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La scuola ricominci il 1° ottobre: non è nostalgia, ma buon senso
Per molti anni il 1° ottobre ha rappresentato l’inizio della scuola. Era il giorno in cui si tornava sui banchi, si incontravano nuovamente compagni e insegnanti e cominciava, con l’autunno ormai alle porte, un nuovo anno di studio. Poi il calendario è stato modificato e l’apertura delle scuole è stata anticipata intorno alla prima metà di settembre. Quella scelta fu presentata come un segno di modernizzazione, quasi che iniziare prima significasse automaticamente avere una scuola migliore. Oggi, però, di fronte a estati sempre più lunghe e torride, è legittimo domandarsi se quel cambiamento abbia ancora senso.   -------------------------------------------------------------------------------- Per molti anni il 1° ottobre ha rappresentato l’inizio della scuola. Era il giorno in cui si tornava sui banchi, si incontravano nuovamente compagni e insegnanti e cominciava, con l’autunno ormai alle porte, un nuovo anno di studio. Poi il calendario è stato modificato e l’apertura delle scuole è stata anticipata intorno alla prima metà di settembre. Quella scelta fu presentata come un segno di modernizzazione, quasi che iniziare prima significasse automaticamente avere una scuola migliore. Oggi, però, di fronte a estati sempre più lunghe e torride, è legittimo domandarsi se quel cambiamento abbia ancora senso. La svolta dell’anticipo delle lezioni ebbe anche una precisa cornice normativa: con la legge n. 517 del 1977 l’inizio delle lezioni venne collocato tra il 10 e il 20 settembre; negli anni successivi il nuovo assetto fu consolidato e il principio dei 200 giorni di lezione divenne un riferimento stabile. Resta il fatto che ogni calendario produce conseguenze territoriali ed economiche: anticipare settembre riduce la parte finale della stagione balneare, soprattutto nel Mezzogiorno, mentre rende più agevole distribuire pause e vacanze nel corso dell’inverno. Il punto, dunque, non è costruire retrospettivamente un colpevole, ma domandarsi se un modello nato in un’altra fase climatica, sociale ed economica debba essere considerato ancora oggi intoccabile. Io credo che sia arrivato il momento di riportare l’inizio delle lezioni al 1° ottobre. Non per nostalgia e neppure per riesumare nostalgicamente un’abitudine del passato, ma perché la realtà climatica, sociale e scolastica del nostro Paese è profondamente cambiata. Continuare a rispettare un calendario concepito in condizioni ormai superate, non è modernità: è inerzia. Negli ultimi anni settembre ha conservato, soprattutto nelle regioni meridionali, tutte le caratteristiche di un mese pienamente estivo. Le temperature raggiungono frequentemente livelli elevatissimi e, anche quando all’esterno cominciano lentamente a diminuire, all’interno degli edifici il calore accumulato continua a rendere le aule soffocanti. Molte scuole italiane, specialmente nel Mezzogiorno, sono ospitate in strutture vecchie, prive di climatizzazione, con insufficiente isolamento termico, finestre inadeguate e classi sovraffollate. In simili condizioni non si può fingere che l’attività didattica si svolga normalmente. Una scuola non può limitarsi ad aprire materialmente i cancelli e a collocare studenti e docenti dentro un’aula. Deve creare le condizioni necessarie affinché si possa fare lezione, apprendere, ascoltare e ragionare. Quando la temperatura supera certi livelli, la capacità di concentrazione diminuisce, l’affaticamento aumenta e persino le operazioni mentali più semplici richiedono uno sforzo maggiore. Bambini e ragazzi diventano stanchi, nervosi e poco ricettivi; gli insegnanti sono chiamati a svolgere il loro lavoro in ambienti nei quali qualsiasi attività didattica diventa più faticosa e frustrante. Quelle ore trascorse in classe possono allora risultare formalmente conteggiate, ma essere sostanzialmente perdute. Il problema è particolarmente grave per gli studenti più piccoli, per quelli con fragilità o disabilità e per chi soffre di patologie rese più difficili dal caldo. Non è accettabile che il diritto allo studio venga interpretato come l’obbligo di restare per cinque o sei ore in locali surriscaldati. Anche il diritto alla salute deve entrare nella discussione sul calendario scolastico. Pretendere che alunni e docenti sopportino temperature incompatibili con un’attività intellettuale efficace, non dimostra rigore: dimostra l’inettitudine delle istituzioni a prendere atto della realtà, ricercando soluzioni adeguate. Si risponde spesso che bisognerebbe installare impianti di climatizzazione in tutte le scuole. Sarebbe certamente necessario migliorare gli edifici scolastici, ma sappiamo bene che un intervento di questa portata richiederebbe enormi investimenti, tempi lunghi, manutenzione costante e un considerevole consumo di energia. Inoltre, la climatizzazione non risolverebbe immediatamente i problemi di migliaia di strutture. In attesa di una riqualificazione seria del patrimonio scolastico, spostare l’inizio delle lezioni al 1° ottobre rappresenterebbe una misura semplice, concreta e quasi priva di costi. A questo punto va affrontata seriamente l’obiezione dei 200 giorni. Oggi quel numero non è soltanto una consuetudine: la normativa scolastica prevede almeno 200 giorni di lezione. Ma proprio per questo il problema non può essere liquidato da chi dice “200 e basta”. Se il clima e l’organizzazione sociale sono cambiati, occorre discutere l’intera architettura dell’anno scolastico. La domanda corretta non è quanti giorni possiamo cancellare, ma quale combinazione di giorni, ore e condizioni di lavoro produca il massimo apprendimento reale. Io appartengo alla generazione che iniziava la scuola il 1° ottobre e non credo che quelle generazioni siano state per questo meno istruite; tuttavia il ritorno al 1° ottobre, oggi, dovrebbe essere accompagnato da una riforma coerente della parte finale dell’anno e non da una semplice sottrazione aritmetica di giorni. Che cosa significherebbe, concretamente, gestire la fine dell’anno? Una possibilità sarebbe spostare in avanti, con criteri differenziati per territorio e grado scolastico, una parte delle attività di giugno e concentrare scrutini, esami, recuperi e adempimenti conclusivi tra la seconda metà di giugno e luglio. Quando la scuola iniziava il 1° ottobre, gli esami di maturità potevano protrarsi per buona parte di luglio; e ancora oggi la normativa ammette la loro conclusione nel mese di luglio. Non si tratterebbe, quindi, di inventare una soluzione inedita, ma di recuperare una diversa distribuzione del tempo scolastico. Naturalmente non avrebbe senso risolvere il caldo di settembre trasferendo semplicemente centinaia di classi nelle aule roventi di luglio. La parte finale dovrebbe essere organizzata in modo diverso: lezioni ordinarie soltanto fin dove le condizioni climatiche lo consentano, mentre esami, recuperi, orientamento e attività con gruppi ridotti potrebbero svolgersi in un numero più limitato di ambienti, molto più facile ed economico da climatizzare. Dove il caldo di fine giugno rende impraticabile anche questa soluzione, il calendario regionale dovrebbe poter compensare con una diversa distribuzione delle pause durante l’anno. Il principio, in altre parole, non è spostare rigidamente il calendario di quindici giorni, ma renderlo più flessibile e più aderente alla realtà climatica dei territori. Ultima osservazione, siamo sicuri che 200 giorni di scuola siano un numero non negoziabile? E chi lo ha stabilito? La politica, i burocrati, gli psicologici, o chi altri? È necessario distinguere il tempo trascorso a scuola dal tempo realmente dedicato all’apprendimento. Quindici giorni di lezioni svolte in condizioni proibitive non valgono necessariamente quindici giorni di buona didattica. La qualità dell’insegnamento non si misura sommando meccanicamente le ore, come se gli studenti fossero macchine capaci di funzionare nello stesso modo con qualsiasi temperatura. Un calendario razionale dovrebbe essere costruito intorno alle esigenze dell’educazione, non intorno al culto burocratico delle date. Il ritorno al 1° ottobre avrebbe anche un’importante conseguenza organizzativa. Ogni settembre molte scuole riaprono senza avere completato le nomine dei docenti, senza personale amministrativo e ausiliario sufficiente, con orari provvisori e servizi ancora incompleti. Non è raro che le lezioni comincino mentre una parte delle cattedre è scoperta e che la piena regolarità venga raggiunta soltanto settimane dopo. In questo modo si celebra un inizio puramente nominale, mentre l’anno scolastico effettivo parte più tardi. Avere alcune settimane aggiuntive consentirebbe di concludere le nomine, organizzare le classi, predisporre l’orario, verificare la sicurezza degli edifici e garantire che mense, trasporti e assistenza agli studenti con disabilità siano operativi fin dal primo giorno. Il 1° ottobre potrebbe così diventare l’inizio di una scuola realmente pronta, non di un cantiere amministrativo ancora in movimento. Esiste poi una questione territoriale che non può essere ignorata. L’Italia non presenta ovunque le stesse condizioni climatiche. Applicare sostanzialmente lo stesso modello scolastico a Bolzano, Bari, Taranto e Palermo significa trattare come uguali realtà profondamente diverse. Sono soprattutto le regioni meridionali a subire le conseguenze delle temperature elevate di settembre, con edifici spesso meno attrezzati per affrontarle. Un calendario apparentemente uniforme, con margini di manovra attribuiti alle Regioni e alle singole scuole davvero insignificanti, producono comunque effetti diseguali. È proprio qui che emerge un limite più generale del modo in cui, negli ultimi decenni, vengono spesso costruite le politiche scolastiche. Si confrontano Paesi, si contano giorni e ore, si producono classifiche, indicatori e statistiche. Tutti strumenti che possono essere utili, ma che diventano fuorvianti quando il dato viene separato dal contesto: duecento giorni di scuola a Bolzano e duecento giorni a Palermo non sono necessariamente la stessa cosa, così come lo stesso numero di ore non produce automaticamente la stessa qualità dell’apprendimento. Il rischio di una gestione troppo “globalizzata” e “datificata” della scuola è proprio questo: trasformare uno strumento di confronto in una regola uniforme, come se l’obiettivo fosse assomigliare statisticamente agli altri sistemi scolastici invece di costruire il calendario migliore per i nostri studenti. I confronti internazionali servono, ma non possono sostituire il giudizio politico e pedagogico. Il calendario dovrebbe tenere conto del clima, delle infrastrutture, delle differenze economiche e sociali e persino delle diverse stagionalità del Paese. L’uniformità formale, quando le condizioni reali sono diverse, rischia di produrre disuguaglianza sostanziale. Qualcuno potrebbe obiettare che una vacanza estiva più lunga aggraverebbe le difficoltà delle famiglie e favorirebbe gli studenti economicamente più avvantaggiati. È una preoccupazione seria, che non deve essere liquidata. Ma la risposta non può consistere nel rinchiudere tutti gli alunni, come bestiame, in aule roventi. Nel mese di settembre potrebbero essere organizzati, su base volontaria, servizi educativi comunali, attività sportive, laboratori artistici, corsi di recupero, biblioteche aperte e iniziative rivolte alle famiglie che ne hanno bisogno. Sarebbe anche possibile prevedere una riapertura anticipata degli edifici per l’accoglienza e le attività non curricolari, lasciando al 1° ottobre l’avvio delle lezioni vere e proprie. C’è un altro aspetto che i geni del “settembre a scuola” ripetono spesso: ma le famiglie hanno genitori che a settembre riprendono il lavoro, dove lasciano i figli? Niente di più irritante, perché la scuola e gli insegnanti non sono i baby sitter per conto dei genitori e di famiglie plurimpegnate. In questo modo settembre potrebbe diventare un mese di preparazione e inclusione, non una semplice estensione passiva delle vacanze. Gli studenti con maggiori difficoltà potrebbero partecipare a programmi di recupero; le scuole potrebbero accogliere gradualmente i nuovi iscritti; i docenti avrebbero il tempo necessario per programmare seriamente il lavoro; le famiglie prive di alternative riceverebbero un sostegno concreto. La crisi climatica ci obbliga a riconsiderare abitudini, orari di lavoro, modelli produttivi e organizzazione delle città. Sarebbe incomprensibile lasciare fuori da questa riflessione proprio la scuola. Adattarsi al clima che cambia non significa arrendersi, ma usare l’intelligenza per proteggere le persone e rendere più efficaci le istituzioni. Se settembre è diventato, nei fatti, un mese estivo, il calendario scolastico deve prenderne atto. Riportare l’inizio delle lezioni al 1° ottobre non risolverebbe tutti i problemi della scuola italiana. Non eliminerebbe le classi sovraffollate, non ristrutturerebbe gli edifici e non cancellerebbe la carenza di docenti e personale. Sarebbe però un primo segnale di razionalità: la dimostrazione che il calendario non è un dogma immutabile e che l’organizzazione scolastica può essere adattata alle condizioni reali del Paese. Per questo la proposta del 1° ottobre non va intesa come una battaglia per una singola data, ma come l’occasione per ridiscutere l’intero calendario: quando iniziare, quando terminare, quali attività riservare a settembre e a luglio, quanto spazio lasciare alle Regioni e quali indicatori usare per valutare davvero l’efficacia della scuola. Solo così il passaggio da 200 a un numero eventualmente inferiore di giorni cesserebbe di apparire una scorciatoia e diventerebbe parte di un progetto educativo complessivo. Non si tratta, dunque, di tornare indietro, ma di avere il coraggio di andare avanti.. Conservare ostinatamente l’obiettivo dei 200 giorni, mentre intorno tutto cambia, non significa difendere la scuola: significa sacrificare la realtà a un’abitudine burocratica. La scuola non comincia davvero quando un calendario ordina di suonare la campanella. Comincia quando un ragazzo può ascoltare senza sentirsi soffocare dal caldo, quando un insegnante può svolgere pienamente il proprio lavoro e quando ogni aula torna a essere un luogo di conoscenza, non una prova di resistenza. E se oggi il buon senso ci indica il 1° ottobre, allora bisogna avere il coraggio di ascoltarlo. A volte, per costruire il futuro, occorre riconoscere che il passato aveva visto più lontano di noi.
October 2, 2026
ROARS
Caldo in classe, monta la protesta
Roma, 7 settembre 2026 – Questa mattina la Rete degli Studenti Medi del Lazio era di fronte al Liceo Cavour di Roma per un flash mob in protesta per le condizioni in cui si prospetta il rientro in classe. «È inaccettabile rientrare a scuola con più di 30° e senza un piano reale e attuato per mitigare la situazione» afferma Simone Montori, coordinatore Regionale della Rete degli Studenti Medi del Lazio, «Serve un intervento coordinato da parte di Ministero, Regione Lazio e Enti locali» Sui fondi stanziati dal Ministero, Montori commenta «Ancora una volta, dal Ministero arriva una risposta tardiva e insufficiente: come possono bastare 57€ ad aula quando 9 scuole su 10 non hanno alcun impianto di climatizzazione? Solo a Roma, secondo Città Metropolitana, servirebbero 25 Milioni, 5 in più di quelli stanziati dal Ministero» Il sindacato studentesco annuncia che monitorerà la situazione nelle scuola fin dal primo giorno: «Raccoglieremo le segnalazioni nelle scuole e vigileremo affinché la salute di chi studia venga garantita» Rete degli Studenti Medi del Lazio Redazione Italia
September 7, 2026
Pressenza
Serve ripensare il calendario scolastico
Ogni anno l’estate, per le famiglie italiane, è un puzzle da ricominciare da capo. Le scuole chiudono per tre lunghi mesi – una delle pause estive più estese d’Europa – e il peso dell’organizzazione ricade quasi sempre sulle spalle delle famiglie, in particolare delle donne. Trovare un centro estivo, gestire i costi, incastrare ferie e lavoro diventa un esercizio di equilibrismo continuo. Ma non è solo una questione logistica. È una questione di diritti, benessere e opportunità che, troppo spesso, vengono negati. Al Sud e nelle Isole, 1 famiglia su 3 non ha iscritto i propri figli al centro estivo; tra quelle con figli con disabilità, la proporzione scende a 1 su 4. La spesa media per un’estate al centro estivo si avvicina ai 530 euro per figlio. E ancora, sono 4 su 10 i bambini e le bambine che restano isolati, senza relazioni sociali, durante la lunga pausa estiva. E’ quanto certifica We World, un’organizzazione no profit italiana indipendente attiva in oltre 20 paesi, compresa l’Italia, con una ricerca che conferma come l’estate amplifichi le disuguaglianze. La pausa estiva non è uguale per tutte le famiglie: c’è chi può permettersi centri estivi, viaggi e attività e chi, invece, si trova a dover improvvisare soluzioni informali o, peggio, a lasciare bambini e bambine isolati a casa. E, per molti e molte di loro, specialmente per chi ha una disabilità, o vive in territori ai margini, l’estate diventa un tempo “vuoto”, in cui si perdono relazioni, stimoli, competenze. Col risultato che le disuguaglianze si allargano. Nel luglio 2025, We Worde e il duo Mamma di Merda, un progetto di divulgazione dissacrante e ironico sulla maternità, fondato da Francesca Fiore e Sarah Malnerich (https://www.mammadimerda.it/), hanno  chiesto alle famiglie italiane di raccontare come vivono questa stagione. Più di 3.000 famiglie hanno risposto al questionario e quasi 1.000 hanno lasciato una testimonianza. Il risultato è un racconto collettivo, fatto di fatiche, ma anche di proposte che guardano al futuro. Si tratta di un’indagine che  vuole essere un punto di partenza per aprire un dialogo vero con le istituzioni, per ripensare il tempo scuola a partire dal calendario scolastico, ma farlo partendo da chi la scuola la vive ogni giorno: bambini, bambine, famiglie e la più ampia comunità educante. Quando la scuola chiude, chi si occupa di bambini e bambine? La risposta è semplice: i genitori, o i caregiver, più di chiunque altro. Per quasi 1 famiglia su 2 (49,4%) la gestione estiva è a carico soprattutto della famiglia stessa, tra ferie, turni di lavoro incastrati e mille acrobazie quotidiane.  Questa responsabilità diventa ancora più gravosa per le famiglie con figli e figlie con disabilità: in questi casi, quasi 3 su 4 (76,5%) si fanno carico in prima persona della cura estiva. Una situazione simile si riscontra anche nelle famiglie numerose, con più di due figli, dove il 68,3% gestisce i mesi senza scuola autonomamente. A livello territoriale, nel Centro Italia (66%) e nel Sud e Isole (64,2%), il carico diretto sui genitori è superiore alla media nazionale. Un segnale chiaro di come, in molte aree del Paese, la rete di supporto esterno sia più fragile, se non del tutto inesistente. Ma quali altre opzioni hanno le famiglie? Nonni e parenti; i servizi pubblici, che però raggiungono solo 1 famiglia su 5; i centri estivi privati (più di 4 famiglie su 10, il 42,8%, si rivolgono ai centri estivi privati); parrocchie e associazioni, che rappresentano un altro punto di riferimento, anche se meno diffuso: vengono frequentati dal 18,1% delle famiglie; babysitter e figure educative private, anche  se solo 1 famiglia su 10 (11%) riesce ad affidarsi a babysitter o educatori/educatrici privati. L’indagine evidenzia come il Piano Estate del Ministero dell’Istruzione si sia rivelata un’occasione mancata per molte famiglie, con una diffusione molto limitata: solo 1 famiglia su 20 (5,9%) ha dichiarato che i propri figli hanno partecipato alle attività del Piano Estate. Un altro 9% segnala che la scuola aveva aderito, ma la famiglia non ha potuto partecipare. La maggioranza – oltre 1 famiglia su 2 (52,3%) – riferisce che la propria scuola non ha aderito, mentre circa 1 su 3 (33%) non era nemmeno a conoscenza dell’iniziativa. Quando finiscono le scuole, la conciliazione tra cura dei figli e lavoro diventa una sfida quotidiana per moltissime famiglie italiane. Solo circa 1 su 3 (30,5%) riesce a mantenere invariata la propria routine lavorativa. Per il restante 70%, invece, il periodo estivo significa riorganizzarsi, inventare soluzioni e, spesso, fare sacrifici in termini di tempo, energie e reddito. E le famiglie con figlie e figli con disabilità affrontano ostacoli ancora più grandi: più di 1 genitore su 10 ha dovuto lasciare il lavoro per mancanza di alternative, una percentuale doppia rispetto alla media nazionale. Solo 1 famiglia su 4 è riuscita a mantenere invariata la propria organizzazione lavorativa. Anche l’accesso a modalità flessibili risulta più difficile. L’indagine, oltre al tema dei centri estivi, ha indagato anche la questione della continuità terapeutica. Durante l’anno scolastico, quasi 1 famiglia su 6 (17,8%) ha un figlio o figlia che frequenta percorsi terapeutici come logopedia, psicomotricità o riabilitazione. A queste si aggiunge un ulteriore 2,4% con più di un figlio coinvolto. Ma in estate solo circa 1 famiglia su 4 (23,9%) è riuscita a garantire la continuità delle terapie senza interruzioni. Un ulteriore 19,6% ha potuto proseguire i percorsi, ma con grandi difficoltà logistiche. E poi ci sono le esclusioni vere e proprie: il 22,9% (quindi più di 1 famiglia su 5) non è riuscito a garantire la prosecuzione delle terapie, con il rischio concreto di vanificare i progressi ottenuti durante l’anno scolastico. We Word, con la campagna promossa insieme a Mamma di Merda “Ristudiamo il calendario”  e la petizione che ha già raccolto oltre 75.000 firme, propone di ridisegnare il tempo scuola, per renderlo più vicino alla vita reale delle famiglie e garantire i diritti di bambini e bambine, senza ampliare le disuguaglianze. (Qui le proposte per riformare il tempo scuola: https://www.weworld.it/news-e-storie/news/riformare-il-tempo-scuola-guida-pratica-per-capire-perche-e-come-farlo; Qui per leggere e firmare la petizione: https://www.weworld.it/news-e-storie/news/riformare-il-tempo-scuola-guida-pratica-per-capire-perche-e-come-farlo).  Le testimonianze raccolte nell’indagine raccontano di genitori che arrivano a settembre stremati, di bambini e bambine che vivono estati troppo lunghe, senza proposte adatte a loro. Ma raccontano anche idee per cambiare: un calendario scolastico più equilibrato, un tempo pieno accessibile su tutto il territorio, e un’estate che garantisca continuità educativa e sollievo alle famiglie. Qui per leggere l’indagine “Raccontaci la tua estate” sull’estate delle famiglie italiane di We World: https://ejbn4fjvt9h.exactdn.com/uploads/2025/08/RISTUDIAMO-IL-CALENDARIO_INDAGINE-WEWORLD-AGOSTO-2025-1.pdf.  Giovanni Caprio
August 28, 2025
Pressenza