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“In fila per tre”: la militarizzazione delle scuole in provincia di Ancona
Le Marche, in particolare la provincia di Ancona, sono una regione in cui è particolarmente massiccia la presenza nelle scuole di militari e forze dell’ordine, impegnati in attività di formazione ed educazione. Un processo che risponde a protocolli tra i Ministeri dell’Istruzione, della Difesa e degli Interni in atto da diversi anni. Sotto l’aspetto di educazione e prevenzione, gli attivisti dell’Osservatorio contro la Militarizzazione delle Scuole e delle Università evidenziano una malcelata azione di marketing militarista, tesa al reclutamento dei giovani nelle forze armate. Queste attività, fatte da personale in divisa, dovrebbero al contrario appartenere alle competenze certificate di professionisti civili dell’educazione, della formazione e dei servizi-socioassistenziali. Ma in tempi di guerra l’Italia ha bisogno di soldati. Crosetto ha in studio una proposta legislativa. Educazione alla legalità, prevenzione del bullismo, cyberbullismo, revenge porn; sono alcuni dei temi di cui si occupano le forze dell’ordine dentro le scuole, passando per la violenza di genere, l’ambiente e occupandosi perfino di letteratura. E’ il caso dell’evento dal titolo “CORAGGIO… un viaggio ideale nel tempo dal pensiero di Dante fino ai giorni nostri”, promosso il 30 ottobre 2025 dalla Questura di Ancona, dall’Associazione Nazionale della Polizia di Stato di Ancona e dalla Società Dante Alighieri di Ancona in collaborazione con l’Ufficio Scolastico Regionale Marche, con il patrocinio del Comune di Ancona, della Regione Marche e del CONI Marche. Nell’anno scolastico 2023-2024 in provincia di Ancona, sulle cattedre di oltre 80 istituti scolastici dalle elementari alle superiori, si sono avvicendati per docenze agenti di diverse specializzazioni, come l’anticrimine, polstrada e polizia postale, con l’ausilio anche di unità cinofile; un’attività che ha coinvolto oltre 12.000 studenti. Da settembre 2024 a giugno 2025, sono stati quasi cento gli incontri tenutisi nei plessi scolastici della provincia di Ancona con il progetto “Educhiamo insieme alla legalità”. Da gennaio è partito il “Tour della legalità”, che tocca i teatri più grandi della provincia, con studenti portati in orario scolastico. Stavolta l’iniziativa è della Prefettura di Ancona; si articola, come spiega la nota ufficiale, in “una serie di incontri tematici che si svolgeranno nei Comuni di Ancona, Jesi, Senigallia, Osimo e Fabriano, configurandosi come un percorso educativo sistemico e multidisciplinare volto ad affrontare alcune delle principali aree di vulnerabilità che interessano le giovani generazioni. I diversi appuntamenti approfondiranno temi di elevata rilevanza sociale ed educativa, quali il bullismo e il cyberbullismo e i rischi connessi all’uso del mondo digitale, l’etica e i valori fondanti della Repubblica, la violenza di genere e il femminicidio, il disagio giovanile e la devianza minorile anche in relazione all’abuso di sostanze, il rapporto tra sport e legalità, nonché i processi di integrazione e inclusione come espressione concreta di solidarietà, umanità e pace”. La tappa di Osimo, il 26 febbraio scorso, è stata condita “dalle splendide note della Fanfara dei Carabinieri, scortati da due Granatieri della Guardia del Presidente Sergio Mattarella”. Contemporaneamente da settembre è ripreso nelle scuole della provincia il progetto della Questura di Ancona “Educhiamo assieme alla legalità”. In questa edizione, “particolare attenzione verrà rivolta ai bambini delle classi V delle scuole primarie, che si preparano ad affrontare l’importante passaggio alla scuola secondaria di primo grado, con incontri specificamente dedicati, volti a favorire il tema dell’inclusione, della cittadinanza attiva e della legalità nel quotidiano, per avvicinarli alla figura del poliziotto e comprendere come si tratti di un amico sempre disponibile, al servizio della comunità per qualsiasi problema e/o difficoltà”. Oltre duecento gli studenti coinvolti nell’incontro di Ancona il primo marzo. La “campagna di prevenzione e sensibilizzazione della Polizia di Stato, avviata nel mese di settembre presso gli istituti scolastici del capoluogo e dei Comuni di competenza dei Commissariati di Fabriano, Jesi, Osimo e Senigallia, proseguirà nelle prossime settimane, anche grazie all’impegno dei poliziotti di prossimità, referenti dei Dirigenti scolastici, con il supporto delle Unità Cinofile della Questura, presenti in occasione dell’ingresso e dell’uscita dagli edifici scolastici, per garantire la sicurezza di studenti e personale docente”. Questa azione di polizia è già avvenuta a Jesi la mattinata del 25 febbraio, “nelle immediate vicinanze degli istituti scolastici, nelle aree adiacenti alle fermate degli autobus e nei punti di maggiore aggregazione studentesca”. Non mancano poi le giornate ‘speciali’, come quella vissuta ad Ancona in piazza Salvo D’Acquisto il 10 ottobre 2025, “dove la divisa ha incontrato i cappellini blu dei piccoli alunni della ‘Falcone’. Tra le attrazioni principali il cane poliziotto Jack, pastore olandese di tre anni. Gli artificieri hanno fatto conoscere il loro sofisticato robot”. Una mattinata che ha coinvolto oltre centocinquanta bambini delle elementari e delle medie dell’istituto comprensivo “Quartieri Nuovi”. Con la sospensione della didattica scolastica non mancano le attività estive, come quella che si è tenuta a Fabriano la scorsa estate con “i cani specializzati nel rinvenimento di stupefacenti ed esplosivi, il robot della Squadra Artificieri impegnato nella esecuzione di particolari e pericolose operazioni e l’allestimento di una ‘scena del crimine’”. Lì duecento i ragazzi impegnati il 24 luglio 2025 durante la ‘giornata di prossimità’ della Polizia di Stato nel Centro Estivo per ragazzi della Parrocchia di San Nicolò di Fabriano, grazie all’intesa tra il Questore di Ancona e il parroco don Aldo Bonaiuto. Quattro giorni dopo, nei centri estivi delle scuole comunali ‘Rodari’ e ‘Primavera’ ad Ancona, 200 bambini “hanno potuto assistere all’esibizione della squadra dei cinofili con i cani Nera e Oro, specializzati nella ricerca di materiale esplosivo. Durante l’incontro i poliziotti hanno simulato la partenza di un passeggero con un bagaglio con all’interno materiale esplosivo, subito intercettato dal labrador specializzato nella ricerca”. Analoghe iniziative si erano già tenute nel 2023 a Monte San Vito e a Loreto nel 2024. Dall’estate 2025, a rafforzare e consolidare questo tipo di attività, è arrivato il “Patto educativo provinciale” con cui le Istituzioni, il mondo religioso e le Forze di Polizia intendono contrastare situazioni di disagio giovanile che sfociano in episodi di devianza. In Prefettura il 25 luglio a firmare il protocollo, c’erano non solo tutte le istituzioni civili e militari, ma anche i vescovi di Ancona-Osimo, Jesi, Senigallia e Fabriano-Matelica. Una firma, quella dei vescovi, che apre le porte degli oratori e delle attività parrocchiali ad attività educative che prevedono anche il coinvolgimento delle forze dell’ordine. Nel territorio, l’unica voce politica critica rispetto a queste situazioni è stata quella del consigliere comunale Tommaso Cioncolini, con un’interrogazione al sindaco di Jesi Lorenzo Fiordelmondo (PD), che è anche vicepresidente dell’ANCI Marche. I sindaci, oltre ad essere totalmente acritici verso questa permanente presenza delle forze dell’ordine con funzioni educative nelle scuole, ci mettono anche del ‘proprio’; come la sindaca di Fabriano Daniela Ghergo (PD), che nell’estate scorsa ha promosso presso i giardini pubblici un corso di difesa personale per giovani e adulti, gestiti dall’AdS Tiger Team TKD di Fabriano, il cui slogan è “Memento audere semper “, e che utilizza per le proprie attività la scuola elementare “Allegretto di Nuzio”. Sempre a Fabriano, al Palacesari, altra struttura comunale, si svolgono le attività della Ginnastica Dinamica Militare. Insomma, a 52 anni dalla canzone di Edoardo Bennato la musica è più che mai quella di “In fila per tre”.   Leonardo Animali
March 6, 2026
Pressenza
La “normalizzazione della guerra” nelle scuole del Belpaese
L’intervista a Federico Giusti per Radio Onda d’Urto sulla vicenda recentemente accaduta in Toscana e sulla situazione in tutta Italia. Una decisione inusitata nelle aule del Liceo “Dini” di Pisa dove sono passate intere generazioni: l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università non è ospite gradito o almeno non lo è uno dei due rappresentanti. L’intento del nodo pisano dell’Osservatorio era quello di portare dei contributi diversificati, rendere la relazione (richiesta dagli studenti e dalle studentesse) vivace e stimolante, ci avevano chiesto di parlare del riarmo e delle iniziative intraprese. L’esclusione di un attivista dell’Osservatorio dalla scuola non è accompagnata da motivazioni plausibili, per questo continueremo a chiedere una spiegazione formale al consiglio di Istituto, al Dirigente scolastico perché si tratta di una censura preventiva, frutto (vista l’esclusione anche dei Sanitari per Gaza) del clima avvelenato nelle scuole costruito in questi mesi dal Ministro dell’Istruzione e del merito Giuseppe Valditara. In questa intervista per Radio Onda d’Urto viene analizzata la situazione nel paese inquadrando il diniego all’Osservatorio dentro una campagna politica mirante alla normalizzazione della guerra nelle scuole. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
February 24, 2026
Pressenza
Armiamoci, ma chi parte?
La propaganda bellica sta ormai penetrando ogni strato della società civile e il fenomeno della militarizzazione delle scuole è ormai fuori controllo. E’ necessario che la scuola si faccia portavoce di valori di pace e che la guerra venga mostrata per ciò che è: morte e distruzione. Le immagini di guerra e i video provenienti direttamente dal fronte inondano ormai i feed dei nostri social media e le prime pagine di ogni testata giornalistica. Gli ultimi dati forniti dal Centre for Strategic and International Studies (CSIS) parlano di quasi due milioni di soldati uccisi, feriti o dispersi dall’inizio della guerra in Ucraina. Dal 7 ottobre 2023 abbiamo assistito a un genocidio compiuto da Israele a Gaza sotto i nostri occhi, con testimonianze, immagini e video di quanto stava accadendo disponibili su ogni piattaforma online. Bambini e civili uccisi a sangue freddo mentre raccoglievano i pochissimi aiuti umanitari che riuscivano ad arrivare, immortalati dagli obiettivi dei reporter che hanno reso queste immagini accessibili al mondo intero. Questi sono solo due esempi tra i più di 56 conflitti attualmente in corso nel mondo, il numero più alto mai registrato dalla Seconda Guerra Mondiale, che coinvolgono circa 92 Paesi e causano oltre 100 milioni di sfollati. In questo contesto si inserisce la nuova propaganda bellicista portata avanti dai governi e dagli stati maggiori europei, che culmina nel piano “ReArm Europe”, con cui l’Unione Europea ha deciso di stanziare 800 miliardi di euro per il potenziamento del settore militare. Una spesa giustificata dall’apparente presenza di un nemico ormai alle porte. Mentre le azioni delle principali aziende produttrici di armi schizzano alle stelle, il dilemma fondamentale rimane uno: armiamoci, ma chi parte? Il Ministro della Difesa italiano Guido Crosetto ha affermato che ci troviamo nella “fase peggiore dalla Seconda Guerra Mondiale” ed è proprio in questo contesto che, legittimati dalla narrazione del “nemico alle porte”, i principali governi europei stanno riportando nel dibattito pubblico il tema della reintroduzione della leva militare, seppur nella maggior parte dei casi in forma volontaria. L’equazione, d’altronde, non risulta complessa: più armi, più uomini pronti a combattere. In questo quadro trova perfettamente posto la nuova propaganda bellicista all’interno delle scuole italiane di ogni ordine e grado e la costante e crescente militarizzazione degli spazi civili, con particolare attenzione proprio alle scuole, luogo ideale per reclutare giovani leve. Come denuncia l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole “le scuole stanno sempre più diventando terreno di conquista di un’ideologia bellicista e di controllo securitario che si fa spazio attraverso l’intervento diretto delle forze armate (in particolare italiane e statunitensi), declinato in una miriade di iniziative tese a promuovere la carriera militare in Italia e all’estero e a presentare le forze armate e le forze di sicurezza come risolutive di problematiche che appartengono alla società civile.” Si registra in particolare un preoccupante aumento delle attività interne agli istituti scolastici, come i PCTO (ex alternanza scuola-lavoro), progetti di orientamento e protocolli di intesa firmati da rappresentanti dell’Esercito con il Ministero dell’Istruzione, gli Uffici Scolastici Regionali e Provinciali e le singole scuole. La realtà cruda della guerra, oggi inaccettabile per l’opinione pubblica almeno a casa nostra, viene mascherata e nascosta agli studenti, contribuendo così a una normalizzazione della violenza bellica e a un’immagine edulcorata e mistificata della guerra. È necessario quindi contrastare questa narrazione militarista e bellicista portata avanti dalle Forze Armate e dai governi europei, ribadendo che la scuola è un’istituzione che promuove i valori della pace, della solidarietà, dello sviluppo della capacità critica e dell’autodeterminazione. Per combattere questo fenomeno e promuovere valori opposti di pace e disarmo, è indispensabile costruire all’interno degli spazi scolastici iniziative di confronto, di autogestione e di dialogo su tematiche di attualità, oltre a momenti di approfondimento sulle guerre in corso, mostrandole non più come un gioco di strategia, ma facendo emergere le tragedie e la morte che portano con sé. Teodoro Palpacelli
January 29, 2026
Pressenza
Curricula scaltri per docenti “docili” (anche verso la guerra)
Dopo un’intervista-shock a una nostra fonte sindacale specializzata nel settore scolastico, che vuole rimanere anonima,  possiamo delineare il profilo per certi versi anche deontologico e morale di una parte del corpo insegnante della scuola italiana. Potremmo anche spingerci oltre, visto il ruolo svolto da un/a insegnante, assolutamente cruciale per la nostra cosiddetta “società della conoscenza” e trovare in questo profilo-tipo le radici della sua conclamata passività sia di fronte alla militarizzazione galoppante all’interno degli istituti scolastici (in estrema sintesi Carabinieri o Poliziotti in divisa che vengono chiamati a parlare di violenza contro le donne, di bullismo o cyberbullismo e di dipendenza dalle sostanze stupefacenti) sia di fronte alle forme di repressione nei confronti di alcune componenti del corpo docente, ma in primis degli studenti. Questi sono gli unici che stanno alzando la testa in modo consistente contro i metal-detector all’ingresso delle scuole, o che contestano la recente schedatura degli studenti palestinesi, gestita dai presidi in collaborazione con il MIM. Siamo da non molto entrati infatti nell'”inverno caldo” delle lotte per l’accaparramento dell’ultima tipologia di posto di lavoro – esclusa quella nelle forze di Polizia, che hanno da poco usufruito di aumenti salariali inauditi e di molti altri benefit – definibile “sicuro” o meglio, come il noto sociologo del lavoro Massimo Paci, (ed anche ex-presidente INPS tra il 1999 e il 2002), definiva pionieristicamente, all’interno del suo modello a quattro settori, “lavoro riproduttivo garantito”. Il termine “riproduttivo” stava per riproduzione della cultura e dei valori di una società, garantendo in una certa misura la sua sopravvivenza culturale nel corso degli anni, mentre “garantito” si intendeva sul piano del welfare-state. Nel 1972, anno in cui uscì il suo libro “Mercato del lavoro e classi sociali in Italia”, veniva completato quel disegno di rinforzo dei diritti e della dignità del lavoro e dei lavoratori, nonché della loro qualità della vita attraverso – l’ormai distrutto su più punti – Statuto dei lavoratori, ovvero la legge n.300 del 1970. Venendo all’esempio concreto, entro gennaio si concluderà per qualche centinaia di migliaia di docenti la partita di una sorta di “lotteria abilitativa”, per passare dalla seconda fascia delle graduatorie per le supplenze (GPS) alla prima, quella appunto destinata sempre agli aspiranti supplenti (come i loro colleghi della seconda fascia), ma appunto “abilitati”. A prescindere dal punteggio che ogni docente ha per i vari titoli di studio e per gli anni o giorni di insegnamento il passaggio dalla seconda alla prima fascia consente anche a un docente laureato da poco e con pochissima esperienza di sopravanzare nell’acquisizione delle supplenze docenti con punteggi superiori di tre, quattro o anche cinque volte ai propri. Come si può ottenere questo passaggio di fascia e come si possono ottenere dei punteggi lasciando da parte, come dicevamo, quel sussulto deontologico o morale che dovrebbe impedire queste pratiche ai limiti anche della legalità? Per ogni regione e per ogni classe di concorso di insegnamento il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha definito il numero totale per ogni ateneo dei posti destinati ai corsi di abilitazione. In questo mercato delle abilitazione compaiono, accanto alle università tradizionali, anche le numerosissime università online, che possono giocare virtualmente su tutto il territorio nazionale, ma che in realtà dovrebbero attenersi al luogo di residenza dell’abilitando/a e quindi al numero previsto per quella regione e per quella classe di concorso. In Italia le università riconosciute dal ministero sono addirittura 11, che si aggiungono a tutti gli altri atenei, che ormai negli anni hanno assunto questa forma indebita di autofinanziamento garantita dallo Stato erogando corsi di abilitazione che in teoria, essendo un obbligo di legge, dovrebbero essere garantiti costituzionalmente a tutti gli aspiranti docenti: il costo di questi corsi di abilitazione si aggira intorno ai 2-3 mila euro, a cui va aggiunto quello della tassa di iscrizione di 150 euro, ancora più ingiusto in quanto colpisce come tutte le tasse dirette indipendentemente dal reddito. Si tratta di una spesa a perdere, perché non esiste la certezza di riuscire a superare la selezione e quindi accedere al corso, oltre che essere legata al solito punteggio in ingresso legato sia ai titoli che ai giorni/mesi (o anni) di insegnamento. Molti aspiranti hanno deciso di giocare su più tavoli e fare domanda la stessa classe di concorso in più atenei, contando sull’inerzia burocratica dello Stato che difficilmente, vista la mole di dati, riuscirà a fare i dovuti incroci e annullare le iscrizioni a più di un ateneo. Si tratta dunque di una selezione sociale nell’accesso all’insegnamento su base reddituale, attraverso una tassa diretta già di per sé ingiusta, perché colpisce tutti indifferentemente, che può essere per di più moltiplicata per X atenei per chi può permetterselo. Una volta avuto accesso al corso abilitante i costi si aggirano intorno ai 3.000 euro e qui le basi economiche di partenza la fanno da padrone. A completare questo quadro fosco sintetizziamo a grandi linee ciò che è già stato illustrato da Pressenza in un precedente articolo: chi vuole guadagnarsi facilmente dei punteggi legati ai servizi di insegnamento, può fare anche una o due ore di insegnamento preferibilmente presso una scuola paritaria, soprattutto dove può contare su qualche amicizia o legame parentale, anche solo da febbraio a giugno (il minimo per considerare la supplenza come annualità e quindi garantire 12 punti). Ipotizzando due ore di insegnamento il salario è di circa €200, che sul periodo febbraio-giugno corrispondono a €1000: ebbene, sempre secondo la testimonianza della nostra fonte sindacale, si può arrivare all’assurdo che per accumulare i 12 punti di servizio di insegnamento restituisca i €1000 alla scuola versando di tasca propria anche gli F24 se si trattava di una “collaborazione coordinata e continuativa”. Dopo il pagamento della tassa di iscrizione ai corsi abilitanti in almeno 10 atenei tra on-line e tradizionali, proprio per aumentare le chance di ingresso come in una lotteria o un “Gratta & Vinci”, (ovvero 1.500 euro), investiti altri 2.000 euro o più per avere 12 punti o addirittura 24 o chissà quanti in più, attraverso una scuola paritaria, si può dire che con un investimento iniziale di circa 10mila euro, una famiglia può garantire un posto sicuro ai figli che potranno restituire la somma se vogliono anche solo dopo sei mesi di stipendio. Il passaggio successivo è quello di iscriversi alle graduatorie per le supplenze (GPS) da un Comune o da una provincia dove è altissima la concorrenza per accaparrarsi una supplenza e dove per motivi demografici le scuole stanno chiudendo o vengono accorpate, ad un Comune come per esempio Roma o Milano, dove le possibilità sono immensamente più ripaganti soprattutto di quell’investimento iniziale! A questo punto le domande che rivolgiamo al lettore sono molto semplici: con quale motivazione insegnerà chi ha questo curriculum alle spalle, evidentemente poco spendibile sul piano dell’esperienza e delle conoscenze? Con quale orgoglio deontologico potrà battersi contro le ingiustizie che tutti i giorni si consumano all’interno delle organizzazioni scolastiche a opera dei presidi-sceriffo e dei collaboratori del suo “cerchio magico”? Come si comporterà un profilo socio-psicologico come quello qui sopra descritto quando entrerà sotto “osservazione” nell’anno di prova prima di passare di ruolo? Riuscirà a difendere la propria libertà di insegnamento e trattare temi “scottanti” con i propri studenti? Quale motivazione avrà nel proporre temi quali l’identità o la parità di genere, il contrasto alla militarizzazione delle scuole o l’educazione alla pace all’interno dei PTOF (Piano triennale dell’offerta formativa proposta e votata durante i collegi docenti)?   Stefano Bertoldi
January 22, 2026
Pressenza
Manifesto “La conoscenza non marcia”. Scuole e Università contro la guerra
Per difendere Università e Scuole dall’invasione dell’industria bellica, dalla logica militare, dalla collaborazione con il genocidio del popolo palestinese PREMESSA Assistiamo a una crescente invasione del settore dell’istruzione e della ricerca da parte della filiera militare industriale e del suo dispiegamento ideologico. Il processo di militarizzazione dei luoghi del sapere sembra procedere secondo tre direzioni. In primo luogo verso la costruzione della cosiddetta “cultura della difesa” con la finalità ideologica di far apparire la guerra possibile e la sua preparazione necessaria anche e soprattutto alle giovani generazioni. Il secondo obiettivo è quello del reclutamento, attraverso PCTO, e le iniziative di orientamento e di tirocinio universitari. Infine, attraverso la presenza dell’industria militare, si potenzia la realizzazione dell’obiettivo neoliberista di una formazione subordinata all’interesse dell’impresa. Progetti in corso, come quello dell’applicazione alla formazione tecnica e professionale della riduzione del percorso di studio a 4+2 (due di ITS) consentendo una completa compartecipazione alla costruzione dei curricula e all’insegnamento di Ministero e imprese private, vedono una partecipazione importante di imprese del comparto militare-industriale. In primis, ovviamente della Leonardo, con le sue Fondazioni. La necessità da parte delle classi dirigenti della militarizzazione dei luoghi della formazione è ora rafforzata dalla svolta bellicista impressa dal programma Rearm Europe. La relazione “Preparedness Union Strategy: reinforcing Europe’s resilience in a changing world” del marzo 2025 richiede “preparedness” (Ndr. essere preparati di fronte alla guerra) nei programmi d’istruzione scolastica e nell’aggiornamento del personale educativo (si veda A. Angelucci). Riteniamo necessario contrastare tale dinamica, le cui pericolose implicazioni sono emerse durante i due anni della fase attuale del genocidio della popolazione palestinese. I rischi per l’umanità rappresentati dalla commistione tra istruzione ed industria bellica sono esemplari nel caso israeliano, ma rappresentano un pericolo concreto anche alle nostre latitudini: la sempre più rapida militarizzazione della scuola e della società nel nostro Paese (e negli altri Paesi europei e non) può essere interpretata come una israelizzazione dei nostri territori, un’importazione del modello di società israeliana, militarizzata fin nei suoi più profondi gangli, che coinvolge in particolare il mondo dell’infanzia e della scuola, come denuncia il film Innocence. Dunque il tema del riarmo e della militarizzazione è fortemente connesso a quello dell’occupazione e del genocidio palestinese, e questa lettura apre a molteplici approfondimenti, tra cui la colonizzazione/riconfigurazione militare dei territori (spaziocidio), la violenza simbolica usata per controllare e piegare le soggettività non conformi (Innocence), la violenza epistemica che annienta le memorie e i saperi. Per questa ragione la campagna “La conoscenza non marcia” si propone di intervenire direttamente nel rapporto strutturale che lega il progetto sionista (in cui l’istruzione ha un ruolo importante, cfr. Rapporto BDS), la militarizzazione della società e l’istruzione pubblica. Il definanziamento dell’Università italiana, connesso alla ripetuta introduzione di nuove forme contrattuali di precariato della ricerca e della docenza, spinge a rendere prassi normale il reperimento di risorse presso agenzie private e pubbliche che hanno come proprio core business l’intelligence e l’industria bellica. A titolo esemplificativo, possono essere citati i seguenti casi: Elbit Systems è una delle aziende più importanti per la fornitura di tecnologia militare dell’esercito israeliano (compresi i materiali utilizzati nei più recenti attacchi a Gaza), ed è stata coinvolta in numerosi progetti finanziati dall’UE (nell’ambito del programma Horizon 2020, in particolare). Allo stesso modo, la Israeli Aerospace Industries (IAI), un importante produttore israeliano di proprietà statale nel settore della difesa e aerospaziale, è coinvolta in numerosi progetti nel programma Horizon Europe attualmente in corso. Molte università israeliane, come l’Istituto israeliano di tecnologia (Technion), hanno da tempo contribuito all’istituzionalizzazione dell’apartheid, all’occupazione dei territori e alla sistematica discriminazione nei confronti dei palestinesi, esercitando un ruolo crescente nella repressione del dissenso attraverso tecnologie via via più sofisticate. Inoltre, le università europee spesso stipulano contratti con aziende tecnologiche come HP, anch’essa indicata come fornitore di tecnologie per il controllo sulla popolazione palestinese (Cfr. Antropologia, diritto internazionale e dibattito pubblico sul ‘possibile’ genocidio in Palestina, dossier a cura di Stefano Portelli e Francesca Cerbini e Antropolog per la Palestina). Alcune università, come ad esempio la Ariel University, operano direttamente nello scenario coloniale agendo direttamente come agenti dell’oppressione e dell’espulsione del popolo palestinese, essendo collocati su territori occupati illegalmente in Cisgiordania. Poiché sappiamo che la progettualità e la ricerca dual use sono estremamente problematiche, date le difficoltà di stabilire se un prodotto scientifico sia o meno indirizzato per scopi militari, nei suoi diversi utilizzi, il principio di precauzionalità deve guidare sempre l’operato dell’università pubblica di fronte all’offerta di partnership con le istituzioni di quei Paesi che implementano sistematicamente politiche e pratiche coloniali (apartheid, occupazione militare, restrizione di movimenti e libertà, espropriazione illegale di terre, discriminazione) e genocidiarie. Tali tipi di accordi, inoltre, trasformano la ricerca scientifica, svolta in strutture pubbliche, in un mandato a favore di ristretti gruppi economici e sociali – e dei loro interessi geopolitici – che hanno il settore militare come proprio campo privilegiato di investimento e accumulazione. L’esempio più classico è quello di Leonardo Spa, ex Finmeccanica, il cui rapporto con lo Stato di Israele si dispiega sia nella fornitura di armamenti che nella strutturale presenza di propri stabilimenti e dipendenti su territorio israeliano. In questo quadro, ci interessa sottolineare anche il ruolo di primo piano delle università Israeliane: da un lato, nell’utilizzazione di saperi di ambito umanistico e sociale (archeologia, storia, scienze sociali) utilizzati nella produzione di una narrazione unica e deformata del passato, volta a legittimare l’occupazione dei territori a danno della popolazione palestinese (Cfr. Maya Wind, Torri d’avorio e di acciaio); dall’altro, nel supporto all’industria bellica, che nel suo operato più recente ha sistematicamente cancellato la memoria di quei territori attraverso la distruzione di siti e musei. Va ricordato inoltre che numerose università israeliane hanno stabilito programmi con aziende leader nel settore militare (Iai, Rafael, Elbit) che progettano gli F-16, i carri armati Merkava, gli elicotteri apache usati in tutte le recenti campagne militari contro la striscia di Gaza (2008-2009, 2012, 2014, 2021), puntualmente sanzionate come “crimini di guerra” dal consiglio dell’ONU per i diritti umani. Queste aziende sanciscono il rapporto con l’accademia mediante l’elargizione di borse di studio e ingenti investimenti per la ricerca. Il BDS – Movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni – denuncia le complicità delle università israeliane non solo nella costruzione di infrastrutture e nella colonizzazione israeliana del territorio palestinese, ma anche nella creazione di un’ideologia pervasiva razzista che contribuisce alla sottomissione del popolo palestinese e sostiene i crimini commessi dall’esercito israeliano. Dall’analisi che il BDS ha condotto sulla relazione che unisce l’accademia e le forze militari israeliane emerge una commistione che si verifica a più livelli. Gli esempi sono tanti: la Bar Ilan University collabora a stretto contatto con lo Shin Bet, i famigerati servizi di sicurezza interna israeliani. La Ben Gurion University ospita l’Homeland Security Institute, le cui partnership includono le principali aziende produttrici di armi e il Ministero della Difesa israeliano. L’esercito sta costruendo un campus tecnologico accanto al campus della BGU, ma anche alla Hebrew University of Jerusalem è presente una base militare (costruita in parte su territorio palestinese occupato). Quest’ultima supporta economicamente gli studenti-soldato coinvolti nel genocidio, così come lo Weizmann Institute of Science che, inoltre, offre un master per i militari e ha aperto un’accademia premilitare per gli studenti dell’ultimo anno delle scuole superiori. Questo istituto collabora con i principali produttori di armi israeliani, tra cui Elbit Systems e Israel Aerospace Industries. Anche Technion ha numerose partnership e borse di studio sponsorizzate dai principali produttori di armi, come Elbit Systems e Rafael, ha inoltre avviato numerosi programmi accademici congiunti con l’esercito israeliano e svolge un corso sulla commercializzazione dell’industria bellica israeliana. La Tel Aviv University gestisce centri congiunti con l’esercito e l’industria bellica israeliana e ospita l’Istituto per gli studi sulla sicurezza nazionale (INSS). Questa università ha istituito un corso di hasbara (propaganda) riguardo al genocidio in corso nella Striscia di Gaza e ha finanziato “assistenza” per i soldati coinvolti nel genocidio a Gaza. L’Open University of Israel gestisce il programma “Academic Commandos” con l’esercito israeliano dal 1999 e assicura un trattamento economico preferenziale ai soldati combattenti attivi. La Haifa University ospita tre college militari e tiene corsi presso la base militare israeliana di Glilot, considerata un’estensione dell’università. Ha fornito equipaggiamento e ha istituito un fondo “di emergenza” per fornire assistenza economica agli studenti-soldato che non possono seguire le lezioni perchè stanno compiendo il genocidio a Gaza. È ampiamente dimostrato che le università israeliane collaborino allo sviluppo di sistemi d’arma, dottrine militari, discorsi ideologici, alla normalizzazione della pulizia etnica coloniale e alla discriminazione degli studenti palestinesi. Pertanto, l’accademia è complice del regime israeliano di occupazione militare, colonialismo di insediamento, apartheid e ora di genocidio. Come emerso durante le mobilitazioni studentesche del 2024/2025, la questione palestinese mostra delle connessioni ampie, che travalicano gli apparati militari per includere fondazioni ed enti di ricerca con grosse responsabilità nella difesa di interessi geopolitici e coinvolgimento nella filiera militare-industriale. L’esempio di Med-Or è illustrativo di tale tendenza in Italia. Med-Or è una creatura di Leonardo presentata per promuovere ricerca e sicurezza: diversi rettori di atenei italiani hanno accettato di entrare nel Consiglio Scientifico della Fondazione. La fondazione vanta, inoltre, circa 90 collaborazioni attive con università, tra cui i politecnici di Torino e di Milano, le università di Genova, Bologna e Roma “Sapienza”. Come riportato dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Med-Or è attiva da sempre in Israele, «paese fondamentale con cui rafforzare collaborazione e iniziative comuni, soprattutto alla luce dei cambiamenti in corso nella regione del Mediterraneo allargato anche a causa della guerra in Ucraina, che ha radicalmente modificato il quadro securitario e geopolitico dell’area» e quindi «partner privilegiato per la Fondazione Med-Or, anche per rafforzare la sua capacità di studio e di riflessione strategica sui principali eventi in corso a livello internazionale». Nonostante le accuse di genocidio al governo di Israele, Med-Or sta implementando la sua azione in quel paese, in sinergia con l’Institute for National Security Studies (INSS) di Tel Aviv, legato a doppio filo alla Tel Aviv University. Oltre al settore industriale e geopolitico, si assiste ad una crescente militarizzazione della società, che possiamo riscontrare nelle decisioni di alzare al 5% del PIL le spese militari, a danno della spesa pubblica per sanità, istruzione, ricerca, amministrazioni locali e, in generale, l’assistenza sociale. Su un piano culturale, la logica di “armare” le menti e le braccia dei cittadini europei sta rapidamente assumendo un piano discorsivo di normalità, ed è pericolosamente contenuta in alcuni passaggi della “Risoluzione del Parlamento europeo del 2 aprile 2025 sull’attuazione della politica di sicurezza e di difesa comune – relazione annuale 2024 (2024/2082(INI)” che “invita” nell’articolo 164: “[…] l’UE e i suoi Stati membri a mettere a punto programmi educativi e di sensibilizzazione, in particolare per i giovani, volti a migliorare le conoscenze e a facilitare i dibattiti sulla sicurezza, la difesa e l’importanza delle forze armate…” e “chiede”. nell’articolo 167: “…. dimettere a punto programmi di formazione dei formatori e di cooperazione tra le istituzioni di difesa e le università degli Stati membri dell’UE, quali corsi militari, esercitazioni e attività di formazione con giochi di ruolo per studenti civili…”. Negli ultimi anni è diventata sempre più evidente ed invasiva la presenza delle forze armate e dell’industria militare nei luoghi della formazione. Nessun ordine di scuola è risparmiato: dalla scuola dell’infanzia alla scuola secondaria di secondo grado, fino agli Istituti Tecnici Superiori. L’Osservatorio contro la Militarizzazione delle Scuole e delle Università ha documentato un numero impressionante di casi e di modalità di intervento. Progetti di ampliamento dell’offerta formativa (educazione alla legalità; educazione alla pace [!]; contrasto al cyberbullismo; contrasto alla violenza di genere ecc. ecc.) affidati, non si capisce perché, non a psicologi/e o a pedagogisti/e ma a militari. Visite in caserma. Cerimonie di alzabandiera a inizio di anno scolastico. Partecipazione a manifestazioni militari (come nel caso incredibile della ricostruzione del viaggio in treno della salma del milite ignoto, stages in caserma o presso industrie belliche. PCTO in collaborazione con militari o con aziende del complesso industriale-militare. Persino corsi di educazione alimentare affidati ad ufficiali della US Navy in Sicilia. Infine, occorre considerare la NATO, per il suo ruolo nei principali scenari bellici e dietro le politiche di riarmo. Anche grazie alla sua presenza capillare (in Italia quasi 150 basi o comandi militari), riesce a condizionare la libertà democratica e la sovranità politica e militare dei Paesi alleati, quindi anche le iniziative degli eserciti nazionali, spesso chiamati a promuovere attività nelle scuole e nelle università. Se nelle scuole agisce quasi esclusivamente attraverso iniziative di propaganda con attività didattiche svolte da militari negli edifici scolastici oppure con visite delle scolaresche e PCTO di studenti (l’ex alternanza scuola lavoro) presso le basi militari, soprattutto nei territori in cui sono localizzate le principali basi, negli Atenei la presenza diretta della NATO si legittima attraverso accordi quadro siglati con varie Università (si veda per l’università di Bologna qui e qui; qui; e per l’università per stranieri di Perugia: qui; per l’Università di Genova: qui; per l’università di Pisa: qui) ad esempio per lo svolgimento di tirocini nei comandi e nelle basi dell’alleanza atlantica) oppure con iniziative e programmi fra i quali citiamo il NATO Model Event dell’Università di Bologna e l’esercitazione “Mare Aperto”, svolta in collaborazione con la Marina Militare e che coinvolge ogni anno circa 14 Atenei italiani. Oltre che nella didattica e nell’orientamento, la presenza della NATO nelle Università avviene anche nella ricerca, ad esempio attraverso il NATO SPS Programme. Gli obiettivi della narrazione della NATO nei luoghi fondamentali dell’apprendimento sono quelli di giustificare il suo ruolo in Occidente raccontandosi come strumento fondamentale per garantire sicurezza e pace, creando così generazioni di studenti ben disposti nei suoi confronti, oltre che lavorare d’anticipo sulle loro menti in vista di un reclutamento futuro. Diversamente dalla narrazione che la NATO cerca di veicolare, gli sforzi che chiede agli alleati in termini di risorse per il riarmo fanno scivolare anche il nostro Paese lungo il crinale di una guerra mondiale, che va necessariamente scongiurata, oltre che di una crisi sociale ed economica. OBIETTIVI DELLA CAMPAGNA “LA CONOSCENZA NON MARCIA” Date tali premesse, e per difendere l’Università e la Scuola dall’invasione dell’industria bellica e dalla logica di morte e di sopruso connessa con lo strumento bellico, “LA CONOSCENZA NON MARCIA” chiede: La smilitarizzazione dell’istruzione e la separazione netta tra spazio scolastico/universitario e ambito militare, e pertanto il divieto 1. Di sviluppare progetti in collaborazione con industrie militari delle filiera bellica, e con istituzioni che collaborano col regime coloniale e genocidario di Israele, con organizzazioni internazionali come la NATO che intervengono negli scenari di guerra in corso e nelle iniziative di riarmo; 2. Di ricevere finanziamenti dalla filiera militare industriale (siano esse aziende pubbliche o private); 3. Di partecipare, da parte dei singoli docenti, a organizzazioni che abbiano finalità di tipo militare o che la cui attività sia in qualche modo legata all’industria bellica (come la Med-Or); 4. Di ottenere finanziamenti, partnership e qualunque forma di collegamento con aziende e filiere produttive i cui interessi collimano con quelle di governi che mettono in atto forme di occupazione militare illegale, discriminazione razziale e persecuzioni; 5. Di sviluppare corsi di laurea, master universitari e scuole di specializzazione in collaborazione con le forze armate, o che prevedano la presenza nelle aule universitarie delle forze dell’ordine. Ovvero il partenariato universitario non può guardare a questi soggetti che sono demandati ad altri compiti e la cui presenza all’interno delle università rappresenterebbe una normalizzazione della militarizzazione delle vite, dei territori e della risoluzione delle controversie che dovrebbero invece costituire l’ultima ratio della vita associata. Gli estensori della campagna sono ben consapevoli che si tratta di istituzioni dello Stato in legittimo dialogo tra loro, tuttavia si ritiene che per la differenza delle loro funzioni, la presenza militare e poliziesca non debba essere parte del settore educativo; 6. Di sviluppare eventi in collaborazione con le forze armate, e di tenere eventi in collaborazione con le forze dell’ordine all’interno delle scuole di ogni ordine e grado su tematiche educative e su argomenti che esulano dai compiti specifici delle forze dell’ordine; 7. Di attivare accordi di collaborazione con le forze dell’Ordine, le accademie militari e gli enti che abbiano un ruolo nel settore bellico, andando tali ambienti contro l’educazione dei ragazzi e le ragazze del nostro Paese ad una cultura della pace sancita dalla costituzioni perché contrari a quanto affermato nell’articolo 11 della nostra Carta fondativa; 8. Considerato quanto detto sopra a proposito della NATO e visti l’art.11 della Costituzione e le recenti esperienze belliche innescate dalla NATO in vari contesti internazionali, riteniamo che sia giunto il momento per la NATO di uscire dall’istruzione del nostro Paese, nonché dalla ricerca pubblica; 9. In linea con l’obiettivo BDS di promuovere il disinvestimento da Israele da parte di istituzioni accademiche internazionali, il divieto di investimento in Università di paesi genocidari, a cui l’università partecipa attivamente. ATTUAZIONE La campagna “la conoscenza non marcia” sostiene tali obiettivi attraverso la proposta di una legge nazionale che si basi su alcuni principi cardine: Terza Missione, docenza e ricerca; Iniziative di Terza Missione e Finanziamento della ricerca e della docenza non possono avvenire in collaborazione e/o finanziamento con imprese o fondazioni legate alla produzione e vendita di armi; alla distruzione dell’ambiente; a condizioni di lavoro contrarie alla dignità umana o comunque a fini incompatibili con i valori della Costituzione della Repubblica; Relazioni esterne ed internazionali; Fidando nella libertà accademica e nella forza del dissenso, per sua natura inscindibile dall’attività di ricerca, l’Università intrattiene relazioni con università, istituti culturali, enti di ricerca di paesi di tutto il mondo, indipendentemente dal regime politico di quei Paesi. Ciononostante, nel caso che un’istituzione in rapporto ufficiale con l’Università che implicitamente o esplicitamente appoggino progetti sotto accusa per genocidio, pulizia etnica, e progetti di colonizzazione, gli organi dell’Università individuano il modo di manifestare il dissenso della comunità accademica, se necessario fino ad interrompere i rapporti. Si tratta di principi contenuti, in forma simile a quella qui citati, nel Codice Etico dell’università per stranieri di Siena, assunto qui a precedente sul quale basare la visione nazionale. A questi proponiamo di aggiungere il comma 8, dell’articolo 4 del nuovo Statuto della Università di Pisa approvato (a febbraio 2025) nel pieno delle proteste studentesche per il genocidio in atto in Palestina: [L’ateneo] non sostiene e non partecipa ad alcuna attività finalizzata alla produzione, allo sviluppo e al perfezionamento di armi e sistemi d’arma da guerra. NATURA INTERNAZIONALE DEL PROBLEMA Tale campagna vuole rinforzare questi principi che orientano la produzione di sapere verso una demilitarizzazione della cultura. In questo senso si intende segnalare la natura internazionale del problema. Oltre 70 istituzioni accademiche in Germania hanno adottato politiche che regolano, in modi e forme diverse, la partecipazione a progetti legati alla difesa. Inoltre, Technical University of Denmark (DTU): Nel 2024, il DTU ha annunciato la cessazione delle collaborazioni con università straniere coinvolte in progetti militari, esprimendo preoccupazioni etiche riguardo alla militarizzazione della ricerca accademica. Australian National University (ANU): Nel 2024, l’ANU ha deciso di interrompere gli investimenti in aziende produttrici di armi, come Lockheed Martin e BAE Systems, in risposta alle proteste studentesche. Negli Stati Uniti, nonostante l’appoggio governativo incondizionato ad Israele, alcune università hanno prodotto una rottura: ilsole24ore nel maggio 2024 riporta che la Sonoma State University, parte della California University, sulla base della pressione degli studenti e delle studentesse in protesta, ha interrotto le collaborazioni con le università israeliane. L’aprile precedente il Pitzer College aveva interrotto i rapporti con alcune realtà accademiche in Israele, in particolare con la Haifa University, poiché la collaborazione sarebbe stata in contrasto con i core values of “social responsibility” and “intercultural understanding”. ATTUAZIONE DELLA CAMPAGNA “LA CONOSCENZA NON MARCIA” NEI RAPPORTI CON LE UNIVERSITÀ E GLI ENTI DI RICERCA ISRAELIANI L’interruzione dei rapporti delle università italiane con le università israeliane, e gli Enti di ricerca pubblici e privati israeliani nonché la rescissione di ogni forma di attività istituzionale universitaria italiana con lo Stato di Israele e con tutti quei soggetti ad esso riconducibili, che non siano apertamente e dichiaratamente motivati dalla volontà di organizzare iniziative per ripristinare l’autodeterminazione del popolo palestinese nella sua totalità; a promuovere lo smantellamento delle strutture materiali, ideologiche e legislative coloniali che sostengono il regime di apartheid e sarà attuato il “diritto al ritorno”. La Conoscenza non marcia! Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
October 1, 2025
Pressenza
Libro e moschetto? Signor no!
A proposito di caro-scuola, segnaliamo qui un comunicato dell’Arci sui nuovi kit scolastici “armati” Sarebbe una festa per tutta la terra fare la pace prima della guerra” scriveva Gianni Rodari. E un “arcobaleno senza tempesta” è proprio quello che cerchiamo di costruire ogni giorno nei nostri circoli e con tutte le persone che coinvolgiamo attraverso i nostri progetti e i nostri presìdi. Il valore della pace, della risoluzione non violenta dei conflitti, sono alcuni tra gli elementi chiave che ci guidano anche quando incontriamo bambine e bambini, fuori e dentro le scuole italiane. Come Arci guardiamo quindi con sospetto e preoccupazione la commercializzazione – da parte della Giochi Preziosi – di una linea di zaini per la scuola a marchio “Esercito Italiano”. Si tratta a tutti gli effetti di un tentativo, neppure tanto velato, di fare entrare una logica militarista nella scuola e nella quotidianità dei più piccoli: i brand collegati alla Folgore e agli Alpini rimandano ad un nazionalismo interventista e armato che non ci piace, non ci è mai piaciuto, e che si colloca ad anni luce di distanza dai punti di riferimento necessari ai bambini e alle bambine per crescere sentendosi parte di una comunità collaborativa, aperta e pacifica. Come Arci appoggiamo quindi la campagna di boicottaggio degli zaini a marchio “Esercito Italiano” della Giochi Preziosi lanciata dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. La retorica bellicista e la rappresentazione dell’Esercito come portatore di pace hanno sempre anticipato enormi sciagure per il nostro paese. Da anni, ormai, siamo immersi quotidianamente in uno scenario di conflitto perenne, dove la Pace non sembra avere più cittadinanza. É necessario e urgente che questo tipo di retorica nazionalista esca dalle scuole e dal vissuto dei nostri bambini: l’astuccio dell’esercito italiano non è come quello dei supereroi, lo zaino a marchio Folgore non è la stessa cosa di quello di un cartone animato. Trasformare i Corpi Armati in brand per bambine e bambini è un’operazione grave, ancora più grave se fatta in modo inconsapevole. Fuori l’esercito dalle scuole, anche se si tratta “solo” di un logo su uno zaino. Zaini scolastici del marchio Esercito: l’Arci sostiene la campagna di boicottaggio – Arci Ma allarghiamo il discorso…. VADEMECUM contro la militarizzazione delle scuole: strumenti pratici e mozioni Con questo Vademecum (apprezzato e ripreso anche da Pax Christi) l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università intende fornire a tutte le componenti degli strumenti formali e pratici per contrastare la crescente presenza militare nelle scuole e allo stesso tempo proporre un’idea altra di scuola e di società. Un punto fermo per l’Osservatorio è la centralità degli organi collegiali e democratici della scuola (Collegio dei docenti, Consiglio d’Istituto, Consigli di classe) e il loro corretto funzionamento. Attraverso essi deve passare per intero il lavoro didattico, le attività, le iniziative e i progetti della programmazione scolastica e della cosiddetta offerta formativa. Sono questi gli spazi e i momenti in cui è fondamentale intervenire per opporsi alla militarizzazione delle scuole, per decidere se vogliamo i militari a scuola oppure no, se vogliamo favorire una pedagogia della guerra oppure della pace, se vogliamo formare all’acquiescenza nei confronti dell’esistente oppure a un reale pensiero critico. Mettiamo sulla nostra pagina a disposizione alcuni modelli di mozioni da presentare nel Collegio docenti, opzioni di minoranza, diffide per genitori e studenti, diffide ai dirigenti. Oltre a questo materiale, attraverso la formula delle domande frequenti, forniamo indicazioni pratiche su cosa fare qualora ci si trovi di fronte ad attività legate alle Forze Armate (italiane e straniere), alla Polizia di Stato, all’Arma dei Carabinieri, alla Guardia di Finanza, alla Polizia Penitenziaria, alla Polizia Locale, sia dentro che fuori dalla scuola, nonché per prevenirle. Questo vademecum vuole essere un invito all’azione, a non rassegnarsi, a non adagiarsi in una passiva accettazione dello stato di cose presente. Noi diciamo esplicitamente che non c’è nulla di scontato, di ovvio e di naturale nella presenza dei militari nelle scuole, ma al contrario che si tratta di un fenomeno storico di cui si può avere lucida coscienza comprendendone la nocività e reversibilità, e che si debba agire di conseguenza. Ci auguriamo che il vademecum possa essere uno strumento utile, convinte e convinti che sia interesse di tutta la comunità scolastica il reale progresso della società. VADEMECUM contro la militarizzazione delle scuole: strumenti pratici e mozioni – Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
August 24, 2025
Pressenza