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Il bluff dell’intelligenza artificiale
(Fonte) Infoaut – 14 ottobre 2025 Perché la bolla speculativa è solo la punta dell’iceberg di un piano per consolidare il potere. In queste ultime settimane abbiamo sentito parlare sempre più spesso dell’IA come una “bolla”. Con questo termine si descrive la crescita vertiginosa e insostenibile delle valutazioni di mercato delle aziende legate all’IA. La promessa di una rivoluzione produttiva senza precedenti spinge i capitali verso un numero ristretto di attori, le cui quotazioni azionarie sembrano ormai scollegate dalla loro reale capacità di generare profitti. La narrazione di una “bolla speculativa” però, coglie solo la superficie del fenomeno, rischiando di oscurare la logica politica ed economica sottostante che muove questi imponenti flussi di capitale: l’ingente allocazione di risorse nell’IA risponde a un imperativo strategico del capitale globale, quello di rafforzare ed estendere il potere esercitato dai grandi conglomerati tecnologici, privatizzando la conoscenza attraverso modelli proprietari e sfruttando ogni innovazione in un’opportunità di accumulo. Le aziende hanno speso trilioni per data‑center, GPU e infrastrutture di calcolo perché il mercato richiede continui ritorni sui capitali investiti. Il paradosso della produttività e i costi insostenibili Nonostante le promesse di una nuova rivoluzione produttiva, non si registra alcun aumento significativo della produttività; al contrario, i costi operativi, ambientali e umani risultano enormi: il consumo di energia e acqua ha raggiunto livelli critici, rappresentando una diseconomia esterna scaricata sull’ambiente e sulla collettività. L’IA generativa mostra limiti evidenti: produce risultati fragili e richiede continua supervisione umana per correggere errori, “allucinazioni” (informazioni false presentate come vere) e output privi di senso, riducendo o annullando i presunti guadagni di efficienza. Le conseguenze sono molteplici e negative: proliferazione di contenuti sintetici di bassa qualità (“slop”) che inquinano l’informazione online; automazione delle disuguaglianze attraverso sistemi che riproducono bias di genere e razza; crescente privatizzazione della conoscenza. In conclusione, la cosiddetta “bolla dell’IA” non è solo un eccesso finanziario destinato a scoppiare, ma un progetto politico di riconfigurazione del potere economico e informativo. Il suo vero costo non sarà misurato in termini di perdite di mercato, bensì nel rafforzamento del potere tecno-capitalista e nella produzione di società più diseguali, opache e fragili. The post Il bluff dell’intelligenza artificiale first appeared on Lavoratrici e Lavoratori Aci Informatica.
Altman (OpenAI): «L’Ai è come la bolla delle dot-com». Ma è davvero così?
(Fonte) Luca Tremolada – 18 agosto 2025 Sam Altman, il ceo di OpenAI, è convinto che gli investimenti in AI stanno vivendo una fase di euforia simile a quella delle dot-com a fine anni ’90: startup senza ricavi reali ma con team ridottissimi raccolgono capitali enormi, segnale di forte speculazione. Nel 2024 i finanziamenti raccolti dal venture capital a favore di progetti legati all’AI hanno superato i 100 miliardi di dollari, livello paragonabile al boom del 2000, quando il venture capital nel tech passò da 1,5 miliardi nel 1991 a oltre 90 miliardi. All’inizio di Internet si investirono ingenti capitali nell’infrastruttura digitale, sostenuti da costi di finanziamento bassi e dall’euforia degli investitori. Pur senza modelli di business definiti, era evidente che online stesse nascendo una nuova economia e che lì si sarebbero aperti mercati inediti, dall’e-commerce ai servizi digitali fino al cloud. La bolla scoppiò sia per valutazioni finanziarie ancora legate a logiche tradizionali, sia perché non erano chiare le dinamiche di crescita delle piattaforme: le Big Tech emersero con rapidità senza precedenti, ridimensionando la capacità del mercato di favorire un’innovazione dal basso. Oggi, con l’AI, come ha scritto Eric Schmidt, ex CEO di Google, siamo di fronte a un «nuovo assetto industriale» ben più potente di un abilitatore di economie come è stato Internet negli anni Novanta. Sono cambiati gli attori: i protagonisti non sono più una miriade di «nuove aziende» nate dal nulla, ma pochi colossi consolidati dotati di asset finanziari e tecnologici senza precedenti. Secondo Goldman Sachs, a differenza delle dot-com degli anni 2000, colossi come Nvidia, Microsoft e Apple generano utili concreti. Il boom attuale riguarda soprattutto infrastrutture tecnologiche – data center, GPU e capacità di calcolo nel cloud – che abilitano carichi di lavoro prima impossibili. Le Big Tech stanno puntando tutto su un’infrastruttura già redditizia, sostenuta da applicazioni, software e pubblicità, investendo per aumentarne l’efficienza: il vero motore del nuovo ciclo digitale. Ciò non elimina i rischi, ma segna una discontinuità rispetto al passato. Erik Gordon, docente dell’Università del Michigan, avverte che un eventuale crollo dell’AI potrebbe produrre perdite ben più gravi di quelle della bolla dot-com, poiché oggi sono coinvolti anche grandi investitori istituzionali. Molte startup sono destinate a scomparire – come accade a ogni cambio di paradigma tecnologico – ma i giganti potrebbero reggere l’urto. Resta però l’incognita delle aspettative: segnali di raffreddamento, come le reazioni tiepide al lancio di GPT-5, mostrano che il mercato si chiede se gli enormi investimenti genereranno davvero ritorni concreti. Come ricorda l’economista Daron Acemoglu, la tecnologia è ancora immatura e le aspettative altissime. The post Altman (OpenAI): «L’Ai è come la bolla delle dot-com». Ma è davvero così? first appeared on Lavoratrici e Lavoratori Aci Informatica.