Tag - Global Movement To Gaza

Riunione della delegazione italiana di Global Movement to Gaza. Avviati manifesto, struttura operativa e roadmap delle missioni 2026
Si è conclusa domenica 14 dicembre presso la Casa del Popolo “Il Querceto” di Sesto Fiorentino la due giorni nazionale della delegazione italiana del Global Movement to Gaza. L’incontro ha riunito oltre 70 persone provenienti da ogni regione d’Italia, inaugurando formalmente i lavori per la stesura del Manifesto del movimento e per la definizione della sua struttura operativa, con l’obiettivo di affrontare in modo coordinato le sfide del 2026, a partire da due missioni previste per il primo semestre. “Questi due giorni segnano un passaggio di maturità” dichiara Maria Elena Delia, portavoce italiana GMTG/GSF. “Abbiamo iniziato a costruire insieme un’organizzazione capace di reggere la complessità del 2026 senza perdere la nostra bussola etica. Nonviolenza, solidarietà, autodeterminazione e rispetto assoluto della dignità umana e ambientale sono i principi che orientano le nostre azioni: fermare il genocidio in corso e sostenere il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione. Non possiamo restare inattivi di fronte alle inadempienze dei governi. La società civile deve convergere per aprire corridoi di umanità e di verità.” Uno dei punti centrali discussi alla due giorni è stato l’avvio di un percorso di riorganizzazione e raccordo operativo tra Global Movement to Gaza (GMTG) e Global Sumud Flotilla (GSF), al fine di rafforzare il coordinamento in termini di sicurezza, logistica, comunicazione e governance durante le missioni, valorizzando la complementarità delle azioni via terra e via mare e rendendo più efficiente la capacità di risposta del movimento sul piano internazionale. È emersa chiaramente la volontà strategica di coinvolgere attivamente le comunità palestinesi sul territorio nazionale – in dialogo con le reti palestinesi a livello internazionale – nella programmazione e nelle decisioni del movimento, attraverso una serie di incontri diffusi già nel primo trimestre del 2026. GMTG Italia si propone come punto di convergenza a livello locale, nazionale e internazionale tra comunità palestinesi, reti solidali, mondo associativo e società civile, per costruire un’agenda di azione condivisa e radicata nei territori, volta a chiedere la fine dell’impunità per i crimini commessi dall’entità sionista a Gaza e nei Territori Palestinesi Occupati, a interrompere l’assedio e a garantire pieno accesso umanitario, nel rispetto del diritto internazionale. Global Movement to Gaza
Global Movement to Gaza: la Palestina esiste e resiste nel cuore di ogni persona libera
Sabato 13 e domenica 14 dicembre a Sesto Fiorentino si è svolta la riunione italiana del Global Movement to Gaza. Si dovevano definire alcuni punti essenziali, come un manifesto condiviso e il lancio della prossima missione umanitaria nonviolenta della Flotilla in primavera. Il programma dei due giorni partiva dalla formazione alla comunicazione nonviolenta, per arrivare alla definizione della struttura e dell’organizzazione, ma si è trovato il modo di esprimere anche i sentimenti che ci animano, per capire cosa ha funzionato e cosa si deve cambiare. Per due giorni abbiamo cercato di costruire un senso comune da Gaza alla Flotilla e dal movimentismo nonviolento alla Palestina. La comunicazione nonviolenta serve a riconoscersi nelle diversità. Ogni persona porta con il suo corpo e i sentimenti che la contraddistinguono un carico di speranza, rabbia, indignazione e in ultima analisi la propria irriducibile umanità, fragile e forte, spaventata e coraggiosa, egoista e generosa. Mille sfumature di arcobaleno e di tempesta trovano nell’impegno per la Palestina un significato ideale, troppo umano per essere inquadrato in un manifesto. Scusate le mie opinabili digressioni. La volontà politica rischia di trasformarsi in una diga di contenimento della marea di umanità che ha invaso le piazze del mondo per fermare l’inaudito orrore di violenza disumana scatenata contro la popolazione civile dall’esercito israeliano. Emergency ha aggiornato al 12 dicembre la situazione drammatica e sconvolgente di Gaza: “L’ingresso di beni essenziali nella Striscia è ancora totalmente insufficiente. La tempesta Byron sta colpendo duramente un milione e mezzo di persone già stremate. Nelle scorse ore, le condizioni di vita già estreme, aggravate dal gelo invernale e dalle intemperie che hanno provocato anche il crollo di alcuni edifici, hanno portato alla morte di 14 persone – tra cui tre bambini, una dei quali di appena 8 mesi.” Mancano dunque aiuti umanitari, perché vengono bloccati da Israele. La finta tregua è servita a disinnescare le rivolte e a oscurare il genocidio. La risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza ONU sgrava la coscienza dei governi e dei mass media, nominando una pace che non esiste. Il GMTG, movimento globale per Gaza, si sta preparando ad affrontare questa sfida, dopo la mobilitazione dal basso di milioni di persone sull’onda della Global Sumud Flotilla. Consentitemi una breve riflessione storica per capire come siamo arrivati ai suprematismi. Cos’è il terrorismo? Talebano significa studente e facevano comodo i talebani afgani quando combattevano contro l’Unione Sovietica. Il terrorismo creato nelle madrase arabe e finanziato dai petrodollari diventò in seguito un boomerang per l’Occidente; il punto di svolta non è stato l’attacco alle Torri Gemelle del 2001, ma il cambiamento della dottrina unipolare americana dopo la fine della guerra fredda. La tattica terroristica “Shock and awe” fu illustrata nell’omonimo libro, scritto da Harlan K. Ullman e James P. Wade nel 1996, un prodotto dell’Università di Difesa Nazionale degli Stati Uniti (National Defense University of the United States). Sconvolgere per annichilire, terrorizzare per paralizzare. Dal dominio dell’informazione al dominio delle menti, sul campo di battaglia il dominio rapido si realizza con l’impiego  di tutte le armi possibili e coordinate per avere un impatto sconvolgente e mostruoso sul nemico. Gli USA hanno creato il terrorismo di Stato e Israele lo ha applicato ai palestinesi. Il 90% degli italiani è contro il genocidio a Gaza. Questo rifiuto non è una posizione politica, ma è una reazione umana contro la disumanizzazione dei palestinesi. La Convenzione per la prevenzione del genocidio serviva nel dopoguerra a evitare un altro olocausto. Nella definizione giuridica di genocidio non si deve arrivare a uccidere tutti per definirlo tale. Israele accusa di antisemitismo chiunque osi criticarlo. Questo metodo fa parte della propaganda utile a nascondere i crimini contro i palestinesi. La disinformazione, le falsità, il dominio dell’informazione fanno parte integrante della dottrina militare di Shock and awe. Israele considera l’uccisione dei palestinesi alla stregua di un’operazione di derattizzazione e lo dicono apertamente. I nostri sentimenti umani ci impediscono di aderire a questo delirio collettivo di suprematismo messianico. Noi vediamo i bambini sommersi dalle macerie e dal fango e non possiamo accettarlo. Anche uccidere un solo civile è un crimine di guerra, figuriamoci un programma di sterminio consapevole. Si chiama genocidio. E quando le istituzioni chiudono gli occhi, non rimane altro che il cuore generoso dell’umanità in cammino per protestare. Ray Man
“Rebuild justice – Ricostruire la giustizia”, incontro all’Università Roma Tre
Sabato 29 novembre 2025, dalle ore 10:30 alle 13:00, l’Aula Magna di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre ospiterà l’iniziativa pubblica “Rebuild justice – Ricostruire la giustizia”, promossa dalla delegazione italiana del Global Movement to Gaza (GMTG) e dalla Global Sumud Flotilla (GSF). L’incontro si svolge in una data simbolica come la Giornata internazionale di solidarietà con il popolo palestinese e sarà dedicato a una riflessione rigorosa e plurale sul nesso tra giustizia, diritti umani e diritto internazionale, con particolare attenzione alla catastrofe umanitaria in Palestina e alle responsabilità della comunità internazionale. Inoltre, durante l’evento saranno annunciati i dettagli della prossima missione della Global Sumud Flotilla. “Parlare di Palestina oggi significa parlare del futuro della giustizia internazionale” afferma Maria Elena Delia, portavoce italiana del Global Movement to Gaza. “Il genocidio in corso mette alla prova la nostra capacità di difendere i diritti umani ovunque siano violati. Con questa iniziativa vogliamo costruire uno spazio di confronto che metta al centro il diritto, la dignità delle persone e la responsabilità di chi ha voce nello spazio pubblico, in un tempo in cui la retorica della sicurezza e della forza spesso oscura il linguaggio del diritto”. All’evento interverranno, tra gli altri, Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani nei Territori palestinesi occupati e promotrice dell’evento, Greta Thunberg, attivista per il clima e la giustizia climatica, Thiago Ávila, attivista e membro dello Steering Committee GSF, l’artista Alex Braga, insieme ad altre e altri rappresentanti del mondo della cultura, della società civile, del cinema e della musica italiana. I panel saranno moderati dal giornalista e scrittore Giulio Cavalli, i filosofi Maura Gancitano e Andrea Colamedici (Tlon). In collegamento da remoto parteciperanno inoltre Ezzedine Shlah, fondatore del Gaza International Film Festival for Women e Ahmed Muin, attivista, musicista e maestro di musica a Gaza.   Global Movement to Gaza
Global Movement to Gaza aderisce alle mobilitazioni del 28 e del 29 novembre
La delegazione italiana del Global Movement to Gaza aderisce alle mobilitazioni del 28 e del 29 novembre, a Roma, Milano, Genova e in tutto il Paese, insieme a sindacati, associazioni e movimenti, contro una manovra che alimenta l’economia bellica e per difendere il ripudio della guerra sancito dall’articolo 11 della Costituzione. «È tempo di convergere contro l’economia di guerra e la diplomazia muscolare. Le mobilitazioni degli ultimi mesi hanno mostrato che milioni di italiani stanno dalla parte del diritto e della giustizia sociale. Con questa manovra dettata da diktat sovrastatali, il governo prova a renderci tutti e tutte complici: scendere in piazza il 28 e 29 novembre significa rifiutare quella complicità e ricordare a chi governa che deve rispondere ai bisogni dei propri cittadini, non a quelli dell’industria delle armi che alimenta il genocidio. Ci auguriamo un clima pacifico senza tentativi di repressione del diritto di manifestare», dichiara Maria Elena Delia, portavoce nazionale del Global Movement to Gaza. Questa doppia responsabilità – economica e diplomatica – è oggi il nodo politico centrale: con la Legge di Bilancio 2025 il governo aumenta la spesa militare comprimendo sanità, scuola e welfare, mentre sul piano internazionale sostiene il cosiddetto “piano di pace” recepito dalla risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza ONU, che di fatto istituisce una “tutela internazionale” sulla Palestina senza garantire piena autodeterminazione. In parallelo, l’Italia non si dota di una politica capace di colpire sistematicamente l’espansione coloniale israeliana in Cisgiordania, dove oltre 26.000 nuove unità abitative e 194 piani insediativi minacciano ogni prospettiva di fine della pulizia etnica incrementale. La stessa postura emerge di fronte agli attacchi israeliani contro il contingente UNIFIL, definiti “inaccettabili” dallo stesso Consiglio Supremo di Difesa: non bastano più condanne e indignazione, chiediamo al governo di andare oltre le dichiarazioni di rito e sospendere le relazioni con Israele finché continuerà a violare il diritto internazionale e le risoluzioni ONU. È indispensabile affrontare le responsabilità, incluso il genocidio e gli altri crimini contro l’umanità. Per questo chiediamo l’introduzione di un embargo sulle forniture militari, l’adozione di sanzioni effettive, il boicottaggio delle imprese coinvolte e il sostegno ad azioni legali per le responsabilità di complicità nei crimini internazionali. Senza verità e giustizia, una pace autentica non potrà mai realizzarsi. In questo quadro, il ministro degli Esteri Antonio Tajani, più concentrato su una campagna elettorale permanente che sul proprio ruolo istituzionale, trascina l’Italia in una deriva muscolare della politica estera, sempre più allineata al complesso militare-industriale e sempre meno ai diritti delle persone che dovrebbe rappresentare. Mentre si discute di “piani di pace”, la popolazione di Gaza continua a vivere una catastrofe umanitaria: nonostante il cessate il fuoco, gli aiuti che entrano restano insufficienti – meno di 150 camion al giorno contro i 600 promessi e necessari – e UNRWA denuncia fame, malattie e un inverno senza riparo. In questo contesto, iniziative come la Global Sumud Flotilla, che rivendicano un corridoio umanitario stabile e permanente, restano più che mai necessarie. Redazione Italia
Contro i re e le loro guerre: il 15 novembre tutt3 a Roma
“Al via la convergenza di reti e movimenti contro lo Stato di guerra e l’autoritarismo: sabato, 15 novembre,  alle ore 9:30, presso la Sapienza Università di Roma, si terrà l’assemblea nazionale ‘Contro i re e le loro  guerre’, promossa da una pluralità di realtà sociali, che vanno dalla Rete No Dl Sicurezza ‘A pieno regime’ al  Global Movement to Gaza, che ha organizzato la missione della Global Sumud Flotilla in Palestina, fino alla  campagna Stop Rearm Europe, che a sua volta raccoglie in Italia l’adesione di oltre 500 sigle”. Lo  annunciano i promotori dell’assemblea nazionale ‘Contro i re e le loro guerre’, lanciata nei giorni scorsi con  una lettera-appello (Link al testo: https://forms.gle/KhcPvkFLCytgHGpE7) firmata dagli esponenti di decine  di reti e movimenti sociali.   “In Italia si è aperta una crepa. Con la Flotilla abbiamo visto che un movimento largo può rompere la  rassegnazione, attraversare confini, mettere in difficoltà poteri che si credevano intoccabili. La guerra in  Palestina mostra il punto estremo della violenza del sistema, fondato sull’economia del genocidio, sulla  conquista coloniale e sulla violazione del diritto internazionale e umanitario, che soccombono alla ‘legge del  più forte’. L’Europa si converte ad armamenti e controllo; il governo Meloni prepara una finanziaria che  connette economia di guerra, precarietà, autoritarismo, repressione della libertà d’informazione e  d’espressione, patriarcato, militarizzazione della cultura e delle coscienze. – dichiarano – Le piazze di  settembre e ottobre hanno detto che il desiderio di vita non è spento e che in campo circola un’energia  palpabile per il cambiamento. Sta a noi convergere, costruendo un grande momento di confronto, uno  spazio molteplice e plurale, pronto a farsi travolgere ancora dalla forza collettiva del movimento e a  rilanciare la sfida per un mondo nuovo. Ci incontriamo a Roma per costruire un percorso, una connessione  dei territori, delle città, delle pratiche di mobilitazione emerse durante gli scioperi generali di settembre e  ottobre e i prossimi che verranno. Ci incontriamo in assemblea tra reti e realtà che negli ultimi anni e mesi  si sono battute contro il nesso autoritario-bellico, nelle maree di piazza contro le condizioni di miseria e  sfruttamento. Convergiamo per un’Europa di pace, ecologica, transfemminista e non più complice del  sistema di morte; per costruire insieme la lotta contro i re che dominano in ogni città, in ogni paese e in  ogni continente e saccheggiano intere comunità, stanche di essere trattate come sudditi”, concludono.  Leggi l’appello e aderisci: https://forms.gle/KhcPvkFLCytgHGpE7  Ufficio stampa  Rosa Lella, cell: 348 9105440; email: rosalella3@gmail.com Redazione Italia
La Flotilla: un bilancio, tra potere simbolico e potere operativo
“L’accordo per Gaza deciso senza il minimo coinvolgimento dei palestinesi”. Questa la constatazione amara di Maria Elena Delia, referente per l’Italia della Global Sumud Flotilla e del Global Movement to Gaza, in una intervista in cui ricorda anche Vittorio Arrigoni “Sono stata felice e commossa nel vedere la popolazione sopravvissuta di Gaza ritrovarsi finalmente senza bombardamenti e con la possibilità di tornare quanto meno dove una volta c’erano le proprie case”, confida a FarodiRoma Maria Elena Delia. “Ma penso – aggiunge la Delia nel suo dialogo con il nostro giornale online – che un accordo deciso senza il minimo coinvolgimento dei palestinesi, che non contempli il contributo dei palestinesi ma che li veda solo come presenza apolitica guidata da un gruppo di potere di cui fanno parte personaggi come lo stesso Trump e come Tony Blair, non sia un buon viatico verso una Palestina libera e autodeterminata. La Palestina continua ad essere occupata illegalmente e fino a quando questa situazione non cambierà non potremo essere soddisfatti”. Maria Elena Delia tu hai conosciuto e sperimentato l’Utopia soprattutto con Vittorio Arrigoni e le varie flottiglie Partiamo dall’inizio. La mia esperienza diciamo di attivista ha radici lontane, anche perché ho un’età, quindi ho cominciato a cooperare con movimenti e associazioni che si occupano di Palestina. Dal 2003, sostanzialmente e con quello che, una volta, si chiamava appunto l’International Movement to Gaza. Hai conosciuto Vittorio Arrigoni da quando è stato posto il blocco illegale a Gaza? Ho conosciuto molti attivisti, tra cui anche Vittorio Arrigoni, da quando nel 2007 è stato imposto il blocco alla striscia di Gaza, il blocco illegale. Ricordiamo che alla striscia di Gaza il blocco non è stato imposto il 7 ottobre 2023, ma nel 2007. Dopo che appunto Hamas aveva vinto le elezioni a Gaza. Cosa si intende per Free Gaza Movement e cosa è scaturito da questa avvincente missione politica e umanitaria? Con il Free Gaza Movement abbiamo deciso di lavorare a questa idea pazza e l’idea pazza era appunto la seguente: visto che non ci fanno andare via terra a Gaza proviamo ad andare via mare. E così ha avuto inizio una grande avventura, perché oggi siamo abituati tra virgolette alle flottiglie, ma all’epoca nessuno aveva mai provato ad andare attraverso acque internazionali fino a Gaza. Noi lavorammo per più di un anno e nell’agosto del 2008, con due imbarcazioni con a bordo 41 attivisti, riuscimmo a rompere il blocco navale illegale e a sbarcare al porto di Gaza. All’epoca esisteva ancora un porto che oggi non esiste più. E riuscimmo ad arrivarci. Ci fu poi una seconda flotta che arrivò a Gaza nel novembre del 2008 e dopo quella data nessun’altra barca è mai più riuscita ad arrivare a Gaza. Vero? Sì. Certo. Però da quelle prime missioni si formò e si creò la Freedom Flotilla, che tentò nel 2010 e nel 2011 e in tantissime altre occasioni, fino a quest’estate e fino a pochi giorni fa con la Conscience che è proprio una barca della Freedom Flotilla, di rompere più volte il blocco navale. Ho fatto parte della Freedom Flotilla sino al 2013, anche come referente per l’Italia nella coalizione internazionale per un paio d’anni. Quando? Diciamo qualche mese fa, quando si decise di lavorare alla prima marcia su Gaza; ma poi soprattutto conoscendo anche tantissimi degli attivisti che ne facevano parte ed essendo la referente per l’Italia della Global Sumud Flotilla ho deciso così di contribuire, ma io come tantissime altre persone. Perché hai deciso di contribuire? Ho deciso di contribuire perché ci siamo trovati di fronte a due anni di genocidio, in cui nessun governo, in particolare il nostro governo ha fatto nulla di significativo. Quindi porre delle sanzioni significative e non semplicemente di facciata, porre un embargo sulla fornitura delle armi, rompere i rapporti commerciali con lo stato di Israele. Ma perché il governo e l’establishment politico continuano a negare il genocidio a Gaza? Ancora oggi qualcuno nega che sia in atto un genocidio. Ecco il mio coinvolgimento, ma come quello di centinaia di migliaia di persone. Nasce dalla frustrazione e dal dolore e dal senso di impotenza che ha portato centinaia di persone di donne e uomini della società civile a decidere di mettersi, di mettere, come dire, se stessi su quelle barche, per provare ad attirare l’attenzione delle istituzioni e dell’Unione Europea e dei governi tutti, soprattutto della società civile in generale e crediamo che questo con le nostre 45 barchette a vela in qualche modo sia uno dei risultati sperati. Siete riusciti a rompere il blocco illegale navale di Gaza? Noi non siamo riusciti a rompere il blocco illegale navale di Gaza. Non siamo riusciti a portare i beni che avevamo a bordo alla popolazione civile di Gaza, però siamo riusciti a puntare un riflettore sulla situazione di Gaza. Una situazione di sudditanza che moltissimi governi ivi compreso il nostro hanno nei confronti del governo israeliano e su come questo governo israeliano violi tutti i giorni il diritto della persona, i diritti umani, il diritto internazionale. Le barche sono state intercettate e sequestrate. Le persone a bordo sono state arrestate. Tenute in condizioni di detenzione e diciamo disumane con la violazione del diritto alla difesa e la violazione del diritto a ricevere beni essenziali e servizi essenziali come l’accesso a un bagno, all’acqua potabile. Hanno dimostrato in minima parte che il governo israeliano non riconosce in alcun modo la legge? L’hanno dimostrato in minima parte perché quello che è capitato a noi è un miliardesimo di quello che capita ogni giorno da quasi ottant’anni ai palestinesi. A noi al confronto non è successo niente; come dice Greta Thunberg, la storia non siamo noi. La storia sono i palestinesi che continuano ad essere vessati e a subire un’occupazione illegale non solo a Gaza, ma anche in Cisgiordania. Infatti. Cosa avviene in Cisgiordania? Non ci dimentichiamo della Cisgiordania. Dove peraltro non esiste Hamas e dove vengono compiute violazioni dei diritti umani palestinesi ogni giorno da quasi ottant’anni. L’azione delle flottiglie è azione di libertà e mi riallaccio a quello che ho appena detto: non può essere sufficiente perché le flottiglie da sole sono solo uno strumento. L’ho sempre detto, noi siamo degli strumenti al servizio del popolo palestinese; perché il popolo palestinese non ha bisogno di noi per essere salvato. Anzi noi dovremmo solo imparare dal popolo palestinese quello che noi possiamo fare con i nostri privilegi di occidentali e di bianchi occidentali, cioè mettere in evidenza tutte le perversioni sociali e economiche che stanno dietro quello che succede alla Palestina e mettere in evidenza come il diritto internazionale diventi carta straccia quando si tratta di Israele. Mettere in evidenza che il popolo palestinese ha il diritto di autodeterminarsi? Sì. Vero. Con le barche e con altri mezzi riusciamo a mettere in evidenza e catturare l’attenzione di tutte e tutti anche grazie a tutte le mobilitazioni e alle associazioni e alle comunità palestinesi nei vari Stati, comprese le comunità palestinesi in Italia che hanno fatto un lavoro eccezionale e tutte le associazioni che hanno lavorato in terra. Cosa intendiamo con la locuzione “equipaggio di terra”? Noi chiamiamo equipaggio di terra le mobilitazioni dei giorni scorsi che non sono avvenute grazie alla Flotilla. Ma ci sono state perché a terra è stato fatto un lavoro politico straordinario che ha portato a vedere quel numero di persone in piazza per la pace e ha portato a vedere quei 2 milioni di persone in piazza durante lo sciopero. Ecco è stato un lavoro di popolo. Allora se esiste un popolo che si muove, le persone possono davvero integrarsi con questo lavoro e con il loro potere simbolico e questa mattina qualcuno mi ha citato questa espressione. Esatto quando il potere simbolico e non solo simbolico, anche operativo, diventa in grado di catalizzare le mobilitazioni, la coscienza, la consapevolezza, ecco questo è quello che secondo me è accaduto e oggi è il momento di non lasciare che questo patrimonio umano consapevole e coraggioso si disperda: noi dobbiamo lavorare per questo.         Laura Tussi
La delegazione italiana del Global Movement to Gaza richiama la portavoce Delia in Italia per condurre in persona il dialogo con le istituzioni
In risposta alle istanze sollevate dal governo e dal Presidente della Repubblica, la delegazione italiana del Global Movement to Gaza ha ritenuto opportuno richiedere la presenza in Italia della portavoce Maria Elena Delia, al fine di condurre un dialogo diretto con le istituzioni per garantire l’incolumità dei membri italiani dell’equipaggio e il raggiungimento degli obiettivi della missione nel rispetto del diritto internazionale. Redazione Italia
La Global Sumud Flotilla rifiuta la proposta di inviare gli aiuti a Cipro. La missione per rompere l’assedio illegale di Gaza continua
La delegazione italiana del Global Movement to Gaza, a nome del Comitato direttivo della Global Sumud Flotilla, comunica alle autorità italiane di non accettare la proposta ricevuta ieri su una possibile deviazione degli aiuti in direzione Cipro, per poi farli arrivare a Gaza con il coinvolgimento del patriarcato latino di Gerusalemme. Ribadiamo che la nostra missione rimane fedele al suo obiettivo originario di rompere l’assedio illegale e consegnare gli aiuti umanitari alla popolazione assediata di Gaza, vittima di genocidio e pulizia etnica. Qualsiasi attacco o ostruzione alla missione costituirebbe una grave violazione del diritto internazionale e un atto di sfida all’ordinanza provvisoria della Corte Internazionale di Giustizia, che impone a Israele di facilitare gli aiuti umanitari verso Gaza. Continuiamo a chiedere al governo una risposta netta, severa e seria, in linea con il diritto internazionale. Oggi gli attacchi israeliani a Gaza hanno già ucciso un totale di 30 persone. Il recente bombardamento di un’abitazione familiare ha ucciso 11 persone tra cui anche bambini. Questa cifra è destinata a salire a fronte delle ultime incursioni dell’esercito israeliano in corso nel campo profughi centrale di Bureij e nel quartiere di Tal al-Hawa, a Gaza City. Dal 7 ottobre 2023 Israele ha ucciso almeno 65.419 persone e ne ha ferite 167.160. Si ritiene che migliaia di altre siano sepolte sotto le macerie.   Redazione Italia
“Oggi si scrive una pagina di Storia”
UNA FOLLA OCEANICA A NAPOLI PER LA PALESTINA “Oggi si sta scrivendo la Storia a Napoli e nelle altre 80 città italiane che hanno invaso le strade per gridare: basta al genocidio, basta a ogni forma di complicità, basta a ogni relazione istituzionale ed economica con Israele, basta con le armi.” Una fortissima mobilitazione: quarantamila persone, dicono i numeri forniti dagli organizzatori. Uno tsunami umano che, stamattina a partire dalle 9, ha invaso piazza Garibaldi per partecipare allo sciopero generale in solidarietà con la popolazione palestinese. Sciopero indetto dai sindacati di base USB, CUB, SGB e altre sigle, e sostenuto dalla “flottiglia di terra” Movimento Globale a Gaza Campania, da associazioni, dall’UDAP (Unione Democratica Arabo-Palestinese), dalla Rete delle Comunità palestinesi, dal Centro Culturale Handala Ali e dai collettivi studenteschi. La imponente, che ha visto marciare tutti insieme lavoratori e lavoratrici, studenti, uomini, donne manifestazione, padri e madri – molti con bambini sulle spalle – scandendo un unico, ininterrotto coro che ha inondato la città, è stata civile e pacifica. “È una giornata epica, oggi siamo tantissimi. Dobbiamo fermare noi cittadini, studenti, lavoratori questa follia che sta attraversando il mondo e che ha oscurato la coscienza. Ma non è finita, perché questo Paese, questa città hanno ancora una coscienza da spendere. Palestina libera!”, lo grida dai megafoni un organizzatore. E tutti lo ripetono in un urlo collettivo che, come un’onda sismica, si allarga sulla folla a perdita d’occhio. Si avverte da subito che questa non è una manifestazione come le altre: c’è un’atmosfera che si carica sempre di più di un’emozione partecipata e fortemente sentita, ma si avverte anche tanta rabbia e fermezza nella condanna unanime, senza più contrattazioni. Dalla folla si alzano grida contro ogni forma di complicità, di silenzio o di parole timide e balbettanti. Ora è solo il tempo di azioni reali e concrete. Si chiede una presa di posizione chiara dell’Italia, ora, subito, senza più alcuna ipocrisia. La notevole adesione testimonia la forza del sentimento popolare, ma “siamo consapevoli che serve una strategia politica internazionale”. “Una manifestazione immensa, come non vedevo a Napoli dagli anni ’70. Ci sono tutti: lavoratori, studenti, attivisti e migliaia e migliaia di cittadini. Grazie, Napoli”, ha detto con voce commossa al megafono un anziano attivista del Centro Culturale Handala. Bandiere, striscioni, cori: un tripudio di colori e di voci di solidarietà. L’atmosfera è veramente carica di un’emozione intensa che stringe tutti in un unico senso di appartenenza. È appartenenza a una stessa umanità che qui oggi si vuole recuperare. Un cartellone scandiva: “E criature so’ tutt’ egual” – i bambini sono tutti uguali. Quella di oggi aveva una valenza enorme perché la mobilitazione per la Palestina e il sostegno alla missione umanitaria si sono incrociati con le rivendicazioni sociali, con lo sciopero per la difesa del lavoro e della sicurezza sul lavoro. Il grido dei portuali di Genova, “Bloccheremo tutto”, è diventato il grido di tutti: un fiume in piena che ha attraversato le strade della città. Un’ondata di indignazione che non può più essere contenuta: “Oggi, e la Storia ce lo ricorda, assistiamo alla consapevolezza della gente comune che prende le redini della lotta e chiede a voce alta azioni concrete da parte del governo.” Non è più il tempo delle dichiarazioni e dell’incertezza: è ora di agire. Quando i popoli scendono nelle piazze, cambiano la Storia. È questo uno dei tanti comunicati letti. Lo sciopero ha riguardato trasporti, scuole, università, fabbriche, logistica, settori del pubblico impiego, commercio, energia. C’erano gli studenti, tanti, tantissimi universitari e delle scuole superiori, e c’erano i loro professori. Hanno sfilato a testa alta dietro ai loro striscioni: “Rivogliamo la cultura, la conoscenza contro ogni tentativo da parte del ministro dell’Istruzione di impedire di parlare di Palestina nelle classi. Noi siamo la Palestina. Nessuno può rubarci il futuro.” Il portavoce del collettivo studentesco parla e, a tratti, la voce si incrina per l’emozione: “Non ruberete i nostri sogni, i sogni dei giovani palestinesi. Non ucciderete la conoscenza per comprare armi e finanziare lager in Albania.” Gli studenti lo sanno che questo è stare dalla parte giusta della Storia. “Oggi, contro le politiche del Governo, ci riprendiamo il diritto allo sciopero.” E qualcuno aggiunge un dato che è anche una speranza: qualche centinaio di studenti palestinesi ha conseguito la maturità nella sola scuola rimasta a Gaza. È un fiume umano che da Piazza Garibaldi comincia a scivolare verso la Stazione Centrale. Gli organizzatori hanno spiegato quale sarebbe stato l’itinerario. “Questa non è una passeggiata”, hanno avvertito, “ma un presidio itinerante, una risposta simbolica ma potente al ‘Bloccheremo tutto’, in coerenza con la griglia lanciata dai portuali di Genova e divenuto slogan di riferimento in tutte le manifestazioni successive.” Il corteo si è diretto verso la Stazione Centrale, invadendo ogni spazio e “occupando” i binari, generando il blocco temporaneo della circolazione ferroviaria. Ma la Stazione non è riuscita a contenere la marea umana, che continuava a costituire un lunghissimo corteo e occupava tutta la piazza. Qui, sui binari, sono stati letti comunicati da parte di rappresentanti dei sindacati. Il messaggio era chiaro e forte: “Se non si ferma il genocidio, noi bloccheremo ogni luogo, ogni fabbrica, ogni istituzione”. E ancora: messaggi con una portata sociale che hanno accomunato tutte le categorie di lavoratori presenti. “I soldi frutto del nostro lavoro devono essere spesi per i lavoratori, per le famiglie, le aziende, la salute, l’istruzione e la ricerca, la sicurezza sul lavoro. E a questo proposito vogliamo denunciare che ancora oggi è morto un lavoratore, senza che nessuno risponde di questi omicidi, perché in Italia non è previsto il reato di omicidio sul lavoro.” E concludevano: “La nostra Costituzione è il faro che ci guida. No alle armi, no alla guerra: non saremo mai complici del futuro di morte che ci state preparando”. Una dottoressa, a nome del foltissimo gruppo di sanitari ospedalieri presenti, ha preso la parola per esprimere quanto sia aberrante non poter salvare vite umane, vedere morire bambini di fame e di stenti oltre che per le bombe. Ha ricordato tutti i colleghi sanitari che sono morti, che hanno speso la loro vita per salvare vite umane: 1167 sanitari palestinesi uccisi. “Abbiamo chiesto al Presidente della Regione De Luca che blocchi le forniture sanitarie con marchio israeliano e di escludere Israele dal prossimo PharmExpo della Salute e del Benessere, che si svolgerà dal 24 al 26 ottobre alla Mostra d’Oltremare di Napoli.” Seconda tappa: l’Università, dove già c’era un presidio di studenti che si sono uniti al corteo, che ha continuato a sfilare lungo tutto il Rettifilo fino a Piazza Municipio, per portarsi poi verso il secondo luogo di “occupazione simbolica”: il Porto di Napoli, per manifestare contro le grandi società – comprese le navi da crociera – che con Israele mantengono rapporti e traggono grandi profitti. Ma anche qui solo una parte dei manifestanti è riuscita ad entrare nell’area interna del Porto. Migliaia di persone sono rimaste rimaste in presidio fuori, nella grande area con vista sui resti archeologici. Gli slogan non si sono fermati mai. Lo slogan più gridato: “Genocidio, miseria e lutto: bloccheremo tutto”. Il corteo ha poi ripreso a sfilare per portarsi davanti alla Prefettura, simbolo del Governo, in Piazza del Plebiscito, occupando ogni punto dell’immensa piazza. Qui i manifestanti hanno espresso tutta la portata sociale della mobilitazione con slogan che chiedevano al Governo interventi a tutela della gente comune, del lavoro e del welfare, e interventi concreti e immediati per salvare ciò che resta di Gaza. “A cosa serve l’eventuale riconoscimento dello Stato della Palestina, come stanno facendo ormai molti Stati, se non resterà più niente della Palestina e dei palestinesi?”, ha gridato con una nota di disperazione nella voce Jamal della comunità palestinese di Napoli. Napoli oggi ha mostrato il suo volto più autentico: città di pace, di accoglienza, di Resistenza e di grandi mobilitazioni. L’ultimo grido che ha scosso la bellissima Cattedrale neoclassica: “Gaza resiste, la Palestina esiste”. E resiste Napoli, che continuerà nel pomeriggio la mobilitazione alla ex Nato di Bagnoli, dove è atteso il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per l’apertura dell’anno scolastico. Redazione Napoli
L’impotenza di Tajani e l’Italia in mobilitazione
Le dichiarazioni del Ministro Tajani al Festival di Open non sono altro che una confessione di impotenza di fronte ai crimini di Israele. È proprio questo che ci spinge a intervenire. Maria Elena Delia: “Il Ministro degli Esteri dovrebbe conoscere e applicare i principi del diritto internazionale. Noi non chiediamo la protezione militare, bensì la mera applicazione di quei principi, non solo a tutela della nostra missione, ma soprattutto a fronte del genocidio in corso. Il ministro ha una visione rovesciata della realtà, prediligendo la posizione israeliana al diritto internazionale: il blocco navale imposto da Israele dal 2007 è illegale e l’eventuale intercettazione della Global Sumud Flotilla sarebbe un atto di pirateria finalizzato al sequestro di persona. Tajani non può sottrarsi alle proprie responsabilità dinanzi agli italiani. Assieme al Senatore Marco Croatti e all’Europarlamentare Benedetta Scuderi, sollecitiamo l’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta che faccia luce sulle relazioni istituzionali ed economiche tra Italia e Israele, in quanto materie di pubblico interesse”. Il Global Movement to Gaza aderisce allo sciopero generale indetto da USB e CALP per lunedì 22 settembre. Una mobilitazione trasversale che coinvolgerà diverse realtà sociali in oltre 80 piazze italiane. A Roma il raduno è previsto per le ore 11:00 in Piazza dei Cinquecento. Chiediamo agli italiani di scendere in piazza per chiedere al governo una risposta netta, severa e seria, in linea con il diritto internazionale. Invitiamo a fare riferimento alle comunicazioni ufficiali di USB per l’elenco integrale delle piazze in mobilitazione (in aggiornamento).   Redazione Italia