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Immagina, puoi! Un mondo senza polizia, utopia ma non troppo
NICOLA STUFANO (tratto da Globalproject.info) Ci sono assiomi educativi radicati sin dall’infanzia nelle nostre esistenze, così in profondità da rendere di primo acchito folle e delirante la sola idea di poterli mettere in discussione. Uno di questi assiomi prevede che una società civile non può reggere senza la presenza della polizia, o comunque senza un corpo di forze dell’ordine direttamente sotto il controllo dello Stato attraverso il suo ministero dell’Interno. Possiamo anche detestarne i modi e stigmatizzarne le azioni, ma nel momento del bisogno, il cittadino civile non potrà che rivolgersi alle forze dell’ordine, per essere difeso e tutelato. Geo Maher, accademico e attivista statunitense, si è lanciato anni fa nel complicato tentativo di scardinare questo assioma, cercando la corretta chiave per descrivere la necessità di un sistema diverso. A World Without Police, uscito nel 2021, è presto diventato uno dei più importanti testi contemporanei di contenuto abolizionista, e attraverso D Editore, libreria indipendente romana che attraverso la collana Nextopie sta dando ampio spazio alla saggistica dai contenuti più radicali, il suo libro è da pochi mesi arrivato al pubblico italiano come Immagina un Mondo Senza Polizia (traduzione di Andrea Puglisi).  Maher in persona si è presentato, nel corso della seconda giornata di Sherbooks, in collegamento sugli schermi del CSO Pedro, quando dalle sue parti erano le 8 e mezza di mattina. Guidato nelle domande e coadiuvato dalla traduzione dall’editore Emanuele Jonathan Pilia e dalla giornalista Dalia Ismail, Maher sorseggia la sua tazza calda, scruta il pubblico e con voce profonda e ferma illustra in modo conciso le sue tesi. Il discorso di Maher, così come il libro, ha un punto di partenza ben preciso, ed è il 28 maggio 2020, quando a Minneapolis, nel culmine delle proteste per l’uccisione di George Floyd, una stazione di polizia viene presa d’assalto e data alle fiamme, costringendo i poliziotti alla fuga. Maher individua in quel momento il punto di tracimazione di un’insofferenza verso la polizia, con l’episodio di George Floyd solo ultimo di una interminabile serie di soprusi rispetto alla fascia più umile e indigente della popolazione locale. Le ragioni di Maher partono dal dibattito più comune, quello col vicino di casa: nella discussione emerge con chiarezza la concezione monolitica di assoluta necessità della presenza di forze dell’ordine. Ma quando poi si arriva a porre la domanda: “Ma la polizia, esattamente, cosa ha fatto per noi?” ecco, qui di solito cominciano a formarsi le prime crepe. La polizia, soprattutto negli Stati Uniti (ma anche in Europa) è forte di una narrazione mediatica e giornalistica quasi sempre positiva: innumerevoli le serie TV crime che insistono sugli atti di eroismo delle forze dell’ordine.  Meno chiacchierati sono gli aspetti metodologici e istituzionali, ed è su questo che Maher si concentra per portare il concetto di polizia nella direzione dell’obsolescenza. Punto-chiave è stabilire la reale funzione della polizia: Maher dimostra che, essendo sotto il controllo diretto delle istituzioni, e quindi del governo, non può che esserne che la mano armata di un’espressione politica, che da sempre negli Stati Uniti si propone di mantenere un ordine gerarchico di segregazione tra cittadini.  Maher osa ancora di più, lanciando un’interessante analisi sulle modalità d’azione dell’esercito degli Stati Uniti del mondo, assimilandole a gigantesche operazioni di polizia: cosa sono state d’altronde la caccia ai Vietcong, o la guerra dichiarata al terrorismo islamico in Afghanistan e oltre, se non tentativi di ripristinare l’ordine a livello mondiale? > L’autore insiste dunque su un ritorno alle origini della società civile per > superare il concetto di polizia.  Che, per inciso, è attualmente accettato a livello globale: e sebbene la polizia statunitense non possa minimamente essere paragonata a quella cinese, o a quella venezuelana (paese al quale Maher ha dedicato principalmente il suo impegno accademico nell’analisi della rivoluzione bolivariana e del suo riflesso verso la società), hanno tutte in comune la stessa criticità di fondo che la rendono un’istituzione poco propensa a garantire giustizia sociale.  Le soluzioni proposte da Maher non sono particolarmente elaborate o complesse: l’autore ci invita a guardare al modo in cui ordinariamente risolviamo i nostri problemi all’interno delle comunità: ossia ragionando sempre come facciamo all’interno delle nostre famiglie e delle nostre associazioni, dove non abbiamo bisogno di forze di controllo o di sorveglianza. Se ci fermiamo un attimo a riflettere su questo, è più comune di quanto noi pensiamo l’uso della trattativa e del dialogo per la risoluzione di problemi complessi.  > Dove, dunque, attecchisce e si rende necessaria la polizia? Dove viene meno il > senso di comunità.  Questo è uno dei gravi problemi della modernità, in Europa forse più che altrove, dove i processi migratori hanno spesso portato alla formazione di ghetti piuttosto che di comunità trasversali. In questo contesto, la polizia assume un ruolo sempre più centrale nel mantenere separati i ceti più abbienti dalla nuova classe meno privilegiata, composta da immigrati di prima e seconda generazione, alimentando e al tempo stesso gestendo la percezione dell’immigrato come figura che “fa paura”. É più una conseguenza che una coincidenza se Immagina un mondo senza polizia arriva in Italia proprio nel momento in cui Minneapolis torna a essere centro nevralgico di una violenta lotta tra il governo americano e le comunità locali, e il braccio armato di questo stato più imperialista che mai diventa l’ICE, ovvero una forza di polizia concentrata sul contrasto all’immigrazione e l’espulsione forzata degli stranieri, in mancata osservanza delle più elementari regole costituzionali. Anche attraverso la brutalità dell’ICE, stanno recentemente cadendo alcuni assiomi apparentemente inattaccabili e mettere in discussione l’utilità della polizia non è più un tabù. L’abolizione della polizia comincia a seguire i passi del percorso di un fenomeno molto simile, quello dell’abolizionismo carcerario, che già riscuote un interesse un consenso assai più ampio rispetto a pochi anni fa.
Punire, educare, umiliare: il razzismo ai tempi dell’algoritmo
FEDERICA DI BIASI (tratto da Globalproject.info) Il saggio Fruste digitali. Discorsi d’odio e razzismo: i social media per educare e punire, edito da Capovolte e presentato a Sherbooks Festival 2026, analizza da un punto di vista sociologico i rapporti esistenti tra le migrazioni di ieri e di oggi e come le pratiche discriminatorie e i pregiudizi siano stati traslati dalla narrazione della carta stampata alla realtà multimediale dei social, portando all’esasperazione i discorsi d’odio e d’intolleranza, apparentemente legittimati dallo scudo dell’ironia o dell’opinione personale. Trindade, Dottore di ricerca in Sociologia presso la University of Southampton, lavora come ricercatore indipendente e scienziato sociale affiliato all’IPIE e si occupa da tempo delle dinamiche con cui si stigmatizzano le persone razzializzate e migranti e i canali attraverso cui si perpetuano. (N.B. la presentazione inizia al minuto 8:30) Il discorso muove dalla ricerca delle radici di questo fenomeno: dalla storia dei movimenti migratori in Brasile alla fine dell’Ottocento, a come l’arrivo degli italiani, accolti come “manodopera bianca” in sostituzione della manodopera afro-discendente appena liberata e sempre più marginalizzata, ha contribuito alla formazione non solo dell’identità nazionale quanto all’ideologia della “democrazia razziale”.  La necessità di diventare un Paese moderno, dove moderno era sinonimo bianco, ha opportunamente occultato il conflitto razziale, l’élite brasiliana ha deciso di accogliere contadini italiani per rispondere a questa esigenza di “sbiancamento”; ma allo stesso tempo gli italiani che emigravano in nord America venivano considerati “mezzi neri”, una nuova tipologia di schiavi e come tali bersagli di violenza, pregiudizi e vignette satiriche.  Lo stesso principio che ritroviamo oggi impersonato nel cosiddetto jeitinho brasileiro, cioè del “modo di fare alla brasiliana”, che consente, a chi difende la supremazia bianca, di pronunciare freddure razziste, senza preoccuparsi delle conseguenze, giustificandole come manifestazioni simpatiche e affettuose, una sorta di “razzismo cordiale” che lascia disorientata la vittima. Si assiste quasi ad un deficit di memoria collettiva: le storie del passato si rispecchiano nel presente, cambiano solo le posizioni e le origini dei migranti contro cui si punta il dito, dimostrando l’incapacità di imparare dal passato.   Il titolo dell’opera racchiude in sé più di un significato, esemplificativo del passaggio da pratiche di punizioni corporali a vessazioni digitali il cui scopo comune è quello di annientare le soggettività. I social sono descritti come un moderno pelourinho: nelle colonie portoghesi veniva posta, in un luogo ben visibile, una colonna dove le persone schiavizzate erano frustate, come memento punitivo e educativo per la collettività. Una dimostrazione di forza bruta per riaffermare il proprio dominio su chi veniva considerato inferiore e i confini che non poteva valicare.  Una radice traumatica che ritroviamo nel modo in cui i social media si presentano come una piazza virtuale, in cui hanno eco sentimenti d’odio verso chi è ritenuto diverso, che nel contesto sociale offline non sono più accettati, ma che sotto il dominio di algoritmi, creati su logiche di profitto, catalizzano l’attenzione e  ne amplificano la diffusione, grazie alle continue interazioni, creando delle gerarchie atte a mantenere le vittime in una condizione di disumanizzazione, subalternità e marginalizzazione. Una logica che non possiamo più ignorare perché queste interazioni dispregiative migrano anche nella vita reale, divenendo la nuova normalità; la tecnologia digitale è onnipresente nelle nostre, permea le interazioni sociali e influenza i comportamenti e le reazioni offline, in una coodipendenza i cui effetti negativi devono essere esaminati e scardinati. Durante la presentazione è stato chiesto all’autore delle pratiche concrete che possano apportare un cambiamento radicale e contrastare il profitto generato dalle pratiche d’odio e Luiz Valério Trindade ha ribadito come le aziende di tecnologia rifiutando di identificarsi come editori, come testate giornalistiche, negano la propria responsabilità, quindi ne consegue l’importanza di un aggiornamento della giurisprudenza in materia, che segua più da vicino come tali effetti si manifestano nella società; l’assoluta necessità che la popolazione e, in particolar modo, i giovani debbano essere educati alla consapevolezza che quanto commentano e le interazioni che hanno online hanno delle ricadute sulla vita reale, i social non sono una terra di nessuno dove tutto è concesso in virtù di una millantata libertà d’espressione privata di una qualsiasi responsabilità critica.  L’attualità ci insegna purtroppo che, in più di un caso, degli adolescenti sono rimasti vittime del bombardamento dell’algoritmo che li ha sottoposti ad una sovraesposizione a contenuti inappropriati che hanno condotto a decisioni irrimediabili, che non fanno che dimostrare la stretta connessione esistente tra azioni virtuali e vita reale. La presentazione si chiude con l’invito alla presa di coscienza del singolo utente della propria responsabilità individuale e di come ciò a cui diamo visibilità abbia una ricaduta economica, in termini pubblicitari, su cui poter far leva per stimolare un radicale cambio di rotta.  
“Pensare Migrante”: una tre giorni di talk, reportage, teatro, fumetto e musica
Baobab Experience compie 10 anni e festeggia con “Pensare Migrante” una tre giorni, dal 12 al 14 dicembre, alla Città dell’Altra Economia (Roma). «Una programmazione bellissima» – spiegano le attiviste – «che spazia dall’arte al giornalismo di inchiesta, dai numeri alle storie, al di fuori di tutto quello che avete già sentito sul tema della migrazione. Ribalteremo assieme tutti i dogmi per superare ogni barriera fisica e mentale!» PROGRAMMA Scarica in .pdf VENERDÌ 12 DICEMBRE 18:30 – Talk – 10 anni di migrazione. Cronaca di un continente che cambia rotta Cosa è successo  Annalisa Camilli, Giornalista di Internazionale; Gianfranco Schiavone, Presidente del Consorzio Italiano di Solidarietà Cosa abbiamo fatto Eleonora Camilli, Giornalista de La Stampa; Marco Bertotto, Direttore Programmi di Medici Senza Frontiere Italia; Andrea Costa, Presidente Baobab Experience; Tiziano Rossetti, Cofondatore TOM (Tutti gli Occhi sul Mediterraneo); Luca Faenzi, Ufficio stampa Sea-Watch; Collettivo Rotte Balcaniche; Pietro Gorza, Presidente di On Borders (in collegamento dalla frontiera USA-Messico) 21:30 – Concerto Senegal Drum Ensemble Permormance live di Tamburi di Gorée e Tam Tam Morola SABATO 13 DICEMBRE 11:30 – Proiezione del Reportage “Trafficanti di uomini” realizzato da PresaDiretta segue Talk IL TRAFFICO DI ESSERI UMANI: UN AFFARE TRA STATI Riccardo Iacona, autore e conduttore di PresaDiretta, Rai3; Pablo Castellani, giornalista e filmmaker; Nancy Porsia, giornalista freelance e producer esperta di Medio Oriente e Nord Africa; Lam Magok, attivista di Refugees in Libya; Alice Basiglini, responsabile comunicazione e campagne di Baobab Experience; Sarita Fratini, fondatrice di JLProject 14:30 – Proiezione del Documentario: “This Jungo Life” segue Talk PRIMA PERSONA PLURALE LA PAROLA A CHI ATTRAVERSA, CHI RESTA, CHI PARLA Il regista David Fedele dialoga con Hasan Adam, Baobab Experience, e Mahamat Daoud, Refugees in Libya 16:00 – Talk INTERSEZIONALITÀ DELLE LOTTE COME SI TENGONO INSIEME I FRONTI DEL PRESENTE Giulio Cavalli, scrittore, giornalista e regista teatrale; Francesca Mannocchi, giornalista e documentarista; Fatima Idris, attivista per le donne vittime di tratta; Lorenzo D’Agostino, giornalista indipendente; Francesco Cancellato, Direttore di Fanpage 17.30 – Live recording PUNTATA LIVE DI SCANNER: IL PODCAST DI VALERIO NICOLOSI Valerio Nicolosi, giornalista di FanPage; Alice Basiglini, responsabile comunicazione e campagne di Baobab Experience 18:30 – Presentazione libro RACCONTARE IL REALE: GRAPHIC JOURNALISM E FUMETTO COME FORMA DI ATTIVISMO Alessio Trabacchini, editor presso Coconino Press – Fandango, Course Leader del Triennio in Comics & Visual Storytelling presso Naba Roma; Lorenzo Palloni, fumettista, co-fondatore della rivista La Revue; Mauro Biani, vignettista, illustratore e blogger; Harry Greb, street artist e attivista; Rebecca Valente, illustratrice e fumettista e docente del Master di Illustrazione e Graphic Novel della Scuola Internazionale di Comics di Torino; Maria Cristina Fortuna, illustratrice e attivista di Baobab Experience Lə autorə e lə protagonistə delle storie di “Tu sai cosa mi è successo”, l’antologia a fumetti sulle testimonianze raccolte da Baobab Experience in questi dieci anni 20.30 – Talk PROPAGANDA BAOBAB Diego Bianchi, conduttore di Propaganda Live; Andrea Costa, Presidente di Baobab Experience 21.30 – Spettacolo teatrale “IL SECOLO È MOBILE” DI GABRIELE DEL GRANDE DOMENICA 14 DICEMBRE 10:30 – Talk L’ITALIA ILLEGALE VIOLENZE ISTITUZIONALI E ABUSI CONTRO LE PERSONE MIGRANTI Francesco Ferri, redattore del progetto Melting Pot Europa; Giuseppe De Marzo, coordinatore di Rete dei Numeri Pari e Direttore Scuola Giustizia ecologica e ambientale; Marco Omizzolo, Sociologo e docente di Sociopolitologia delle migrazioni all’Università La Sapienza; Yasmine Accardo, attivista in LasciateCIEentrare e Mem.Med – Memoria Mediterranea; Alberto Barbieri, Coordinatore generale di MEDU; Ilaria Cucchi, senatrice di AVS  12:00 – Talk SIAMO FATTI DI MEDITERRANEO: ITALIANI METICCI Luca Misculin, giornalista de Il Post, scrittore e autore del libro Mare Aperto; Alessia Candito, giornalista de La Repubblica 14:30 – Talk MIGRAZIONE: LA GRANDE SMENTITA Donata Columbro, giornalista e divulgatrice della cultura statistica; Ginevra Demaio, Ricercatrice di Centro Studi e Ricerche Idos; Mariachiara Fortuna, statistica e attivista di Baobab Experience 15.30 – Talk IMPERIALISMO BIANCO E RESISTENZA Igiaba Scego, scrittrice e ricercatrice indipendente; Marta Ciccolari Micaldi, curatrice del Progetto McMusa, autrice e guida letteraria specializzata in American Studies e critica letteraria; Miguel Mellino, Professore associato e docente di studi postcoloniali e relazioni interetniche all’Università di Napoli “L’Orientale”; Djarah Kan, scrittrice e attivista femminista e culturale (TBC); David Yambio, presidente di Refugees in Libya DOMENICA 14 DICEMBRE (HACIENDA VIA DEI CLUNIACENSI, 68, ROMA) dalle 19:00 a Mezzanotte Maria Violenza Mai Mai Mai Giovanni Truppi iosonouncane
“Sconfinati Fest! 2025”: una giornata per ripensare i confini
Sabato 18 ottobre 2025, negli spazi di Mosso (Via Angelo Mosso 3, Milano), si terrà la seconda edizione di Sconfinati Fest!, un evento gratuito che si protrarrà dalle 11:00 alle 23:00 e che propone dibattiti, laboratori, performance e momenti conviviali attorno ai temi dei confini – geografici, culturali, sociali – e della libertà di movimento. L’iniziativa è promossa da Naga, realtà attiva da tempo nei campi dell’accoglienza, salute, inclusione e diritti delle persone migranti. In questa seconda edizione, Sconfinati Fest si propone di contribuire a uno spazio pubblico di confronto, riflessione e festa, con l’obiettivo di “scardinare” barriere – materiali, simboliche o mentali – che impediscono libertà, cura e comunità. Il programma completo Temi e programma Il palinsesto della giornata è pensato per attraversare tre macro-temi che oggi risultano imprescindibili: Confini e Sicurezza; Confini e Salute; Confini e Identità. Tra gli appuntamenti in programma, si susseguono talk, conversazioni con esperti, momenti partecipativi e laboratori. Si affronteranno questioni quali il diritto alla salute per tutte le persone – indipendentemente dallo status giuridico -, il nodo delle leggi di frontiera, l’esperienza soggettiva dell’identità in contesti migratori. Sconfinati Fest! non è un semplice evento culturale, ma un invito ad attraversare – anche simbolicamente – le frontiere che disciplinano chi può entrare e chi resta fuori, chi ha accesso al diritto alla cura e chi rimane escluso, chi viene considerato cittadino “legittimo” e chi no.
Festival delle Migrazioni, un bilancio della settima edizione
Cinque giorni intensi, oltre trenta eventi, cento ospiti e più di cinquemila presenze. Con un sold out emozionante al Palestinian Circus, che ha portato in scena le storie quotidiane sotto occupazione con danza, musica, teatro e acrobatica, si è chiusa a Torino la settima edizione del Festival delle Migrazioni (10-14 settembre), dedicata al tema Il cuore oltre l’ostacolo. Notizie/Arti e cultura IL PROGRAMMA DEL FESTIVAL DELLE MIGRAZIONI 2025: «IL CUORE OLTRE L’OSTACOLO» A Torino dal 10 settembre cinque giorni di incontri, arte, teatro, cinema e letteratura 9 Settembre 2025 Un gesto politico e poetico che ha attraversato incontri, spettacoli, laboratori e momenti conviviali, e che ha confermato ancora una volta il Festival come spazio di confronto vivo, capace di unire linguaggi artistici e riflessione critica. La rassegna ha dato spazio a conflitti e resistenze che attraversano il presente: Monica Perosino e Anna Zafesova hanno discusso dello stato della guerra in Ucraina; Moni Ovadia ha dialogato con Noor Abo Alrob (direttore artistico del Palestinian Circus) e con Miriam Ambrosini di Terre des Hommes sulle lotte in Palestina; Antonella Sinopoli ha raccontato con Black Sisters e AfroWomenPoetry le voci delle donne dell’Africa sub-sahariana; Boban Pesov ha riportato, attraverso il graphic novel C’era una volta l’Est, il tema delle radici e delle memorie divise. Un’attenzione particolare è stata dedicata alle esperienze delle donne: dalle opere di Parnian Javanmard, artista iraniana che interroga i concetti di casa e identità, alla poesia di Samira Fall, fino alle storie delle vincitrici del Concorso Lingua Madre, che raccontano la complessità delle appartenenze multiple. Il Festival non è stato solo parola e riflessione. Teatro, musica, cinema e linguaggi ibridi hanno attirato un pubblico curioso e partecipe. Tra le novità, la performance Stupefacenti, l’anteprima assoluta di Ceci n’est pas Omar di Omar Giorgio Makhloufi e l’esperienza multimediale Audiowalk Borgodora. Grande successo anche per i workshop, dai laboratori sull’attivismo intersezionale e sulla costruzione artigianale di tamburi, fino al Migrantour a Porta Palazzo. Il momento più corale è stata la Cena delle Cittadinanze, che ha visto 700 persone condividere piatti e storie, seguita dal concerto dei The Brothers’ Keepers. Parallelamente, diverse mostre hanno accompagnato l’intera durata del Festival, dando spazio a fotografi, collettivi e artisti rifugiati. L’appuntamento con l’ottava edizione del Festival delle Migrazioni è fissato a settembre 2026. Un tempo che servirà a consolidare il percorso costruito in questi anni e a rafforzare la rete di realtà artistiche, sociali e associative che hanno reso possibile questa esperienza. Il Festival è ideato e organizzato da Almateatro e A.M.A. Factory, con il sostegno della Fondazione Compagnia di San Paolo, del Ministero della Cultura – Direzione Generale Spettacolo, della Città di Torino, di Legacoop Piemonte e Iren, oltre a un’ampia rete di partner e collaborazioni che include associazioni, media indipendenti, fondazioni e collettivi. In un contesto politico e sociale in cui le migrazioni sono spesso ridotte a slogan e paure, il Festival delle Migrazioni ribadisce la necessità di creare spazi di ascolto, racconto e incontro. Un luogo dove le persone in movimento non sono oggetti di narrazione, ma soggetti che prendono parola attraverso l’arte, la memoria e la testimonianza. Un laboratorio di cittadinanza e di diritti che guarda già al 2026 per continuare a mettere il cuore oltre gli ostacoli.
September 17, 2025
Progetto Melting Pot Europa
Discorsi Mediterranei approda a Patù il 6 e 7 settembre
Il 6 e 7 settembre Palazzo Romano a Patù ospiterà Discorsi Mediterranei, un festival itinerante – e giunto quest’anno alla sua 11a edizione – che adotta un approccio intersezionale attento ai legami tra diritti, identità sociali, questioni di genere, contesto ambientale e fenomeni migratori e si concentra sulle nuove narrazioni delle migrazioni. Dopo le tappe di Specchia e Santa Maria di Leuca, l’iniziativa – promossa da Arci Cassandra Aps, Narrazioni Ets e dall’Istituto di Culture Mediterranee – arriva all’estremo lembo del Capo di Leuca con un programma fitto di incontri, laboratori, mostre e musica. Consulta il programma dettagliato Le conversazioni saranno il fulcro della due giorni. Nella due giorni di Patù il focus è maggiormente centrato sul cambiamento delle narrazioni, sulla decolonizzazione dello sguardo, del pensiero e della produzione di sapere, sui concetti di discriminazione multipla e intersezionalità. Tra gli ospiti figurano studiosi e attivisti di primo piano: lo storico Donato Di Sanzo, l’attivista e ricercatrice Ndack Mbaye, la docente Eliana Augusti, la sociologa Irene Strazzeri, la scrittrice e artista Wissal Houbabi, Annalisa Camilli (Internazionale), Luca Rondi (Altreconomia) e il cantautore e intellettuale Nabil Bey. Accanto ai discorsi, il festival propone una mostra multimediale con illustrazioni, fotografie, webserie e podcast che raccontano i confini e le frontiere del Mediterraneo e del Sahel. Tra le opere, le illustrazioni dell’artista tunisina Zainab Fasiki e i reportage di Annalisa Camilli e Michele Cattani. Non mancano le presentazioni di libri: da Controverse. Scrivere in diaspora, poetiche del divenire (Capovolte edizioni) al classico del femminismo hip hop Chickenheads di Joan Morgan, fino a Il giro del mondo alle frontiere della stessa Camilli. Spazio anche ai laboratori, tra cui quello esperienziale condotto dall’attivista Marie Moïse, e alle attività per ragazzi e ragazze, con la presentazione dell’albo illustrato Oltre l’orizzonte dell’umanità. La prima giornata si chiuderà con Bar Med, concerto che unisce le sonorità di Antonio Castrignanò e Ziad Trabelsi, mentre la serata finale sarà affidata al dj set di La Pam. Tutti gli appuntamenti sono a ingresso libero e gratuito. Il festival è realizzato nell’ambito del progetto Storie Meridiane dei Comuni di Patù e Morciano di Leuca, con il sostegno dell’Unione europea – NextGenerationEU, del Ministero della Cultura e della Regione Puglia.