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Fakir e Mohamed: migrazione e disagio psichico, quando la doppia discriminazione uccide
Dalla mancanza di servizi alla risposta armata: così in Italia una crisi psichica può trasformarsi in un rischio di morte, soprattutto per chi vive ai margini. Due volte vittime: prima come migranti, poi come persone con disagio psichico. Le recenti vicende di Abderrahim Fakir, 43 anni, ucciso a Bologna durante un intervento delle forze dell’ordine, e di Mohamed Amin Bessioud, 25 anni, morto a Cosenza durante un controllo dei carabinieri, pongono una domanda urgente e scomoda: quanto vale la vita di chi si trova tra marginalità sociale e sofferenza mentale? Questi due giovani condividono un destino che non può essere liquidato come fatalità o semplice “errore”. Entrambi erano migranti. Entrambi vivevano una condizione di sofferenza psichica nota e segnalata. Entrambi sono deceduti nel contesto di interventi delle forze dell’ordine, seppure in circostanze differenti e attualmente oggetto di accertamento. A Bologna la Procura ha aperto un’inchiesta per chiarire le responsabilità e il nesso tra le modalità di contenimento adottate. A Cosenza è stato aperto un fascicolo per ricostruire la dinamica dei fatti e verificare eventuali responsabilità nella gestione dell’intervento. Queste vicende sollevano una questione più profonda: cosa accade quando una condizione di vulnerabilità viene letta prima come una minaccia e non come una richiesta di aiuto? Questa è la doppia discriminazione: essere percepiti come pericolosi per la propria fragilità. Queste morti vanno comprese anche alla luce dell’attuale crisi del sistema della salute mentale in Italia. Negli anni, il progressivo indebolimento dei servizi territoriali, le carenze strutturali e i tagli hanno lasciato sempre più sole le persone fragili e le loro famiglie. Un sistema che dovrebbe prevenire, accompagnare e prendersi cura rischia così di intervenire soltanto nell’emergenza, quando la sofferenza è già diventata crisi e le possibilità di una risposta basata sulla cura sono ridotte. I “minuti di nessuno”, come vengono definiti da David Vagni, sono quei momenti in cui il sistema fallisce completamente: quando non arriva un operatore formato, quando manca un mediatore, quando l’unica risposta è l’intervento coercitivo o l’intimidazione. Sono i minuti in cui una crisi psichica viene interpretata come minaccia, e non come richiesta di aiuto. I minuti che fanno la differenza tra la vita e la morte. Eppure, la sicurezza non può essere ridotta a controllo: la vera sicurezza nasce dalla presenza di servizi, relazioni, comunità. Non dalla militarizzazione dei territori. La vicenda di Fakir ci ricorda che la salute mentale non è solo una questione sanitaria, ma profondamente sociale. Essere poveri, migranti, soli, senza una rete di supporto, significa avere molte più probabilità di non ricevere cure adeguate, di essere lasciati indietro, di essere percepiti come un problema anziché come una persona con dignità e diritti. Nel frattempo, le famiglie delle persone con disabilità, delle persone che vivono condizioni di sofferenza psichica o che attraversano momenti di crisi legati a stress o altre difficoltà, continuano spesso a essere lasciate sole. Genitori, fratelli e caregiver si trovano a gestire situazioni complesse senza un supporto adeguato, senza continuità assistenziale e senza risposte tempestive. Questo isolamento aumenta il rischio che le crisi vengano affrontate solo quando sono già esplose, con conseguenze drammatiche per le persone coinvolte e per chi sta loro accanto. Accanto al tema della salute mentale esiste un’altra dimensione spesso ignorata: quella della comunità neurodivergente. Persone verbali e non verbali, con o senza autismo, con e senza stereotipie evidenti, convivono quotidianamente con incomprensione, discriminazione e abilismo. Una crisi, un sovraccarico sensoriale, uno “shutdown” possono essere facilmente scambiati per comportamenti oppositivi o pericolosi. Le famiglie e gli educatori lo sanno bene, in queste crisi le persone non agiscono intenzionalmente e possono trovarsi in situazioni di rischio per sé e per gli altri. Ma cosa accade quando questi episodi si verificano in contesti pubblici, magari durante una manifestazione pacifica e in presenza delle forze dell’ordine? È accettabile vivere con il timore che una crisi possa essere interpretata come una minaccia e che un intervento di contenimento possa trasformarsi in una tragedia? È giusto che una persona disabile o neurodivergente, o la sua famiglia, debba temere per la propria incolumità in situazioni che dovrebbero essere protette e sicure? Le morti di Fakir e Mohamed non sono casi isolati, ma la punta di un iceberg. Sono il sintomo di un sistema che non riconosce la complessità, la fragilità, la diversità e che non investe nella cura, che risponde con la forza dove servirebbero competenze, formazione, ascolto e relazione. Serve un cambio di paradigma: formazione specifica per le forze dell’ordine nella gestione delle crisi psichiche, servizi territoriali di salute mentale realmente accessibili e una rete integrata tra operatori sociali, sanitari e mediatori culturali. Serve soprattutto riconoscere pienamente la dignità e i diritti delle persone che vivono condizioni di sofferenza psichica, delle persone neurodivergenti e delle persone con disabilità, insieme alle loro famiglie. Perché nessuno dovrebbe morire per una crisi. E nessuno dovrebbe essere punito per la propria vulnerabilità. Oltre lo stigma: vigilanza civile e alleanze di cura Le implicazioni economiche e politiche di questa gestione emergenziale sono ormai evidenti. La militarizzazione di interi quartieri e una crescente deriva repressiva, alimentata anche dal dibattito pubblico su “sicurezza” e da nuovi dispositivi normativi come il DDL sicurezza e il cosiddetto “DDL anti-semitismo”, contribuiscono a spostare l’attenzione dalla cura al controllo. Il progressivo sottofinanziamento del Sistema Sanitario Nazionale e, in particolare, dei Dipartimenti di Salute Mentale ha ridotto l’assistenza territoriale, spesso limitandola a interventi frammentari o farmacologici, incapaci di garantire presa in carico continuativa, diagnosi tempestive e prevenzione. In questo vuoto, diventa più immediato – ma profondamente sbagliato – delegare la gestione delle crisi alle forze dell’ordine, invece di investire in équipe multidisciplinari di prossimità, formate per intervenire senza ricorrere alla coercizione. Le conseguenze ricadono su famiglie e comunità, lasciate sole e costrette a convivere con il timore che una crisi possa trasformarsi in tragedia. Non possiamo accettare che la risposta alla sofferenza psichica resti confinata alla repressione. L’eredità di Franco Basaglia ci ricorda che la cura passa dal riconoscimento della piena dignità della persona. In questa direzione si muovono oggi reti e realtà dal basso, che lavorano per contrastare stigma e isolamento, promuovendo pratiche di mutuo aiuto e solidarietà. Parallelamente, il contributo della divulgazione scientifica e culturale – portato avanti da attivisti, studiosi e associazioni della comunità neurodivergente – sta ridefinendo il modo in cui comprendiamo crisi, differenze e vulnerabilità (in fondo all’articolo si trova un elenco di riferimenti). Questi percorsi mettono in luce una verità spesso ignorata: le barriere non sono solo architettoniche, ma anche invisibili, sociali e culturali. L’abilismo e l’analfabetismo emotivo istituzionale producono una violenza strutturale che colpisce chi è già marginalizzato, trasformando la fragilità in colpa e la diversità in rischio di morte. Per questo è necessaria una vigilanza civile costante. Occorre chiedere con forza l’abbandono delle pratiche di contenimento fisico potenzialmente letali, un investimento concreto nei servizi territoriali di salute mentale e l’accesso equo e tempestivo alle diagnosi anche in età adulta. È altrettanto urgente garantire, nelle situazioni di crisi, la presenza di personale sanitario qualificato, affinché la prima risposta sia la cura – inclusa, se necessaria, la sedazione in contesto medico – e non la forza. Finché una crisi psichica continuerà a essere interpretata come una minaccia all’ordine pubblico, tragedie come quelle di Abderrahim Fakir e Mohamed Amin Bessioud resteranno possibili. Spetta alla collettività pretendere un cambiamento. Alle istituzioni ascoltare il malcontento sociale ed essere lungimiranti: sostituire la cultura del controllo con il diritto alla cura, la repressione con l’ascolto, la paura con una responsabilità condivisa.   Reti di riferimento su salute mentale, neurodivergenze, advocacy e costruzione di comunità contro stigma e abilismo: * Brigata Basaglia – realtà autogestita che sviluppa pratiche di salute mentale comunitaria, mutuo aiuto e contrasto allo stigma. Offre servizi gratuiti di supporto psicologico, ascolto telefonico e orientamento sociale. * Fabrizio Acanfora – scrittore e divulgatore sui temi della neurodivergenza e dell’autismo, impegnato nella diffusione della cultura della neurodiversità e nella critica dell’abilismo. * Neuropeculiar APS – associazione impegnata nella promozione della cultura della neurodiversità e organizzatrice di AUTcamp, la non conferenza dedicata ad autismo, disabilità, differenze e diritti. * Bradipi in Antartide – progetto di divulgazione sull’autismo e sulla neurodiversità, con particolare attenzione alle esperienze vissute, alla sensorialità, alla comunicazione e al superamento degli stereotipi. * Cose molto ADHD – progetto di divulgazione e advocacy dedicato all’ADHD, nato per raccontare la neurodivergenza attraverso esperienze, informazione e consapevolezza. Articoli correlati TAG FAKIR https://www.pressenza.com/it/tag/abderrahim-fakir/ TAG SALUTE MENTALE https://www.pressenza.com/it/tag/salute-mentale/ > La Crocerossina: relazioni, empatia e rischio Valentina Fabbri Valenzuela
July 29, 2026
Pressenza
Puntata del 28/07/2026@0
Il primo approfondimento della serata lo abbiamo fatto in compagnia di Fabio del SiCobas Torino sulla loro giornata di mobilitazione del 20 luglio, che ha compreso ben tre manifestazioni nella stessa giornata. Il filo conduttore purtroppo è quello del decesso, infatti si è trattato di 3 vittime di quella che si può definire come guerra di classe: “Lunedì 20 luglio a Torino abbiamo promosso tre manifestazioni in una sola giornata: tre manifestazione per tre morti. La prima davanti all’Ispettorato del Lavoro con gli autisti e i camionisti delle azienda in appalto BRT, in seguito alla morte del loro compagno di lavoro Antonino Gala sul piazzale del magazzino di Settimo Torinese, schiacciato dal suo stesso camion. Dalle prime ricostruzioni pare non avesse inserito correttamente il freno a mano. Quello che raccontano però i i suoi compagni di lavoro, anche delle numerose altre aziende appaltatrici che operano per il colosso dei corrieri, è una condizione diffusa di stress, sovraccarico di lavoro, oppressione di capi e responsabili, paura di incorrere in sanzioni e addebiti di danni per qualsivoglia sinistro possa accadere nelle lunghe ore di lavoro. Condizione che non è affatto terminata dopo la morte di Antonino Gala. Anzi, soprattutto nei confronti dei lavoratori iscritti al Si Cobas, i comportamenti oppressivi (“Bartolini non vi vuole”, “siete indesiderati” solo alcune delle frasi pronunciate) e le discriminazioni, inclusi demansionamenti illegittimi e spostamenti di giri e turni, sono sempre più frequenti. La seconda manifestazione è stata davanti al tribunale di Torino, sempre con la nutrita partecipazione degli autisti appalti BRT; dove nel pomeriggio è arrivata la storica sentenza – la prima in Italia – che condanna l’azienda Af Logistics e il suo preposto Pasquale Martucci per il suicidio nel 2023 di un camionista della piattaforma GS Carrefour di Rivalta. Il camionista Renato Fesce si era tolto la vita tartassato e prigioniero oltre ogni limite del lavoro, dell’aggressività del capo, dei turni massacranti, e della parallela paura di perdere il lavoro. La sentenza è arrivata anche grazie alla costituzione come parte civile del SI Cobas (rappresentato dall’avvocato D’Amico), che ha permesso di celebrare con serietà e fino in fondo un processo che altrimenti rischiava di finire anzi tempo. Il Si Cobas è presente da anni nell’azienda e da anni lotta con un gruppo di autisti per aumenti di salario, condizioni di sicurezza dei viaggi e delle consegne e serenità sul lavoro. Davanti alla piattaforma Carrefour di Rivalta si erano svolti anche gli scioperi della logistica dell’ottobre 2021 e lo sciopero contro il genocidio in Palestina del 23 febbraio 2024. La terza manifestazione è stata il corteo nel quartiere proletario di Barriera di Milano per rivendicare GIUSTIZIA PER FAKIR, il facchino ammazzato domenica a Bologna dalla polizia di Stato, sotto gli occhi di tutti. Una violenza inaudita, frutto anche del senso di impunità delle forze dell’“ordine” rafforzato dai decreti sicurezza del governo Meloni e dal clima di propaganda anti-immigrati spinto dall’economia di guerra. Una violenza che resterà impunita senza la mobilitazione massiccia di tutti noi lavoratori e lavoratrici, italiane e immigrate.” Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo argomento della puntata è stato quello del licenziamento per motivi chiaramente pretestuosi della storica coordinatrice RSU dell’Ospedale San Raffaele di Milano, Margherita Napoletano. L’avevamo giusto sentita qualche settimana fa per il provvedimento disciplinare che le era stato inflitto dalla direzione dell’ospedale come chiaro atto intimidatorio rispetto all’instancabile azione sindacale da lei svolta; oggi, dopo una conferenza stampa avvenuta lunedì e promossa dal sindacato di cui Margherita fa parte, la CUB, l’abbiamo intervistata mentre è in corso il suo sciopero della fame da incatenata nella struttura dell’ospedale. Ci siamo fatti raccontare dalla sua voce come sono andati i fatti che hanno portato al licenziamento e le risposte che sono state messe in campo, con la solidarietà delle altre sigle sindacali, utenza dell’ospedale e colleghe e colleghi. Una risposta forte e necessaria per un attacco vergognoso alla rappresentanza sindacale e al diritto di sciopero, che l’ospedale San Raffaele spera di infliggere senza conseguenze. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il terzo approfondimento della serata lo abbiamo fatto in compagnia telefonica di Clem dell’Assemblea Pdm/Pdb sullo sciopero del personale ferroviario al quale hanno aderito con CUB e SGB che lo hanno lanciato. Da lui ci siamo fatti ricordare le rivendicazioni di chi lavora in ferrovia e che è costretto periodicamente a rinunciare a giorni di paga per cercare di farsi ascoltare da azienda ed istituzioni con gli scioperi, per quanto la Commissione di Garanzia dello Sciopero (paradossalmente) cerchi puntualmente di mettergli i bastoni tra le ruote. L’adesione a questo ultimo sciopero sono state infatti molto alte non a caso, tra morti sul lavoro che si susseguono, organizzazione degli orari lavorativi e non solo insostenibili e la piaga delle mansioni appaltate a ditte esterne, si vuole dare un chiaro messaggio a chi continua a gettare fumo negli occhi rispetto ai problemi reali del pase, con grandi opere e messaggi xenofobi. Buon ascolto
Puntata del 28/07/2026@1
Il primo approfondimento della serata lo abbiamo fatto in compagnia di Fabio del SiCobas Torino sulla loro giornata di mobilitazione del 20 luglio, che ha compreso ben tre manifestazioni nella stessa giornata. Il filo conduttore purtroppo è quello del decesso, infatti si è trattato di 3 vittime di quella che si può definire come guerra di classe: “Lunedì 20 luglio a Torino abbiamo promosso tre manifestazioni in una sola giornata: tre manifestazione per tre morti. La prima davanti all’Ispettorato del Lavoro con gli autisti e i camionisti delle azienda in appalto BRT, in seguito alla morte del loro compagno di lavoro Antonino Gala sul piazzale del magazzino di Settimo Torinese, schiacciato dal suo stesso camion. Dalle prime ricostruzioni pare non avesse inserito correttamente il freno a mano. Quello che raccontano però i i suoi compagni di lavoro, anche delle numerose altre aziende appaltatrici che operano per il colosso dei corrieri, è una condizione diffusa di stress, sovraccarico di lavoro, oppressione di capi e responsabili, paura di incorrere in sanzioni e addebiti di danni per qualsivoglia sinistro possa accadere nelle lunghe ore di lavoro. Condizione che non è affatto terminata dopo la morte di Antonino Gala. Anzi, soprattutto nei confronti dei lavoratori iscritti al Si Cobas, i comportamenti oppressivi (“Bartolini non vi vuole”, “siete indesiderati” solo alcune delle frasi pronunciate) e le discriminazioni, inclusi demansionamenti illegittimi e spostamenti di giri e turni, sono sempre più frequenti. La seconda manifestazione è stata davanti al tribunale di Torino, sempre con la nutrita partecipazione degli autisti appalti BRT; dove nel pomeriggio è arrivata la storica sentenza – la prima in Italia – che condanna l’azienda Af Logistics e il suo preposto Pasquale Martucci per il suicidio nel 2023 di un camionista della piattaforma GS Carrefour di Rivalta. Il camionista Renato Fesce si era tolto la vita tartassato e prigioniero oltre ogni limite del lavoro, dell’aggressività del capo, dei turni massacranti, e della parallela paura di perdere il lavoro. La sentenza è arrivata anche grazie alla costituzione come parte civile del SI Cobas (rappresentato dall’avvocato D’Amico), che ha permesso di celebrare con serietà e fino in fondo un processo che altrimenti rischiava di finire anzi tempo. Il Si Cobas è presente da anni nell’azienda e da anni lotta con un gruppo di autisti per aumenti di salario, condizioni di sicurezza dei viaggi e delle consegne e serenità sul lavoro. Davanti alla piattaforma Carrefour di Rivalta si erano svolti anche gli scioperi della logistica dell’ottobre 2021 e lo sciopero contro il genocidio in Palestina del 23 febbraio 2024. La terza manifestazione è stata il corteo nel quartiere proletario di Barriera di Milano per rivendicare GIUSTIZIA PER FAKIR, il facchino ammazzato domenica a Bologna dalla polizia di Stato, sotto gli occhi di tutti. Una violenza inaudita, frutto anche del senso di impunità delle forze dell’“ordine” rafforzato dai decreti sicurezza del governo Meloni e dal clima di propaganda anti-immigrati spinto dall’economia di guerra. Una violenza che resterà impunita senza la mobilitazione massiccia di tutti noi lavoratori e lavoratrici, italiane e immigrate.” Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo argomento della puntata è stato quello del licenziamento per motivi chiaramente pretestuosi della storica coordinatrice RSU dell’Ospedale San Raffaele di Milano, Margherita Napoletano. L’avevamo giusto sentita qualche settimana fa per il provvedimento disciplinare che le era stato inflitto dalla direzione dell’ospedale come chiaro atto intimidatorio rispetto all’instancabile azione sindacale da lei svolta; oggi, dopo una conferenza stampa avvenuta lunedì e promossa dal sindacato di cui Margherita fa parte, la CUB, l’abbiamo intervistata mentre è in corso il suo sciopero della fame da incatenata nella struttura dell’ospedale. Ci siamo fatti raccontare dalla sua voce come sono andati i fatti che hanno portato al licenziamento e le risposte che sono state messe in campo, con la solidarietà delle altre sigle sindacali, utenza dell’ospedale e colleghe e colleghi. Una risposta forte e necessaria per un attacco vergognoso alla rappresentanza sindacale e al diritto di sciopero, che l’ospedale San Raffaele spera di infliggere senza conseguenze. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il terzo approfondimento della serata lo abbiamo fatto in compagnia telefonica di Clem dell’Assemblea Pdm/Pdb sullo sciopero del personale ferroviario al quale hanno aderito con CUB e SGB che lo hanno lanciato. Da lui ci siamo fatti ricordare le rivendicazioni di chi lavora in ferrovia e che è costretto periodicamente a rinunciare a giorni di paga per cercare di farsi ascoltare da azienda ed istituzioni con gli scioperi, per quanto la Commissione di Garanzia dello Sciopero (paradossalmente) cerchi puntualmente di mettergli i bastoni tra le ruote. L’adesione a questo ultimo sciopero sono state infatti molto alte non a caso, tra morti sul lavoro che si susseguono, organizzazione degli orari lavorativi e non solo insostenibili e la piaga delle mansioni appaltate a ditte esterne, si vuole dare un chiaro messaggio a chi continua a gettare fumo negli occhi rispetto ai problemi reali del pase, con grandi opere e messaggi xenofobi. Buon ascolto
Puntata del 28/07/2026@2
Il primo approfondimento della serata lo abbiamo fatto in compagnia di Fabio del SiCobas Torino sulla loro giornata di mobilitazione del 20 luglio, che ha compreso ben tre manifestazioni nella stessa giornata. Il filo conduttore purtroppo è quello del decesso, infatti si è trattato di 3 vittime di quella che si può definire come guerra di classe: “Lunedì 20 luglio a Torino abbiamo promosso tre manifestazioni in una sola giornata: tre manifestazione per tre morti. La prima davanti all’Ispettorato del Lavoro con gli autisti e i camionisti delle azienda in appalto BRT, in seguito alla morte del loro compagno di lavoro Antonino Gala sul piazzale del magazzino di Settimo Torinese, schiacciato dal suo stesso camion. Dalle prime ricostruzioni pare non avesse inserito correttamente il freno a mano. Quello che raccontano però i i suoi compagni di lavoro, anche delle numerose altre aziende appaltatrici che operano per il colosso dei corrieri, è una condizione diffusa di stress, sovraccarico di lavoro, oppressione di capi e responsabili, paura di incorrere in sanzioni e addebiti di danni per qualsivoglia sinistro possa accadere nelle lunghe ore di lavoro. Condizione che non è affatto terminata dopo la morte di Antonino Gala. Anzi, soprattutto nei confronti dei lavoratori iscritti al Si Cobas, i comportamenti oppressivi (“Bartolini non vi vuole”, “siete indesiderati” solo alcune delle frasi pronunciate) e le discriminazioni, inclusi demansionamenti illegittimi e spostamenti di giri e turni, sono sempre più frequenti. La seconda manifestazione è stata davanti al tribunale di Torino, sempre con la nutrita partecipazione degli autisti appalti BRT; dove nel pomeriggio è arrivata la storica sentenza – la prima in Italia – che condanna l’azienda Af Logistics e il suo preposto Pasquale Martucci per il suicidio nel 2023 di un camionista della piattaforma GS Carrefour di Rivalta. Il camionista Renato Fesce si era tolto la vita tartassato e prigioniero oltre ogni limite del lavoro, dell’aggressività del capo, dei turni massacranti, e della parallela paura di perdere il lavoro. La sentenza è arrivata anche grazie alla costituzione come parte civile del SI Cobas (rappresentato dall’avvocato D’Amico), che ha permesso di celebrare con serietà e fino in fondo un processo che altrimenti rischiava di finire anzi tempo. Il Si Cobas è presente da anni nell’azienda e da anni lotta con un gruppo di autisti per aumenti di salario, condizioni di sicurezza dei viaggi e delle consegne e serenità sul lavoro. Davanti alla piattaforma Carrefour di Rivalta si erano svolti anche gli scioperi della logistica dell’ottobre 2021 e lo sciopero contro il genocidio in Palestina del 23 febbraio 2024. La terza manifestazione è stata il corteo nel quartiere proletario di Barriera di Milano per rivendicare GIUSTIZIA PER FAKIR, il facchino ammazzato domenica a Bologna dalla polizia di Stato, sotto gli occhi di tutti. Una violenza inaudita, frutto anche del senso di impunità delle forze dell’“ordine” rafforzato dai decreti sicurezza del governo Meloni e dal clima di propaganda anti-immigrati spinto dall’economia di guerra. Una violenza che resterà impunita senza la mobilitazione massiccia di tutti noi lavoratori e lavoratrici, italiane e immigrate.” Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo argomento della puntata è stato quello del licenziamento per motivi chiaramente pretestuosi della storica coordinatrice RSU dell’Ospedale San Raffaele di Milano, Margherita Napoletano. L’avevamo giusto sentita qualche settimana fa per il provvedimento disciplinare che le era stato inflitto dalla direzione dell’ospedale come chiaro atto intimidatorio rispetto all’instancabile azione sindacale da lei svolta; oggi, dopo una conferenza stampa avvenuta lunedì e promossa dal sindacato di cui Margherita fa parte, la CUB, l’abbiamo intervistata mentre è in corso il suo sciopero della fame da incatenata nella struttura dell’ospedale. Ci siamo fatti raccontare dalla sua voce come sono andati i fatti che hanno portato al licenziamento e le risposte che sono state messe in campo, con la solidarietà delle altre sigle sindacali, utenza dell’ospedale e colleghe e colleghi. Una risposta forte e necessaria per un attacco vergognoso alla rappresentanza sindacale e al diritto di sciopero, che l’ospedale San Raffaele spera di infliggere senza conseguenze. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il terzo approfondimento della serata lo abbiamo fatto in compagnia telefonica di Clem dell’Assemblea Pdm/Pdb sullo sciopero del personale ferroviario al quale hanno aderito con CUB e SGB che lo hanno lanciato. Da lui ci siamo fatti ricordare le rivendicazioni di chi lavora in ferrovia e che è costretto periodicamente a rinunciare a giorni di paga per cercare di farsi ascoltare da azienda ed istituzioni con gli scioperi, per quanto la Commissione di Garanzia dello Sciopero (paradossalmente) cerchi puntualmente di mettergli i bastoni tra le ruote. L’adesione a questo ultimo sciopero sono state infatti molto alte non a caso, tra morti sul lavoro che si susseguono, organizzazione degli orari lavorativi e non solo insostenibili e la piaga delle mansioni appaltate a ditte esterne, si vuole dare un chiaro messaggio a chi continua a gettare fumo negli occhi rispetto ai problemi reali del pase, con grandi opere e messaggi xenofobi. Buon ascolto
Puntata del 28/07/2026
Il primo approfondimento della serata lo abbiamo fatto in compagnia di Fabio del SiCobas Torino sulla loro giornata di mobilitazione del 20 luglio, che ha compreso ben tre manifestazioni nella stessa giornata. Il filo conduttore purtroppo è quello del decesso, infatti si è trattato di 3 vittime di quella che si può definire come guerra di classe: “Lunedì 20 luglio a Torino abbiamo promosso tre manifestazioni in una sola giornata: tre manifestazione per tre morti. La prima davanti all’Ispettorato del Lavoro con gli autisti e i camionisti delle azienda in appalto BRT, in seguito alla morte del loro compagno di lavoro Antonino Gala sul piazzale del magazzino di Settimo Torinese, schiacciato dal suo stesso camion. Dalle prime ricostruzioni pare non avesse inserito correttamente il freno a mano. Quello che raccontano però i i suoi compagni di lavoro, anche delle numerose altre aziende appaltatrici che operano per il colosso dei corrieri, è una condizione diffusa di stress, sovraccarico di lavoro, oppressione di capi e responsabili, paura di incorrere in sanzioni e addebiti di danni per qualsivoglia sinistro possa accadere nelle lunghe ore di lavoro. Condizione che non è affatto terminata dopo la morte di Antonino Gala. Anzi, soprattutto nei confronti dei lavoratori iscritti al Si Cobas, i comportamenti oppressivi (“Bartolini non vi vuole”, “siete indesiderati” solo alcune delle frasi pronunciate) e le discriminazioni, inclusi demansionamenti illegittimi e spostamenti di giri e turni, sono sempre più frequenti. La seconda manifestazione è stata davanti al tribunale di Torino, sempre con la nutrita partecipazione degli autisti appalti BRT; dove nel pomeriggio è arrivata la storica sentenza – la prima in Italia – che condanna l’azienda Af Logistics e il suo preposto Pasquale Martucci per il suicidio nel 2023 di un camionista della piattaforma GS Carrefour di Rivalta. Il camionista Renato Fesce si era tolto la vita tartassato e prigioniero oltre ogni limite del lavoro, dell’aggressività del capo, dei turni massacranti, e della parallela paura di perdere il lavoro. La sentenza è arrivata anche grazie alla costituzione come parte civile del SI Cobas (rappresentato dall’avvocato D’Amico), che ha permesso di celebrare con serietà e fino in fondo un processo che altrimenti rischiava di finire anzi tempo. Il Si Cobas è presente da anni nell’azienda e da anni lotta con un gruppo di autisti per aumenti di salario, condizioni di sicurezza dei viaggi e delle consegne e serenità sul lavoro. Davanti alla piattaforma Carrefour di Rivalta si erano svolti anche gli scioperi della logistica dell’ottobre 2021 e lo sciopero contro il genocidio in Palestina del 23 febbraio 2024. La terza manifestazione è stata il corteo nel quartiere proletario di Barriera di Milano per rivendicare GIUSTIZIA PER FAKIR, il facchino ammazzato domenica a Bologna dalla polizia di Stato, sotto gli occhi di tutti. Una violenza inaudita, frutto anche del senso di impunità delle forze dell’“ordine” rafforzato dai decreti sicurezza del governo Meloni e dal clima di propaganda anti-immigrati spinto dall’economia di guerra. Una violenza che resterà impunita senza la mobilitazione massiccia di tutti noi lavoratori e lavoratrici, italiane e immigrate.” Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo argomento della puntata è stato quello del licenziamento per motivi chiaramente pretestuosi della storica coordinatrice RSU dell’Ospedale San Raffaele di Milano, Margherita Napoletano. L’avevamo giusto sentita qualche settimana fa per il provvedimento disciplinare che le era stato inflitto dalla direzione dell’ospedale come chiaro atto intimidatorio rispetto all’instancabile azione sindacale da lei svolta; oggi, dopo una conferenza stampa avvenuta lunedì e promossa dal sindacato di cui Margherita fa parte, la CUB, l’abbiamo intervistata mentre è in corso il suo sciopero della fame da incatenata nella struttura dell’ospedale. Ci siamo fatti raccontare dalla sua voce come sono andati i fatti che hanno portato al licenziamento e le risposte che sono state messe in campo, con la solidarietà delle altre sigle sindacali, utenza dell’ospedale e colleghe e colleghi. Una risposta forte e necessaria per un attacco vergognoso alla rappresentanza sindacale e al diritto di sciopero, che l’ospedale San Raffaele spera di infliggere senza conseguenze. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il terzo approfondimento della serata lo abbiamo fatto in compagnia telefonica di Clem dell’Assemblea Pdm/Pdb sullo sciopero del personale ferroviario al quale hanno aderito con CUB e SGB che lo hanno lanciato. Da lui ci siamo fatti ricordare le rivendicazioni di chi lavora in ferrovia e che è costretto periodicamente a rinunciare a giorni di paga per cercare di farsi ascoltare da azienda ed istituzioni con gli scioperi, per quanto la Commissione di Garanzia dello Sciopero (paradossalmente) cerchi puntualmente di mettergli i bastoni tra le ruote. L’adesione a questo ultimo sciopero sono state infatti molto alte non a caso, tra morti sul lavoro che si susseguono, organizzazione degli orari lavorativi e non solo insostenibili e la piaga delle mansioni appaltate a ditte esterne, si vuole dare un chiaro messaggio a chi continua a gettare fumo negli occhi rispetto ai problemi reali del pase, con grandi opere e messaggi xenofobi. Buon ascolto
July 29, 2026
Radio Blackout
A proposito del caso Fakir e dintorni | La tanatopolitica del dispotismo che imita l’America di Trump e l’Israele di Netanyahu – di Salvatore Palidda
Fakir, Magherini, Aldrovandi, Cucchi, Uva e tanti altri sono stati fatti morire o lasciati morire nelle strade, nelle carceri e nei CPR con modalità simili a quelle che si ripetono per mano dell’ICE di Trump o col genocidio dei palestinesi da parte dei militari israeliani. È la tanatopolitica per eliminare l’“umanità in eccesso”, superflua, [...]
July 26, 2026
Effimera
Bologna, oltre la cronaca: l’omicidio di Abderrahim Fakir e la militarizzazione del Pilastro
Riceviamo e pubblichiamo questo comunicato della Federazione Emilia Romagna del PCARC sui gravi fatti di cronaca avvenuti al Pilastro di Bologna. Pur non condividendo l’accettazione dello scontro violento – che contrasta con la nostra linea editoriale basata sulla nonviolenza – riteniamo fondamentale dare spazio alle analisi, alle istanze e alla rabbia profonda di un quartiere che da mesi denuncia militarizzazione, speculazione, problemi ambientali e marginalità sociale. Il pluralismo e il diritto al dissenso passano anche dal dare voce alle diverse anime della protesta cittadina. _________ Bologna. Per Fakir: vendetta, organizzazione e prospettiva Il brutale assassinio di Abderrahim Fakir materialmente eseguito nel quartiere Pilastro di Bologna il 19 di luglio da due agenti di Polizia non è un fatto isolato. Avviene in un quartiere militarizzato, dove da mesi, per piegare la resistenza dei residenti alla distruzione degli spazi verdi promossa dall’Amministrazione Lepore a fini speculativi, la Polizia ha malmenato e ferito decine di persone, sparato lacrimogeni ad altezza persona, pattugliato le strade giorno e notte perseguitando i residenti. Il brutale assassinio di Abderrahim Fakir avviene in un più generale contesto in cui le autorità politiche non alzano un dito di fronte a (assecondano attivamente) licenziamenti di massa, omicidi sul lavoro, smantellamento dei servizi essenziali, col degrado sociale che ne risulta. Avviene mentre contro gli immigrati e i loro figli, che sono una parte sempre più rilevante e combattiva dei lavoratori nel nostro paese, la propaganda di regime soffia sul fuoco della mobilitazione reazionaria, per trasformare in guerra tra poveri il disastroso corso delle cose funzionale agli interessi dalla classe dominante. Avviene nel corso della rappresaglia repressiva contro chi si oppone all’aggressione e allo sterminio indiscriminato dei popoli oppressi nel mondo e al procedere di una guerra che di fatto è già mondiale. Tutta violenza che, per lor signori, è evidentemente “normale”. In sintesi, il brutale assassinio di Abderrahim Fakir sia per le cause che hanno portato un uomo, solo in mezzo a una strada, a gridare “aiuto” sia per il modo in cui i tutori dell’ordine (borghese) hanno soffocato quella voce è parte della guerra interna, che è guerra di classe. E quella voce non può spegnersi e non si spegnerà, perché risuona nei nostri cuori e nelle nostre teste, nei cuori e nelle teste di tutti coloro che non si rassegnano alla barbarie. E infiamma l’esistente. Chi la sera del 20 luglio si è ribellato alla barbarie, nonostante le minacce, i candelotti lacrimogeni sparati dai tetti, ad altezza d’uomo (ancor una volta) e persino contro i Vigili del Fuoco, nonostante la caccia all’uomo, ha mandato a chiare lettere il messaggio che se loro ci uccidono noi mettiamo a ferro e fuoco la città, HA FATTO BENE. Ha protetto l’incolumità di tutte le masse popolari mettendo a repentaglio la propria. Piena e incondizionata solidarietà, complicità e supporto, dunque, ai compagni e le compagne fermate e ferite: sono un esempio per noi tutte e tutti. Così come sono un esempio luminoso i lavoratori dell’Interporto, in larga parte immigrati organizzati dal Si Cobas, che, contro l’assassinio di un loro compagno, hanno bloccato per ore il traffico di merci, creando file di chilometri intorno alla città. Ciò in barba ai decreti sicurezza, agli sciopericchi di due ore a fine turno e a chi dice che i lavoratori non sono più disposti a fare scioperi politici. Un fatto grande, passato sotto silenzio dalla propaganda di regime in un clima di generale diversione e intossicazione. Sono un esempio i giornalisti del Comitato di Redazione del Tg regionale dell’Emilia Romagna che con un comunicato pubblicato hanno denunciato la censura vigente nell’apparato mass mediatico di regime. Abbiamo un problema con la Questura di Bologna  Presso la Questura di Bologna è operativo il VII Reparto mobile, che dal G8 di Genova ai recenti fatti del Pilastro ha una un’onorevole storia di “gestione dell’ordine pubblico” al servizio della reazione. Il VII Reparto mobile, e la Questura di Bologna più in generale, sono storicamente uno dei principali concentramenti di forze del Sindacato Autonomo di Polizia (SAP), che in questi giorni abbiamo sentito minacciare il Sindaco e i manifestanti a ogni piè sospinto. Del SAP, in distacco sindacale fin dal primo giorno di servizio proprio da Bologna, è stato Segretario generale (2014-2018) Gianni Tonelli, uno che sull’impunità rispetto al razzismo di Stato e sulla violenza ha fatto carriera. Per capirci, proprio il giorno dopo la sua elezione a Segretario, la platea del Congresso del SAP tributò a chi ha assassinato Federico Aldrovandi una standing ovation di circa cinque minuti di applausi in “solidarietà”. Tonelli, oggi Presidente onorario del SAP, è poi diventato anche parlamentare (2018) e infine Responsabile del Dipartimento Sicurezza e Immigrazione della Lega. Sono gli anni in cui la Prefettura di Bologna è guidata da un certo Matteo Piantedosi, che proprio in questo ambiente trova il suo trampolino di lancio. Tonelli è grande alfiere dell’introduzione del Taser per le forze dell’ordine e anche delle telecamere sulla divisa (per forzare la mano, il SAP diede le Spy pen ai suoi iscritti a Bologna), col presupposto che ovviamente questi filmati sono a uso e consumo del taglia e cuci della Questura, come dimostrano i fatti di questi giorni. Ma, parlando di Questura di Bologna, difficile non citare un altro dirigente del SAP, ovvero Marino Occhipinti noto esponente della Banda della Uno bianca. Insomma, è abbastanza evidente che abbiamo un problema con la Questura di Bologna. E non da ieri. Ci domandiamo e domandiamo al Sindaco, ai giornalisti di inchiesta, alla società civile: tutto questo è “normale”?  In questa situazione il polo di destra delle Larghe intese (governo Meloni e Ministro Piantedosi) cerca di barcamenarsi usando la situazione per dare l’assalto alla diligenza del “fortino Bologna” da sempre appannaggio del polo di sinistra delle Larghe intese e oggi amministrato da Lepore. L’oggetto del contendere sono i miliardi che girano intorno al sistema delle cooperative, degli appalti pubblici, dell’indotto delle grande aziende, dei fondi statali per repressione, riarmo e guerra (l’unico vero “piano di ripresa e resilienza” che hanno in serbo per noi). Il teatrino Lepore – Piantedosi a favore di campagna elettorale è una contesa di affari sulla pelle delle masse popolari. Sono, cioè, uniti contro le masse popolari. Ma sono anche effettivamente divisi e in accanita concorrenza fra loro. È opportuno vedere l’unità tra i due poli, per non farsi illusioni di sorta, ma è altrettanto opportuno anche vedere la lotta fra loro, perché la nostra azione sia tesa metterli uno contro l’altro e non a compattarli. A tutti i compagni e le compagne attivi nelle organizzazioni che di fatto già compongono il variegato fronte anti-Larghe intese e che in questi giorni stanno discutendo sul che fare, sull’opportunità o meno degli scontri, diciamo che invece di tentare di fermare il vento con le mani dobbiamo spiegare le vele e ragionare di quale sbocco politico vogliamo dare al movimento cittadino e non solo. Senza un ragionamento su come costruiamo le condizioni per cacciare le Larghe intese da Palazzo d’Accursio e dal governo del Paese le nostre mobilitazioni, non importa quanto disciplinate, combattive o partecipate, finiranno a uso e consumo della lotta tra gli sciacalli che oggi si contendono il palazzo. Bologna e l’Emilia Romagna hanno una storia gloriosa di organizzazione popolare. Un solo esempio noto: nel quartiere Pilastro il Comitato Inquilini Villaggio Pilastro mettendo al centro il principio che è legittimo tutto quello che è negli interessi delle masse popolari, combinando occupazioni, scioperi al contrario, blocchi stradali, assemblee permanenti riuscirono a imporre all’amministrazione le misure necessarie al territorio. Se ora da molto vicino guardiamo molto lontano, all’esperienza del movimento popolare americano contro l’ICE, il risultato non cambia: vediamo combinare video-controllo popolare, reti di mutuo soccorso, pattugliamenti di brigate in difesa del quartiere, assistenza porta a porta e campagne nazionali di carattere politico. Le voci inascoltate che la politica non rappresenta più Sul nostro territorio sono attive decine di realtà: sindacati, la Rete di resistenza legale, la campagna Lince, i comitati ambientalisti che fanno quotidianamente fronte alla repressione, le associazioni degli immigrati. Una convergenza cittadina di queste realtà che, oltre a promuovere mobilitazioni, sedimenta organizzazione e coordinamento, esercita il controllo popolare, esige l’epurazione delle cricche fasciste che si annidano nelle istituzioni (fuori i nomi dei due poliziotti!), tutela gli attivisti e le attiviste, organizza casse di resistenza, elabora le misure che servono al territorio e per questa via impone all’Amministrazione di essere riconosciuta come autorità popolare è la strada (l’unica) che possiamo percorrere. Questo è il modo, concreto, di mobilitarci PRIMA che avvengano le tragedie. Questo è anche il modo, concreto, di costruire un’alternativa qui e ora. Anche per Fakir e per tutti i figli della Bologna operaia e popolare. Redazione Italia
July 26, 2026
Pressenza
La vicenda di Fakir ricorda che la salute mentale è (soprattutto) una questione di classe
«La retorica della remigrazione che sta invadendo il dibattito pubblico lo terrorizzava» di Samuele Maccolini, 23/07/2026 Dalle ultime informazioni rese pubbliche su Abderrahim Fakir emerge con chiarezza l’impatto delle politiche migratorie e della marginalità sociale sulla salute mentale. Chi ha chiamato la Polizia ha parlato di un uomo «in escandescenza» che stava urlando e prendendo a calci i portoni di un garage. Il presidente della Società italiana di medicina di emergenza-urgenza Alessandro Riccardi ha definito il comportamento di Fakir «delirio iperattivo», che è dovuto a «una predisposizione personale associata a stress emotivo». Un verbale del pronto soccorso suggerisce che l’uomo soffrisse di disagio psichico. Il 20 giugno Fakir era stato ricoverato al Pronto Soccorso dell’Ospedale Maggiore di Bologna perché si era fatto un taglio in un polso e aveva chiesto di parlare con uno psichiatra. Al momento non si sa se l’uomo abbia ricevuto una diagnosi. Ma le ricostruzioni hanno accertato che negli ultimi mesi la salute mentale di Fakir stava peggiorando. I motivi sono legati alla condizione di straniero senza permesso di soggiorno. L’uomo era in Italia da quando aveva 7 anni. Al momento della morte era in attesa di ricevere la riconferma del permesso di soggiorno. Aveva comunque i documenti in regola poiché disponeva di un permesso temporaneo. Ma la possibilità di essere espulso dal Paese in cui viveva da oltre trent’anni lo preoccupava. L’avvocata che stava seguendo la pratica, Barbara Spinelli, ha raccontato al Post che «la retorica della remigrazione che sta invadendo il dibattito pubblico lo terrorizzava». A giugno l’ufficio immigrazione della questura di Bologna gli aveva chiesto di presentarsi per chiarire la sua posizione. Nonostante fosse un passaggio ordinario nel processo per la richiesta di asilo, Fakir «era andato nel panico». Secondo Spinelli, «il sistema penale e il sistema dei permessi di soggiorno sono un mix esplosivo che impedisce a tante persone di uscire dalla marginalità». La morte di Fakir fa luce sulle disuguaglianze nella salute mentale: chi vive ai margini subisce maggiormente la pressione psicologica del sistema, ma proprio quelle persone hanno meno possibilità di essere seguite e curate. Una questione (soprattutto) di classe. Redazione Italia
July 26, 2026
Pressenza