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Lo straordinario impatto del volontariato sulle persone
Il volontariato sta attraversando una fase di trasformazione profonda. I dati ISTAT (2025) dimostrano come si stia progressivamente indebolendo: nel 2023 circa 4,7 milioni di persone (il 9,1% della popolazione di 15 anni e più) hanno svolto attività di volontariato, sotto forma di impegno organizzato o aiuto diretto (-3,6 punti percentuali rispetto al 2013). Il calo della partecipazione è stato abbastanza generalizzato, anche se ha interessato maggiormente le nuove generazioni. Tra i volontari, quelli attivi solo in forma organizzata scendono dal 54,3% al 46,1% e anche chi offre solo aiuti diretti passa dal 37,6% al 32,2%. Al contrario, aumenta in modo marcato la partecipazione ibrida: dall’8,1% al 21,7% (+13,6 punti percentuali). La trasformazione del volontariato non riguarda, quindi, solo i numeri, ma anche le modalità con cui le persone scelgono di impegnarsi e il senso che attribuiscono al proprio agire gratuito. Informazioni che spesso non riescono a emergere dalla statistica ufficiale. L’Osservatorio Volontariato “Dono e Agire gratuito”, promosso da AICCON Research Center in collaborazione con Forum Nazionale Terzo Settore e CSVNet, con il sostegno di UniCredit e Fondazione Modena e con le rilevazioni curate da IPSOS Italia, ha cercato di indagare le trasformazioni in atto. La metodologia dell’Osservatorio si basa su un approccio misto che integra analisi quantitativa (indagine CAWI somministrata a un campione di 1.000 cittadini italiani) e qualitativa (interviste motivazionali con organizzazioni che accolgono volontari), al fine di ottenere un quadro completo e sfaccettato del fenomeno. I primi risultati, presentati durante le ultime Giornate di Bertinoro 2025, ci indicano che il 23% degli intervistati effettua donazioni regolari in denaro a cause sociali, percentuale che sale al 31% tra i pensionati e al 32% tra i liberi professionisti. Tra i giovani la forma di donazione più diffusa è quella di sangue e/o plasma – effettuata dal 30% degli intervistati under 25 e dal 19% degli intervistati tra 25 e 34 anni; molto diffuse anche la frequentazione di centri culturali (20% degli intervistati tra 25 e 34 anni) e di comunità religiose (18% degli intervistati tra 25 e 34 anni, contro una media dell’11%). Un intervistato su 10 è attualmente volontario in un’organizzazione e il 22% lo era in passato.  I volontari attuali hanno una maggiore rappresentanza nelle fasce d’età più anziane (50% ha 55 anni o più), mentre gli ex-volontari sono più distribuiti nelle fasce d’età centrali (54% tra i 35 e i 64 anni) e tra i curiosi il 22% ha meno di 35 anni. Il dato più interessante è relativo alle prospettive future di ingaggio: il 54% degli ex volontari vorrebbe tornare a fare volontariato nei prossimi 6 mesi (per 1 su 10 è molto probabile), percentuale che sale al 77% tra gli intervistati under 35; tra i curiosi, il 42% potrebbe iniziare a fare volontariato nei prossimi 6 mesi, percentuale che sale al 52% tra gli under 25. Le principali ragioni che spingono le persone a fare volontariato restano chiare: il desiderio di aiutare gli altri e quello di sentirsi utili sono indicati da quasi la metà degli intervistati. A seguire, le ragioni più altruistiche (contribuire alla comunità, alle cause vicine ai propri valori) si affiancano a quelle personali (desiderio di appartenenza, appagamento personale, utilizzo del tempo libero). Il quadro dei dati fa emergere anche una trasformazione significativa nella percezione del volontariato da parte di chi lo pratica attivamente: i volontari attivi sembrano spostare la loro motivazione da un astratto “desiderio di aiutare gli altri” a un più concreto “sentirsi utili”. Un cambiamento che segnala un passaggio da una visione idealizzata dell’altruismo, a una comprensione più matura e pragmatica dell’impatto reciproco del volontariato. Si passa dunque dall’altruismo al personalismo comunitario, secondo cui una piena realizzazione di sé avviene soltanto attraverso la relazione con gli altri. “L’importanza attribuita alla <Crescita personale> e all’<Arricchire il proprio curriculum>, evidenziano i primi dati della ricerca, è relativamente contenuta da parte di tutti i gruppi, suggerendo che il volontariato rimane principalmente guidato da spinte intrinseche e valori profondi. Tali motivazioni risultano tuttavia più evidenti per le fasce più giovani: il 27% dei rispondenti in fascia 18-24 anni ha indicato la <crescita personale> tra le motivazioni e il 17% l’arricchimento del CV. Il volontariato diventa, quindi, per le nuove generazioni non solo un atto di altruismo, ma anche un modo per sviluppare il proprio sé in un contesto sociale significativo. Accanto alle motivazioni, emergono però anche ostacoli significativi. Non ostacoli valoriali, ma barriere di contesto: mancanza di tempo, carichi di cura, precarietà lavorativa, problemi di salute, scarsa flessibilità delle opportunità. Mentre tra gli under 35 pesano la mancanza di informazioni, il dubbio sull’efficacia reale di ciò che si fa e la preferenza per attività che prevedono almeno un rimborso spese. È un segnale che invita a ripensare modalità di coinvolgimento più chiare, accessibili e personalizzate”. L’impatto del volontariato sulle persone, però, rimane straordinario. L’Osservatorio mostra che l’86% dei volontari parla di appagamento, l’83% di crescita personale, il 78% di nuove competenze e il 73% di relazioni significative. Il volontariato aumenta inoltre l’inclusione sociale: mentre 6 intervistati su 10 si sentono inclusi nella società italiana (ma solo 1 su 10 pensa di esserne parte a tutti gli effetti), il 71% dei volontari si sente incluso (14% completamente, il 57% in gran parte). Guardando al futuro, tre sono le direttrici che emergono con più forza: flessibilità, riconoscimento e giovani. Le persone chiedono forme di partecipazione più agili e compatibili con le vite contemporanee; serve un riconoscimento concreto delle competenze e dell’impatto generato e occorre costruire una nuova alleanza con le generazioni più giovani, che già partecipano in modi nuovi e che rappresentano una delle energie più promettenti dell’agire gratuito. L’evoluzione del volontariato non è una perdita: è una trasformazione che porta con sé nuove possibilità. La responsabilità collettiva, oggi, è creare le condizioni perché questa energia – sia nelle forme tradizionali che in quelle emergenti – possa essere riconosciuta, sostenuta e messa nelle condizioni di generare futuro. Qui la presentazione dei dati della ricerca dell’Osservatorio AICCON durante Le Giornate di Bertinoro 2025: https://www.youtube.com/watch?v=FwmXBWkYqsc&t=16s Giovanni Caprio
April 5, 2026
Pressenza
“Senza il lavoro operaio questo paese si ferma”. Sabato assemblea nazionale operaia a Roma
Sabato 28 marzo a Roma (Nuovo cinema Aquila, ore 10.00) l’Unione Sindacale di Base ha convocato una assemblea nazionale che rimette al centro dell’agenda “la questione operaia” nel nostro paese. Il dato politico di fondo è uno: il governo guidato da Giorgia Meloni esce sconfitto dal segnale netto arrivato dal […] L'articolo “Senza il lavoro operaio questo paese si ferma”. Sabato assemblea nazionale operaia a Roma su Contropiano.
March 25, 2026
Contropiano
Oltre l’illusione della pace
Non è la guerra in sé a costituire l’anomalia. L’anomalia è un ordine mondiale che non riesce più a produrre integrazione, stabilità, futuro condiviso, e che per questo ricorre ciclicamente alla forza. Gli accordi su Gaza, come molti altri prima, non intervengono sulle condizioni materiali che rendono la violenza necessaria. Congelano il conflitto, rassicurano i mercati, consentono la ripresa dei flussi economici e diplomatici. La ricostruzione viene già pensata come opportunità di investimento; la pace come pausa funzionale alla riorganizzazione dei rapporti di forza. Continua a leggere→
February 26, 2026
Rizomatica
In dialogo con Alberta Basaglia
LA PREVENZIONE COME ANTIDOTO ALL’INFELICITÀ E IN DIFESA DELLA SALUTE MENTALE Alberta Basaglia è psicologa e da anni lavora sulle tematiche legate al contrasto della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, proponendone anche una lettura per l’infanzia. In particolare, per il Comune di Venezia ha dato vita al Centro Donna/Centro Antiviolenza e ha promosso gli interventi della stessa amministrazione in ambito di politiche giovanili e di pace. È presidente dell’Archivio Basaglia, la cui sede è presso l’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti. Figlia di Franco Basaglia e Franca Ongaro. L’incontro con Alberta Basaglia inizia con molta emozione e curiosità perché il suo spirito pronto, innovativo e libero mi conquista e rimanda qualcosa di preziosamente nuovo e originale. Il pensiero basagliano attraversa il nostro incontro per come utilizziamo le parole e il linguaggio, e nel modo stesso di sentirci vicine: non ci abbandona mai, nemmeno per un attimo, l’idea che sia necessario lottare per i diritti della persona e della collettività. Apriamo così l’intervista, parte di un progetto di ricerca indipendente che tenta di riflettere sul pensiero collettivo e sull’azione che da esso deriva. Ci interroghiamo, in particolare, sugli effetti dell’azione umana e della sua capacità trasformativa. Ci chiediamo se il pensiero-in-azione, fonte di cambiamento, possa agire sulle relazioni e sugli affetti garantendo il bene dell’individuo e dell’intera comunità. Una riflessione, insomma, sullo stato dell’arte dei sentimenti dell’essere umano e del legame sociale. Gentile Alberta Basaglia, vorrei pensare insieme a lei il livello di sofferenza che vivono i giovani nella nostra contemporaneità. Credo che in loro s’incarni, potenzialmente e malgrado tutto, l’eredità del mondo e che abbiano delle responsabilità, di dovere e di diritto, verso un impegno con la vita. I ragazzi e le ragazze, probabilmente, percepiscono la difficoltà di un investimento emotivo su loro stessi e, perciò, la fatica del cambiamento e della crescita diventa, a volte, insostenibile. Il processo trasformativo e lo sviluppo personale, però, sono il fondamento per affrontare il passaggio dalla solitudine e dall’isolamento verso lo stare insieme proprio di una comunità. Mi chiedo, quindi, come avere cura dei giovani e del loro disagio — parola così tanto utilizzata attualmente. Come possono traghettare dal loro mondo interno a quello esterno (e viceversa) senza perdersi troppo oppure sprecare il tempo e la vita? Qual è la strada affinché l’adulto se ne possa occupare in modo preventivo, intraprendendo una via che contrasti l’insidioso timore che pure fa parte della gioventù? Esiste, insomma, la possibilità che l’adulto, e la comunità tutta, possano diventare capaci di contenere il vuoto emotivo e psichico che il ragazzo e la ragazza in crescita vivono e che permea, in qualche modo, l’intera società? Alberta Basaglia è seduta sul divano del suo studio, assume una posizione confortevole e mi rivolge uno sguardo attento e disponibile. Si parla molto di disagio giovanile, ma non assocerei propriamente ai giovani la parola disagio. Soprattutto dopo l’epidemia da Covid si è pensato che fossero venuti alla luce tanti malesseri e problematiche significative prima nascoste e sopite. In realtà credo che lo stare in solitudine abbia fatto sì che i ragazzi si trovassero per la prima volta in contatto con il proprio sé. Fino ad allora, probabilmente, avevano avuto poca esperienza di una relazione intima con se stessi. La clausura e l’isolamento forzato è come se avessero fatto scoprire a tutti noi, all’improvviso, un atteggiamento diverso nei confronti delle cose e del mondo. È come se avessimo scoperto che esiste davvero un bisogno indispensabile di comunità in ciascuno e che questa esigenza, alla fine di quel lungo periodo, come per incanto, sia tornata invisibile. Sembra essere stato un desiderio mai incontrato. Gli adulti se ne sono subito dimenticati assieme a quella volontà di trovare nell’altro speranza per costruire rapporti migliori basati sull’ascolto e sull’empatia. I giovani ricordano di più, dimenticano meno. Il problema può nascere se, durante il nuovo incontro con il proprio sé da parte dei ragazzi, l’ambiente non risponde e il sé dell’adolescente o del giovane non trova così risposta. Rifletterei, perciò, sulla necessità di creare e costruire luoghi di confronto e relazione, dove ragazzi e ragazze possano inventare un modo nuovo di stare insieme e una modalità diversa di convivenza. Piuttosto che parlare di disagio — che, come un’etichetta, rischia di sviluppare nuove malattie — parlerei di volontà di rompere l’ottusità. Il mondo esterno, inteso come l’ambiente che circonda il giovane e la giovane, pare essere basato su una posizione adultocentrica. Viviamo in una società organizzata soprattutto sugli adulti, solitamente maschi, per cui gli altri — bambini, adolescenti e donne — restano soli e senza un canale di sopravvivenza e di possibilità di comunicazione. È una comunità societaria che certamente non rispecchia l’altro nella sua differenza e potenzialità, ma addirittura lo respinge e non lo riconosce. La società e l’ambiente vivono dell’altro-che-non-ascolta e che-non-è-ascoltato. L’altro non incuriosisce e può diventare un ostacolo insormontabile che spinge l’individuo ad atti di rottura reattivi, per annientarlo. Questa violenza aggressiva sembra essere per un giovane un segnale molto forte. Potrebbe essere l’unico modo per poter dimostrare la sua sofferenza e la distanza dal mondo degli adulti. Un mondo che non ascolta e che solamente si aspetta che il giovane sia la sua stessa immagine. Il rischio, altrimenti, è di essere allontanato, abbandonato e “fatto fuori”: è qui che l’atto di violenza tra i giovani può diventare un gesto estremo e profondo di disobbedienza che non ha altro modo, né luogo per essere espressa. Insisto, perciò, che sarebbe significativo e indispensabile avere spazi di incontro di corpi tra corpi, luoghi di aggregazione in cui la realtà reale non si sovrapponga a quella virtuale che ha perso fantasia e immaginazione. Cara Alberta, a questo punto potremmo parlare per un tempo sconfinato grazie ai tanti temi e ai molti stimoli emersi. Mi soffermerei, però, su un argomento molto sentito, quale è la disabilità fisica e mentale e, in particolare, la fragilità psichica delle persone con neurodivergenza in ambito psicologico e sociale, anche psichiatrico. Incontro molti adolescenti e giovani adulti, donne e uomini, con i quali proviamo a confrontarci parlando delle difficoltà dell’assenza di una rete sociale che tenga dentro, in modo da sostenerlo, un pensiero diverso, plurale ed eterogeneo. Mi chiedo come costruire, quindi, una collettività che ha in sé i luoghi dell’avere cura come profondamente inclusivi, in cui l’ambiente non è spaventato dalla diversità e può offrire una possibilità di vita viva a chi è più debole. In questo senso, ricordo con forza e stima la legge 180 del 13 maggio 1978, per cui suo padre ha molto combattuto e per la quale ha lottato fino ad ottenere l’approvazione in Parlamento: una conquista rivoluzionaria. La politica, a volte, sembra abbandonare la speranza e lasciare da solo chi si occupa di questioni così importanti e delicate come la salute mentale ed è difficile, perciò, prendersi cura in modo pieno e completo delle diversità e della sofferenza delle malattie. Il problema è che, molto spesso, si crea uno stigma a causa della tendenza continua a produrre diagnosi, un modo di fare che diventa un segnale di quanto c’è ancora tanto da conquistare nella pratica dei diritti della persona. L’etichetta diagnostica che usiamo verso una persona con la quale non siamo abituati a relazionarci e che non conosciamo ancora nel profondo cancella la possibilità di costruire un vero legame di fiducia con l’altro e con il mondo. Attraverso le categorie diventa difficile chiedersi che cos’è l’aspetto umano che abita ognuno di noi e poter riflettere se è davvero accolta la diversità nelle sue varie forme e come è curata la disabilità quando richiede un’assistenza specifica. Oggi bisognerebbe rifondare un pensiero che sappia stimolare un’azione collettiva che preveda la capacità, da parte di ogni soggetto coinvolto, di mettere in discussione le proprie certezze. Neutralizzare la paura che nutriamo verso la nostra interiorità è il primo passo per rialfabetizzarci a una forma di reale reciprocità, elemento indispensabile per modificare davvero la realtà. CONCLUSIONI Il messaggio di Alberta Basaglia mi attraversa come un auspicio realistico che va verso un senso della cura che si muove per l’umanità dell’uomo e che, a conti fatti, è la capacità stessa dell’essere umano di sognare il proprio sogno, desiderandolo. Poter avanzare, quindi, con coraggio e vitalità nel mondo ci permetterebbe di pensare il dolore elaborandolo e renderebbe inevitabile il superare le perdite, le separazioni e la stanchezza del vivere comune. Durante l’incontro con la Basaglia mi è tornato in mente, più volte, il legame tra pensiero, azione e libertà di Hannah Arendt: “Gli uomini sono liberi nel momento in cui agiscono: essere liberi e agire sono la stessa cosa.” Tante suggestioni sono nate dialogando con Alberta Basaglia e sarebbe necessario approfondirle ancora. Se vorrà, ci vedremo presto. Grazie. Alberta Basaglia nel suo  studio. Antonella Musella
February 13, 2026
Pressenza
Dossier Milano # 5 | Milano e i bunker verticali. Come si  selezionano le nuove forme dell’abitare – di Tiziana Villani
Credo occorra soffermarsi su alcuni elementi che la trasformazione delle città occidentali, europee, ha prodotto, unitamente alla riformulazione, verticalizzazione dell’abitare con conseguente scompaginamento degli assetti abitativi precedenti; si è verificata una vera e propria polverizzazione del tessuto sociale, come testimonia il caso di Milano. Non solo i ricchi, ma soprattutto una serie di figure [...]
July 28, 2025
Effimera