New York che si trovavano a cantare le loro canzoni, o i “terroni italici” con la festa del Patrono. E la signora Cisint ha dedicato la sua vita a far stare male la gente che fatica in fondo anche per lei. I bengalesi dopo lavoro hanno piacere di sedersi in piazza e chiacchierare con gli amici? La sindaca ha fatto togliere le panchine. Le donne vogliono farsi un bagno a mare nei loro costumoni un po’ buffi? Ecco che la sindaca vieta di entrare in acqua vestite. Se ne stessero a casa, allora… solo che la signora Cisint ha pensato bene di far alzare la soglia di reddito minimo per avere una casa popolare, in modo da escludere gli immigrati. I musulmani hanno due centri culturali, dove si permettono anche di pregare? Ecco che Cisint vieta la stessa preghiera perché non sarebbe prevista nella destinazione d’uso. Uscita da Monfalcone, i suoi orizzonti vessatori si allargano. A Mestre c’è un giardino pubblico, dove i “musulmani” (non è dato sapere di quale etnia) sono soliti pregare. Evidentemente non hanno i soldi per affittare un locale per farsi una moschea. E posso immaginarmi perché: Mestre fa parte del comune di Venezia, che come overtourism è messo peggio di Firenze. A Firenze, l’intera industria degli Airbnb non si reggerebbe senza i peruviani che lavorando in nero corrono in bici a cambiare le lenzuola e buttare i rifiuti. Ma siccome gli appartamenti sono presi appunto da Airbnb, i peruviani non hanno dove dormire loro stessi. Una mattina, i musulmani che vanno a pregare trovano l’angolo del giardino in cui di solito pregano occupato da due ragazze in bikini che dicono che vogliono prendere il sole. Come sia andata, non lo sapremo mai, ma pare che l’imam abbia chiesto loro di lasciare il posto il tempo di dire la preghiera. Sono tredici anni che partecipo all’autogestione di un giardino pubblico, e conosco benissimo la situazione: arrivano i ragazzi della scuola media che vogliono fare la partita nel campetto, e si lamentano che è occupato dai bambini piccoli; arrivano quelli che ci vogliono fare yoga, e si lamentano perché gli arrivano le pallonate in testa; e se ci sono quelli che fanno pugilato, non ci possono stare anche quelli che fanno yoga. Sono cose che si negoziano. Ma la notizia arriva a Cisint che dall’alto del suo smartphone sull’aereo per Bruxelles dice la sua, sul fatto che in un angolino di un giardino, la “manodopera indispensabile al sistema economico e produttivo nazionale” faccia una cosa sua: “Questo è quello che sta accadendo in tutta Europa e in Italia. La conquista, il governo e la sostituzione sono i loro obiettivi: un vero e proprio golpe contro lo Stato di diritto”. È affascinante la chiosa dell’articolo che ne parla, non si capisce se sia della giornalista o dell’eurodeputata: “Permettere che le consuetudini religiose di una comunità arrivino a limitare le libertà individuali altrui significa abdicare al principio di legalità e alla difesa dei valori occidentali. In gioco c’è ben più di un parco pubblico”. Questa è stata la tesi centrale del laicismo più odioso. Come quelli che vorrebbero vietare la processione in onore della Santa Patrona perché ostacola il traffico. Qui potete aderire, ad esempio, alla campagna dell’UAAR – Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti – per vietare che il suono delle campane limiti la libertà di dormire del cittadino laico, solo perché lo richiedono le consuetudini religiose di una comunità. Ma non ci risulta che l’UAAR abbia ancora cercato di vietare agli scout cattolici di dire una preghiera nella loro sede, perché non previsto dalla destinazione d’uso (non ci risulta, ma non suggeriteglielo!). Non a caso, un intervento di Cisint si intitola, “La minaccia di Allah“: che è il nome che anche i cristiani arabi usano per chiamare Dio. -------------------------------------------------------------------------------- * Miguel Martínez è nato a Città del Messico, è cresciuto in giro per l’Europa e soprattutto in Italia, ed è laureato in lingue orientali (arabo e persiano). Di mestiere fa il traduttore e trascorre molto tempo in un giardino comunitario autogestito del borgo San Frediano Oltrarno di Firenze. Questo il suo prezioso blog, dove questo articolo è apparso con il titolo Non c’è più Laicità! -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Cisint e l’arte di far star male la gente proviene da Comune-info.
June 29, 2026
Comune-info