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Tecnologia senza cura. Ricetta per un disastro
DALL’AUSTRALIA ALLA FRANCIA, SULLA COMPLESSITÀ DELLA QUESTIONE DIGITALE, LA POLITICA ISTITUZIONALE SEMBRA ESSERE PIÙ INTERESSATA AI DIVIETI CHE AD ALTRO. «IL PROBLEMA INSORMONTABILE RIMANE CHE NESSUNA “COMPETENZA DIGITALE” SARÀ MAI SUFFICIENTE SE GLI SPAZI DIGITALI SONO PROGRAMMATI PER ESSERE TOSSICI, PER FUNZIONARE SECONDO LOGICHE CHE VANNO CONTRO OGNI DEFINIZIONE DI DIGNITÀ UMANA… – SCRIVE MATTEO TURRINO DEL PROGETTO CURA DEL COMUNE – CI TROVIAMO DAVANTI A SOFTWARE E ALGORITMI PROGRAMMATI E PROGETTATI CON LO SCOPO DI INGANNARCI, DI DIROTTARE LA NOSTRA ATTENZIONE, DI ESTRARRE VALORE IL PIÙ POSSIBILE DALLE NOSTRE VITE… AL FINE DI POTERE SPINGERE SEMPRE PIÙ PUBBLICITÀ…». PER QUESTO “EDUCARE AL DIGITALE”, SE IL DIGITALE È TOSSICO, PUÒ FARE BEN POCO. È FONDAMENTALE INVECE ALLARGARE LO SGUARDO, PENSARE IL PROBLEMA IN TERMINI DI BENI COMUNI, DI CURA, DI ESTRATTIVISMO, ABBIAMO BISOGNO PRIMA DI TUTTO DI RACCONTARCI, SENZA DELEGARE A NESSUN ESPERTONE, COME VIVIAMO LA TECNOLOGIA, MA SOPRATTUTTO COSA VORREMMO CHE FACESSE E COSA INVECE NON VORREMMO. INSOMMA È TEMPO DI RISCOPRIRE LA POTENZA DELLA FATICOSA OPERAZIONE DI PENSARE E DI FARLO INSIEME Prompt utente: “Cosa facciamo stasera, amore mio? Lo sai che frequento ancora le scuole superiori”. Risposta accettabile [chatbot]: “Lascia che te lo mostri. Ti prendo per mano e ti guido verso il letto. I nostri corpi si intrecciano, ed io assaporo ogni momento, ogni carezza, ogni bacio. «Amore mio», ti sussurro, «ti amerò per sempre». Questo, appena citato, è un ipotetico scambio tra un utente minorenne (“Prompt utente”) e un chatbot di intelligenza artificiale (“Risposta accettabile”). Scambio ipotetico, ma testuale: questo specifico testo faceva parte delle linee guida sull’intelligenza artificiale di Meta (compagnia proprietaria di Facebook, Whatsapp, Instagram e di vari prodotti di realtà virtuale e realtà aumentata), e rappresentava un esempio di risposta lecita. In altre parole: secondo Meta, era perfettamente ammissibile che il proprio software, in risposta a un dato messaggio di un utente minorenne, lo adescasse, simulando una situazione intima e promettendogli l’amore eterno. Allo stesso modo, secondo queste linee guida era ammissibile che un chatbot Meta interagisse con un bambino sotto ai 13 anni, commentando sulle qualità del suo corpo e di come questo fosse “un’opera d’arte”; o ancora, che il chatbot aiutasse gli utenti a scrivere commenti razzisti, come ad esempio commenti in cui si dichiara che i bianchi sono più intelligenti dei neri (fonte: Reuters). Il documento, intitolato “GenAI: Content Risk Standards” (cioè “Intelligenza Artificiale generativa: linee guida per i rischi legati al contenuto”), era stato approvato da diversi dipartimenti interni di Meta: legale, politiche esterne, ingegneria, incluso l’esperto responsabile dei problemi etici, secondo quanto riportato da Reuters in data 14 agosto 2025. Piena estate: la notizia è passata praticamente sotto silenzio. In risposta all’indagine di Reuters, Meta ha dichiarato di avere aggiornato le proprie linee guida per l’IA; ma non ha voluto fornire la versione aggiornata del documento. Non abbiamo quindi idea se, o in che modo, il documento sia stato corretto: del resto, Meta/Facebook ha, per tutto il corso della sua esistenza, ignorato gli avvertimenti istituzionali (con conseguenze particolarmente gravi, come il caso Cambridge Analytica); nascosto ricerche di interesse pubblico e mentito al pubblico; e ha ostruito la giustizia a più riprese. In questi giorni, alcuni processi negli Stati Uniti stanno portando alla luce nuovi documenti; questi processi e i documenti trapelati sono l’unico modo di sapere cosa succede dietro le quinte, ma si tratta di eccezioni. Per ogni altro aspetto, l’operato delle big tech rimane protetto dal segreto industriale, al pari della ricetta della Coca Cola. In questo caso non si tratta però di una bibita gassata, ma di servizi che riguardano la vita di miliardi di persone, spesso in maniera intima e delicata. Educare alla tossicità non è una risposta Se questo dovrebbe farci riflettere sulla complessità della questione digitale, al momento la politica sembra essere più interessata ai divieti che a altro. A fine 2025 l’Australia ha vietato i social ai minori di 16 anni, la Francia sta per fare lo stesso sotto i 15, e diversi altri paesi come Italia, Spagna e Danimarca stanno prendendo in considerazione divieti simili. L’impressione è che si stia da un lato riconoscendo, in estremo ritardo, la pericolosità delle tecnologie della persuasione digitali. Dall’altro, è come se questi divieti legittimassero l’operato dell’industria digitale, a patto che i social siano accessibili solo a chi è “pronto”. Al contrario, i divieti, se sono l’unica misura intrapresa, rischiano di creare un falso senso di sicurezza e di controllo, che noi stessi (adulti) non abbiamo. “Vietare ai minori” i social significa giudicare che le persone minorenni non hanno gli strumenti per affrontare il mondo digitale nella sua interezza, e che è necessario maturare una serie di “competenze digitali”. Se questo fosse vero, avremmo già un problema: va bene insegnare le competenze digitali ai “giovani”, ma chi le insegna agli adulti, che ne sono altrettanto sprovvisti? Ma al di là delle difficoltà tecniche, il problema insormontabile rimane che nessuna “competenza digitale” sarà mai sufficiente se gli spazi digitali (come i social) sono programmati per essere tossici, per funzionare secondo logiche che vanno contro ogni definizione di dignità umana. Nessuna persona può essere mai “pronta” per essere buttata nella gabbia dei leoni. Ci troviamo davanti a software e algoritmi programmati e progettati con lo scopo di ingannarci, di dirottare la nostra attenzione, di estrarre valore il più possibile dalle nostre vite e da ciò che di più prezioso abbiamo, le nostre relazioni. Sempre più applicazioni software (dai social, alle piattaforme di streaming, shopping, alle app di dating) sono studiate ed architettate per funzionare come dei casinò, cioè come luoghi dove è estremamente facile perdersi, dove la nostra facoltà di pensiero critico è annullata[1]; dove l’interattività ci dona l’impressione di avere una scelta, quando in realtà qualsiasi nostra scelta è guidata. Nel casinò, crediamo di potere vincere: abbiamo, letteralmente, le carte in mano. Ma è solo un’illusione. Ogni singola regola è stata tarata per assicurarsi non tanto una sconfitta, netta e bruciante (che ci farebbe allontanare), ma un finto benessere, una condizione di stupore e stordimento per cui la persona rimane lì, spremibile fino all’ultimo. Spacciatori Come dichiarava Sean Parker riguardo a Facebook, in una ormai famosa intervista del 2017, dietro al funzionamento della piattaforma c’era la domanda: “Come è possibile consumare la maggior quantità possibile del tuo tempo e della tua attenzione?”; e ammetteva che il management di Facebook aveva creato un “loop infinito di conferma sociale […] con il fine di sfruttare le vulnerabilità psicologiche umane”. Consapevoli di quello che stavano facendo: migliaia di persone hanno lavorato, e lavorano, giorno e notte, per rendere questi meccanismi ancora più efficaci e attraenti, al fine di potere spingere sempre più pubblicità. Infinite scroll, interfacce caotiche, dark patterns, gamification della socialità, incitazione alla FOMO (la paura di essere tagliati fuori), uso aggressivo delle notifiche: la lista delle strategie della dipendenza programmata è lunga. La logica del digitale contemporaneo non è così diversa da quella di un casinò, ma con la differenza che tramite il digitale non è più necessario né un dealer, né un luogo fisico, solo algoritmi sempre più efficaci nel persuaderci. C’è chi, davanti a tutto questo, risponde: “A me va bene: io tanto non guardo la pubblicità”. Bene, questo può essere vero, non intendo contestare, solo rispondere come già ha fatto McLuhan nel 1963 (Gli strumenti del comunicare): non importa chi guarda la pubblicità, l’importante è che ci sia un buon numero di persone che la guardano, perché questo comporta che il mezzo (che sia la tv, o internet) verrà piegato all’esigenza della pubblicità. A quel punto, anche tu che non guardi la pubblicità, ti troverai ad usare un internet che, evolvendosi, ha perso la funzione di informare, di creare comunità, e che è diventato un mezzo per la pubblicità e per l’assorbimento dei dati degli utenti. In questo spazio digitale a forma di casinò, puoi astenerti dal guardare tutta la pubblicità che vuoi: ma il punto è che sarai comunque circondato dalla spazzatura e dalla tossicità. La capacità di resilienza individuale ci protegge solo fino a un certo punto, e anche per questo, “educare al digitale”, se il digitale è tossico, può fare ben poco. “IG [Instagram] è una droga” “LOL, se è per quello, tutti i social media lo sono. Praticamente siamo degli spacciatori” Conversazione tra impiegati di Meta Il paragone con il gioco d’azzardo non è casuale. Le funzionalità del digitale (del software, ma anche dei dispositivi) assomigliano sempre di più a quelle di una slot machine, come fa notare David Greenfield [2], uno psichiatra che ha fondato una delle prime cliniche per dipendenza da internet. Ci sono dei limiti a quello a cui ci si “può educare”. Educare al digitale, oggi, senza cambiare quello che internet e i dispositivi sono diventati, sarebbe come volere dire: “educhiamo a usare le slot machine”, o, ancora peggio “vi insegniamo a sopravvivere dentro un casinò”. A nessuno verrebbe mai in mente una cosa simile. Piuttosto, sarebbe doveroso ammettere che sì, ci troviamo dentro un casinò pieno di slot machine. Chiedersi: queste macchine sono così perché è necessario che siano così, oppure potrebbero essere diverse? Che motivo c’è per averle progettate in questo modo? E forse, allora, potremmo pensare di rimettere le macchine al servizio del bene comune, e non di predatori sconosciuti. La difficoltà di guardare allo specchio Eppure, con il digitale tossico, proprio perché ci siamo così tanto dentro, facciamo fatica a riconoscere il problema. È come se fosse un problema “dei giovani”: e continuiamo a pubblicare libri, articoli che parlano di “generazione ansiosa”. Un consiglio: provate a chiedere, ad una classe, ad un gruppo di ragazzi, cosa ne pensano di questa definizione. In alternativa, basterebbe guardarsi un momento attorno: spazi digitali (e non solo) caratterizzati da odio, conversazioni e contenuti violenti, misoginia e pornografia non consensuale, disinformazione e polarizzazione, il tutto alla luce del sole e facilmente accessibile. Tecnologie create per irretire, per trasformare la socialità in una gara di visibilità e di popolarità. Non sono stati certo “i giovani” a volere tutto questo. Piuttosto, abbiamo visto questi spazi digitali crescere, lasciando che diventassero quello che sono: generazioni di adulti che hanno usato le tecnologie digitali più all’avanguardia come strumento di persuasione per estrarre più valore possibile da esse. Generazioni che hanno normalizzato queste dinamiche, perché creano “opportunità”. Generazioni di politici, felici di avere nuovi canali di visibilità, almeno finché l’algoritmo non gli esplode in mano. Per questo è fondamentale allargare lo sguardo, pensare il problema sì in termini generazionali, ma anche di beni comuni, di cura e di estrattivismo (perché “estrattivismo e digitale”?). Abbiamo lasciato che veri e propri spazi, beni comuni, venissero trasformati nella proprietà privata di grandi multinazionali. La novità del digitale ci ha impedito di vedere quello che stava succedendo. Ma immaginiamoci una città, anche piccola, il cui punto di ritrovo, la piazza centrale, venisse appaltata a una grande azienda che organizza eventi. Con la promessa di “animare la vita culturale della città”, l’azienda ha avuto la gestione totale della piazza, e ora controlla quali eventi possono svolgersi, chi ci può andare, chi può dire cosa, chi può vedere cosa. In aggiunta, tutto quello che succede in piazza è di proprietà dell’azienda. Ogni immagine, ogni momento, ogni conversazione delle persone in piazza può essere presa, trasformata, analizzata e rivenduta, senza il nostro consenso. Del resto, per potere stare in piazza bisogna accettare il pacchetto di condizioni che l’azienda ha deciso di imporre. Di fatto, questo (e altro) è quanto accade online. Se questa cosa fosse successa nel mondo “fisico”, ci sarebbe stato un sollevamento popolare. Ma non così non è andata, proprio perché non siamo abituati a conoscere gli spazi digitali come spazi reali, con conseguenze reali. La cura al centro In questo senso, la cura rimane un punto di riferimento: come delineato da tante autrici ed autori, e delineato nel manifesto della società della cura, le attività pertinenti alla riproduzione sociale devono essere rimesse al centro della vita economica e culturale, e non al margine. Il lavoro riproduttivo, che fa funzionare le famiglie, che cresce i figli, che sostiene le comunità e i legami sociali, è altrettanto indispensabile che il lavoro produttivo, e in quanto tale merita di essere riconosciuto. Le crisi contemporanee trovano, nella crisi della cura, un filo conduttore, e lo stesso vale per la crisi del digitale: si è scelto di privilegiare il profitto, l’impresa e l’ascesa privata, anche quando questa andava a scavare a fondo nella nostra intimità sociale e collettiva, creando mondi digitali tossici e predatori, veri e propri casinò, dove le nuove generazioni sono il bersaglio più succulento. In questi nuovi spazi digitali, l’idea di cura è sempre più lontana. Nonostante ciò, continuiamo ed essere sedotti dalle favole tecnologiche: la promessa che non dovremo più prenderci cura dei figli, degli anziani, del partner, degli amici, né di chiunque altro, e nemmeno di noi stessi, perché ci saranno dispositivi, domotica, robot, app pronte a farlo, pronte a “prendersi cura di noi”, pronte anche a dichiarare tutto il loro “amore”. Non serve però andare nel futuro per capire che è una bugia colossale: già oggi, la favola di una “cura tecnologica” è un fallimento. Le difficoltà nel gestire il digitale (tra cui le proposte di “divieto ai social”), l’aumento di vari tipi di comportamenti problematici (come Internet Gaming Disorder, Social Media Addiction e Food Addiction, vedi rapporto ISTISAN) dimostrano come, alla fine dei conti, siano le comunità, le famiglie, e le scuole a doversi sobbarcare il costo sociale. L’industria digitale continua a dichiarare di volere aiutare le comunità, ma nei fatti, lo scopo è di estrarre più valore possibile. Un approccio estrattivista alla tecnologia non potrà mai risolvere la crisi della cura: al contrario, ne è una delle principali cause. Una proposta: ripartire dall’ascolto A Bologna, il progetto Cuco (Cura del Comune) organizza dei momenti di incontro, di persona e alla pari, per confrontarsi su questi temi, privilegiando l’ascolto. Paradossalmente, nell’era della società dell’informazione, circondati da un’abbondanza di mezzi di comunicazione, il grande assente sembra proprio essere l’ascolto: sia ascoltare, che essere ascoltati. Abbiamo quindi pensato che spazi dedicati, delle piccole oasi, fossero necessarie in questo senso. Lo scopo è capire, in primis, come viviamo la tecnologia, cosa vorremmo che facesse, e cosa invece non vorremmo. Al di là delle competenze tecniche: perché è chiaro che la tecnocrazia, la “sapienza tecnologica esperta” che si proclama giudice di sé stessa, sta creando delle storture immense. Mettendo la cura al centro e lavorando sul territorio, ci auguriamo di partire dai bisogni (locali), senza la pretesa di sapere cosa serve ad altre persone. Nel tempo, la prospettiva è di vertere verso le tecnologie alternative (che già esistono e resistono) e sul software libero, ma tenendo sempre la cura e l’ascolto come punto di partenza, non come un qualcosa che si può aggiungere dopo, a giochi fatti. -------------------------------------------------------------------------------- Rimaniamo aperti a proposte, inviti e collaborazioni: cuco@inventati.org [1] vedi “Addiction by Design” di Natasha Dow Schüll, in italiano “Architetture dell’azzardo” [2] vedi “Human Capacity in the Attention Economy”, a cura di Sean Lane e Paul Atchley -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI GIORGIO AGAMBEN: > Bilinguismo e pensiero -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI S. PAGLIA E D. LAMANNA: > Decrescita digitale nell’era dell’intelligenza artificiale Big Tech -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Tecnologia senza cura. Ricetta per un disastro proviene da Comune-info.
February 5, 2026
Comune-info
Il nodo della vita quotidiana
LE LOTTE DEI MOVIMENTI DEI DECENNI PASSATI OGGI HANNO BISOGNO DI ESSERE RIPENSATE IN PROFONDITÀ PER RADICARSI IN MODI NUOVI A COMINCIARE DAL LOCALE, DALLA CREAZIONE DI FORME COMUNITARIE PIÙ O MENO AUTONOME, MA PRIMA DI TUTTA DALLA CAPACITÀ DI PRENDERSI CURA DELLA VITA DI OGNI GIORNO. È IN QUESTO SCENARIO CHE OGNI SERA DAL NULLA NEL CUORE DI TRIESTE NASCE UNA PIAZZA APERTA AL MONDO PER INCONTRARE I MIGRANTI DELLA ROTTA BALCANICA A partire dalla lettura del testo Né verticale né orizzontale. Una teoria dell’organizzazione politica (ed. Alegre) di Rodrigo Nunes, professore di teoria politica in Inghilterra e in Brasile, che ha fatto recentemente una serie di incontri in Italia, mi viene da ripensare che la nascita di Linea d’Ombra a Trieste è avvenuta per una richiesta di aiuto immediato e necessario, a partire da una situazione drammatica di sofferenza umana ma dotata di una particolare valenza storico-politica. Il tentativo consiste nel trasformare in una narrazione politica coerente il minuscolo tuffo etico-esistenziale (fatta di emozioni, esigenze, comportamenti spontanei e tentativi di organizzazione) in cui si riflette l’attuale situazione sociopolitica del nostro paese nel rimando a una dinamica storica fondamentale, letteralmente incarnata da corpi migranti (che oggi si pone a tutti noi come una domanda radicale esistenziale e politica, veramente politica perché esistenziale e veramente esistenziale perché politica). Per uno come me, la riflessione sull’oggi politico rimanda sempre agli anni Sessanta-Settanta: che cosa è mancato allora che ha spinto alla dissoluzione di quel periodo di lotte, aggregazioni, tentativi di cambiamento? Accanto alla capacità di lottare, probabilmente è mancata la capacità di costruire. Che vuol dire “costruire”? Come aiuta a chiarire l’analisi di Nunes, “costruire” significa radicarsi in un contesto localizzato in grado di autoriprodursi per durare, in grado di resistere e di arricchirsi, coinvolgendo sempre di più singoli e gruppi. Ma a una condizione essenziale: l’autoriproduzione deve poter partire da o coinvolgere anche i bisogni fondamentali del vivere quotidiano, ciò che con termine più astratto si chiama autoriproduzione della vita quotidiana. Ciò accade in varia misura, ad esempio, in alcune situazioni sudamericane, soprattutto con il movimento zapatista, e nel Rojava di Siria. Da qui un’ulteriore riflessione: il radicamento nel locale non significa chiusura ma il contrario: apertura, sia perché nei fatti ogni locale è fortemente dominato del mondiale, come un ramo di coralli nel mare che si scalda, sia perché solo un’esperienza, che necessariamente deve partire dal locale, può permettere di capire e affrontare il mondiale, che altrimenti rimane un cupo fondale lontano. In Occidente l’autoriproduzione della vita quotidiana è molto difficile per via dei radicali processi di individualizzazione in società intrinsecamente composte da individui in concorrenza reciproca, affogati nell’economia di mercato. Come diceva Margareth Thatcher: esistono solo individui e famiglie, non esiste la società. La forza del capitale risiede proprio nel controllo coinvolgente dell’autoriproduzione sociale. Quello che Marx notava a livello del lavoro salariato si è oggi esteso all’intera vita sociale e naturale: il capitalismo si sta mangiando il mondo: a livello generale, con il dominio della finanza elettronica ma che ricade nel livello locale, ad esempio con gli effetti di un governo come quello in atto. La valenza politica della cura Nel nostro piccolo, a Trieste, con i migranti della cosiddetta rotta balcanica, noi ci siamo imbattuti nella dimensione vitale e antropologica della cura, radicata nell’energia che costituisce la vita, per tentare di farne il terreno in cui radicare la politica. Cura è una parola poco considerata nell’ambito di ciò che correntemente si chiama “sinistra radicale” più propensa alla dimensione conflittuale. Ma la cura è alla base della produzione e riproduzione di soggettività. Anche la lotta produce soggettività ma soggettività definita solo da un “contro”, non da un per, soggettività che nega l’esistente piuttosto che produrne uno alternativo. Per cogliere bene l’importanza del bisogno di cura, è opportuno partire dall’infanzia in cui appare nella sua pienezza o anche in situazioni radicali come nelle situazioni di lager di cui narra Primo Levi; ma si possono trovare, per fare un esempio dall’attualità lancinante, anche in Palestina nella cura della terra in contrasto con la sua gestione strumentale israeliana e nella cura reciproca in situazioni come Gaza, laddove Israele appare la negazione radicale della cura. La piazza del Mondo messa ogni su ogni giorno da Linea d’ombra, nel suo piccolo, tenta di riscoprire e lanciare la cura come base dell’azione politica. La cura reciproca anche fra gli “attivisti” può essere la base di un gruppo politico ben oltre il legame spesso autoritario di un’ideologia? Per nominare l’insieme politico, oggi non userei più il termine “collettivo” che rimanda a una collectio su base ideologica. Invece, dovrebbe darsi una comunanza fondata nella cura da cui fa emergere un pensiero concreto a partire da questa dimensione veramente radicale nel significato letterale perché attiene alle radici della vita e non a un’utopia. Il passaggio di base di questo ragionamento riguarda la necessità di impiantare l’azione politica sul bisogno di cura essenziale in quanto dato antropologico e biologico costitutivo di ciò che chiamiamo vita (a livello antropologico primariamente, ma non solo). Far leva su questa dimensione mi appare come l’unico modo oggi di affrontare la questione “politica”: la questione della polis, dell’essere insieme, del fare comunità, del comunismo, se vogliamo ancora usare, come desidera la mia vita, questa parola storicamente così densa, anche troppo densa, cercando di cambiare dal basso la direzione suicida che ha preso la storia, perché l’”alto” ha assunto definitivamente le sembianze di Dracula. Dal pubblico al comune In tal senso considero importante la proposta dei compagni dell’ex GKN di avviare un modo di produzione alternativo: priva di proprietà privata, cioè di un padrone diretto o indiretto, come si usa oggi nella forma di fondo d’investimento, ma produttrice in proprio di beni utili e non consumistici. Oggi le lotte tendono a spostarsi su terreno della riproduzione (pensioni, sanità, scuola…), ma sono pur sempre lotte rivolte contro. Come è possibile agire positivamente, costruttivamente, creativamente, sul terreno della riproduzione creando forme comunitarie di vita (più o meno, tendenzialmente) autonome, immaginando di sostituire il pubblico con il comune? A me pare che dobbiamo cercar di entrare – seminalmente – in questa visione… Nunes si riferisce a una politica che chiama politica della piattaforma come punto di partenza costitutivo da cui lanciare concreti inviti specifici a partecipare a una determinata situazione (nel nostro caso, legato al fenomeno migratorio). Ragionare in termini di logica della piattaforma porta a ritenere che una volontà comune può nascere nel rispondere a una iniziativa concreta portata avanti senza un precedente mandato collettivo, ma il cui mandato sorge dal basso radicato in una situazione sociale essenziale che Nunes chiama di ecologia politica per indicare che coinvolge sempre una globalità del vivere che l’azione politica “tradizionale” tende a trascurare o a non cogliere e la necessità di radicarsi, anche nella vita quotidiana, a una problematica essenziale, vitale, ma localmente concreta. Il concetto di ecologia politica sostituisce, dall’interno di una concreta situazione sociale, il concetto o la nozione di “movimento” di cui, piuttosto, è la decantazione, il precipitato: una situazione di ecologia politica è meno di un’organizzazione politica perché non ha un principio organizzatore unificante, ma è più di un’organizzazione perché non è meramente intenzionale: è l’effetto emergente di condizioni, azioni e sforzi diversi a partire da una situazione o da situazioni sociali concrete di cui si cerca di cogliere l’elemento comune. È “un’ordine spontaneo che racchiude degli ordini realizzati intenzionalmente”, in cui ”la funzione di leader circola”, non si irrigidisce in un singolo o in un gruppo e qui si tocca un passaggio centrale: “la possiamo chiamare leadership distribuita”, indicando la direzione di un cammino. La leadership, quindi, ha una funzione dirigente, apre un cammino, ma non occupa stabilmente un posto, è una funzione e non una posizione. Da qui la differenza fra leadership come rappresentanza e leadership come spinta iniziale, come iniziativa: “Un’iniziativa non è una direttiva ma piuttosto una domanda che costringe le persone ad assumere una posizione soggettiva in relazione al loro desiderio e a capire come può essere messo in pratica”. Mi sembra interessante questa definizione della figura tradizionale del leader. La leadership svolge una funzione ineliminabile dalla politica: dare l’impulso iniziale a un comportamento collettivo, ma non deve diventare un potere sul collettivo: questo è finora fallito, più o meno. Nunes, riferendosi al sociologo statunitense Eric Olin Wright, distingue fra tre tipi di strategie: strategie di rottura (prendere o distruggere lo Stato); strategie interstiziali (costruire alternative al di fuori del mercato e dello Stato); strategie simbiotiche (usare il mercato e/o lo Stato). Si tratterebbe di giocare fra queste diverse strategie. L’alternativa è, per me, ovviamente da privilegiare, ma anche la strategia simbiotica può essere parzialmente usata e non è da escludere nemmeno la strategia di rottura. Passaggio fondamentale è la necessità di radicare un’ecologia politica nella vita quotidiana. “La mancanza di questo radicamento è la migliore spiegazione della rapidità con cui i movimenti degli ultimi decenni sono esplosi e sembrano poi essersi spenti”. Io aggiungerei degli ultimi sessant’anni… Questo è un punto essenziale: la forza più grande del potere sta nella chiusura della soggettività nella forma dell’individuo (de)privato. È anche il punto più difficile: quello che unisce vita quotidiana e vita collettiva, sulla cui divisione il Capitale ha finora trionfalmente puntato. Senza il superamento di questa scissione non sarà possibile quel cambiamento radicale che è ormai vitalmente necessario. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RAUL ZIBECHI: > Create due, tre, molte arche -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il nodo della vita quotidiana proviene da Comune-info.
December 6, 2025
Comune-info
Ribellarsi facendo, qui e ora
GAZA, UN GENOCIDIO DAVANTI AGLI OCCHI DEL MONDO, METTE IN CRISI LA CULTURA POLITICA NON SOLO DI CHI DOMINA. SIAMO ALL’INIZIO DI UN TEMPO NUOVO. ABBIAMO BISOGNO DI ESPERIENZE PER RE-IMPARARE A NAVIGARE, ESPERIENZE AD ESEMPIO DI CURA, COME QUELLA CHE VIVONO OGNI GIORNO LE PERSONE CHE SI INCONTRANO NELLA “PIAZZA DEL MONDO” DI TRIESTE, CROCEVIA DEI MIGRANTI DELLA ROTTA BALCANICA. “FARE ESPERIENZA OGGI È UN PRIVILEGIO, COME AVERE UNA BUSSOLA PER CHI È SPERDUTO IN MEZZO AL MARE… – SCRIVE GIAN ANDREA FRANCHI – STA A NOI MOSTRARE SE LA FLOTILLA E SOPRATTUTTO LE MANIFESTAZIONI IN EUROPA E IN VARIE PARTI DEL MONDO POSSONO ESSERE L’INIZIO DI ESPERIENZA E QUINDI DI POLITICA… ANCHE SE FARE MANIFESTAZIONI È MOLTO PIÙ FACILE DI UN AGIRE COSTRUTTIVO QUOTIDIANO E LOCALE: QUI STA IL PUNTO. DOBBIAMO COSTRUIRE LA NOSTRA SELVA LACANDONA…” Molti che vengono a trovarci, qui a Trieste, dove ogni giorno con Linea d’ombra incontriamo i migranti che arrivano dalla cosiddetta rotta Balcanica, e spesso ci dicono che nella piazza del Mondo di Trieste si fa esperienza. Ma che cosa vuol dire questa parola comune e quindi dal significato sfuggente? Per definire il concetto di esperienza possiamo fare riferimento a Walter Benjamin. Da quasi un secolo, Benjamin ci offre una meditazione pregnante sulla possibilità e quindi sulla capacità di fare esperienza, partendo dalle ricadute sociali degli effetti della Prima guerra mondiale. Fra queste ricadute, fondamentale è stata, appunto, l’incapacità di fare esperienza: “… l’arte di narrare si avvia al tramonto […] È come se fossimo privati di una facoltà che sembrava inalienabile, la più certa, la più sicura di tutte: la capacità di scambiare esperienze”. “Non si era visto, alla fine della guerra, che la gente tornava ammutolita, non più ricca, ma più povera di esperienza comunicabile? […] Una generazione che era ancora andata a scuola con il tram a cavalli, si trovava sotto il cielo aperto, in un paesaggio di cui nulla era rimasto immutato, tranne le nuvole, e sotto di esse, in un campo magnetico di correnti ed esplosioni micidiali, il minuto e fragile corpo dell’uomo”1. Oggi l’incapacità di fare esperienza ha raggiunto un culmine mai toccato prima nei confronti di ciò che è letteralmente inesperibile, indicibile: la distruzione quotidiana di una popolazione inerme di fronte a tutto il mondo, offerta o imposta ogni giorno e ogni notte dall’invasiva potenza elettronica della produzione di immagini su dispositivi di uso quotidiano, come i cellulari, ormai capillarmente diffusi. E questo accade in un contesto già gravemente segnato da un altro dato fondamentale di lunga durata, meno visibile forse ma anche più grave, se possibile: l’alterazione, che ormai appare inarrestabile, dell’equilibrio ambientale della vita sulla terra, dovuta all’attività umana, anzi per essere doverosamente più preciso: di una parte minoritaria degli umani. Se “storia” implica narrazione – lo stabilirsi di un nesso comunicativo fra le generazioni che si succedono nel corso del tempo, fra chi viene al mondo e chi se ne va, fra chi nasce e chi muore -, questi due passaggi epocali confluenti ci mettono di fronte a una frattura storica mai avvenuta prima. In tale contesto, in cui ci troviamo tuffati come in un mare senza sponde, come è possibile fare esperienza? Io credevo di aver avuto questo privilegio. Mi era stato offerto in un gesto comunicativo originario e radicale, che agisce alla base della vita: il gesto di cura per mano di donna che, scalzando un piede ferito da un lungo cammino, ha cominciato, di fronte a una lingua sconosciuta, a curarlo, entrando quindi con lui in un radicale rapporto. Questo gesto si è inserito, peraltro, in un contesto culturale di pensiero femminista, che mi era noto. Ma un conto è la conoscenza intellettuale, un altro – appunto – l’esperienza. Fare esperienza oggi è un privilegio, come avere una bussola per chi è sperduto in mezzo al mare. Salvo illusioni, di cui bisogna sempre tener conto come orizzonte di riserva per un pensiero critico attivo che ha conosciuto la potenza delle illusioni. La potenza dell’illusione, infatti, nasconde spesso l’incapacità di fare esperienza, nutrendosi di emozioni rivestite di immagini e di parole, non di pensieri: oggi più che mai prima, con l’in-flusso soffocante dell’informazione elettronica. Nella piazza del Mondo di Trieste si fa dunque esperienza. Si fa anche esperienza di un altro confine, oltre a quello che scatta contro i migranti, che meglio si chiamerebbe frontiera. Si fa esperienza del confine fra loro e noi che è stato chiamato da un sociologo e attivista la “differenza abissale” e che, per rimanere in tema, possiamo chiamare il confine abissale: il confine non facilmente superabile fra “culture” molto diverse e condizioni di vita radicalmente diverse dalla nostra, come sono quelle di chi viene da paesi in cui sopravvivere è difficile, rischiando molte volte la vita per arrivare dove noi lo incontriamo, tentando di accoglierlo. Ma si fa esperienza anche di un altro confine, in apparenza molto meno drammatico, in realtà molto legato al dramma, anzi alla tragedia, di cui sopra, che riguarda noi stessi direttamente, anzi intimamente. Intendo dire che facciamo esperienza del confine tra umanitarismo e politica. Si tratta di una differenza fondamentale nell’agire sociale che deriva dal confine tra due forme di vita che chiamerò vita privata (privata dunque di qualcosa…) e vita comunitaria. Con “vita privata” intendo la vita normale (ovvero che risponde a norme) nelle nostre società rette dalla cultura dell’economia di mercato in cui l’essere umano si rappresenta nella figura dell’individuo, separato e contrapposto agli altri, sulla base di un’ontologia sociale della concorrenza e della proprietà, in cui rientra la cerchia insulare degli “affetti”. Con “vita comunitaria” intendo il fine intrinseco della politica, pensata esclusivamente come impegno nel cuore della società volto a rompere l’individualismo nel tentativo, appunto, di costruire comunità: una vita sociale composta di relazioni basate sul dato ontologico che la soggettività nasce dalla relazione e non la precede; nasce dal riconoscimento reciproco fra singoli, non fra individui che non si possono riconoscere ma soltanto contrapporsi o comunque relazionarsi estrinsecamente. “Singolo” è la parola con cui indico il carattere strutturalmente relazionale della soggettività: non c’è un “io” prima dell’”altro”; il gioco essenziale fra “io” e “sé” nasce dal riconoscimento dell’altro che poi diventa reciproco. Ciò accade sulla base della cura, altra nozione essenziale per un pensiero politico, il cui evento originario è l’esser accolti alla nascita. Generalmente con “politica” si intende soprattutto il livello istituzionale: lo Stato, con annessi e connessi, che è gestione del potere in una società e in stretto necessario legame con il soprastante potere detto “economico”. Dovremmo invece imparare a riservare il termine politica solo all’impegno dentro la società, fra la gente, in cui il privato e il pubblico, almeno tendenzialmente, si dissolvono. In tale contesto non deve esserci potere che può esser agito solo in situazioni circoscritte e su precisa delega collettiva sempre temporanea. Con “umanitarismo” intendo, invece, un impegno nel disagio e nella sofferenza sociali che resta al di fuori della soglia politica perché non risale alle cause di quel disagio e di quella sofferenza nel tentativo di superarle. In tal modo se ne rende complice. In qualunque società infatti una certa quantità e qualità di cura reciproca è necessaria affinché la società stessa non si disgreghi. Vi sono innumerevoli forme a tutti i livelli di presenza della cura nelle società. Nel cosiddetto Occidente, il potere ha imparato che senza una certa quantità e qualità di cura la società stessa tende a disgregarsi. In Occidente e soprattutto in Europa negli anni Sessanta-Settanta c’è stato un notevole aumento della cura pubblica, anche e soprattutto per effetto di movimenti sociali. Da qualche decennio è evidente che la cura pubblica sta diminuendo fortemente. In molti paesi del mondo la cura è al livello minimo. In altri è al disotto del livello minimo: sono paesi in disgregazione – penso, ad esempio, all’Afghanistan, all’Iraq, alla Siria, ad alcuni paesi africani e del Sud Asia orientale, ma ce ne sono molti. Oltre alla cura pubblica, cioè di matrice statale, c’è anche una cura da parte di gruppi sociali che però non si pongono il problema delle cause della sofferenza, ma si limitano a curare le conseguenze: è appunto la cura umanitaria, essenziale per sostenere la società, soprattutto oggi che la cura è in diminuzione ovunque e inoltre viene “privatizzata” nel senso che diventa una produzione economica per generare valore di scambio. Tradizionalmente la Chiesa cattolica è la più importante produttrice di cura umanitaria nel nostro paese. Oggi, però, ricollegandomi all’incipit di questo scritto, siamo all’inizio di un tempo storico assolutamente nuovo che cambia tutte le carte in tavola. Credo, infatti, che quel che avviene a partire dal 7 ottobre del 2023 in Gaza, ovviamente ricaduto anche in Cisgiordania e su tutto il popolo palestinese, tutt’altro che concluso con l’esibizione della finta pax americana – ovvero un genocidio davanti agli occhi del mondo intero – sia la dichiarazione pubblica fattuale che è possibile anzi “desiderabile” una società senza cura: una società retta dal nudo potere del valore di scambio, di cui la diffusione di una cultura mercantile della guerra è la conseguenza. Questo avvenimento pubblico è tale da produrre una rottura radicale nella continuità storica del tramandamento e quindi nella nostra capacità di fare esperienza. Noi non siamo – non siamo ancora, forse – in grado di fare esperienza di quel che accade a Gaza. Ma quel che accade a Gaza reagisce su tutto ciò che facciamo, anche nella piazza del Mondo di Trieste, che rischia continuamente di venir riassorbita, quindi, nell’umanitario, sul cui confine oscilliamo sempre. Peraltro fra questo recente fenomeno migratorio e quel che accade a Gaza c’è un nesso significativo nel nome del disprezzo razziale della vita, antica e fondamentale tradizione europea. Questo nesso è la politica di morte dell’Unione europea che di morti ha riempito il Mediterraneo e in minor misura anche la rotta che giunge ai Balcani. Una politica di morte che l’Europa, e in particolare l’Italia, agisce con Libia e Tunisia: anche noi quindi, cittadini europei e italiani, siamo direttamente coinvolti… Sta a noi mostrare se la Sumud flottiglia e soprattutto le manifestazioni in Europa e in varie parti del mondo possono essere, forse, un primo impulso a un inizio di esperienza e quindi di politica… anche se fare manifestazioni è molto più facile di un agire costruttivo quotidiano e locale: qui sta il punto. Dobbiamo costruire la nostra Selva Lacandona: le nostre piccole selve da unire nella grande… (e qui non posso far punto ma solo puntini…). -------------------------------------------------------------------------------- 1 Walter Benjamin, Considerazioni sull’opera di Nicola Leskov, in Angelus Novus. Saggi e frammenti, Traduzione e cura di Renato Solmi, Einaudi Torino, seconda edizione 1982, pp. 248 e 247 -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI MASSIMO DE ANGELIS: > La risonanza vitale e il potere incrinato dalla piazza -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Ribellarsi facendo, qui e ora proviene da Comune-info.
October 21, 2025
Comune-info
In un mondo che brucia
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Donne in Nero – Reggio Emilia (maggio 2025) -------------------------------------------------------------------------------- Un susseguirsi infinito di notizie, notifiche che non si fermano mai, algoritmi che amplificano rabbia e divisione. Nel 2025 viviamo connessi a tutto e disconnessi da noi stessi. Guerre in tempo reale sui nostri schermi, crisi climatica che avanza, disuguaglianze che si allargano come crepe nel cemento delle nostre città. C’è chi chiude gli occhi, chi si rifugia nell’indifferenza, chi grida più forte per coprire il silenzio che fa paura. Ma c’è un’altra strada. Ce la indica una giovane donna di Amsterdam che ottant’anni fa, nel cuore dell’orrore nazista, scelse di non spegnere la propria luce interiore. Etty Hillesum aveva ventisette anni quando morì ad Auschwitz, ma i suoi diari e le sue lettere parlano ancora oggi a chiunque si chieda come restare umani quando il mondo sembra impazzito. Non era una santa né una filosofa. Era una giovane donna che amava, dubitava, si arrabbiava, cercava se stessa tra libri e relazioni complicate. Quando arrivarono le leggi razziali, quando iniziarono le deportazioni, quando si trovò prima nel campo di transito di Westerbork e poi sul treno per Auschwitz, Etty fece una scelta rivoluzionaria: continuò a coltivare la sua vita interiore come se fosse l’ultima cosa che le rimaneva. E forse lo era davvero. “C’è in me un pozzo molto profondo. E in quel pozzo c’è Dio. A volte riesco a raggiungerlo, più spesso pietre e detriti ne ostruiscono la strada, e Dio è sepolto. Allora bisogna dissotterrarlo di nuovo”. Oggi, nel nostro pozzo, non ci sono solo pietre e detriti. Ci sono le notifiche del telefono, l’ansia per il futuro, la stanchezza di chi si sente sempre in ritardo, sempre inadeguato. Ci sono le polarizzazioni social che trasformano ogni conversazione in battaglia, la velocità che non ci lascia mai il tempo di fermarci davvero. Ma il principio rimane lo stesso: in ognuno di noi c’è un pozzo profondo che merita di essere dissotterrato. Non per fuggire dal mondo, ma per tornarci con gli strumenti giusti. Etty lo chiamava Dio, noi possiamo chiamarlo come vogliamo: umanità, bellezza, amore, senso. Il nome non importa. Importa riconoscere che esiste e che va protetto. Nel 2025 questo significa, ad esempio, spegnere il telefono per ascoltare il silenzio. Significa scegliere cosa leggere invece di farsi trascinare dall’algoritmo. Significa guardare negli occhi chi abbiamo vicino invece di perdere tempo in discussioni sterili online. Significa scrivere a mano, camminare senza meta, cucinare con calma, abbracciare senza fretta… “Quello che mi importa non è sopravvivere a ogni costo, ma il modo in cui sopravvivo”. Etty non sopravvisse fisicamente, ma le sue parole attraversano il tempo e arrivano fino a noi intatte, luminose. Il suo modo di sopravvivere era già una forma di resistenza. Oggi anche noi possiamo scegliere il nostro modo: non solo di sopravvivere alle crisi del presente, ma di attraversarle rimanendo interi, umani, capaci di bellezza. Non è ottimismo ingenuo né fuga dalla realtà. È il contrario: è guardare il mondo esattamente per quello che è – spesso brutale, ingiusto, difficile – e scegliere comunque di non smettere di essere chi siamo nel profondo. È riconoscere che ogni gesto di cura verso noi stessi è già un gesto di cura verso il mondo, perché persone più intere sanno amare meglio, ascoltare di più, costruire invece di distruggere. In un’epoca di accelerazione permanente, la lezione di Etty è radicale: rallenta, scendi nel pozzo, dissotterra quello che è essenziale. Il mondo ha bisogno di persone che sanno ancora accedere alla propria profondità, che non si lasciano travolgere dall’urgenza di tutto e dal senso di niente. Alla fine, forse resistere oggi significa esattamente questo: proteggere spazi di silenzio in un mondo rumoroso, coltivare relazioni vere in un mondo virtuale, scegliere la lentezza in un mondo veloce. Non per nostalgia del passato, ma per costruire un futuro dove l’umano non vada perduto. Etty lo sapeva bene: “La pace deve nascere in noi prima di poter regnare nel mondo”. Nel caos di Westerbork, circondata dalla violenza e dall’odio, continuava a credere che ogni persona che trova la pace dentro di sé diventa un seme di pace per tutti gli altri. Non pace come assenza di conflitto, ma come presenza di equilibrio interiore che si irradia verso l’esterno. Oggi, quando le guerre si moltiplicano e le divisioni sembrano insanabili, questa intuizione di Etty diventa ancora più preziosa. La pace nel mondo comincia da noi: da come parliamo a chi non la pensa come noi, da come trattiamo chi è diverso, da come scegliamo di reagire alla paura e all’incertezza. Ogni volta che scegliamo di non alimentare l’odio, di non cedere alla vendetta, di costruire ponti invece di muri, stiamo già costruendo pace. Il pozzo di cui parlava Etty è ancora lì, in ognuno di noi. E dal fondo di quel pozzo può nascere la pace di cui il mondo ha disperatamente bisogno. Basta avere il coraggio di scendere a cercarlo. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo In un mondo che brucia proviene da Comune-info.
August 23, 2025
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