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Il confronto tra Rojava e Damasco tra pluralismo e centralismo
Per oltre dieci anni il Nord-Est siriano è stato uno dei principali snodi delle profonde trasformazioni che hanno attraversato il Paese: prima resistenza contro l’ISIS, poi laboratorio politico e amministrativo in condizioni di guerra permanente. Qui si è sviluppato un sistema di autogoverno basato su autonomie locali, pluralismo etnico e partecipazione politica, rompendo con il centralismo dello Stato siriano. Inizialmente il termine “Rojava” indicava le zone curde del Nord-Est, il Kurdistan occidentale. Con le campagne contro l’ISIS, l’area autonoma si è estesa includendo anche ampie zone arabe lungo l’Eufrate e le province di Raqqa e Deir ez-Zor, territori non storicamente curdi. In questo quadro si è affermata nei documenti ufficiali la denominazione di DAANES (Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord-Est), in luogo di “Rojava”. Un cambiamento che ha inteso riflettere l’ampliamento territoriale e la natura multi-etnica dell’entità autonoma, superando una definizione percepita come esclusivamente curda. IL CONFRONTO CON DAMASCO Oggi, con il mutare degli equilibri militari e diplomatici, segnato negli ultimi mesi dalla perdita di alcune aree strategiche lungo l’asse dell’Eufrate e nella cintura meridionale del Nord-Est, passate sotto il controllo delle forze governative, quella stagione entra in una fase nuova. I negoziati tra le autorità del Nord-Est e il governo di Damasco puntano a ridefinire i rapporti tra l’Amministrazione autonoma e lo Stato centrale, aprendo un processo di integrazione istituzionale che solleva interrogativi sul futuro politico e amministrativo della regione. Per leggere questa transizione dall’interno abbiamo dialogato con Sema Bekdaş, portavoce del Partiya Yekîtiya Demokrat (PYD), tra i principali attori del progetto nato nel Rojava e poi confluito nella DAANES. Nel suo racconto, la dimensione politica e quella sociale appaiono strettamente intrecciate: mentre proseguono i negoziati, il peso della guerra continua a gravare sulla popolazione civile. «Vi è un’intensa attività politico-diplomatica per garantire l’attuazione concreta degli accordi. Ma sul piano sociale molti sfollati — in particolare da Afrin, Shahba, Tabqa e Aleppo — vivono ancora in condizioni estremamente difficili». Il riferimento rimanda a un contesto ancora profondamente segnato dalle conseguenze materiali e demografiche della guerra. L’offensiva turca su Afrin nel 2018, gli sviluppi nella regione di Shahba e i continui mutamenti delle linee di controllo tra Aleppo e l’asse dell’Eufrate hanno generato ondate successive di sfollamento interno. Negli ultimi mesi, molte famiglie sono state sfollate forzatamente dai quartieri curdi di Aleppo, tra cui numerosi rifugiati originari di Afrin. Il passaggio di Tabqa e ampie aree delle provincie di Raqqa e Deir ez-Zor sotto il controllo di Damasco, inoltre, ha alimentato nuovi movimenti verso il Nord-Est, nel timore di nuove violenze e ritorsioni. In questo scenario, il tema del ritorno degli sfollati, delle garanzie di sicurezza e della ricostruzione delle amministrazioni locali è entrato a pieno titolo tra le questioni centrali discusse nei colloqui tra l’Amministrazione autonoma e Damasco. Ma, secondo Bekdaş, questi nodi rimandano a una ridefinizione più ampia dell’assetto statale e del quadro costituzionale. «In passato sono stati conclusi altri accordi, come quello del 10 marzo, ma l’intesa attuale mira a ricomprendere le questioni ancora aperte e a offrire un quadro valido per l’intero Paese. Con la sua firma si apre una discussione sulla futura configurazione del sistema politico siriano. A più di un anno dalla caduta del regime, la società non ha ancora avuto un vero spazio di confronto sul proprio avvenire. Resta da definire quale assetto assumerà lo Stato: federale, decentrato o centralizzato». Il confronto con Damasco si colloca dunque su un terreno strutturalmente politico: si tratta di stabilire se e come l’esperienza di autogoverno maturata nel Nord-Est possa essere ricondotta entro un quadro statale unitario senza essere svuotata della propria sostanza. «Oggi è in corso uno sforzo per fare di questo accordo la base di un sistema politico che tutti i siriani possano contribuire a costruire. A partire da esso dovrebbe delinearsi un assetto in cui le regioni si organizzino su base territoriale, affidando la gestione degli affari locali alle comunità. Il cessate il fuoco è un passo positivo; ora però si apre una fase diversa, che richiede un confronto capace di costruire un assetto realmente condiviso e decentralizzato per l’intera Siria». Il riassetto della sicurezza prevede l’integrazione graduale delle forze del Nord-Est nelle istituzioni statali, con l’inserimenti di alcuni reparti SDF nella catena di comando siriana e l’assorbimento delle forze di sicurezza intena (Asayish) nel Ministero dell’Interno, oltre al controllo governativo di frontiere e infrastrutture strategiche.  «La questione di come integrare le forze di difesa nelle istituzioni statali in modo coordinato e senza creare nuovi conflitti è centrale. Oggi si parla molto di fiducia e stabilità. Ma, realisticamente, una fiducia solida non è ancora stata costruita tra ampi settori della società siriana e il governo centrale. Negli ultimi anni il Paese è stato attraversato da eventi traumatici: massacri, violenze, persecuzioni che hanno colpito diverse componenti della popolazione. Queste paure non sono scomparse». Negli ultimi mesi, episodi di violenza settaria contro le aree alawite della costa, comunità druse del sud e altre minoranze, attribuiti a gruppi jihadisti sunniti, gruppi paramilitari e forze governtive, hanno rafforzato la percezione di una sicurezza fragile, alimentata dal vuoto di controllo e dalla competizione territoriale. In questo quadro, la questione dell’integrazione delle forze armate e della costruzione di un comando unificato è strettamente legata alla ricostruzione della fiducia tra lo Stato e le sue diverse componenti sociali. > «La fiducia tra Damasco e una parte significativa dei cittadini è stata > profondamente indebolita. Per questo, accanto alle forze che sostengono la > stabilizzazione, esistono anche gruppi interessati a riaccendere il conflitto, > ad alimentare tensioni tra comunità e nazionalità, e a colpire la regione». > Il rischio evocato è quello di una ricaduta nel conflitto in un Paese già > stremato da oltre un decennio di guerra, frammentazioni territoriali e > interferenze esterne. In questa cornice, la dimensione interna — il confronto > tra le diverse componenti della società siriana — diventa decisiva quanto > quella diplomatica. LA TUTELA DELLA PLURALITÀ NAZIONALE E DEI DIRITTI DELLE DONNE Un nodo necessario tocca il processo di formazione del nuovo governo centrale ad interim alla luce di un impianto costituzionale che concentra ampi poteri nell’esecutivo, non riconosce pienamente la pluralità nazionale ed etnica del Paese e si fonda su un sistema elettorale che, per struttura delle circoscrizioni e meccanismi di rappresentanza, tende a penalizzare le realtà politiche e territoriali minoritarie. «È necessario un congresso nazionale, una conferenza che riunisca l’insieme delle realtà del Paese per negoziare soluzioni comuni. La questione costituzionale è centrale: solo attraverso una formula condivisa sarà possibile costruire una stabilità reale e duratura». Bekdaş insiste sul fatto che la Siria, per composizione sociale e per la sua storia recente, non possa essere governata con formule uniformi senza rischiare nuove fratture. A suo giudizio, il nuovo governo di Damasco è stato formato in modo centralizzato, così come la dichiarazione costituzionale è stata adottata senza un processo realmente inclusivo. > «Per rispondere alle aspettative dei siriani, la dichiarazione costituzionale > dovrebbe essere rivista e sostituita da una Costituzione permanente elaborata > con la partecipazione delle forze politiche e dei rappresentanti della > società. Anche la formazione del governo dovrebbe fondarsi su un sistema > parlamentare eletto in modo trasparente e legittimo». Solo attraverso un simile percorso — conclude — sarà possibile garantire i diritti delle diverse componenti del Paese, dalla partecipazione politica all’amministrazione locale, fino alla tutela delle specificità culturali e sociali. Arriviamo così al nodo costitutivo dell’intero progetto politico del Rojava: la “rivoluzione delle donne”,  il suo asse fondante, capace di ridefinire pratiche di potere, rappresentanza e organizzazione sociale, e di proiettare la propria influenza ben oltre i confini siriani.  Un patrimonio che rischia oggi di entrare in tensione con l’orientamento delle nuove autorità centrali. Bekdaş osserva che, pur richiamandosi formalmente ai principi di democrazia e libertà, le forze oggi al governo continuerebbero a muoversi entro una visione tradizionale dei ruoli di genere. «Le donne vengono ancora collocata entro confini ristretti: nel quadro della famiglia, legate alla casa, vincolata a norme sociali e tradizionali». Da qui il richiamo alla dimensione storica della conquista dei diritti. «Sappiamo che ogni diritto ottenuto dalle donne — dal voto all’istruzione, fino alla partecipazione politica — è stato il risultato di lotte e sacrifici. Nulla è stato concesso spontaneamente; tutto è stato conquistato attraverso mobilitazione e perseveranza». Nel Nord-Est, ricorda, le donne hanno partecipato fin dall’inizio alla rivoluzione, assumendo ruoli di leadership, organizzandosi autonomamente e contribuendo alla difesa del territorio e alla costruzione istituzionale. La questione, ora, è come tradurre questa esperienza nella nuova fase politica. «Nel processo di redazione della futura Costituzione dobbiamo garantire che i diritti conquistati vengano preservati. È necessaria una lotta politica continua e la costruzione di accordi e alleanze tra tutte le donne della Siria. Dobbiamo unire le posizioni ed esprimere una voce comune». Bekdaş nomina il sistema della co-presidenza e i meccanismi di partecipazione paritaria introdotti nelle strutture politiche del Nord-Est. «Chi crede nella libertà delle donne deve assumersi la responsabilità di agire con tutti gli strumenti possibili — politici, giuridici, diplomatici — costruendo coalizioni. Solo così potremo garantire che nella futura Costituzione i diritti delle donne non vengano ridotti o svuotati, ma riconosciuti pienamente». Bekdaş invita a non ridurre l’accordo a una dinamica interna: Il negoziato – sottolinea – si è sviluppato in un contesto regionale e internazionale segnato da interessi incrociati che ne hanno condizionato contenuti e margini. «Non è stato un accordo semplice, né è nato soltanto tra parti siriane. Diversi Stati hanno avuto un ruolo nella sua formazione e ne hanno sostenuto l’attuazione». Tra questi, richiama in particolare Francia e Stati Uniti: «La Francia ha espresso la disponibilità a seguirne l’applicazione anche come possibile garante». Secondo Bekdaş, la dimensione internazionale resta decisiva anche per la tutela dei diritti curdi nel nuovo assetto siriano. Il richiamo a un coinvolgimento esterno più attivo si lega ai precedenti tentativi falliti: «In passato alcuni accordi sono rimasti sulla carta o sono stati seguiti da nuove tensioni. Per questo è essenziale che questa volta vi sia un sostegno concreto e continuo». La copertina è di Kurdistruggle (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il confronto tra Rojava e Damasco tra pluralismo e centralismo proviene da DINAMOpress.
February 24, 2026
DINAMOpress
In dialogo con Alberta Basaglia
LA PREVENZIONE COME ANTIDOTO ALL’INFELICITÀ E IN DIFESA DELLA SALUTE MENTALE Alberta Basaglia è psicologa e da anni lavora sulle tematiche legate al contrasto della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, proponendone anche una lettura per l’infanzia. In particolare, per il Comune di Venezia ha dato vita al Centro Donna/Centro Antiviolenza e ha promosso gli interventi della stessa amministrazione in ambito di politiche giovanili e di pace. È presidente dell’Archivio Basaglia, la cui sede è presso l’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti. Figlia di Franco Basaglia e Franca Ongaro. L’incontro con Alberta Basaglia inizia con molta emozione e curiosità perché il suo spirito pronto, innovativo e libero mi conquista e rimanda qualcosa di preziosamente nuovo e originale. Il pensiero basagliano attraversa il nostro incontro per come utilizziamo le parole e il linguaggio, e nel modo stesso di sentirci vicine: non ci abbandona mai, nemmeno per un attimo, l’idea che sia necessario lottare per i diritti della persona e della collettività. Apriamo così l’intervista, parte di un progetto di ricerca indipendente che tenta di riflettere sul pensiero collettivo e sull’azione che da esso deriva. Ci interroghiamo, in particolare, sugli effetti dell’azione umana e della sua capacità trasformativa. Ci chiediamo se il pensiero-in-azione, fonte di cambiamento, possa agire sulle relazioni e sugli affetti garantendo il bene dell’individuo e dell’intera comunità. Una riflessione, insomma, sullo stato dell’arte dei sentimenti dell’essere umano e del legame sociale. Gentile Alberta Basaglia, vorrei pensare insieme a lei il livello di sofferenza che vivono i giovani nella nostra contemporaneità. Credo che in loro s’incarni, potenzialmente e malgrado tutto, l’eredità del mondo e che abbiano delle responsabilità, di dovere e di diritto, verso un impegno con la vita. I ragazzi e le ragazze, probabilmente, percepiscono la difficoltà di un investimento emotivo su loro stessi e, perciò, la fatica del cambiamento e della crescita diventa, a volte, insostenibile. Il processo trasformativo e lo sviluppo personale, però, sono il fondamento per affrontare il passaggio dalla solitudine e dall’isolamento verso lo stare insieme proprio di una comunità. Mi chiedo, quindi, come avere cura dei giovani e del loro disagio — parola così tanto utilizzata attualmente. Come possono traghettare dal loro mondo interno a quello esterno (e viceversa) senza perdersi troppo oppure sprecare il tempo e la vita? Qual è la strada affinché l’adulto se ne possa occupare in modo preventivo, intraprendendo una via che contrasti l’insidioso timore che pure fa parte della gioventù? Esiste, insomma, la possibilità che l’adulto, e la comunità tutta, possano diventare capaci di contenere il vuoto emotivo e psichico che il ragazzo e la ragazza in crescita vivono e che permea, in qualche modo, l’intera società? Alberta Basaglia è seduta sul divano del suo studio, assume una posizione confortevole e mi rivolge uno sguardo attento e disponibile. Si parla molto di disagio giovanile, ma non assocerei propriamente ai giovani la parola disagio. Soprattutto dopo l’epidemia da Covid si è pensato che fossero venuti alla luce tanti malesseri e problematiche significative prima nascoste e sopite. In realtà credo che lo stare in solitudine abbia fatto sì che i ragazzi si trovassero per la prima volta in contatto con il proprio sé. Fino ad allora, probabilmente, avevano avuto poca esperienza di una relazione intima con se stessi. La clausura e l’isolamento forzato è come se avessero fatto scoprire a tutti noi, all’improvviso, un atteggiamento diverso nei confronti delle cose e del mondo. È come se avessimo scoperto che esiste davvero un bisogno indispensabile di comunità in ciascuno e che questa esigenza, alla fine di quel lungo periodo, come per incanto, sia tornata invisibile. Sembra essere stato un desiderio mai incontrato. Gli adulti se ne sono subito dimenticati assieme a quella volontà di trovare nell’altro speranza per costruire rapporti migliori basati sull’ascolto e sull’empatia. I giovani ricordano di più, dimenticano meno. Il problema può nascere se, durante il nuovo incontro con il proprio sé da parte dei ragazzi, l’ambiente non risponde e il sé dell’adolescente o del giovane non trova così risposta. Rifletterei, perciò, sulla necessità di creare e costruire luoghi di confronto e relazione, dove ragazzi e ragazze possano inventare un modo nuovo di stare insieme e una modalità diversa di convivenza. Piuttosto che parlare di disagio — che, come un’etichetta, rischia di sviluppare nuove malattie — parlerei di volontà di rompere l’ottusità. Il mondo esterno, inteso come l’ambiente che circonda il giovane e la giovane, pare essere basato su una posizione adultocentrica. Viviamo in una società organizzata soprattutto sugli adulti, solitamente maschi, per cui gli altri — bambini, adolescenti e donne — restano soli e senza un canale di sopravvivenza e di possibilità di comunicazione. È una comunità societaria che certamente non rispecchia l’altro nella sua differenza e potenzialità, ma addirittura lo respinge e non lo riconosce. La società e l’ambiente vivono dell’altro-che-non-ascolta e che-non-è-ascoltato. L’altro non incuriosisce e può diventare un ostacolo insormontabile che spinge l’individuo ad atti di rottura reattivi, per annientarlo. Questa violenza aggressiva sembra essere per un giovane un segnale molto forte. Potrebbe essere l’unico modo per poter dimostrare la sua sofferenza e la distanza dal mondo degli adulti. Un mondo che non ascolta e che solamente si aspetta che il giovane sia la sua stessa immagine. Il rischio, altrimenti, è di essere allontanato, abbandonato e “fatto fuori”: è qui che l’atto di violenza tra i giovani può diventare un gesto estremo e profondo di disobbedienza che non ha altro modo, né luogo per essere espressa. Insisto, perciò, che sarebbe significativo e indispensabile avere spazi di incontro di corpi tra corpi, luoghi di aggregazione in cui la realtà reale non si sovrapponga a quella virtuale che ha perso fantasia e immaginazione. Cara Alberta, a questo punto potremmo parlare per un tempo sconfinato grazie ai tanti temi e ai molti stimoli emersi. Mi soffermerei, però, su un argomento molto sentito, quale è la disabilità fisica e mentale e, in particolare, la fragilità psichica delle persone con neurodivergenza in ambito psicologico e sociale, anche psichiatrico. Incontro molti adolescenti e giovani adulti, donne e uomini, con i quali proviamo a confrontarci parlando delle difficoltà dell’assenza di una rete sociale che tenga dentro, in modo da sostenerlo, un pensiero diverso, plurale ed eterogeneo. Mi chiedo come costruire, quindi, una collettività che ha in sé i luoghi dell’avere cura come profondamente inclusivi, in cui l’ambiente non è spaventato dalla diversità e può offrire una possibilità di vita viva a chi è più debole. In questo senso, ricordo con forza e stima la legge 180 del 13 maggio 1978, per cui suo padre ha molto combattuto e per la quale ha lottato fino ad ottenere l’approvazione in Parlamento: una conquista rivoluzionaria. La politica, a volte, sembra abbandonare la speranza e lasciare da solo chi si occupa di questioni così importanti e delicate come la salute mentale ed è difficile, perciò, prendersi cura in modo pieno e completo delle diversità e della sofferenza delle malattie. Il problema è che, molto spesso, si crea uno stigma a causa della tendenza continua a produrre diagnosi, un modo di fare che diventa un segnale di quanto c’è ancora tanto da conquistare nella pratica dei diritti della persona. L’etichetta diagnostica che usiamo verso una persona con la quale non siamo abituati a relazionarci e che non conosciamo ancora nel profondo cancella la possibilità di costruire un vero legame di fiducia con l’altro e con il mondo. Attraverso le categorie diventa difficile chiedersi che cos’è l’aspetto umano che abita ognuno di noi e poter riflettere se è davvero accolta la diversità nelle sue varie forme e come è curata la disabilità quando richiede un’assistenza specifica. Oggi bisognerebbe rifondare un pensiero che sappia stimolare un’azione collettiva che preveda la capacità, da parte di ogni soggetto coinvolto, di mettere in discussione le proprie certezze. Neutralizzare la paura che nutriamo verso la nostra interiorità è il primo passo per rialfabetizzarci a una forma di reale reciprocità, elemento indispensabile per modificare davvero la realtà. CONCLUSIONI Il messaggio di Alberta Basaglia mi attraversa come un auspicio realistico che va verso un senso della cura che si muove per l’umanità dell’uomo e che, a conti fatti, è la capacità stessa dell’essere umano di sognare il proprio sogno, desiderandolo. Poter avanzare, quindi, con coraggio e vitalità nel mondo ci permetterebbe di pensare il dolore elaborandolo e renderebbe inevitabile il superare le perdite, le separazioni e la stanchezza del vivere comune. Durante l’incontro con la Basaglia mi è tornato in mente, più volte, il legame tra pensiero, azione e libertà di Hannah Arendt: “Gli uomini sono liberi nel momento in cui agiscono: essere liberi e agire sono la stessa cosa.” Tante suggestioni sono nate dialogando con Alberta Basaglia e sarebbe necessario approfondirle ancora. Se vorrà, ci vedremo presto. Grazie. Alberta Basaglia nel suo  studio. Antonella Musella
February 13, 2026
Pressenza
Kongra Star: «Non siamo uno slogan, ma una pratica di libertà»
Il Nord e l’Est della Siria sono tornati al centro di una violenta escalation militare e politica che minaccia direttamente l’esperienza dell’Amministrazione Autonoma e, in modo particolare, il progetto di liberazione delle donne nato con la Rivoluzione del Rojava. Secondo quanto riportato costantemente da agenzia di stampa online, su X e Telegram, l’area è colpita da una combinazione di attacchi armati, assedi, bombardamenti e pressioni diplomatiche che coinvolgono forze jihadiste sostenute dalla Turchia e settori legati al cosiddetto governo siriano provvisorio. Quartieri come Sheikh Maqsoud e Ashrafieh ad Aleppo, così come città e campagne di Raqqa, Tabqa, Deir Hafir e Maskanah, sono stati teatro di massacri, sfollamenti forzati e attacchi diretti contro la popolazione civile e le istituzioni locali. Parallelamente, l’offensiva militare si accompagna a una strategia politica di annientamento dell’esperienza autonoma: esclusione dalle decisioni centrali, ritiro di accordi, pressione per lo scioglimento delle forze locali e smantellamento delle istituzioni che, in oltre un decennio, hanno costruito un modello pluralista, decentralizzato e guidato dalla partecipazione delle donne. In questo contesto, il movimento delle donne e le sue strutture- da Kongra Star alle Unità di Protezione delle Donne (YPJ) – sono diventate uno degli obiettivi principali. Non solo perché rappresentano un pilastro dell’autogoverno, ma perché incarnano una rottura radicale con l’ordine patriarcale, nazionalista e autoritario che queste forze cercano di imporre. Gli attacchi contro le istituzioni femminili sono quindi parte di una strategia volta a spezzare il cuore politico e sociale della rivoluzione. È in questo scenario che si colloca l’intervista rilasciata a DinamoPress da Emine Osê, portavoce del Comitato per le relazioni e le alleanze democratiche di Kongra Star, il congresso del movimento delle donne del Nord e dell’Est della Siria, cuore politico e organizzativo della rivoluzione. Le sue parole ci riportano una riflessione sul significato storico e universale della resistenza delle donne del Rojava. Che significato assume l’attuale offensiva militare e politica contro il Nord e l’Est della Siria per il progetto di liberazione delle donne nato con la rivoluzione del Rojava? Questo attacco non prende di mira soltanto un territorio o l’assetto dell’Amministrazione Autonoma, ma colpisce al cuore il progetto di liberazione delle donne nato in Rojava, un’esperienza pionieristica divenuta riferimento a livello globale. È un tentativo sistematico di soffocare un modello che ha dimostrato, nella pratica, la capacità delle donne di guidare la società, assumere decisioni e difendere sé stesse e le proprie conquiste, al di fuori dei paradigmi dello Stato-nazione e del patriarcato. L’attacco sistematico alle regioni del Nord e dell’Est della Siria si inserisce in una strategia di lungo periodo fondata sulla pulizia etnica e sul cambiamento forzato degli equilibri demografici. Fin dall’inizio dei profondi mutamenti politici che hanno attraversato il Paese, l’Amministrazione Autonoma ha portato avanti una visione chiara: una Siria che sia casa per tutte e tutti, basata sul decentramento, sulla sicurezza condivisa, sulla stabilità e sul riconoscimento della pluralità etnica, religiosa e di genere. Eppure, nonostante gli sforzi delle sue istituzioni politiche e militari per contribuire alla costruzione di una nuova Siria democratica e inclusiva, il governo siriano transitorio ha risposto con una serie di decisioni unilaterali: dall’annuncio di una bozza di costituzione che nega ai Curdi i loro diritti legittimi, alla formazione di un esecutivo privo di una reale rappresentanza delle regioni del Rojava, fino alla sistematica esclusione delle donne dai luoghi di potere e all’organizzazione delle elezioni del consiglio legislativo senza il coinvolgimento di queste aree, nonostante l’esistenza dell’accordo del 10 marzo. Con il ritiro del governo transitorio da tale accordo e con un chiaro orientamento e sostegno da parte della Turchia, all’inizio del nuovo anno si è assistito a un attacco barbaro contro i quartieri Sheikh Maqsoud e Ashrafieh di Aleppo, accompagnato da massacri contro i civili, sfollamenti forzati e mutilazioni dei corpi dei combattenti che avevano difeso la propria gente e gli abitanti dei due quartieri. Questi attacchi non si sono fermati, ma estesi a tutte le regioni del Nord e dell’Est della Siria. Hanno colpito Deir Hafir e Maskanah, e poi estesi a Raqqa e Tabqa, dove sono stati commessi massacri contro donne e bambini e le istituzioni femminili sono state prese di mira direttamente. Questo accanimento riflette la visione di queste forze, di natura jihadista e terroristica, nei confronti delle donne: l’attacco è stato accompagnato da uccisioni, dallo sfollamento forzato di migliaia di famiglie curde e dall’uso di metodi sistematici di intimidazione contro le donne, in un chiaro tentativo di spezzarne la volontà e colpire il modello delle donne libere e organizzate. Quali sono le ragioni per cui le istituzioni del movimento delle donne e le Unità di Protezione delle Donne (YPJ) sono diventate bersagli prioritari delle forze che attaccano l’Amministrazione Autonoma? Perché rappresentano una rottura radicale con le strutture di potere patriarcali e militari tradizionali su cui si fondano sia i regimi autoritari sia i gruppi estremisti. Queste istituzioni hanno dimostrato che le donne non sono semplicemente vittime in tempo di guerra, ma soggetti politici, militari e sociali attivi, capaci di prendere decisioni, difendere la società e costruire reali alternative democratiche. Le YPJ non rappresentano solo una forza militare, ma incarnano un simbolo politico ed etico della donna libera che rifiuta la logica della militarizzazione patriarcale e i ruoli stereotipati imposti. Questo le rende un bersaglio diretto per le forze che vedono nella liberazione delle donne una minaccia esistenziale ai propri progetti autoritari. Colpire le istituzioni femminili significa inoltre tentare di distruggere la struttura organizzativa stessa della società, poiché tali istituzioni hanno svolto un ruolo centrale nella lotta contro la violenza di genere, nella costruzione della giustizia sociale e nel rafforzamento della convivenza tra le diverse componenti. Attaccarle significa voler riportare la società in una spirale di paura, dipendenza ed emarginazione. In questa fase segnata dalla guerra e da una pressione estrema, quale ruolo assumono le donne nella resistenza armata e nella riorganizzazione civile e sociale delle comunità? In questa fase critica, le donne del Rojava svolgono un ruolo centrale e multidimensionale, guidando simultaneamente due percorsi complementari: la resistenza armata e la difesa del territorio, e l’organizzazione civile e sociale per la protezione del tessuto comunitario. Le donne sono presenti in prima linea nella difesa, proteggendo le proprie regioni insieme alle YPJ e alle forze congiunte e allo stesso tempo si assumono grandi responsabilità nella gestione nell’organizzazione degli aiuti e nella protezione delle bambine e dei bambini e delle persone sfollate. Esse svolgono inoltre un ruolo fondamentale nel rafforzare la stabilità psicologica e sociale della comunità in condizioni di guerra e sfollamento, attraverso il lavoro comunitario, l’istruzione, il sostegno psicologico e il mantenimento dei legami sociali. Tutto questo dimostra che la liberazione delle donne in Rojava non è mai stata uno slogan astratto, ma una pratica quotidiana e profondamente radicata, che mostra la propria forza proprio nei momenti più oscuri. Quale messaggio desiderate rivolgere alle donne e ai movimenti femministi e sociali di tutto il mondo, alla luce di quanto sta accadendo in Rojava? Rivolgiamo un appello affinché esprimano una solidarietà autentica e concreta, che vada oltre i gesti simbolici e le parole. Ciò che accade oggi in Rojava rappresenta una vera prova di coscienza per il movimento femminista globale. Difendere il Rojava significa difendere la possibilità di costruire un mondo più giusto ed eguale, e il diritto delle donne a organizzarsi, proteggere le proprie conquiste e difenderle di fronte alla violenza, alle guerre e ai sistemi di esclusione. Il progetto fondato sulla democrazia sociale con la leadership delle donne è oggi oggetto di un tentativo di estirpazione violenta. Nonostante il fallimento degli ultimi negoziati con il governo transitorio, le donne del Rojava, con tutte le loro istituzioni politiche, sociali e militari, sono pienamente pronte a difendere le proprie conquiste. Oggi decine di migliaia di donne stanno fianco a fianco con gli uomini nelle strade e nelle piazze, nelle manifestazioni e nei cortei, e nelle trincee accanto alle YPJ, con morale alto e una volontà incrollabile, dichiarando di essere una forza attiva ed essenziale nella difesa delle conquiste delle donne e del progetto democratico sul piano politico, militare e sociale. Noi, donne del Rojava, dopo 14 anni di lotta e rivoluzione, abbiamo ottenuto conquiste storiche dalle quali non si può tornare indietro, qualunque sia il prezzo. Per questo chiediamo a tutte le donne del mondo di stare al nostro fianco nella lotta contro il terrorismo e affermiamo che colpire questo modello democratico da parte dell’ISIS e delle fazioni affiliate al governo siriano transitorio equivale a colpire direttamente i diritti delle donne in ogni parte del mondo. Rivolgiamo infine un appello urgente alla comunità internazionale affinché si assuma le proprie responsabilità morali e legali. Il silenzio internazionale di oggi non è neutralità, ma legittima l’attacco contro queste regioni e fornisce copertura all’aggressione contro un modello democratico che ha combattuto il terrorismo per 14 anni e ha compiuto enormi sacrifici in difesa dell’umanità intera. La copertina è di Kongra Star SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Kongra Star: «Non siamo uno slogan, ma una pratica di libertà» proviene da DINAMOpress.
January 22, 2026
DINAMOpress
Radio Bizarre – 10 gennaio 2026 – Presentiamo Radio Solaire@1
Nella trasmissione di oggi, oltre ai consueti viaggi musicali, alla ricerca di nuove ondate e radici profonde, abbiamo abbiamo fatto una lunga chiaccherata telefonica con Francesco Eppesteinger che, insieme a Federico Bacci ha critto e diretto il documentario Radio Solaire, radio diffusion rurale. Qui puoi ascoltare la trasmissione intera: Qui trovi l’intervista e la presentazione del film: Qui trovi il podcast della puntata di stakka stakka dove si parla di RADIO SOLAIRE: > Radio Solaire. Hackrocchio.
January 11, 2026
Radio Blackout - Info
Radio Bizarre – 10 gennaio 2026 – Presentiamo Radio Solaire@0
Nella trasmissione di oggi, oltre ai consueti viaggi musicali, alla ricerca di nuove ondate e radici profonde, abbiamo abbiamo fatto una lunga chiaccherata telefonica con Francesco Eppesteinger che, insieme a Federico Bacci ha critto e diretto il documentario Radio Solaire, radio diffusion rurale. Qui puoi ascoltare la trasmissione intera: Qui trovi l’intervista e la presentazione del film: Qui trovi il podcast della puntata di stakka stakka dove si parla di RADIO SOLAIRE: > Radio Solaire. Hackrocchio.
January 11, 2026
Radio Blackout - Info
Ignacio Ramonet intervista Nicolàs Maduro
Molti media occidentali ieri hanno ripreso questa intervista di Ignacio Ramonet a Nicolas Maduro, presidente del Venezuela. Non stranamente, di questa lunga chiacchierata gli ignobili “giornalisti” mainstream hanno ripreso soltanto un paio di frasi, completamente decontestualizzate — “Noi abbiamo detto al governo degli Stati Uniti — ai suoi rappresentanti — […] L'articolo Ignacio Ramonet intervista Nicolàs Maduro su Contropiano.
January 3, 2026
Contropiano
Il Corrierone censura pure Lavrov. Che sorpresa…
Sarà una coincidenza sfortunata, ma proprio mentre l’Unione Europea decide di formare il “ministero della Verità” col compito di impedire qualsiasi pensiero contrastante con quello “unico”, due fatti – non opinioni – dimostrano che il nostro Paese è già molto avanti nell’adottare la “cultura” questo macabro progettino. Non solo qui […] L'articolo Il Corrierone censura pure Lavrov. Che sorpresa… su Contropiano.
November 15, 2025
Contropiano
Zohran Mamdani oltre le urne: genealogia e prospettive di lotta
Una conversazione di Matteo Polleri con due attiviste del movimento per la casa di New York, per avere un quadro delle lotte in corso e della loro traduzione politica nella battaglia per un nuovo sindaco. Ci troviamo nel quartiere di Crown Heights, Brooklyn, presso Another World, un centro sociale nato dalle pratiche di solidarietà comunitaria sviluppate sull’onda della rivolta per George Floyd Matteo Polleri: Siete entrambi legati a questa esperienza, ma siete anche membri della Crown Heights Tenant Union (CHTU), il sindacato autonomo degli inquilini nato nel 2022. Ben Mabie: Sì, nel 2022 abbiamo organizzato una prima festa di raccolta fondi per la CHTU; io c’ero, Tracy c’era e c’eri anche tu, Matteo! Abbiamo raccolto circa 5.000 dollari per il nuovo sindacato inquilini; era la prima volta che facevamo una cosa del genere. C’era un po’ di scetticismo sull’idea di organizzare una raccolta fondi così, ma è stata un successo. Per quanto riguarda il mio percorso: vengo dal movimento Occupy Wall Street, e in particolare Occupy Oakland e Occupy Santa Cruz. La Bay Area (la zona metropolitana estesa di San Francisco) fu all’epoca il terreno dove il movimento si sviluppava in modo più radicale: tattiche di strada molto avanzate, strategie ambiziose per la riappropriazione degli spazi, connessioni con le lotte dei lavoratori, e la lunga eredità delle battaglie contro la violenza della polizia nel Nord della California. Mi sono poi trasferito sulla East Coast, vivo a New York da circa dieci anni e mi sono trovato a organizzare il movimento per la casa e a fare sindacato. Sono stato iscritto sindacale di base [rank and file] e ho lavorato come staff organizer. Recentemente ho contribuito a organizzare lo sciopero del settore informatico al “New York Times” e sto lavorando con i dipendenti federali impegnati a trasformare le istituzioni dello Stato. Il luogo in cui ci troviamo non è affatto neutro: Another World è nato dall’organizzazione comunitaria seguita alla rivolta antirazzista per George Floyd del 2020. Il movimento rivendicava il definanziamento e, in alcuni casi, l’abolizione della polizia, ma anche la sua sostituzione con nuove forme di auto-organizzazione e cura collettiva. Il Crown Heights Care Collective è intervenuto in quello spazio, trasformando un ex-magazzino in un centro sociale che costruisce reti di distribuzione alimentare, difende gli inquilini insieme alla CHTU e fa formazione politica. Tracy Rosenthal: Anche il mio percorso è segnato dalla circolazione tra la West Coast e la East Coast. Sono una delle fondatrici della Los Angeles Tenant Union (LATU), nata nel 2015 e oggi la più grande unione di inquilini finanziata quasi interamente dalle quote dei membri, con circa quattordici sezioni locali. Da quando sono arrivata a New York sono attiva nel movimento per la casa e con il gruppo Writers Against the War on Gaza. La campagna su cui sto lavorando ora è quella della Union of Pinnacle Tenants, la prima unione inquilini metropolitana e inter-borough di New York. Pinnacle è un vecchio palazzinaro corporativo di New York che concentra proprietà in quartieri neri, latini e di nuovi immigrati, per poi disinvestire e lasciare degradare gli immobili in modo da cacciare i residenti e rivenderli. È stato anche uno dei primi gruppi immobiliari a raccogliere capitali sulla borsa israeliana, aprendo la strada a un modello che finanzia la speculazione e lo spostamento forzato degli abitanti dei quartieri popolari per arricchire investitori stranieri. In questo momento, gli inquilini si stanno organizzando contro queste condizioni di vita disastrose e, poiché la strategia finanziaria di Pinnacle ha ormai smesso di funzionare, anche attorno al processo di pignoramento e bancarotta. Il proprietario aveva ipotecato e sovraindebitato gli edifici per acquistare altri immobili e concentrare proprietà: ciò lo ha reso miliardario, ma ha anche portato molti palazzi al collasso. Matteo Polleri: Nell’ultimo anno, molte delle rivendicazioni del movimento per la casa si sono condensate nella mobilitazione a sostegno della campagna elettorale di Zohran Mamdani, membro dei Democratic Socialists of America(DSA) e primo sindaco socialista, musulmano e millennial di New York. Come si collega la lotta per la casa al movimento di canvassing (volantinaggio e porta a porta) che ha permesso a Zohran di vincere le elezioni? Ben Mabie: La Crown Heights Tenant Union è uno dei primi esempi della nuova ondata di sindacati inquilini autonomi, finanziati in gran parte dalle quote dei membri invece che da fondi esterni. Alcuni di questi sindacati, in altre città, sono cresciuti rapidamente grazie al sostegno filantropico privato, spesso con l’obiettivo di diventare strumenti efficaci per la politica elettorale in centri urbani di media grandezza. La nostra esperienza è molto diversa. L’esigenza di organizzare un movimento per la casa radicato e radicale è emersa quando il movimento Occupy Wall Street rifluiva. Il presidio permanente di Zuccotti Park si trovava nel cuore del distretto finanziario, a dieci minuti dalla borsa, ed era animato da una composizione sociale precaria, in prevalenza giovane, bianca e istruita. Quando lo abbiamo smobilitato, le assemblee del quartiere di Crown Heights, a Brooklyn, hanno rappresentato un esperimento per radicare il movimento nelle zone popolari degli outer boroughs, producendo un incontro tra la generazione di Occupy e le reti di mutuo soccorso di immigrati, certe correnti del movimento radicale nero e residenti di lunga data che erano anche delegati sindacali. La CHTU è esemplare di questi esperimenti di convergenza delle lotte sul piano territoriale. Non volevamo essere soltanto una rete comunitaria, ma combinare l’organizzazione delle comunità con l’attività sindacale anche al livello dei singoli edifici, creando associazioni di inquilini capaci di praticare l’azione diretta e lo sciopero dell’affitto per ottenere riparazioni, riappropriarsi di spazi comuni e contrastare i comportamenti illegali dei proprietari. Ci sono state diverse vittorie – tra cui, proprio qui vicino a dove siamo, su Nostrand Avenue, un edificio in cui gli inquilini hanno ottenuto il trasferimento dei diritti di gestione alla loro associazione per l’autogestione dello stabile. Le battaglie della CHTU hanno reso popolare la richiesta del blocco degli affitti: una rivendicazione centrale del programma di Zohran, del tutto impensabile senza un decennio di organizzazione capillare del movimento per la casa. Per molte e molti di noi, il punto di svolta è stata la pandemia da Covid-19 e il rent strike praticato durante il primo confinamento, a Los Angeles e a Brooklyn. E naturalmente la rivolta per George Floyd nella primavera 2020. L’esperienza del sindacato inquilini qui a New York ha beneficiato della scala e dei successi avuti a Los Angeles: c’è stata una vera e propria circolazione delle pratiche politiche tra le due città, nonché una circolazione di persone che si spostavano avanti e indietro – come nel mio caso e in quello di Tracy. di Marco (Flickr) CIRCOLAZIONE DELLE RESISTENZE E DELLA REPRESSIONE Tracy Rosenthal: Le lotte viaggiano, ma le tattiche di potere fanno lo stesso. Anche i nostri nemici circolano, producendo la congiunzione tra potere immobiliare e potere di polizia in entrambe le città. New York ha esportato la “broken windows policy a Los Angeles, il commissario Bill Bratton si è trasferito lì portando con sé quei metodi. Anche per questo vale la pena ricordare l’esperienza di LA: la Los Angels Tenant Union (LATU) è nata da un precedente ciclo di organizzazione degli abitanti delle case popolari contro la distruzione dell’edilizia pubblica durante l’èra Clinton. A Pico Aliso, difendere le abitazioni significava già costruire forme alternative di sicurezza comunitaria – trasformare vicoli bui e pieni di rifiuti in spazi comuni – perché il discorso ufficiale giustificava la demolizione in nome della “sicurezza”. Queste pratiche sono state portate avanti dall’Unión de Vecinos a Boyle Heights e poi su scala cittadina, con la consapevolezza che difendere l’edilizia pubblica richiedeva un movimento di massa. L’organizzazione degli inquilini ha sempre combinato due dinamiche: sottrarre potere ai proprietari e costruire la nostra capacità di controllo democratico sulle risorse e sul tempo. Diciamo spesso che vogliamo riprendere il controllo dell’affitto e reinvestirlo nelle nostre case invece che nelle tasche dei padroni, che sono spesso fondi finanziari. Durante la rivolta per George Floyd, era chiaro che avremmo avuto bisogno di sviluppare strumenti di coordinamento simili. A Los Angeles, infatti, l’unità tra potere di polizia, potere finanziario e speculazione immobiliare era molto visibile. La LAPD (Los Angeles Police Department) ha introdotto le gang injunctions, che concedevano ampia discrezionalità alla polizia proprio nelle aree prese di mira dalla speculazione immobiliare e dallo sfratto di massa. Le comunità che hanno combattuto per abolire queste misure conoscevano bene quell’alleanza. Poi è arrivata la pandemia, e molti non potevano più pagare l’affitto. La LATU ha allora organizzato il rent strike con lo slogan Food Not Rent, invitando le persone a usare le proprie risorse per nutrirsi invece che per pagare i proprietari. La crisi ha reso tutto chiarissimo: ogni altro motore di profitto si era fermato, eppure gli inquilini erano ancora obbligati a pagare un tributo mensile. Quella chiarezza ha dato energia a moltissime persone, attirandole nel movimento. La domanda dopo la rivolta era la stessa di sempre: come si trasforma un’esplosione di rabbia in un’azione coordinata e duratura? Matteo Polleri: La campagna elettorale di Zorhan si sviluppa dunque in un contesto profondamente marcato dalle lotte per la casa e dai tentativi di organizzazione seguiti alla sollevazione popolare per George Floyd… Ben Mabie: Esattamente, ma è importante sottolineare che non si tratta della prima elezione per il sindaco dopo la sollevazione per George Floyd, ma della seconda. La prima ha portato all’elezione del democratico Eric Adams, ex-poliziotto moderato, ma anche afroamericano cresciuto in un quartiere popolare e picchiato dalla polizia da ragazzo. Adams, nel 2020, riuscì a metabolizzare le diverse risposte che l’establishment Dem diede al movimento, posizionandosi insieme come uomo d’ordine e come critico degli abusi polizieschi, e offrendo così una formula capace di garantire la continuità del governo New York, basato sulla dipendenza dai valori fondiari per finanziare una base fiscale ristretta, la fedeltà alla finanza e al settore immobiliare e una strategia di bilancio per la riproduzione sociale incentrata sull’apparato repressivo – una riproduzione sociale “a basso costo” inaugurata negli anni Settanta e poi esportata altrove. Il tema dominante della sua campagna era la sicurezza: la città è insicura, in declino – la classica immagine di New York che diventa la Gotham City di Batman. Come sempre, il discorso sul crimine ha molte sfumature. Nei quartieri popolari di immigrati suona in modo diverso che nelle aree benestanti frustrate dal nuovo assetto post-pandemico dell’economia dei servizi. Per alcuni lavoratori disoccupati, si è trattato di strategie di sopravvivenza disperate (segnalate dall’aumento dei furti d’auto). E la strategia dominante è stata quella di sincronizzare queste preoccupazioni attraverso il linguaggio della sicurezza. La campagna di Zohran ha fatto l’opposto: ha spostato il dibattito verso il tema dell’accessibilità, del costo degli affitti, del caro vita – in breve, il tema affordability in una città in preda all’inflazione e alla speculazione. Abbiamo così capovolto l’idea stessa di sicurezza, chiedendo: sicurezza per chi, dove, e su quale base? Una delle principali vittorie della campagna è stata lo spostamento delle principali preoccupazioni degli elettori. Se si guardano i sondaggi (non come prova di un’ipotesi, ma come sintomo di un processo), il tema principale prima dell’ascesa di Zohran era la criminalità; dopo, è diventata la questione dell’accessibilità economica. Questo cambio di prospettiva è stato decisivo per costruire una coalizione sociale e un blocco elettorale capace di sbaragliare il vecchio sistema di potere. Matteo Polleri: Oltre a rappresentare il rifiuto di un candidato corrotto e accusato di violenza sessuale come Andrew Cuomo e una dura critica all’establishment democratico, la campagna di Zohran ha quindi tratto la sua forza dal legame con un ecosistema di movimenti, sindacati, collettivi, comitati, centri comunitari, associazioni, riviste e nuove forme di attivismo. Come si è prodotta quest’articolazione e che prospettive dischiude? Ben Mabie: Già nel 2020, l’elezione di Zohran alla State Assembly di New York è stato un effetto diretto della sollevazione popolare di quell’anno. All’epoca la sua campagna si basava su una piattaforma che proponeva il definanziamento della polizia e ha saputo articolare una visione in sintonia con la politica abolizionista di Black Lives Matter. Lui e altri quattro candidati dei DSA vinsero seggi a livello statale nel giugno 2020, quando le ceneri della sommossa erano ancora calde. La campagna elettorale degli ultimi mesi ha avuto un approccio diverso al tema della polizia (che vale la pena discutere criticamente), ma il rapporto con le lotte è simile. Zohran non era direttamente coinvolto nell’organizzazione locale del movimento degli inquilini, ma era un giovane quadro politico dei DSA, un militante attivo nei suoi organi deliberativi, impegnato nel lavoro politico ben prima di essere eletto. Il suo percorso passa per il movimento Occupy e matura nelle campagne elettorali di Bernie Sanders alle primarie democratiche. Va tuttavia notato che i successi dei candidati DSA sono arrivati quando sono riusciti a sintonizzarsi con processi sociali più ampi: con le forme di potere popolare territoriale, l’organizzazione di base e quei grandi movimenti sociali che hanno riaperto l’orizzonte stesso della politica. In breve: non avremmo avuto Zohran alla State Assembly senza la sollevazione del 2020 e non avremmo ora Zohran sindaco di New York senza le lotte per la stabilizzazione dei canoni di affitto dal 2019 in poi e l’organizzazione delle comunità immigrate nei quartieri contro i raid dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) voluti da Trump. Zohran ha saputo articolare un programma e una comunicazione coerente con la politica che queste esperienze di lotta hanno reso senso comune. Non bisogna tuttavia esagerare il livello di coordinamento tra tutte le esperienze di base che hanno contribuito alla vittoria elettorale e nemmeno dare l’idea che esista già una strategia coerente su come l’organizzazione dal basso si relazionerà a ciò che verrà dopo. Finora, il dibattito su come rapportarsi a una possibile amministrazione Zohran si è espresso soprattutto in termini dell’accountability e del support, del vincolo di mandato e del sostegno al sindaco, non come strategia di rottura complessiva. Più in generale, e questo vale non solo per New York ma per tutto il paese, abbiamo visto, soprattutto nel movimento sindacale, una ricomposizione della leadership in una linea che si sposta a sinistra. Ma questo spostamento non si è ancora tradotto in un’attività corrispondente o in una riorganizzazione alla base. ECOLOGIA DELLE LOTTE Tracy Rosenthal: Vorrei tornare sulla questione dell’ecologia delle lotte e delle comunità che sta dietro alla vittoria elettorale di Zohran. Forse un modo per affrontarla è ricordare una scena avvenuta durante il grande comizio finale, poco prima dell’inizio del voto, che si è tenuto a Forest Hills, il quartiere di Zohran, situato nel centro-sud del Queens. Il pubblico che si era radunato con lui non era composto solo dai politici liberali che la sua campagna ha trascinato verso un programma più a sinistra. C’erano molte figure provenienti proprio dall’ecologia di lotte e movimenti che stiamo descrivendo: sindacalisti e organizer del movimento per la casa, alcuni dei quali si sono poi candidati con successo, pur rimanendo radicati nei quartieri, militanti che hanno combattuto contro la speculazione edilizia, condotto scioperi dell’affitto vittoriosi. Sul palco erano presenti anche diversi membri dell’Amazon Labor Union, il sindacato dei lavoratori di Amazon del Queens, e i lavoratori del food delivery in bicicletta. Era una specie di panorama, un affresco delle molte forme di lotta che si sono sviluppate a New York negli ultimi anni, alimentando una campagna che ha attivato nuovi bacini elettorali, come le reti di organizzazione delle comunità asiatiche e latinoamericane di New York, talvolta attraverso organizzazioni formali, in altri casi attraverso infrastrutture come le moschee o le associazioni di quartiere. L’incontro del candidato dei DSA con questi altri elementi dei movimenti sociali è, credo, uno degli aspetti più significativi, insieme alla dimensione di partecipazione di massa che ha caratterizzato questa elezione. Matteo Polleri: Si tratta effettivamente di un evento storico: la vittoria di Zohran e del movimento dei canvassers che lo ha sostenuto dà speranza e slancio alla sinistra e ai movimenti in varie parti del mondo. La vittoria è stata peraltro schiacciante (oltre il 50% dei votanti) anche in molti quartieri popolari storicamente legati alle clientele dell’establishment democratico e alla dinastia politica dei Cuomo. Ma vincere le elezioni non equivale a “prendere” e tantomeno a “esercitare” il potere. Quali sono, ora, le sfide principali dal vostro punto di vista? Ben Mabie: La questione centrale per tutta l’ecologia di movimenti che ha creato le condizioni per l’ascesa di Zohran è: qual è la nostra strategia per avanzare nel nuovo rapporto di forza al livello metropolitano? Se continuiamo a pensare solo in termini di support e accountability, di sostegno al sindaco e di rispetto del mandato, non stiamo ancora affrontando la questione fondamentale: come rimettere in moto le persone attivatesi in questi mesi nel modo giusto. La scala della mobilitazione elettorale è stata notevole, e ci ricorda che ciò che sta accadendo è un vero e proprio movimento. Solo durante le primarie di giugno, circa 150.000 persone hanno fatto volontariato per la campagna di Zohran: siamo intorno all’1% della popolazione adulta di New York. La città ha un’alta densità sindacale, cresciuta rapidamente tra i lavoratori del settore terziario negli ultimi anni, ma qui siamo ben oltre. Quasi tutti quelli che incontravi durante il canvassing, quando si parlava dei propri percorsi, avevano partecipato alla rivolta per George Floyd; per molte e molti, però, questa campagna è stata la prima esperienza di organizzazione politica. > La sfida più urgente è come tradurre quella spinta (e il forte senso di > identificazione con Zohran, come persona e come programma) in spazi di > partecipazione capaci di sviluppare il potere popolare necessario ad > affrontare le sfide del suo mandato. La prima è la sfida dell’irruzione delle > classi popolari nell’apparato di governo metropolitano; la seconda riguarda il > contrattacco del capitale e della destra. Sul primo punto: quelle 150.000 persone non possono entrare tutte nell’ufficio del sindaco. Quell’ufficio, peraltro, non è una persona, ma un nodo in cui si stringono interessi istituzionali molteplici, tra cui la necessità di mantenere in crescita il valore immobiliare come parte della politica fiscale cittadina. Parliamo inoltre di quasi 300 nomine politiche da effettuare solo per la città: non abbiamo un gruppo dirigente o un serbatoio di quadri sufficiente per coprire quei ruoli, il che significa che molti finiranno per essere assegnati a figure burocratiche o a elementi dello status quo presenti nella coalizione. Questi porranno un’ampia serie di ostacoli, senza contare le relazioni gerarchiche e le strutture di comando che dominano il governo locale. Tradurre l’energia che viene dal basso in forza d’urto è dunque cruciale. Come dicevo, tuttavia, il dibattito si è mosso finora tra accountability e support. Ci sono stati appelli a entrare nelle organizzazioni, in particolare nei DSA, ma non è chiaro cosa si chieda concretamente alle persone di fare. Le strategie e gli strumenti oggi più diffusi nella sinistra (volantinaggi e porta a porta, candidature locali per fare pressione sui legislatori, varie forme di lobbying) potrebbero rivelarsi insufficienti di fronte alle sfide che ci attendono. Sul piano della composizione sociale, queste tattiche restano troppo distanti dal terreno della vita quotidiana e non riescono a unificare in un’organizzazione comune i diversi strati della classe lavoratrice che si sono attivati e riconosciuti nella campagna di Zohran. C’è quindi un problema tattico oltre che strategico: dobbiamo prepararci ad approfittare delle opportunità legate alla contrattazione nel settore pubblico, alla riduzione del potere della polizia, all’estensione della possibilità di bloccare o ridurre gli affitti e al contenimento del potere dei proprietari in città. Ci sarebbe molto da dire anche sul tema della polizia e su una possibile “sciopero del capitale” come risposta alla nuova tassazione… Tracy Rosenthal: Parto da un esempio legato al mio impegno nella Union of Pinnacle Tenants, la prima unione inquilini metropolitana e inter-borough di New York. Pinnacle è un palazzinaro che possiede quasi 9.000 appartamenti a New York (150 edifici) e il suo modello di business consiste nell’eludere la regolamentazione degli affitti, trascurandoli volontariamente, per spingere gli inquilini ad andarsene e poter poi applicare gli aumenti massimi consentiti, oppure con molestie e sfratti, o ancora trasformando gli appartamenti a canone regolato in condomini privati. I profitti promessi agli investitori andavano ben oltre ciò che la legge sull’affitto stabilizzato poteva garantire. Quando sono entrate in vigore le leggi del 2019 sugli affitti, alcune delle scappatoie di cui si servivano si sono chiuse. La combinazione tra questo e un portafoglio eccessivamente indebitato li ha portati al fallimento. Hanno smesso di pagare i mutui, la banca ha emesso un avviso di pignoramento per circa 500 milioni di dollari, e metà del portafoglio è finita in bancarotta per vendere edifici e coprire i debiti. È una situazione simile a quella del crollo di Sugar Hill Capital, un altro grande proprietario che aveva concentrato abitazioni a canone regolato a Harlem e Inwood e che è fallito trascinando con sé la Signature Bank. STRATEGIE DI CONTRASTO ALLA SPECULAZIONE EDILIZIA Quando penso alle 15.000 persone che vivono negli appartamenti di questo proprietario in fallimento, mi chiedo: quale ruolo deve giocare la città per affrontare questa crisi? Non riguarda solo questi edifici, sta succedendo in tutta la città. Il modo in cui New York gestisce queste situazioni è frammentario; mancano sia gli strumenti sia l’immaginazione politica. Il dipartimento per l’edilizia è, di fatto, una sorta di banca pubblica: tecnicamente può acquistare e sviluppare alloggi, ma ha la volontà di farlo? Certo che no. Storicamente, l’agenzia si è concentrata nel bloccare la proprietà e rivendere gli immobili a nonprofit landlords che, come sappiamo bene, spesso non sono altro che speculatori con un’immagine migliore. La promessa di un’amministrazione Zohran è di usare in modo diverso, più creativo, il potere delle agenzie municipali. La città potrebbe acquistare gli edifici e trasferirli al NYCHA Trust, che gestisce l’edilizia pubblica? Forse sì. Potrebbe comprare il debito e trasferire la proprietà agli inquilini? Anche questo è possibile. Ma perché la città possa reinventare i propri strumenti e usarli come mai prima d’ora, serve un movimento che imponga il rapporto di forza. L’organizzazione a livello dell’unione degli inquilini di Pinnacle è, per me, il veicolo per costruire quel potere e tradurlo in volontà politica. Ed è proprio questo che manca quando pensiamo soltanto in termini di accountability o support: manca una strategia politica di massa, capace di muovere le istituzioni dello Stato affinché facciano ciò che potrebbero fare, ma che, lasciate a sé stesse, non faranno mai. La lotta degli inquilini di Pinnacle rappresenta un tentativo di andare oltre l’alternativa tra sostegno al sindaco e rispetto del mandato, due tendenze che finiscono per feticizzare il livello esecutivo della leadership invece di pensare alle possibilità più ampie della lotta. Ci sono altri esempi, soprattutto nel movimento sindacale: dei gruppi di lavoratori del settore pubblico hanno iniziato a incontrarsi per mappare dove avviene realmente il processo decisionale. Come sappiamo, le politiche non si definiscono solo nel governo, ma spesso all’interno di forme istituzionali dello Stato isolate, o persino slegate, dal governo stesso. Questi gruppi stanno cercando di capire dove si creano i colli di bottiglia decisionali, dove si prendono le decisioni concrete e come sviluppare nuove forme di lotta collettiva che propugnino non solo i propri interessi, ma anche quelli della classe lavoratrice nel suo insieme, sfruttando quei nodi di potere. di Marco (Flickr) LE MINACCE DI TRUMP Matteo Polleri: C’è anche un’altra sfida, che ci costringe a spostare l’analisi al livello statale e federale. Trump ha già cercato di intervenire nel processo elettorale minacciando Zohran e appoggiando all’ultimo la candidatura di Cuomo. È possibile che ora attacchi direttamente la città… Tracy Rosenthal: Su questo punto, la prospettiva della West Coast può essere di nuovo interessante. Durante l’estate, Los Angeles è stata usata come banco di prova per l’impiego del Department of Homeland Security, della Border Patrol e dell’ICE in retate incredibilmente violente, e di fatto incostituzionali, contro persone immigrate in tutta la città. Il timore concreto è che Trump intervenga boots on the ground anche a New York, e che stia semplicemente aspettando che Zohran entri in carica per sguinzagliare i cani. Nel movimento per la casa di Los Angeles è stato impressionante vedere come le stesse strategie radicate sul territorio, che portano con sé relazioni di fiducia e solidarietà di lungo periodo, siano state attivate per difendere le persone dai raid dell’ICE, per esempio con presìdi davanti ai Home Depot e altri negozi, dove si è svolta circa metà delle retate perché lì lavorano molti immigrati vulnerabili che usano lo spazio pubblico per cercare lavoro. Credo che a New York dovremo riorientare quelle stesse capacità agli stessi fini. Ci sono poi delle domande aperte sul rapporto tra la NYPD (New York Police Department) e l’ICE. A Los Angeles la polizia non ha protetto i residenti dalle operazioni dell’ICE: è qualcosa che potremmo pretendere dal nuovo sindaco di New York. Zohran non l’ha promesso esplicitamente; qui entrano in gioco le contraddizioni dello Stato e l’uso delle sue fratture e contraddizioni interne. C’è spazio, tramite le lotte dal basso, per mettere diversi apparati statali gli uni contro gli altri? Ben Mabie: I dirigenti di diversi sindacati in città, sia di sinistra sia corporativi, si stanno incontrando per discutere cosa fare nell’eventualità, molto probabile, di un’“invasione” da parte delle polizie trumpiste. La CWA (Communication Workers of America), insieme ad altre unions e a organizzazioni per i diritti degli immigrati come Make the Road New York e altri gruppi di base nello Stato e in città hanno lanciato un’iniziativa con formazioni di massa per tutto il mese di novembre in ogni borough, per mettere insieme dirigenti sindacali e comunitari e costituire comitati di quartiere che possano diventare reti di risposta rapida quando ci sarà un salto di qualità nelle retate. Oggi la maggior parte degli arresti a New York avviene nel palazzo federale, ma è possibile che presto raid più ampi colpiscano i quartieri a più alta densità di immigrati. > La strategia è: dare potere ai militanti di base, far convergere persone da > questa ecologia di lotte. Il nodo, ovviamente, sarà: riusciremo a far sì che > queste grandi istituzioni si fidino dei propri aderenti, invece di comportarsi > da generali organizzando solo grandi mobilitazioni simboliche e diano loro il > segnale e gli strumenti per organizzarsi nel proprio quartiere contro le forze > repressive? Quanto a Zohran e a come navigherà in questa situazione, non è semplice fare previsioni. Ha già promesso di non condividere con l’ICE certe informazioni sensibili; ha annunciato una serie di misure legali e tecniche per limitarne l’operatività. Ci si può chiedere quali edifici l’ICE possa a quel punto prendere in locazione, ma, purtroppo, i palazzi federali non mancano in città. Più in generale, negli USA le forze dell’ordine godono di un’ampia autonomia dai meccanismi della governance liberaldemocratica, sono spesso separate da ogni forma di accountability. La strategia di Zohran non è tanto di “metterle in riga”, anche perché gli strumenti per farlo sono pochi, quanto provare a giocare sulle tensioni interne alla NYPD, contrapponendo il livello di base ai vertici. I vertici hanno interesse ad allargare la giurisdizione del NYPD (non solo nel controllo del crimine, ma con forme di onnipresenza sociale: intervento nelle scuole, nonché come ultima ratio nei servizi sociali e psichiatrici, mentre il personale di base della polizia non vuole farsi carico della crisi di salute mentale, della violenza domestica, della situazione dei senza dimora – vuole piuttosto “risolvere crimini”. L’idea è far leva sulle ambizioni giurisdizionali dei vertici contro l’aspirazione dei lavoratori della polizia a un campo più circoscritto. Funzionerà? Difficile a dirsi. Ci sono motivi di preoccupazione, anche perché in alcuni passaggi Zohran sembra essersi allineato con figure della leadership del NYPD impopolari tra la base. E, pur potendo nominare il capo della polizia, molti poteri del NYPD restano di fatto autonomi nel quotidiano, ben schermati da qualunque forma di controllo democratico. IL RICATTO FINANZIARIO Matteo Polleri: Avete insistito sull’eventuale controffensiva poliziesca di Trump. Ma ci sarà anche quella finanziaria. A questo proposito, è interessante che la campagna di Zohran si sia concentrata su questioni riproduttive (casa, trasporti, asili pubblici), dei settori chiave del capitalismo contemporaneo. Che possibilità ci sono di costruire una sorta di autonomia riproduttiva per la città? E che spazi vedete per un immaginario e una strategia municipalista? Ben Mabie: Un attacco finanziario non sarebbe certo inedito nella storia di New York. Il famoso bailout del 1975 rientra in una lunga storia di tagli ai fondi della città. Dato l’attuale equilibrio di potere a livello federale, dobbiamo aspettarci forti carenze di finanziamenti per istituzioni cittadine che dipendono da fondi federali e statali: edilizia pubblica, scuole, trasporti, etc. Una parte cruciale dell’infrastruttura sociale della città vive di quelle risorse esterne. Una sfida di fondo riguarda allora i poteri fiscali effettivi del sindaco. I suoi avversari ricordano spesso che il sindaco non può aumentare le tasse senza un accordo con il governo dello Stato di New York. È vero: dobbiamo essere realistici. Significa che la lotta si sposterà probabilmente sul livello statale, per fare pressione su chi controlla davvero le leve fiscali. E, come si è visto all’ultimo grande comizio prima del voto, la governatrice è stata di fatto contestata e interrotta più volte dal coro “Tax the rich!”, segno che la battaglia sta prendendo forma. La riproduzione sociale di New York dipende molto dai fondi esterni e i poteri fiscali limitati del sindaco sconsigliano una strategia di “socialismo in una sola città”. Ciò detto, si possono aprire spiragli: i tagli federali possono creare un mandato sociale per ampliare il sostegno statale, dando slancio a campagne redistributive e a nuove forme di tassazione. La crisi dell’accessibilità che seguirebbe potrebbe anche aprire a forme di radicalizzazione dello scontro – per esempio, municipalizzando alcune strutture abitative. Ma tutto dipenderà dalla capacità delle nostre organizzazioni e dei nostri movimenti di cogliere l’opportunità di quella crisi, invece di lasciare che si imponga un nuovo senso comune: l’idea che questi siano rischi “fatali” quando si sfida il consenso del capitale nel governo delle grandi metropoli. Tracy Rosenthal: C’è anche da considerare il livello del capitale immobiliare, il motore dell’investimento speculativo e dell’aumento dei valori fondiari che è essenziale per finanziare i programmi sociali della città di New York. È il meccanismo elementare di raccolta fondi metropolitana ed è la trappola in cui siamo finiti. Lo vediamo già con il collasso finanziario di Signature Bank e Pinnacle. Qual è la differenza tra un fallimento e uno “sciopero del capitale”? La differenza è sottile. In un certo senso, mettere fuori gioco i grandi proprietari è una buona pratica per la città: sono corporate slumlords che tengono gli inquilini in condizioni tecnicamente illegali rispetto alle normative. Farli fallire è un bene sociale. Ma questi proprietari stanno costruendo la narrazione secondo cui sarebbero stati “costretti dalle leggi” e non dal loro stesso modello speculativo che rende incompatibile un alloggio dignitoso con i profitti attesi. C’è quindi molto lavoro politico da fare per rendere leggibili sia i fallimenti del capitale sia ciò che appare come uno sciopero del capitale. Altrimenti, queste crisi verranno percepite come fallimenti dell’amministrazione, a meno che non si trovino modi per usare lo Stato in modo da evitare che producano nuove crisi nella vita quotidiana delle persone (oltre a quelle già in corso). di Marco (Flickr) ALZARE IL LIVELLO Alzare il livello del conflitto può essere un modo per affrontare sia l’offensiva federale sia quella del capitale. La proposta di freeze the rent è interessante perché può essere letta come una misura per alleggerire il carico sui lavoratori (“non potete permettervi un altro aumento”); e così spesso la presenta Zohran. Ma è anche un conflitto politico con i proprietari: afferma che abbiamo collettivamente il potere di limitare la rendita e la speculazione. Per noi, significa anche concepire la stabilizzazione degli affitti come una forma di contrattazione collettiva su scala metropolitana, un intervento nel rapporto tra inquilini e proprietari che sposta potere verso gli inquilini. Matteo Polleri: Una delle principali critiche rivolte alla campagna per le primarie di Zohran evidenzia le difficoltà nel guadagnare la fiducia delle comunità nere. I risultati elettorali del 4 novembre mostrano tuttavia una vittoria netta in quartieri a maggioranza nera come Harlem, Bedford-Stuyvesant, Brownsville e South Bronx. L’articolazione di una “molteplicità razziale” in movimento, per usare un’espressione di Michael Hardt, resta però naturalmente una questione aperta… Ben Mabie: C’è moltissimo da dire su questo punto. Come accennavamo, vi è anzitutto il ruolo svolto da Eric Adams, il sindaco uscente, che è riuscito a metabolizzare sia l’onda di mobilitazione per la riforma della polizia sia le paure delle élite rispetto alla proposta di defund the police. Zohran ha dunque ereditato un contesto in cui il definanziamento della polizia era diventato radioattivo sul piano elettorale; su questo punito, la sua campagna ha dovuto quadrare un cerchio difficile. La proposta di un Department of Community Safety (DCS) interloquisce con gli agenti di base sostenendo che non vogliono essere gli operatori di ultima istanza per la salute mentale e la protezione sociale. Allo stesso tempo, riprende una domanda del 2020: garantire condizioni quotidiane di sicurezza (casa, lavoro, alimenti) invece di governarle come materia di ordine pubblico. Il DCS ha senso solo alla luce di quel momento e delle sue rivendicazioni, ma Zohran ha anche chiarito che non taglierà i fondi della polizia. C’è quindi un rapporto complesso con il movimento abolizionista nero: il DCS apre possibilità di articolare politiche abolizioniste, ma ne fissa anche i limiti. Un altro punto: Adams e Cuomo hanno incarnato la macchina di cattura che ha a lungo strutturato i rapporti tra comunità nere e partito democratico, un vero centro di potere per alcune delle sue peggiori tendenze. La campagna di Zohran ha invece tratto energia dalle comunità immigrate delle outer boroughs, molte delle quali non sono catturate da quelle forme di clientelismo. Complessivamente, la campagna per Zohran ha ereditato una disarticolazione di lunga data della classe lavoratrice multirazziale negli USA, che ha prodotto strategie di sopravvivenza differenti. Le classi popolari nere in città come New York hanno subito il peso dell’offensiva neoliberale degli ultimi cinquant’anni, e certe strategie difensive hanno, in alcuni casi, comprensibilmente prevalso. > Ne risulta un paradosso: buona parte della radicalità dei movimenti > statunitensi viene dalle lotte nere contro la polizia, ma alcune istituzioni > di queste comunità sono anche le più integrate negli apparati del Partito > Democratico e hanno spesso funzionato da zavorra. Si tratta di dinamiche anche > generazionali, mediate in particolare attraverso le diverse chiese. Vale però > la pena notare che, già dalle primarie di giugno, Zohran ha vinto il voto dei > giovani neri. PRATICA DELLA TRADUZIONE INTERETNICA Tracy Rosenthal: Radicare la politica abolizionista nella vita dei quartieri è una prassi quotidiana. Spazi come Another World e organizzazioni come la Crown Heights Tenant Union sono i luoghi dove possiamo iniziare a costruire la “molteplicità razziale” di cui abbiamo bisogno. Qui il movimento gioca un ruolo decisivo. A New York, infatti, gli edifici sono spesso molto grandi e, grazie ai canoni stabilizzati, sono in genere multirazziali, mescolati per status migratorio, razza, istruzione e reddito. Una delle cose più importanti che fa il movimento è creare luoghi in cui si impara ad agire insieme attraverso le differenze, a partire da problemi comuni e dalla formazione di nuovi interessi e identità collettive. In questo quartiere abbiamo avuto assemblee con inquilini monolingui ebraici insieme a leader latinX, che si confrontano a loro volta con residenti neri di lunga data, ma anche inquilini giovani, molto istruiti e di diverse origini che decidono di unirsi alla lotta. È un lavoro di sutura non semplice, ma è il più importante: costruire forme di organizzazione trasversali alla composizione sociale e razziale. Ce ne serviranno molte di più nei prossimi anni se vogliamo cogliere le opportunità che abbiamo ora davanti. Accanto a questa politica quotidiana della traduzione, bisogna però anche individuare un nemico comune. Il nostro compito è aiutare gli inquilini a capire che il nemico è il proprietario, il palazzinaro, il fondo finanziario, e non il vicino accanto a loro, che è a sua volta vittima dello stesso sistema, che sia la persona senza casa in metropolitana o il vicino che fatica a pagare l’affitto. Il movimento per la casa ci permette di riformulare quelle tensioni a livello quotidiano, a trasformare il “panico del crimine” in richiesta di sicurezza sociale, l’ostilità orizzontale tra poveri in antagonismo verticale verso i proprietari. Questo è qualcosa che abbiamo costruito nella “guerra di trincea” condominio per condominio, casa popolare per casa popolare. La campagna di Zohran ha mostrato che queste esperienze possono essere articolate anche a un livello più ampio, tramite i media e le elezioni, ma non tutta l’energia scenderà dall’alto. L’organizzazione quotidiana dovrà continuare, e ci serviranno molte più “brigate” che si uniscano alla battaglia. La copertina è di Eden Janine and Jim (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Zohran Mamdani oltre le urne: genealogia e prospettive di lotta proviene da DINAMOpress.
November 10, 2025
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Abolire la guerra, costruire la pace: un convegno sui conflitti contemporanei
La Società Italiana delle Storiche, in collaborazione con diverse istituzioni culturali e universitarie, promuove un convegno dal titolo Abolire la guerra, costruire la pace. Genere, giustizia internazionale, pratiche nonviolente nei conflitti contemporanei, che si svolgerà a Roma il 6 e 7 novembre presso la Biblioteca di storia moderna e contemporanea. L’evento si propone di mettere al centro temi cruciali come la giustizia internazionale, la crisi degli organismi sovranazionali, le sfide della diplomazia e la revisione dell’ordine mondiale ereditato dal Novecento. > I significati, gli usi e le intersezioni delle categorie di pace, guerra, > giustizia e diritti dei popoli saranno posti al centro del convegno che ha una > struttura significativamente multidisciplinare. I conflitti che stanno tragicamente segnando il tempo presente sono infatti affrontati sotto il profilo storico, giuridico, politologico e diplomatico. Questi temi saranno interrogati attraverso la lente della categoria di genere e dei Peace Feminist Studies che illumineranno aspetti diversi e meno presenti nel dibattito pubblico. C’è, infatti, un filo rosso che unisce l’oppressione storicamente esercitata sulle donne alla violenza dei conflitti bellici: a tenerle insieme è la struttura più intima del sistema di dominio storicamente edificato da un chiaro modello di potere maschile, oggi fortemente in auge con una sua specifica e aggiornata declinazione. STRUTTURA DEL CONVEGNO Come Spiega Vinzia Fiorino, presidente della SIS, il convengo, articolato in tre panel, inaugurerà i lavori con un focus sui temi della giustizia internazionale (e della sua crisi) e sulle diverse concezioni di giustizia, per poi concentrarsi sulla categoria di umanitarismo e sulla storia del femminismo pacifista, quindi sulle pratiche di resistenza nonviolenta e sulle attività diplomatiche. Irriso dai potenti leader internazionali, ormai comunemente chiamati autocrati, il diritto internazionale attraversa una crisi senza precedenti restando del tutto impotente e inefficace nel contenimento dei conflitti e persino verso ciò che è indicato come doppio standard, ossia, spiega Fiorino, «comportamenti opposti, assolutori o di condanna, a seconda dello stato responsabile di atti violenti e di aggressione». Le decisioni della Corte internazionale di giustizia, come quelle della Corte penale internazionale restano del tutto inevase, private di una domanda politica che ne consentirebbe la giusta applicazione. Accanto alla formulazione classica di giustizia, sono emerse importanti richieste di verità e si è affermata un’idea di giustizia riparativa per la quale l’apporto dei gruppi più o meno organizzati di donne è stato storicamente determinante. La restorative justice, pur non sostituendosi a quella tradizionale, propone un superamento del paradigma punitivo, va oltre la pena da infliggere, volge lo sguardo (anche) verso l’altro alla ricerca di modalità di intervento differenti; promuove un dialogo con i responsabili impegnandosi nel coinvolgimento dell’intera comunità in un rito collettivo di superamento del trauma. In un contesto dominato dalla perdita di senso di categorie un tempo più nitide quali pace, conflitti armati, guerra di aggressione, per chi ha organizzato l’evento «sarà anche importante interrogarsi su come sia cambiata nel tempo l’organizzazione degli aiuti e dei soccorsi alle popolazioni colpite dalle guerre”. Dunque, per quanto sfuggente e dai contorni non ben definiti, “l’umanitarismo internazionale, che ha conosciuto momenti importanti di consolidamento e di intervento operativo all’indomani del secondo conflitto mondiale, costituirà un giusto punto di osservazione per cogliere importanti cambiamenti nella sensibilità collettiva, nelle relazioni internazionali e nelle pratiche sociali rese operative da diversi organismi sovranazionali». FEMMINISMO E PACIFISMO La storia dei movimenti femministi internazionali si intreccia intimamente con quelli pacifisti: «riannodare i fili della memoria, per tornare agli interventi di taglio più storiografico, sarà importante anche per dare ai movimenti di oggi uno spessore che non hanno ancora ricevuto. La rivendicazione di un diverso equilibrio mondiale, il ripudio della violenza nelle relazioni private, sociali e politiche hanno strutturato gli stessi movimenti. Sarà importante approfondire il pensiero di importanti teoriche, come l’intellettuale antinterventista inglese Vernon Lee vissuta tra Otto e Novecento – così come confrontarsi con quello che risuona come un originale contributo alla riflessione teorica offerto dai diversi movimenti: l’aver legato in modo inscindibile i temi della politica internazionale e le ragioni del pacifismo con quelli del pieno riconoscimento dei diritti soggettivi delle donne». > Proseguendo su questa linea, le storiche e numerose esperienze di > interposizione nonviolenta e di resistenza alle sistematiche occupazioni > saranno al centro di specifici approfondimenti. Sotto questo profilo, il caso palestinese è quanto mai paradigmatico: «precisando, in primo luogo, che tutto non è iniziato con il deprecabile e orrendo attacco del 7 ottobre nei confronti dei civili israeliani e che questa semplificazione di una parte del giornalismo italiano appare scorretta e subdola, si darà spazio alla storia dei movimenti femministi che almeno dalla fine degli anni Settanta si oppongono a quello che è il nodo vero di tutto il conflitto cioè l’occupazione israeliana dei territori. Attraversati ovviamente da importanti mutamenti nel tempo, i movimenti femministi palestinesi per un verso hanno agito intersecando il contrasto alle occupazioni territoriali con la lotta a una cultura tradizionalista e patriarcale, per un altro hanno promosso originali pratiche di resistenza nonviolenta, di mutualismo sociale, di mantenimento della vita. A dispetto di una prevalente rappresentazione mediatica, molte e di rilievo sono state e sono le figure femminili protagoniste nel vivace e raffinato mondo intellettuale palestinese, pienamente consapevoli altresì dei processi di soggettivazione e di liberazione». Le esperienze storiche che hanno fortemente interconnesso il femminismo con il pacifismo suggeriscono di respingere radicalmente le logiche dei conflitti armati e dunque l’accettazione della guerra, oggi a tutti gli effetti divenuta e percepita come una comune condizione di normalità. Questo seminario, al contrario, «vuole ribadire l’inaccettabilità delle pratiche di sterminio per fame come mezzo di guerra divenuto legittimo; così come ripudia l’antica logica per cui i mezzi sono giustificati dai fini allorché i mezzi sono rappresentati dall’uccisione di civili e il fine dall’imposizione di una supremazia occidentale e dalla difesa dei suoi presunti e cosiddetti valori; ancora più inaccettabile risulta la logica per cui i massacri perpetrati contro gruppi di religione musulmana sarebbero giustificati da un fine nobilissimo, quale la liberazione delle donne; le quali al contrario – come è ben noto – sanno come fare per liberarsi autonomamente». Da sempre la Società italiana delle Storiche ha inteso la ricerca storica come attività scientifica e di promozione della didattica, ma anche come impegno civile e presenza attiva nel tessuto sociale. In passato in prima fila nel sostegno ai diritti civili, politici e sociali di tutti e segnatamente di quelli delle donne, la SIS conferma ora il suo impegno nel sostenere le ragioni del superamento dei conflitti armati, delle logiche di sopraffazione, in favore del dialogo e della costruzione di processi di pacificazione. > Sotto questo profilo, la riflessione proposta, evidenzia chiaramente Fiorino, > «vuole rimettere in discussione la logica manichea basata sulla coppia > amico/nemico, condannare qualsiasi forma di discriminazione e di stereotipo > culturale, respingere l’idea di sicurezza posta, su scala planetaria, in > termini di mero riarmo e militarizzazione. Ma soprattutto sarà importante avviare la discussione almeno su due punti chiave: in primo luogo, il rifiuto della semplicistica logica amico/nemico porta con sé, per usare le parole di Carla Lonzi, spostarsi su un altro piano, quindi cogliere le ragioni ultime della riattualizzazione delle guerre per combatterle dalla radice; rifiutare la sollecitazione di stare in favore di uno schieramento o di un altro ma respingere in toto la logica bellicista e gli interessi economici che spingono alla guerra prima e alla ricostruzione degli spazi distrutti poi. In secondo luogo, contrastare l’idea secondo cui la riproposizione delle ragioni dei processi di pacificazione e il rifiuto delle logiche di guerra siano necessariamente da derubricare come buone aspirazioni ma, ahinoi, del tutto irrealistiche; non si tratta di fare esercizio di buoni sentimenti, ma di sperimentare e sostenere che le alternative alla guerra e alla distruzione ci sono e sono possibili; che opporsi alla guerra non significa negare la conflittualità sociale ma elaborare sistemi nonviolenti per affrontarla; che l’opzione per la pace è prioritaria e alla portata di qualsiasi scelta politica lungimirante». La copertina è di Alioscia Castronovo SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Abolire la guerra, costruire la pace: un convegno sui conflitti contemporanei proviene da DINAMOpress.
November 3, 2025
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Manal Tamimi: «Finché ci sarà l’occupazione, non ci sarà la pace»
Nabi Saleh è un villaggio di circa seicento abitanti nel cuore della Cisgiordania, occupata da Israele dal 1967. Le sue case sorgono su una collina circondata da uliveti, ma le risorse naturali sono da tempo sotto minaccia: nel 2009 i coloni del vicino insediamento israeliano si impossessarono di una delle principali sorgenti d’acqua, dopo che già due terzi delle terre erano stati confiscati. In risposta, il 9 dicembre di quell’anno gli abitanti organizzarono la prima di una serie di manifestazioni settimanali che da allora, ogni venerdì, continuano a svolgersi nonostante la repressione. Sin dall’inizio le donne hanno avuto un ruolo centrale, partecipando alle decisioni e all’organizzazione delle azioni dentro e fuori il villaggio. Figura di riferimento di questo percorso è Manal Tamimi, attivista e membro del Popular Struggle Coordination Committee (PSCC). La repressione ha inciso profondamente anche sulla sua vita: è stata arrestata quattro volte e più volte ferita; due dei suoi figli, Osama e Mohammed, hanno trascorso lunghi periodi in prigione, dove hanno subito torture fisiche e psicologiche. Dal suo intreccio di biografia e lotta collettiva prende forma un racconto che, a partire dalla stagione della raccolta delle olive – rito antico che oggi si compie all’ombra della violenza e delle confische – si allarga alla memoria, al ruolo delle donne e alla sua esperienza di madre e attivista sotto occupazione. Il testo che segue raccoglie le sue parole dirette, tratte da una lunga conversazione avvenuta a distanza: da qui in avanti è la voce di Manal a parlare. CUSTODIRE LA TERRA Quest’anno la raccolta delle olive è tra le più dure e violente che ricordiamo. Eppure non sarebbe nemmeno un vero anno di produzione: in Palestina gli ulivi seguono un ciclo biennale, un anno ricco e quello successivo quasi sterile. Abbiamo deciso comunque di portare avanti la campagna, perché non è solo un raccolto: è un atto di resistenza. Questa è terra palestinese, e i suoi proprietari hanno il diritto di coltivarla e custodirla. I coloni non hanno alcun titolo per occuparla. > Dopo il 7 ottobre è cresciuta la pressione di una pratica nota come > sheepwashing: coloni-pastori che, portando greggi di pecore, capre o mucche, > occupano vaste aree di terreno. Così intere porzioni, anche di dieci > chilometri quadrati, vengono trasformate in pascoli esclusivi, impedendo ai > legittimi proprietari palestinesi di accedere ai loro campi. In questa cornice di violenza si inseriscono anche le campagne di solidarietà. La più ampia è Zaytoun25, una piattaforma che unisce istituzioni palestinesi –come la Commissione per la Resistenza alla Colonizzazione e alla Guerra, dove lavoro, il Ministero dell’Agricoltura e altri enti – con organizzazioni di base come, ad esempio, la rete dei i comitati popolari e l’ISM, l’International Solidarity Movement. Esistono anche iniziative indipendenti: Faz3a, alla quale partecipo come volontaria. Nelle colline a sud di Hebron opera inoltre l’organizzazione italiana Operazione colomba. Quando c’è un’attività sotto l’ombrello di Zaytoun 25 partecipiamo tutti insieme; negli altri giorni ciascuno segue la propria campagna. Così riusciamo a coprire il maggior numero possibile di villaggi e campi, soprattutto quelli più esposti agli attacchi dei coloni. TESTIMONIANZE E RESISTENZE Nel nostro villaggio abbiamo scelto la resistenza nonviolenta dal 2009, ma la partecipazione alla lotta palestinese è cominciata molto prima. Già nel 1976, quando gli israeliani si impossessarono di un’ex-stazione di polizia britannica trasformandola in parte dell’insediamento oggi chiamato Halamish, ebbero inizio le confische. Da allora circa due terzi delle terre del villaggio sono stati espropriati con vari pretesti. Dal 1976 a oggi abbiamo perso 29 persone del villaggio. Sono questi i ricordi peggiori: l’assassinio dei miei cugini, Rushdi Tamimi e Mustafa Tamimi. E poi “i due Mohammed”: uno aveva quindici anni, l’altro era solo un bambino di due anni. Tutto questo è avvenuto davanti ai nostri occhi. Nabi Saleh è piccolissimo, e in fondo siamo tutti parte di un’unica famiglia: quando succede qualcosa, l’intero villaggio è presente, tutti assistono, tutti sono testimoni. Tra i miei ricordi peggiori, ci sono le innumerevoli incursioni notturne, o il giorno in cui i soldati picchiarono mia madre, che al tempo aveva 67 anni. Fu un ragazzo armato di appena vent’anni a colpirla. Questi ricordi sono dolorosissimi, ma al tempo stesso sono diventati una spinta per non arrenderci. FERITE E LEGAMI: ESSERE ATTIVISTA, ESSERE MADRE Ho tre figli maschi e una figlia. Essere al tempo stesso madre e attivista è forse la sfida più dura. Da bambina vedevo i miei familiari resistere: alcuni sono stati uccisi, altri hanno trascorso anni in prigione, altri ancora sono stati costretti all’esilio. In quell’atmosfera l’attivismo non era una scelta, ma un destino quasi inevitabile. Anch’io iniziai presto: ospitavamo i combattenti, aiutavamo chi era in fuga. Durante la Prima Intifada arrivai persino ad attraversare la frontiera con la Giordania per incontrare i leader in esilio e riportare informazioni in Palestina. Quella era la mia vita, e mi sembrava naturale, perché la responsabilità ricadeva solo su di me. Con i figli è iniziato il vero conflitto interiore: proteggerli dal cammino che avevo scelto o crescerli dentro quella stessa lotta? Alla fine capisci che l’occupazione non colpisce solo chi resiste apertamente, ma ogni Palestinese. Così abbiamo cominciato a insegnare loro, sin da piccoli, che la Palestina ha bisogno di sacrificio. Puoi prepararti al peggio, ma quando quel momento si presenta, tutto crolla. Sono stata arrestata tre volte, ferita due, minacciata di morte. Una volta mi dissero che mi avrebbero uccisa e, dieci minuti dopo, un cecchino sparò contro di me: sarei potuta morire quel giorno. Ma nulla si avvicina al dolore di vedere i propri figli arrestati e sapere che sono in prigione. Quando mio figlio Osama fu catturato, l’avvocata mi informò che era stato portato in ospedale in seguito alle torture subite. Una settimana dopo ricevetti un’altra chiamata: ancora in ospedale, ancora per torture. Mio figlio Mohammed, invece, subì abusi psicologici così gravi da perdere la memoria: non riconosceva più né me né sua nonna. In quei momenti mi sentivo una madre terribile. Mi chiedevo perché avessi messo al mondo dei figli destinati alla sofferenza. Perché li avessi educati alla resistenza. Non sarebbe stato meglio tenerli lontani da tutto questo? Ogni giorno dormivo nei loro letti, cercando di riempire quei vuoti con un po’ del mio amore. Durante il Ramadan apparecchiavo due piatti vuoti con due sedie, cucinavo i loro piatti preferiti come se fossero lì, poi sparecchiavo e ordinavo. Lavavo persino i loro vestiti, pur sapendo che non li avrebbero indossati. Questi episodi risalgono al 2017, eppure ogni volta che ne parlo rivivo lo stesso dolore. DONNE DI PALESTINA: TRA L’INTIFADA E NABI SALEH La Prima Intifada fu una sollevazione popolare che coinvolse l’intera società palestinese: tutte le forze politiche e la popolazione vi presero parte, e le donne emersero come protagoniste, assumendo ruoli di guida sia nella comunità sia sul campo. Molte furono imprigionate o uccise; contribuirono in ogni modo: azioni dirette, primo soccorso, interventi per impedire arresti. In un attimo decine di donne si mobilitavano per affrontare i soldati, aiutare gli uomini a scappare; erano pronte a sacrificarsi pur di non lasciare che i soldati arrestassero qualcuno. Dopo gli accordi di Oslo, iniziò un processo di frammentazione che mirava a indebolire la resistenza. In Palestina sorsero numerose ONG, sostenute da fondi internazionali spesso condizionati. Molte donne che avevano avuto un ruolo attivo nella Prima Intifada vi confluirono, perdendo progressivamente la centralità politica conquistata nella lotta. Con la Seconda Intifada, segnata da una dimensione prevalentemente militare, lo spazio per le donne si ridusse ulteriormente: poche potevano imbracciare le armi e molte leader, ormai legate al sistema dei finanziamenti esterni, temevano di perderli partecipando alla resistenza. Così persero anche parte dell’influenza acquisita. Fu solo nel 2005, con la nascita del movimento di resistenza nonviolenta, che le donne ritrovarono la possibilità di partecipare attivamente, recuperando un ruolo significativo all’interno della lotta. A Nabi Saleh il ruolo delle donne è sempre stato centrale ed è proprio per questo che siamo state prese di mira. Qualche tempo fa, sul Channel 14 – un’emittente israeliana dei coloni – si è affermato che le donne di Nabi Saleh dovrebbero essere eliminate con la violenza, perché rappresentano un modello per le altre. La loro partecipazione, infatti, quando cresce, diventa sempre più difficile da controllare. Così hanno cominciato a colpirci: circa quindici donne sono state arrestate, molte decine ferite, e una è stata resa invalida per le gravi lesioni subite. UN PROCESSO SENZA PACE Finché c’è occupazione, finché esistono oppressore e oppresso, non c’è pace. Finché migliaia di palestinesi sono in carcere, soggetti a pulizia etnica quotidiana, finché esistono rifugiati palestinesi all’estero cui è negato il ritorno in Palestina non c’è pace. È lo stesso discorso per Gaza: si può parlare di cessate il fuoco o di “ritorno alla normalità”, ma se poi continua il genocidio e nulla cambia davvero, allora di che pace stiamo parlando? Dall’Accordo di Oslo in poi l’oppressione non si è mai interrotta: violenza, pulizia etnica, soprusi. Nulla è davvero cambiato. Le autorità palestinesi hanno assunto parte della gestione, ma restano spesso paralizzate, schiacciate da un lato dall’occupazione e dall’altro dalla dipendenza da finanziamenti occidentali vincolati. Anche nelle scuole ci sono limitazioni: non possiamo mettere il nome “Palestina” sui libri di testo, non possiamo parlare di Arafat, non possiamo parlare di resistenza, di insediamenti, delle aree A, B e C. Perfino le cose più elementari sono vietate. > E restano le contraddizioni: si parla ancora della soluzione dei due Stati, > mentre i palestinesi controllano ormai meno del 4% della Palestina storica. > Come si può costruire uno Stato su quella porzione? Non è neppure un > territorio unico: è frammentato da strade dei coloni, insediamenti, cancelli > ai varchi dei villaggi. Non possiamo avere un aeroporto, un porto; non possiamo andare a Gaza, né avvicinarci alla moschea di Al-Aqsa; non possiamo visitare i territori del 1948 e il mare, che dista venti minuti da casa nostra. Quale pace, quale “due Stati”, vengono evocati nei discorsi ufficiali all’ONU o nei parlamenti? Devono smettere di parlare di processi di pace fintanto che non ci sia un cambiamento reale sul territorio: fermare il genocidio, fermare la pulizia etnica, fermare la violenza dei coloni, rimuovere gli insediamenti in Cisgiordania, garantire la libertà di movimento e un’autonomia reale. Altrimenti ogni discorso di “riconciliazione” è vago e privo di senso. Assistiamo a cessate il fuoco su Gaza sottoscritti da molte parti, perfino dagli Stati Uniti, che si presentano come garanti con l’autorità di fermare il genocidio. Eppure Israele continua a violarli quotidianamente; ogni giorno vediamo Palestinesi uccisi a Gaza e in Cisgiordania. Le aggressioni dei coloni e gli insediamenti sono illegali secondo il diritto internazionale, ma quando figure come Ben-Gvir dichiarano che il diritto internazionale non si applica a Israele – che vale solo il “loro diritto” – tutto il quadro internazionale viene smentito. In questo scenario non vediamo nessuno che abbia il coraggio di applicare il diritto internazionale, né di liberare prigionieri come Marwan Barghouti, leader palestinese considerato tale da milioni di persone. Di quale pace stiamo parlando, allora? CON LA PALESTINA, OLTRE LA PALESTINA La solidarietà internazionale ci dà speranza. Ci dà forza, ci fa sentire che non siamo soli, ma parte di una comunità umana più grande. Quando vediamo milioni di persone in strada che gridano per la Palestina, che chiedono i nostri diritti, capiamo che non siamo abbandonati. Penso, ad esempio, alla Flotilla: centinaia di attivisti hanno messo a rischio la loro vita. Hanno accettato quel rischio per la Palestina, così come noi lo affrontiamo ogni giorno. A volte ci sentiamo persino noi in dovere di sostenere gli attivisti internazionali, non solo il contrario. Tuttavia, resta una contraddizione enorme. Non basta scendere in piazza con cartelli e bandiere se poi, alle elezioni, si scelgono governi di destra, filo-israeliani, o addirittura fascisti. È un paradosso: come puoi manifestare per la libertà di un popolo e poi dare il voto a chi sostiene la sua oppressione? Io spero che un giorno queste moltitudini, che oggi gridano per la Palestina, trasformino quella energia in cambiamento politico, eleggendo leader che non siano solo pro-Palestina, ma pro-umanità. La copertina è di Manal Tamimi SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Manal Tamimi: «Finché ci sarà l’occupazione, non ci sarà la pace» proviene da DINAMOpress.
October 27, 2025
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