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Kongra Star: «Non siamo uno slogan, ma una pratica di libertà»
Il Nord e l’Est della Siria sono tornati al centro di una violenta escalation militare e politica che minaccia direttamente l’esperienza dell’Amministrazione Autonoma e, in modo particolare, il progetto di liberazione delle donne nato con la Rivoluzione del Rojava. Secondo quanto riportato costantemente da agenzia di stampa online, su X e Telegram, l’area è colpita da una combinazione di attacchi armati, assedi, bombardamenti e pressioni diplomatiche che coinvolgono forze jihadiste sostenute dalla Turchia e settori legati al cosiddetto governo siriano provvisorio. Quartieri come Sheikh Maqsoud e Ashrafieh ad Aleppo, così come città e campagne di Raqqa, Tabqa, Deir Hafir e Maskanah, sono stati teatro di massacri, sfollamenti forzati e attacchi diretti contro la popolazione civile e le istituzioni locali. Parallelamente, l’offensiva militare si accompagna a una strategia politica di annientamento dell’esperienza autonoma: esclusione dalle decisioni centrali, ritiro di accordi, pressione per lo scioglimento delle forze locali e smantellamento delle istituzioni che, in oltre un decennio, hanno costruito un modello pluralista, decentralizzato e guidato dalla partecipazione delle donne. In questo contesto, il movimento delle donne e le sue strutture- da Kongra Star alle Unità di Protezione delle Donne (YPJ) – sono diventate uno degli obiettivi principali. Non solo perché rappresentano un pilastro dell’autogoverno, ma perché incarnano una rottura radicale con l’ordine patriarcale, nazionalista e autoritario che queste forze cercano di imporre. Gli attacchi contro le istituzioni femminili sono quindi parte di una strategia volta a spezzare il cuore politico e sociale della rivoluzione. È in questo scenario che si colloca l’intervista rilasciata a DinamoPress da Emine Osê, portavoce del Comitato per le relazioni e le alleanze democratiche di Kongra Star, il congresso del movimento delle donne del Nord e dell’Est della Siria, cuore politico e organizzativo della rivoluzione. Le sue parole ci riportano una riflessione sul significato storico e universale della resistenza delle donne del Rojava. Che significato assume l’attuale offensiva militare e politica contro il Nord e l’Est della Siria per il progetto di liberazione delle donne nato con la rivoluzione del Rojava? Questo attacco non prende di mira soltanto un territorio o l’assetto dell’Amministrazione Autonoma, ma colpisce al cuore il progetto di liberazione delle donne nato in Rojava, un’esperienza pionieristica divenuta riferimento a livello globale. È un tentativo sistematico di soffocare un modello che ha dimostrato, nella pratica, la capacità delle donne di guidare la società, assumere decisioni e difendere sé stesse e le proprie conquiste, al di fuori dei paradigmi dello Stato-nazione e del patriarcato. L’attacco sistematico alle regioni del Nord e dell’Est della Siria si inserisce in una strategia di lungo periodo fondata sulla pulizia etnica e sul cambiamento forzato degli equilibri demografici. Fin dall’inizio dei profondi mutamenti politici che hanno attraversato il Paese, l’Amministrazione Autonoma ha portato avanti una visione chiara: una Siria che sia casa per tutte e tutti, basata sul decentramento, sulla sicurezza condivisa, sulla stabilità e sul riconoscimento della pluralità etnica, religiosa e di genere. Eppure, nonostante gli sforzi delle sue istituzioni politiche e militari per contribuire alla costruzione di una nuova Siria democratica e inclusiva, il governo siriano transitorio ha risposto con una serie di decisioni unilaterali: dall’annuncio di una bozza di costituzione che nega ai Curdi i loro diritti legittimi, alla formazione di un esecutivo privo di una reale rappresentanza delle regioni del Rojava, fino alla sistematica esclusione delle donne dai luoghi di potere e all’organizzazione delle elezioni del consiglio legislativo senza il coinvolgimento di queste aree, nonostante l’esistenza dell’accordo del 10 marzo. Con il ritiro del governo transitorio da tale accordo e con un chiaro orientamento e sostegno da parte della Turchia, all’inizio del nuovo anno si è assistito a un attacco barbaro contro i quartieri Sheikh Maqsoud e Ashrafieh di Aleppo, accompagnato da massacri contro i civili, sfollamenti forzati e mutilazioni dei corpi dei combattenti che avevano difeso la propria gente e gli abitanti dei due quartieri. Questi attacchi non si sono fermati, ma estesi a tutte le regioni del Nord e dell’Est della Siria. Hanno colpito Deir Hafir e Maskanah, e poi estesi a Raqqa e Tabqa, dove sono stati commessi massacri contro donne e bambini e le istituzioni femminili sono state prese di mira direttamente. Questo accanimento riflette la visione di queste forze, di natura jihadista e terroristica, nei confronti delle donne: l’attacco è stato accompagnato da uccisioni, dallo sfollamento forzato di migliaia di famiglie curde e dall’uso di metodi sistematici di intimidazione contro le donne, in un chiaro tentativo di spezzarne la volontà e colpire il modello delle donne libere e organizzate. Quali sono le ragioni per cui le istituzioni del movimento delle donne e le Unità di Protezione delle Donne (YPJ) sono diventate bersagli prioritari delle forze che attaccano l’Amministrazione Autonoma? Perché rappresentano una rottura radicale con le strutture di potere patriarcali e militari tradizionali su cui si fondano sia i regimi autoritari sia i gruppi estremisti. Queste istituzioni hanno dimostrato che le donne non sono semplicemente vittime in tempo di guerra, ma soggetti politici, militari e sociali attivi, capaci di prendere decisioni, difendere la società e costruire reali alternative democratiche. Le YPJ non rappresentano solo una forza militare, ma incarnano un simbolo politico ed etico della donna libera che rifiuta la logica della militarizzazione patriarcale e i ruoli stereotipati imposti. Questo le rende un bersaglio diretto per le forze che vedono nella liberazione delle donne una minaccia esistenziale ai propri progetti autoritari. Colpire le istituzioni femminili significa inoltre tentare di distruggere la struttura organizzativa stessa della società, poiché tali istituzioni hanno svolto un ruolo centrale nella lotta contro la violenza di genere, nella costruzione della giustizia sociale e nel rafforzamento della convivenza tra le diverse componenti. Attaccarle significa voler riportare la società in una spirale di paura, dipendenza ed emarginazione. In questa fase segnata dalla guerra e da una pressione estrema, quale ruolo assumono le donne nella resistenza armata e nella riorganizzazione civile e sociale delle comunità? In questa fase critica, le donne del Rojava svolgono un ruolo centrale e multidimensionale, guidando simultaneamente due percorsi complementari: la resistenza armata e la difesa del territorio, e l’organizzazione civile e sociale per la protezione del tessuto comunitario. Le donne sono presenti in prima linea nella difesa, proteggendo le proprie regioni insieme alle YPJ e alle forze congiunte e allo stesso tempo si assumono grandi responsabilità nella gestione nell’organizzazione degli aiuti e nella protezione delle bambine e dei bambini e delle persone sfollate. Esse svolgono inoltre un ruolo fondamentale nel rafforzare la stabilità psicologica e sociale della comunità in condizioni di guerra e sfollamento, attraverso il lavoro comunitario, l’istruzione, il sostegno psicologico e il mantenimento dei legami sociali. Tutto questo dimostra che la liberazione delle donne in Rojava non è mai stata uno slogan astratto, ma una pratica quotidiana e profondamente radicata, che mostra la propria forza proprio nei momenti più oscuri. Quale messaggio desiderate rivolgere alle donne e ai movimenti femministi e sociali di tutto il mondo, alla luce di quanto sta accadendo in Rojava? Rivolgiamo un appello affinché esprimano una solidarietà autentica e concreta, che vada oltre i gesti simbolici e le parole. Ciò che accade oggi in Rojava rappresenta una vera prova di coscienza per il movimento femminista globale. Difendere il Rojava significa difendere la possibilità di costruire un mondo più giusto ed eguale, e il diritto delle donne a organizzarsi, proteggere le proprie conquiste e difenderle di fronte alla violenza, alle guerre e ai sistemi di esclusione. Il progetto fondato sulla democrazia sociale con la leadership delle donne è oggi oggetto di un tentativo di estirpazione violenta. Nonostante il fallimento degli ultimi negoziati con il governo transitorio, le donne del Rojava, con tutte le loro istituzioni politiche, sociali e militari, sono pienamente pronte a difendere le proprie conquiste. Oggi decine di migliaia di donne stanno fianco a fianco con gli uomini nelle strade e nelle piazze, nelle manifestazioni e nei cortei, e nelle trincee accanto alle YPJ, con morale alto e una volontà incrollabile, dichiarando di essere una forza attiva ed essenziale nella difesa delle conquiste delle donne e del progetto democratico sul piano politico, militare e sociale. Noi, donne del Rojava, dopo 14 anni di lotta e rivoluzione, abbiamo ottenuto conquiste storiche dalle quali non si può tornare indietro, qualunque sia il prezzo. Per questo chiediamo a tutte le donne del mondo di stare al nostro fianco nella lotta contro il terrorismo e affermiamo che colpire questo modello democratico da parte dell’ISIS e delle fazioni affiliate al governo siriano transitorio equivale a colpire direttamente i diritti delle donne in ogni parte del mondo. Rivolgiamo infine un appello urgente alla comunità internazionale affinché si assuma le proprie responsabilità morali e legali. Il silenzio internazionale di oggi non è neutralità, ma legittima l’attacco contro queste regioni e fornisce copertura all’aggressione contro un modello democratico che ha combattuto il terrorismo per 14 anni e ha compiuto enormi sacrifici in difesa dell’umanità intera. La copertina è di Kongra Star SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Kongra Star: «Non siamo uno slogan, ma una pratica di libertà» proviene da DINAMOpress.
January 22, 2026
DINAMOpress
Manal Tamimi: «Finché ci sarà l’occupazione, non ci sarà la pace»
Nabi Saleh è un villaggio di circa seicento abitanti nel cuore della Cisgiordania, occupata da Israele dal 1967. Le sue case sorgono su una collina circondata da uliveti, ma le risorse naturali sono da tempo sotto minaccia: nel 2009 i coloni del vicino insediamento israeliano si impossessarono di una delle principali sorgenti d’acqua, dopo che già due terzi delle terre erano stati confiscati. In risposta, il 9 dicembre di quell’anno gli abitanti organizzarono la prima di una serie di manifestazioni settimanali che da allora, ogni venerdì, continuano a svolgersi nonostante la repressione. Sin dall’inizio le donne hanno avuto un ruolo centrale, partecipando alle decisioni e all’organizzazione delle azioni dentro e fuori il villaggio. Figura di riferimento di questo percorso è Manal Tamimi, attivista e membro del Popular Struggle Coordination Committee (PSCC). La repressione ha inciso profondamente anche sulla sua vita: è stata arrestata quattro volte e più volte ferita; due dei suoi figli, Osama e Mohammed, hanno trascorso lunghi periodi in prigione, dove hanno subito torture fisiche e psicologiche. Dal suo intreccio di biografia e lotta collettiva prende forma un racconto che, a partire dalla stagione della raccolta delle olive – rito antico che oggi si compie all’ombra della violenza e delle confische – si allarga alla memoria, al ruolo delle donne e alla sua esperienza di madre e attivista sotto occupazione. Il testo che segue raccoglie le sue parole dirette, tratte da una lunga conversazione avvenuta a distanza: da qui in avanti è la voce di Manal a parlare. CUSTODIRE LA TERRA Quest’anno la raccolta delle olive è tra le più dure e violente che ricordiamo. Eppure non sarebbe nemmeno un vero anno di produzione: in Palestina gli ulivi seguono un ciclo biennale, un anno ricco e quello successivo quasi sterile. Abbiamo deciso comunque di portare avanti la campagna, perché non è solo un raccolto: è un atto di resistenza. Questa è terra palestinese, e i suoi proprietari hanno il diritto di coltivarla e custodirla. I coloni non hanno alcun titolo per occuparla. > Dopo il 7 ottobre è cresciuta la pressione di una pratica nota come > sheepwashing: coloni-pastori che, portando greggi di pecore, capre o mucche, > occupano vaste aree di terreno. Così intere porzioni, anche di dieci > chilometri quadrati, vengono trasformate in pascoli esclusivi, impedendo ai > legittimi proprietari palestinesi di accedere ai loro campi. In questa cornice di violenza si inseriscono anche le campagne di solidarietà. La più ampia è Zaytoun25, una piattaforma che unisce istituzioni palestinesi –come la Commissione per la Resistenza alla Colonizzazione e alla Guerra, dove lavoro, il Ministero dell’Agricoltura e altri enti – con organizzazioni di base come, ad esempio, la rete dei i comitati popolari e l’ISM, l’International Solidarity Movement. Esistono anche iniziative indipendenti: Faz3a, alla quale partecipo come volontaria. Nelle colline a sud di Hebron opera inoltre l’organizzazione italiana Operazione colomba. Quando c’è un’attività sotto l’ombrello di Zaytoun 25 partecipiamo tutti insieme; negli altri giorni ciascuno segue la propria campagna. Così riusciamo a coprire il maggior numero possibile di villaggi e campi, soprattutto quelli più esposti agli attacchi dei coloni. TESTIMONIANZE E RESISTENZE Nel nostro villaggio abbiamo scelto la resistenza nonviolenta dal 2009, ma la partecipazione alla lotta palestinese è cominciata molto prima. Già nel 1976, quando gli israeliani si impossessarono di un’ex-stazione di polizia britannica trasformandola in parte dell’insediamento oggi chiamato Halamish, ebbero inizio le confische. Da allora circa due terzi delle terre del villaggio sono stati espropriati con vari pretesti. Dal 1976 a oggi abbiamo perso 29 persone del villaggio. Sono questi i ricordi peggiori: l’assassinio dei miei cugini, Rushdi Tamimi e Mustafa Tamimi. E poi “i due Mohammed”: uno aveva quindici anni, l’altro era solo un bambino di due anni. Tutto questo è avvenuto davanti ai nostri occhi. Nabi Saleh è piccolissimo, e in fondo siamo tutti parte di un’unica famiglia: quando succede qualcosa, l’intero villaggio è presente, tutti assistono, tutti sono testimoni. Tra i miei ricordi peggiori, ci sono le innumerevoli incursioni notturne, o il giorno in cui i soldati picchiarono mia madre, che al tempo aveva 67 anni. Fu un ragazzo armato di appena vent’anni a colpirla. Questi ricordi sono dolorosissimi, ma al tempo stesso sono diventati una spinta per non arrenderci. FERITE E LEGAMI: ESSERE ATTIVISTA, ESSERE MADRE Ho tre figli maschi e una figlia. Essere al tempo stesso madre e attivista è forse la sfida più dura. Da bambina vedevo i miei familiari resistere: alcuni sono stati uccisi, altri hanno trascorso anni in prigione, altri ancora sono stati costretti all’esilio. In quell’atmosfera l’attivismo non era una scelta, ma un destino quasi inevitabile. Anch’io iniziai presto: ospitavamo i combattenti, aiutavamo chi era in fuga. Durante la Prima Intifada arrivai persino ad attraversare la frontiera con la Giordania per incontrare i leader in esilio e riportare informazioni in Palestina. Quella era la mia vita, e mi sembrava naturale, perché la responsabilità ricadeva solo su di me. Con i figli è iniziato il vero conflitto interiore: proteggerli dal cammino che avevo scelto o crescerli dentro quella stessa lotta? Alla fine capisci che l’occupazione non colpisce solo chi resiste apertamente, ma ogni Palestinese. Così abbiamo cominciato a insegnare loro, sin da piccoli, che la Palestina ha bisogno di sacrificio. Puoi prepararti al peggio, ma quando quel momento si presenta, tutto crolla. Sono stata arrestata tre volte, ferita due, minacciata di morte. Una volta mi dissero che mi avrebbero uccisa e, dieci minuti dopo, un cecchino sparò contro di me: sarei potuta morire quel giorno. Ma nulla si avvicina al dolore di vedere i propri figli arrestati e sapere che sono in prigione. Quando mio figlio Osama fu catturato, l’avvocata mi informò che era stato portato in ospedale in seguito alle torture subite. Una settimana dopo ricevetti un’altra chiamata: ancora in ospedale, ancora per torture. Mio figlio Mohammed, invece, subì abusi psicologici così gravi da perdere la memoria: non riconosceva più né me né sua nonna. In quei momenti mi sentivo una madre terribile. Mi chiedevo perché avessi messo al mondo dei figli destinati alla sofferenza. Perché li avessi educati alla resistenza. Non sarebbe stato meglio tenerli lontani da tutto questo? Ogni giorno dormivo nei loro letti, cercando di riempire quei vuoti con un po’ del mio amore. Durante il Ramadan apparecchiavo due piatti vuoti con due sedie, cucinavo i loro piatti preferiti come se fossero lì, poi sparecchiavo e ordinavo. Lavavo persino i loro vestiti, pur sapendo che non li avrebbero indossati. Questi episodi risalgono al 2017, eppure ogni volta che ne parlo rivivo lo stesso dolore. DONNE DI PALESTINA: TRA L’INTIFADA E NABI SALEH La Prima Intifada fu una sollevazione popolare che coinvolse l’intera società palestinese: tutte le forze politiche e la popolazione vi presero parte, e le donne emersero come protagoniste, assumendo ruoli di guida sia nella comunità sia sul campo. Molte furono imprigionate o uccise; contribuirono in ogni modo: azioni dirette, primo soccorso, interventi per impedire arresti. In un attimo decine di donne si mobilitavano per affrontare i soldati, aiutare gli uomini a scappare; erano pronte a sacrificarsi pur di non lasciare che i soldati arrestassero qualcuno. Dopo gli accordi di Oslo, iniziò un processo di frammentazione che mirava a indebolire la resistenza. In Palestina sorsero numerose ONG, sostenute da fondi internazionali spesso condizionati. Molte donne che avevano avuto un ruolo attivo nella Prima Intifada vi confluirono, perdendo progressivamente la centralità politica conquistata nella lotta. Con la Seconda Intifada, segnata da una dimensione prevalentemente militare, lo spazio per le donne si ridusse ulteriormente: poche potevano imbracciare le armi e molte leader, ormai legate al sistema dei finanziamenti esterni, temevano di perderli partecipando alla resistenza. Così persero anche parte dell’influenza acquisita. Fu solo nel 2005, con la nascita del movimento di resistenza nonviolenta, che le donne ritrovarono la possibilità di partecipare attivamente, recuperando un ruolo significativo all’interno della lotta. A Nabi Saleh il ruolo delle donne è sempre stato centrale ed è proprio per questo che siamo state prese di mira. Qualche tempo fa, sul Channel 14 – un’emittente israeliana dei coloni – si è affermato che le donne di Nabi Saleh dovrebbero essere eliminate con la violenza, perché rappresentano un modello per le altre. La loro partecipazione, infatti, quando cresce, diventa sempre più difficile da controllare. Così hanno cominciato a colpirci: circa quindici donne sono state arrestate, molte decine ferite, e una è stata resa invalida per le gravi lesioni subite. UN PROCESSO SENZA PACE Finché c’è occupazione, finché esistono oppressore e oppresso, non c’è pace. Finché migliaia di palestinesi sono in carcere, soggetti a pulizia etnica quotidiana, finché esistono rifugiati palestinesi all’estero cui è negato il ritorno in Palestina non c’è pace. È lo stesso discorso per Gaza: si può parlare di cessate il fuoco o di “ritorno alla normalità”, ma se poi continua il genocidio e nulla cambia davvero, allora di che pace stiamo parlando? Dall’Accordo di Oslo in poi l’oppressione non si è mai interrotta: violenza, pulizia etnica, soprusi. Nulla è davvero cambiato. Le autorità palestinesi hanno assunto parte della gestione, ma restano spesso paralizzate, schiacciate da un lato dall’occupazione e dall’altro dalla dipendenza da finanziamenti occidentali vincolati. Anche nelle scuole ci sono limitazioni: non possiamo mettere il nome “Palestina” sui libri di testo, non possiamo parlare di Arafat, non possiamo parlare di resistenza, di insediamenti, delle aree A, B e C. Perfino le cose più elementari sono vietate. > E restano le contraddizioni: si parla ancora della soluzione dei due Stati, > mentre i palestinesi controllano ormai meno del 4% della Palestina storica. > Come si può costruire uno Stato su quella porzione? Non è neppure un > territorio unico: è frammentato da strade dei coloni, insediamenti, cancelli > ai varchi dei villaggi. Non possiamo avere un aeroporto, un porto; non possiamo andare a Gaza, né avvicinarci alla moschea di Al-Aqsa; non possiamo visitare i territori del 1948 e il mare, che dista venti minuti da casa nostra. Quale pace, quale “due Stati”, vengono evocati nei discorsi ufficiali all’ONU o nei parlamenti? Devono smettere di parlare di processi di pace fintanto che non ci sia un cambiamento reale sul territorio: fermare il genocidio, fermare la pulizia etnica, fermare la violenza dei coloni, rimuovere gli insediamenti in Cisgiordania, garantire la libertà di movimento e un’autonomia reale. Altrimenti ogni discorso di “riconciliazione” è vago e privo di senso. Assistiamo a cessate il fuoco su Gaza sottoscritti da molte parti, perfino dagli Stati Uniti, che si presentano come garanti con l’autorità di fermare il genocidio. Eppure Israele continua a violarli quotidianamente; ogni giorno vediamo Palestinesi uccisi a Gaza e in Cisgiordania. Le aggressioni dei coloni e gli insediamenti sono illegali secondo il diritto internazionale, ma quando figure come Ben-Gvir dichiarano che il diritto internazionale non si applica a Israele – che vale solo il “loro diritto” – tutto il quadro internazionale viene smentito. In questo scenario non vediamo nessuno che abbia il coraggio di applicare il diritto internazionale, né di liberare prigionieri come Marwan Barghouti, leader palestinese considerato tale da milioni di persone. Di quale pace stiamo parlando, allora? CON LA PALESTINA, OLTRE LA PALESTINA La solidarietà internazionale ci dà speranza. Ci dà forza, ci fa sentire che non siamo soli, ma parte di una comunità umana più grande. Quando vediamo milioni di persone in strada che gridano per la Palestina, che chiedono i nostri diritti, capiamo che non siamo abbandonati. Penso, ad esempio, alla Flotilla: centinaia di attivisti hanno messo a rischio la loro vita. Hanno accettato quel rischio per la Palestina, così come noi lo affrontiamo ogni giorno. A volte ci sentiamo persino noi in dovere di sostenere gli attivisti internazionali, non solo il contrario. Tuttavia, resta una contraddizione enorme. Non basta scendere in piazza con cartelli e bandiere se poi, alle elezioni, si scelgono governi di destra, filo-israeliani, o addirittura fascisti. È un paradosso: come puoi manifestare per la libertà di un popolo e poi dare il voto a chi sostiene la sua oppressione? Io spero che un giorno queste moltitudini, che oggi gridano per la Palestina, trasformino quella energia in cambiamento politico, eleggendo leader che non siano solo pro-Palestina, ma pro-umanità. La copertina è di Manal Tamimi SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Manal Tamimi: «Finché ci sarà l’occupazione, non ci sarà la pace» proviene da DINAMOpress.
October 27, 2025
DINAMOpress
Afghanistan, che cosa c’è dietro l’immagine ripulita dei Talebani. Seconda parte
Negli ultimi quattro anni, le organizzazioni, tra cui Rawa, che cercavano di organizzare proteste e di far sentire la voce delle donne afghane come resistenza contro i Talebani hanno subìto arresti, minacce, uccisioni delle loro aderenti e questo è il motivo per cui la protesta ha cambiato forma. Ora, come organizzazione, e credo che questo valga anche per la maggioranza delle donne afghane, ci stiamo concentrando su metodi clandestini di resistenza e crediamo che una di queste forme di resistenza sia aumentare la consapevolezza delle donne e il loro livello di istruzione. Ed è per questo che negli ultimi quattro anni abbiamo cercato di organizzare corsi segreti a domicilio di inglese, informatica o scienze, per le ragazze che non possono andare a scuola e per le donne più grandi. Abbiamo cercato di mobilitare un grande numero di donne per poter dare più consapevolezza e coraggio alle giovani generazioni affinché resistano ai Talebani. Anche la resistenza delle donne in Iran ci ha incoraggiato e ispirato molto, facendoci capire che il fascismo religioso e il fondamentalismo religioso, sebbene siano al governo da decenni, non possono mettere a tacere le donne. Le donne più istruite e consapevoli dei propri diritti saranno sicuramente in grado di affrontare le minacce e di trovare il modo di resistere. E lo vediamo ancora di più attraverso l’uso dei social media, dei corsi online, attraverso corsi segreti e opportunità educative. Le donne stanno cercando di mobilitarsi di più contro i Talebani e soprattutto contro la polizia religiosa. Posso sicuramente dire che il nostro lavoro sta migliorando rispetto a quanto si faceva prima. E la semplice ragione è che prima del 2021 c’erano molte opportunità per le donne, università private, college, scuole, tutto. Ora solo organizzazioni come Rawa e alcune ONG offrono opportunità di istruzione o corsi di alfabetizzazione per le donne. Il problema che abbiamo è la sicurezza. Purtroppo, non possiamo costruire classi numerose o centri per le donne. Non possiamo portare più donne in alcune regioni, soprattutto non possiamo portare avanti alcun progetto dove i Talebani sono molto forti e nelle piccole città. Nelle grandi città è più facile prenderci cura delle misure di sicurezza. La maggior parte sono lezioni clandestine o segrete a domicilio. Si svolgono all’interno delle case degli insegnanti. Non paghiamo l’affitto per l’edificio o per la lezione. Una normale stanza per la vita quotidiana è usata anche come una classe. La rete degli insegnanti è composta da persone che già conosciamo e di cui ci fidiamo, che sono molto creative nel trovare studenti affidabili e nell’ampliare le loro reti senza trasformare la loro casa in una scuola ufficiale. In ogni classe, il numero medio di studentesse è di 15-20. In alcune zone vediamo che 50-60 donne vorrebbero partecipare e purtroppo, per motivi di sicurezza, non possiamo permetterlo. Non possiamo nemmeno scegliere due o tre case molto vicine, perché se succedesse qualcosa a una delle nostre classi segrete potrebbe venire coinvolta anche l’altra. Quindi, dobbiamo stare attente a mantenere la distanza tra le nostre classi. L’insegnante e le studentesse sono molto creative nel trovare soluzioni ai loro problemi di sicurezza. È comune in Afghanistan che le donne si riuniscano per confezionare abiti  e per insegnare/imparare il Corano, che è considerato un atto religioso. In ognuna di queste lezioni abbiamo il Corano e l’insegnante, qualora i Talebani entrassero in casa, direbbe che si tratta di studi coranici e che la lavagna e tutto il resto servono per insegnare il Corano. E ai Talebani va bene. Nelle nostre classi nel tempo si sviluppa una grande solidarietà tra le ragazze, le donne e le insegnanti. Di recente, una delle ragazze a causa delle pressioni della famiglia aveva abbandonato la classe; è accaduto a Kabul, che è la zona più sicura rispetto ad altre. Le sue compagne di classe indagano e quando scoprono che è il fratello a non permetterlo, un folto gruppo di 10-12 compagne di classe si è unito per convincerlo. Sfortunatamente, non ci sono riuscite, pur avendo ottenuto il consenso dei membri maschi della sua famiglia e sebbene si fossero offerte di alternarsi nell’accompagnarla. La politica di Rawa non è solo quella di fornire l’alfabetizzazione, ma anche di dare alle donne ferite l’opportunità di parlare tra di loro di cosa soffrono, che tipo di discriminazione subiscono all’interno della famiglia, cosa possiamo fare. In moltissimi casi l’insegnante va a trovare la famiglia quando sorgono problemi di qualsiasi tipo. E’ successo recentemente a Jila, una giovane studentessa; la famiglia voleva darla in matrimonio, mentre lei voleva continuare le sue lezioni. L’insegnante è andata a parlare con i membri maschi della famiglia per dire loro che la figlia non era ancora pronta per questa proposta di matrimonio e fortunatamente loro hanno acconsentito a rimandarlo. Abbiamo molti esempi di questi piccoli successi nel migliorare la vita delle donne, delle bambine e delle ragazze afghane, il che ci dà molto coraggio. Come organizzazione nutriamo grande speranza nel futuro; ora viviamo un momento buio della nostra storia, ma non è destinato a durare per sempre. Prima o poi la luce tornerà a risplendere sull’Afghanistan. Link alla prima parte dell’articolo, Fiorella Carollo
August 14, 2025
Pressenza